Scuola7 29 ottobre 2018, n. 110

Scuola7

la settimana scolastica

29 ottobre 2018, n. 110


In questo numero parliamo di:

La prova scritta del concorso a DS: cosa dicono i candidati (M. Spinosi)

Sentimenti, idee, proposte sul concorso per dirigenti (G. Cerini)

Concorso straordinario per la scuola dell'infanzia e primaria (A. Bottino)

Esame di Stato: i quadri di Riferimento della seconda prova (P. Davoli)

La verità, vi prego, sul PTOF (A. Valentino)

I ragazzi "dentro" la Costituzione italiana: bandi & concorsi (C. Brescianini)

Erasmus+ 2019: pubblicato il bando

Domanda 150 ore per diritto allo studio

Edilizia scolastica: risorse per scuole innovative e sicurezza

Piano triennale delle arti: caratteristiche dei progetti

Diplomati magistrali: risoluzione dei contratti

Requisiti del personale scolastico da destinare all'estero


Settimanale di informazione scolastica.
© Tecnodid Editrice - Piazza Carlo III, 42 - 80137 Napoli

Parliamo diAutunno: tempo di concorsi
< Trascina
29 ottobre 2018

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n. 110

La prova scritta del concorso a DS: cosa dicono i candidati

Mariella SPINOSI

Un sondaggio per capire meglio

All’indomani della prova scritta, la casa editrice Tecnodid ha lanciato un sondaggio rivolto ai partecipanti, ma aperto anche ad altri interlocutori, con alcune semplici domande a risposta chiuse ed una domanda a risposta aperta. Lo scopo era quello di sapere come i candidati hanno vissuto la prova, e di raccogliere le loro opinioni in merito alle modalità più efficaci di reclutamento dei futuri dirigenti scolastici.

Ci sono state ben 1808 risposte, di cui solo 141 di persone che non hanno partecipato e 1667 di testimoni diretti. Ricordiamo che hanno superato la prova preselettiva in 8736, a cui vanno aggiunti quelli ammessi per effetto della sentenza del TAR (circa 80) ed altre centinaia ammessi con riserva per effetto della sospensiva del Consiglio di Stato.



La strada per la dirigenza sempre più impervia

Qualsiasi osservatore può facilmente rilevare che la scuola, seppur lentamente, si sta modificando, se non altro per l’effetto dell’influenza dei nuovi sistemi digitali. Ma per il docente che vuole “fare carriera” esiste ancora una sola strada: quella di provare a diventare dirigente scolastico. Lo può fare attraverso un “regolare” concorso. Così dicono le norme, ma la realtà è assai più complessa. Il primo problema è che i concorsi sono molto rari e non incentivano, quindi, la voglia di mettersi alla prova. Il secondo è che sono accompagnati da una pletora di ricorsi, tanto che più volte hanno permesso di accedere all’incarico dirigenziale senza neanche superare una prova concorsuale.

È un po’ questa la situazione ben chiara ai candidati che il 18 ottobre scorso si sono presentati nelle sedi loro assegnate per sostenere la prova scritta: pochi giorni prima il TAR aveva accettato il ricorso di poche decine di docenti che, per problemi di blackout, erano stati costretti ad interrompere più volte la prova preselettiva; poche ore prima arriva la notizia che il Consiglio di Stato aveva dato la sospensiva ad altri ricorrenti, permettendo loro di partecipare alla prova scritta; contestualmente dalla Sardegna giunge la comunicazione del differimento della prova nella regione per allerta meteo.

Molti temono che anche questa volta si possa diventare dirigente scolastico “per ricorso” e non “per concorso”. È un timore che rafforza la tesi di coloro che vorrebbero rinunciare a questa pratica democratica, preferendo altre forme di reclutamento più dirette e meno complicate.

Noi speriamo che ciò non accada, ma vorremmo che, proprio sulla base di quanto avviene oramai in maniera ricorrente e diffusa, si mettesse mano sulle procedure, modificandole in maniera sensata: non è così difficile, basterebbe anche riflettere su tutti i suggerimenti che 1808 candidati hanno espresso attraverso il sondaggio della Tecnodid (cfr. articolo di G. Cerini).

La delusione annunciata

Non abbiamo dovuto aspettare il giorno dopo, e neanche i risultati del sondaggio, per renderci conto del comune sentire dei candidati: “amarezza di non essere riusciti ad esprimere nel tempo previsto quanto avrebbero voluto”. Lo sapevano già che potevano contare su 20 minuti circa per rispondere ad ogni quesito. Ma quando si sono trovati in situazione hanno sperimentato “drammaticamente” quanto sia difficile mettere insieme idee sensate, malgrado il lungo training, la concentrazione e la voglia di riuscire.

Questa scelta ministeriale appare assai punitiva: in primo luogo nei confronti di persone che da anni si stanno preparando per superare con dignità la prova, ma anche nei confronti della stessa amministrazione, che si è preclusa in tal modo l’opportunità di selezionare con maggiore avvedutezza i candidati più adeguati alla funzione. Certo, nessuna prova può garantire la bontà dei comportamenti professionali del futuro dirigente. A maggior ragione non la garantirà una prova che, a priori, non permette di riflettere, di dimostrare di saper ragionare, di saper utilizzare le proprie conoscenze in maniera puntuale, come giustamente evidenziano i quadri di riferimento resi noti, purtroppo, solo il giorno prima della prova.



Il 64,6% è un dato assai significativo. Non può essere ignorato. A questo item hanno risposto 1778 persone e ben 1148 hanno sottolineato il problema tempo. Dal momento, però, che il sondaggio prevedeva una sola risposta, la percentuale potrebbe essere ancora più alta, considerando l’11,6% delle risposte che hanno evidenziato problemi relativi alla struttura informatica e l’8,2% problemi attinenti all’organizzazione del lavoro.

Non va sottovalutato il condizionamento della modalità Computer Based. Non si tratta di semplificare l’analisi addossando le responsabilità ai candidati ancora poco alfabetizzati sul piano digitale. Si tratta soprattutto di capire il livello di fruibilità dello strumento informatico messo a disposizione: dalla tastiera troppo rumorosa al mouse poco maneggevole, ma soprattutto allo stesso software utilizzato; possibilità di avere sia una visione organica della prova sia una visione parcellizzata; uso delle funzioni essenziali (taglia, copia e incolla, righelli, spaziature…).

Una percentuale, seppure non altissima, ha messo in evidenza la difficoltà ad organizzare il lavoro e a pianificare le risposte. È pur vero che la capacità organizzativa è alla base delle competenze richieste al dirigente, ma qui il candidato ha dovuto gestire due input contraddittori: da un lato il tempo assai limitato, dall’altro uno spazio illimitato. Chi ha deciso che in 20 minuti circa si poteva costruire una risposta ben articolata, chiara e leggibile (ammesso che sia possibile), avrebbe dovuto anche ipotizzare un formato sostenibile rispetto al tempo disponibile: 1000 caratteri? Di 2000, 3000, 4000? Se ci fosse stato uno spazio bloccato (e non libero), il candidato avrebbe avuto un aiuto tecnico nel gestire meglio la prova. Ma così non è stato.

Un dubbio sul senso della scelta

La domanda che un osservatore esterno si pone riguarda il senso della scelta ministeriale, e da quale idea di dirigente sia scaturita. È noto che fare sintesi è una qualità necessaria per qualsiasi tipo di professionalità, ma tutti sanno che il processo non è automatico: richiede, oltre al possesso di specifiche conoscenze, anche un tempo congruo per poter fare connessioni, selezionare le informazioni essenziali, eliminare il superfluo, scegliere la forma comunicativa più efficace. È pur vero che oggi i dirigenti scolastici sono sottoposti a sollecitazioni continue e devono trovare velocemente le soluzioni. Non si può però confondere la realtà con la sua simulazione. Il dirigente opera in un contesto di lavoro, accede ai dati, può contare su collaboratori, conosce la sua scuola, può fare riferimento ad esperienze del passato, ha reti territoriali e supporti istituzionali. Ben diversa è la situazione di un candidato che si trova da solo di fronte ad un desktop vuoto, e privo perfino di quelle tecnicalità di base di cui oggi tutti sono abituati a fruire, utili anche ad ottimizzare il tempo.

Eppure le domande erano ben poste

È un vero peccato che il fattore tempo abbia così condizionato la possibilità di esprimersi su questioni di fatto ben poste.

Il candidato evidenzi, in relazione al quadro normativo di riferimento ed alle responsabilità dirigenziali, le principali azioni del dirigente scolastico nella situazione e nel contesto professionale di seguito descritti:
1. Coordinamento delle attività degli Organi Collegiali nell’elaborazione, attuazione e Monitoraggio del PTOF
2. In un istituto superiore caratterizzato da elevato tasso di assenteismo e ritardi degli alunni, nonostante i ripetuti richiami alle famiglie, quali strumenti può utilizzare il dirigente scolastico?
3. Procedure per l’individuazione di personale esperto sia interno che esterno all’istituto per la realizzazione di progetti di ampliamento dell’offerta formativa
4. Attivazione di specifiche strategie per il miglioramento dei livelli di apprendimento parzialmente raggiunti o in via di prima acquisizione, rilevati nell’ambito del processo di Valutazione degli alunni del primo ciclo
5. Raccordo tra attuazione PTOF e gestione amministrativo-contabile dell’istituzione scolastica autonoma

I quesiti in realtà disegnavano una funzione dirigenziale abbastanza rispondente a quell'idea di dirigente attento ai valori della scuola, buon organizzatore del contesto e guida della comunità professionale. Su quest’idea si sono state 1775 risposte positive. Il 52,3% (918) ha ritenuto infatti che i 5 quesiti fossero esemplificativi dei compiti e del profilo del dirigente.



È interessante notare come una fascia abbastanza consistente (28,4%) abbia rinvenuto invece un eccessivo sbilanciamento verso dimensioni operative e gestionali. È pur vero che dirigente si diventa, ma qui l’amministrazione ha fatto bene a chiedere di immaginare situazioni reali, a non limitarsi quindi a verificare solo conoscenze teoriche di tipo normativo (come avrebbe preferito l’8,9% dei candidati) o a centrare l’attenzione solo (o prevalentemente) sulle dimensioni pedagogiche (come avrebbe voluto il 10,4% dei partecipanti).

Su questo tema è interessante però entrare nel merito delle risposte aperte del nostro sondaggio (cfr. articolo di G. Cerini). Molte risposte dipendono sicuramente dai percorsi di preparazione effettuati. C’è senz'altro una diversità di aspettative tra i candidati che hanno, per esempio, frequentato master di tipo giuridico, quelli che hanno fatto un percorso centrato soprattutto sugli aspetti amministrativi e gestionali, o quelli che invece sono partiti dalle proprie esperienze e conoscenze come docenti.

... e la figura dirigenziale ben equilibrata

È importante capire qual è il vissuto esperienziale dei 508 candidati (29,2%) che hanno percepito, dai 5 quesiti aperti, un profilo dirigenziale molto lontano dalla realtà. Qui il sondaggio non ci permette di approfondire. Per esempio, sono gli stessi candidati che avrebbero preferito una maggiore attenzione alla normativa (8,9% del precedente item), pensando che solo tale competenza possa favorire la soluzione dei problemi? Sono i candidati che invece hanno lamentato la carenza nei quesiti di richiami pedagogici (10,4% del precedente item), pensando ad una figura dirigenziale prevalentemente come leader educativo? Resta comunque interessante che un’alta percentuale abbia ritenuto che il profilo che emerge dai quesiti sia ben equilibrato nelle sue diverse funzioni (51,8%).



La prova di lingua

La preoccupazione assai generalizzata per la prova di lingua non è stata smentita dai fatti. Tranne che dai docenti esperti in materia (purtroppo ancora in numero assai limitato nel nostro Paese), la prova era molto temuta ed assai osteggiata. Non erano state fornite indicazioni particolari sui documenti che sarebbero stati utilizzati, e neanche sulla tipologia di risposta chiusa adottata (vero o falso; scelta multipla; corrispondenza; completamento; sequenza logica…). Tant’è che il 46,4% ha dichiarato che le prove di lingua hanno comportato più tempo del previsto, e ben il 24,2% ha ritenuto troppo complessa la struttura linguistica. Soltanto al 10% (circa) i quesiti sono sembrati facili da affrontare. Si può da questo sondaggio dedurre che solo il 10% dei docenti abbia una competenza linguistica adeguata? Forse è un’inferenza un po’ ardita, ma abbastanza verosimile se confrontiamo questo dato con altri a carattere generale, e con le stesse risposte aperte dei 1808 partecipanti (cfr. articolo di G. Cerini).



Che cosa fare allora di fronte a questa difficoltà? Rinunciamo ad avere un dirigente capace di muoversi con facilità negli scenari europei ed internazionali, potendo usufruire di una buona conoscenza di almeno una lingua straniera? È una prospettiva di fatto inopportuna, ma per molti l’unica percorribile (qualcuno sostiene che la competenza linguistica non serve a dirigere bene una scuola).

Oppure si potrebbe ipotizzare che per diventare dirigente bisogna avere già in partenza una competenza linguistica certificata, almeno del livello B2. Questa seconda ipotesi forse potrebbe eliminare le tante criticità rilevate.

Mariella Spinosi

Sentimenti, idee, proposte sul concorso per dirigenti

Giancarlo CERINI

La voce del “popolo della scuola”

Bella l’idea di dare la parola ai partecipanti alla prova scritta del concorso (90% dei rispondenti al questionario proposto da Tecnodid, che ha visto la partecipazione complessiva di 1808 persone), anche attraverso la possibilità di esprimersi con un testo “libero”. L’opportunità è stata molto gradita dai docenti, e sono pervenute centinaia di osservazioni e suggerimenti, di cui si cercherà di dare conto in questo report giocoforza sintetico e parziale.

Non sono mancate le espressioni forti e colorite, come: “pazzo… chi si sottopone a questa tortura”, “siamo esseri umani, non robot”, “una prova da dattilografi provetti”, “una gara di velocità”, “automi nevrotici sulla tastiera”, “un’esperienza da dimenticare”; per non parlare dello stress da pinzettature delle “parti del codice che non vanno” (“il mio Auriemma è ora rovinato!”), del ticchettio di 26 computer funzionanti contemporaneamente (un disturbo di sottofondo che ritorna in parecchie testimonianze), degli spazi ristretti, dei monitor scarsamente leggibili, dei ruvidi “vigilantes”…

Di fronte a questo bailamme, certamente amplificato dai social e dalla vicinanza emotiva della prova, spuntano anche i fautori del “vecchio temone di 6 ore” o la più meditata richiesta di “non rubare a candidati la possibilità di pensare”.

Ognuno carica il concorso di un proprio vissuto, fino a spingersi a sognare un “corso concorso… non selettivo” o la “scelta del collegio” dei docenti, sulla base di un curricolo professionale. In generale le proposte di riforma del concorso appaiono ben argomentate e certamente meritevoli di attenzione.

Da non sottovalutare anche il fastidio per i “furbetti” dal ricorso facile… e per le “parcelle” di avvocati in cerca di clienti… Ce la potremo mai fare?

Alla ricerca del tempo (perduto)

Moltissime critiche si sono focalizzate sulla questione del tempo concesso per la prova, considerato da tutti insufficiente, tanto da trasformare la prova in una “corsa contro il tempo”. C’è chi si spinge anche a quantificare il tempo necessario (“almeno una trentina di minuti in più” oppure una durata di “240 minuti” o di “300 minuti” o di 8 ore: sono presenti tutte le varianti) o a ridurre il numero dei quesiti (magari con uno solo da approfondire tra quelli proposti). Molti chiedono di eliminare la prova di lingua e di destinare quel tempo ai quesiti a risposta aperta.

Molti lamentano di non aver avuto la possibilità di rivedere il lavoro svolto e di rileggere le tracce predisposte. Una vera elaborazione richiede un’adeguata riflessione, pena risposte “superficiali e banali”. Non si analizza e risolve un caso complesso in 20 minuti. L’attuale impostazione non consentirebbe di “esporre in maniera approfondita processi, dinamiche organizzative e gestionali complesse”. La procedura rivela un “eccesso di pragmatismo e di nozionismo”, che rischia di dar luogo a scritture come se fossero un “elenco di procedure e di norme”. Non è questo il lavoro del futuro dirigente, e ci si meraviglia che il MIUR non colga la delicatezza della questione. “L’orologio è stato il tiranno della prova”.

Il digitale alla prova: A.A.A. cercasi programma di videoscrittura user-friendly

C’è chi sottolinea le limitazioni dovute alla procedura informatizzata, che non presentava la funzionalità tipiche degli editor word: salvataggio in automatico, correzione errori di battitura, possibilità di gestione del testo, elenchi puntati, copia e incolla, interfaccia grafica adeguata… Per alcuni la tecnologia hard e soft ricordava “una vecchia macchina da scrivere”, tale da provocare “penalizzazioni inutili”… Molti lamentano di non aver potuto materialmente salvare l’ultimo quesito in progress. Ci vorrebbe “un controllo più stringente sulla dotazione tecnologica dei laboratori”.

E poi come fare con “le persone con disabilità visive e DSA?”. E le persone di una certa età? Insomma qualcuno la prova avrebbe voluto “scriverla di proprio pugno”, per poterla controllare e rivedere (o almeno potersi costruire una propria mappa cartacea “per strutturare il percorso”).

Sensatamente si chiede di stabilire “un numero massimo di caratteri per ciascuna risposta”. Il numero di battute è indicativo delle abilità di sintesi molto di più della velocità di risposta. Sarebbe necessario aumentare (da due a tre volte) il tempo a disposizione, necessario per buone sintesi e riflessioni. C’è chi si riferisce all’esempio di Bolzano [dove il tempo concesso era maggiore: 240 minuti, senza uso di codici] e non si capacita della differenza tra queste diverse realtà geografiche del nostro Paese.

Non manca qualche nostalgico del “tema classico”, o almeno del saggio argomentativo (o della tipologia “saggi brevi”). C’è chi reclama carta e penna: “non siamo nativi digitali”!

Si teme che le procedure legate al digitale (interruzioni, ecc.) facciano aumentare un contenzioso, già di per sé assicurato.

I contenuti dei quesiti

Sui contenuti prevale una moderata soddisfazione. “Tre dei cinque quesiti erano dei veri e propri studi di caso, interessanti e coinvolgenti”. Qualcuno, però, li ha considerati “semplicistici”, “aridi”, banali, e li avrebbe voluti di più ampio respiro culturale (e comunque “graduati anche per difficoltà” e non troppo blandi). Ci si aspettava una scelta di tematiche più differenziata (troppi 3 quesiti sul POF) e attinente ai diversi punti del programma d’esame, in particolare a una seria conoscenza delle norme. C’è chi si è sentito non riconosciuto nella propria preparazione.

Altri precisano che l’attuale concorso non è in grado di “far emergere la personalità, le capacità relazionali, le capacità organizzative, le capacità gestionali del dirigente”. Si sarebbe dovuto insistere sulla vision innovativa del futuro dirigente, mentre il rischio è di privilegiare un “DS burocrate e piccino”.

Sono comunque parecchie le voci dissonanti per l’eccessivo spazio dato alle “azioni” del dirigente (una scelta ministeriale per alcuni inattesa) e il poco spazio al diritto (e al “ragionamento giuridico”) o alle conoscenze tecniche di base, di tipo amministrativo. Molti temi suggeriti dal bando non sono stati minimamente considerati (sicurezza, attività negoziale, responsabilità, ecc.). Qualcuno ha visto un vantaggio competitivo per i colleghi del primo ciclo.

Inoltre affrontare e contestualizzare un caso richiede molto più tempo. L’aspetto pratico (es. l’analisi di caso) dovrebbe essere rimandato alla fase successiva del tirocinio e, semmai, alla prova orale. C’è chi propone una mediazione: due prove scritte, una di carattere culturale generale e una di quesiti operativi (come nel 2011).

In controluce si leggono diverse idee di dirigente scolastico, tra chi vorrebbe porre l’attenzione quasi esclusiva alle dimensioni amministrativo-gestionali e chi proietta la figura in una dimensione di leadership educativa.

La questione della lingua straniera

Le domande di lingua configurerebbero una “enorme disparità di trattamento” tra i candidati, avvantaggiando i colleghi di lingue straniere. Intanto sarebbe stato opportuno presentare lo stesso testo tradotto in più lingue. I quesiti dovrebbero comunque essere più semplici (“brani più brevi”) ed avere meno peso nel punteggio. E perché non inserirli nella prova preselettiva? Oppure posticiparli all’orale? Oppure limitarli all’inglese? Qualcuno fa notare che la prova era nettamente superiore allo standard B2 richiesto dal bando (specie la prima traccia di inglese, tra l’altro di difficile leggibilità).

La prova di comprensione dovrebbe essere disponibile su cartaceo, per poter sottolineare, rileggere… Le competenze di lingua straniera si potrebbero documentare a parte, con certificazioni linguistiche legali.

Come modificare il concorso

La procedura concorsuale attuale viene giudicata troppo complessa, un “dispendio di energie intellettuali”. Andrebbe resa più snella e “meno esposta ai contenziosi”.

Qualcuno ritiene che il superamento del testing iniziale ed un successivo colloquio orale potrebbero essere sufficienti. Altri preferirebbero una selezione preliminare sulla base di curriculum (magari integrato da un colloquio), in quanto “una prova preselettiva basata sui quiz può lasciar fuori gente brava e capace di dirigere”. Comunque i test non dovrebbero essere pubblicati preventivamente, mentre i criteri di valutazione e i quadri di riferimento dovrebbero essere conosciuti al momento del bando.

Il concorso andrebbe riformato già a partire da quello in atto, abolendo l’ultimo esame scritto ed orale [quello previsto, per ora, dal bando]. Il tirocinio però viene difeso, anzi lo si vorrebbe rafforzare (e farlo diventare oggetto di valutazione, con prove di tipo operativo). Si considera “utile l’osservazione in situazione” e la “formazione sul campo”, prima dell’assunzione in servizio dei vincitori. Qualcuno si spinge a chiedere per i futuri dirigenti “un mese in presidenza senza tutoraggio”.

Prova preselettiva: un giudizio ambivalente

I giudizi sulla prova preselettiva appaiono discordanti: chi la toglierebbe (perché è “solo uno sforzo animalesco di memoria”), chi invece vorrebbe farla contare di più. Emerge un’inaspettata preferenza per le prove a risposta chiusa, che sembrano più oggettive di quelle aperte. Qualcuno vorrebbe dare alla preselettiva un peso anche nel punteggio finale. Altri propongono uno sbarramento certo – e più alto – della preselettiva (80 punti), e un abbassamento della soglia (60 punti) per lo scritto. [E così si capiscono anche le interpretazioni discordanti di candidati, avvocati, magistrati…].

Sembra preferita una prova preselettiva “su test non conosciuti in anticipo” (per evitare una semplice “memorizzazione delle risposte”) e maggiormente pertinenti al funzionamento della scuola.

Il mito dell’oggettività

Non ci si fida dei criteri di valutazione (e dei valutatori), e dunque si preferirebbero risposte predefinite, quesiti strutturati, “cloze test” e, per alcuni, l’abolizione tout court della prova scritta “perché troppo soggettiva” (oppure passare a correzioni centralizzate).

Anche in questo caso emergono due tendenze: trasformare la prova scritta in domande a risposte multiple chiuse (come la preselettiva) oppure mantenere una struttura “narrativa”, ma imperniata sull’elaborazione/soluzione di casi (modello francese), per offrire alle commissioni la possibilità di “leggere anche fra le righe le personalità e le competenze del candidato”.

Comune e insistita è la richiesta di rendere note le regole del gioco (criteri di valutazione, quadri di riferimento, tipologie di prove, ecc.) all’inizio dell’intera procedura concorsuale, e non a ridosso delle prove. È stato spiazzante apprendere all’ultimo momento che i quesiti avrebbero riguardato le azioni professionali del dirigente.

Ha colpito negativamente il difforme comportamento delle commissioni di fronte ai testi consultabili: candidati, “vigilantes” e case editrici dovrebbero disporre di regole certe, per un elementare principio di “equità di trattamento”. Si fa strada l’idea che “la consultazione della normativa dovrebbe essere fornita direttamente dal sistema sul pc”.

Il reclutamento in prospettiva

Pensando a nuove forme di reclutamento, si prefigura un accesso preliminare per titoli (non per prove preselettive), con una robusta formazione iniziale (di livello universitario, per alcuni biennale o triennale). La formazione preliminare – sulla base di standard accreditati – dovrebbe essere oggetto di valutazione, con modalità che però appaiono divergenti. Alcuni infatti preferirebbero esami in itinere, altri una tesi finale, un project work, l’“analisi di un caso complesso”. Poi si dovrebbero affinare le competenze relazionali e di problem solving, attraverso “un tirocinio formativo attivo con un dirigente scolastico tutor”, da validare con un colloquio d’esame finale e formulazione di una graduatoria di merito. La formazione dovrebbe essere “altamente professionalizzante” ed avere un valore abilitante.

Per alcuni sarebbe opportuno uno sbarramento di 5-10 anni di ruolo (comunque considerando maggiormente “sia i titoli di studio sia l’esperienza lavorativa”), magari con un accesso “preferenziale” allo scritto dei collaboratori vicari (qualcuno parla anche di concorso riservato). Però l’ala giovanilista non apprezza i “matusalemme che a sessanta e più anni partecipano al concorso” (qualcuno ipotizza una quota di riserva per i giovani). Si reclama un concorso ogni anno, secondo i fabbisogni regionali. Qualcuno si spinge a chiedere il ripristino degli incarichi, visto il fenomeno delle reggenze. Qualcun altro guarda all’Europa e ad un reclutamento sulla base del curriculum vitae. Pochi però optano per la “chiamata per competenze” o “per reputazione”.

Molti prefigurano diverse modalità di reclutamento, ad esempio procedure riservate (un doppio canale?) alle figure di middle management, in particolare a chi svolge funzioni di staff. Questa esperienza maturata sul campo dovrebbe essere – per alcuni – un requisito obbligatorio. Provenire dalla gavetta sarebbe “indice di sicuro successo per un dirigente”, riconosciuto anche dalla propria comunità.

Il dirigente “empatico”, quello “riflessivo” e quello “veloce”

In definitiva, una procedura come quella che si sta realizzando difficilmente consentirebbe la verifica dei requisiti indispensabili per un dirigente scolastico: “equilibrio, empatia, capacità organizzative, autorevolezza”. Servirebbe uno psicologo del lavoro, non un cronometrista. C’è il rischio della “demenza digitale”, mentre il futuro dirigente deve saper pensare e saper scrivere. Deve “dimostrare la propensione a ricoprire incarichi, avere responsabilità all’interno dell’istituzione scolastica”.

Anche le motivazioni dovrebbero essere sondate, attraverso un “colloquio attitudinale” preliminare. L’intelligenza emotiva è importante per un dirigente, come pure la capacità di “gestire conflitti e stress”.

In definitiva bisognerebbe reclutare i dirigenti “secondo le loro capacità pratiche”, da sviluppare attraverso master formativi e lavoro sul campo. Le commissioni d’esame dovrebbero “investire più tempo con i candidati in situazioni di realtà”. Per ora, almeno, lo si faccia attraverso una significativa “interazione vis-à-vis” nella prova orale.

In sintesi

Dovendo trarre delle indicazioni di sintesi, questi i punti più ricorrenti tra chi ha risposto al sondaggio:

  • migliorare il clima e il contesto delle prove, per assicurare trasparenza ed equità;
  • la preselettiva con quiz mnemonici non è il metodo migliore per individuare i candidati;
  • il curriculum e l’esperienza professionale dovrebbero avere un peso maggiore;
  • la prova scritta con quesiti aperti richiede molto più tempo per un’elaborazione “sensata”;
  • i supporti digitali hanno ostacolato piuttosto che agevolato la prova;
  • la prova di lingua è sopravvalutata e crea disparità tra i candidati;
  • resta il problema dell’oggettività nelle correzioni di prove “aperte”;
  • va evitata la confusione nella questione dei testi da consultare in sede di prova;
  • occorre una formazione iniziale consistente al ruolo dirigenziale, e poi un vero corso-concorso;
  • il tirocinio sul campo va adeguatamente organizzato (e valutato);
  • un colloquio, iniziale o in itinere, potrebbe consentire di valutare motivazioni e competenze relazionali;
  • qua e là affiora la richiesta di concorsi per titoli, o di scelta da parte della comunità scolastica.

Giancarlo Cerini

Erasmus+ 2019: pubblicato il bando

Ammontano a oltre due miliardi e mezzo di euro i finanziamenti Erasmus+ per il prossimo anno. Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea del 24 ottobre scorso l’invito a presentare proposte per il 2019 nei settori istruzione, formazione, gioventù e sport.

Qualsiasi organismo, pubblico e privato, attivo nei settori dell’istruzione, della formazione, della gioventù e dello sport, interessato a trasmettere una candidatura per ottenere un finanziamento nell’ambito del programma Erasmus+, può iniziare fin da subito a preparare le domande di sovvenzione.

Il bilancio totale destinato al suddetto invito a presentare proposte è stimato in 2.733,4 milioni di euro, così ripartiti:

  • istruzione e formazione: 2.503,4 milioni di euro
  • gioventù: 167,7 milioni di euro
  • attività Jean Monnet: 13,7 milioni di euro
  • sport: 48,6 milioni di euro

Scarica il bando

Le candidature per il finanziamento possono essere presentate online a partire dall’inizio del 2019. La scadenza di tutti i termini per la presentazione delle domande è fissata alle ore 12:00 (ora di Bruxelles), secondo il seguente calendario:

Azione chiave 1: Mobilità individuale ai fini dell’apprendimento

Mobilità individuale nel settore dell’istruzione superiore

5 febbraio 2019

Mobilità individuale nel settore della gioventù

5 febbraio 2019

Mobilità individuale nei settori dell’IFP, dell’istruzione scolastica e dell’istruzione per adulti

5 febbraio 2019

Diplomi di master congiunti Erasmus Mundus

14 febbraio 2019

Master congiunti Erasmus Mundus – Invito congiunto UE-Giappone

1 aprile 2019

Mobilità individuale nel settore della gioventù

30 aprile 2019

Mobilità individuale nel settore della gioventù

1 ottobre 2019

Azione chiave 2: Cooperazione per l’innovazione e lo scambio di buone prassi

Rafforzamento delle capacità nel settore della gioventù

24 gennaio 2019

Partenariati strategici nel settore della gioventù

5 febbraio 2019

Rafforzamento delle capacità nel settore dell’istruzione superiore

7 febbraio 2019

Alleanze per la conoscenza

28 febbraio 2019

Alleanze per le abilità settoriali

28 febbraio 2019

Università europee

28 febbraio 2019

Partenariati strategici nel settore dell’istruzione e della formazione

21 marzo 2019

Partenariati strategici nel settore della gioventù

30 aprile 2019

Partenariati strategici nel settore della gioventù

1 ottobre 2019

Azione chiave 3: Sostegno alle riforme delle politiche

Progetti nell’ambito del dialogo con i giovani

5 febbraio 2019

30 aprile 2019

1 ottobre 2019

Azioni Jean Monnet

Cattedre, moduli, centri di eccellenza, sostegno alle istituzioni e alle associazioni, reti, progetti

22 febbraio 2019

Azioni nel settore dello sport

Partenariati di collaborazione

4 aprile 2019

Piccoli partenariati di collaborazione

4 aprile 2019

Eventi sportivi europei senza scopo di lucro

4 aprile 2019

Le condizioni dettagliate sono disponibili nella guida del programma Erasmus+.


articolo originale


Domanda 150 ore per diritto allo studio

Entro il 15 novembre il personale della scuola impegnato nella frequenza di corsi per il conseguimento di titoli di studio riconosciuti dall'ordinamento pubblico può richiedere i permessi retribuiti per l’anno 2019. La domanda va indirizzata all’Ufficio Scolastico della provincia in cui è ubicata la sede di servizio, per il tramite del Dirigente scolastico

I permessi sono concessi, per un massimo di 150 ore, per la frequenza di corsi finalizzati al conseguimento di titoli di studio universitari, post-universitari, di scuole di istruzione primaria, secondaria e di qualificazione professionale, statali, pareggiate o legalmente riconosciute, o comunque abilitate al rilascio di titoli di studi legali o attestati professionali riconosciuti dall'ordinamento pubblico.

Può presentare domanda:

  • il personale a tempo indeterminato, a prescindere dall’anzianità di servizio;
  • il personale supplente con contratto di durata sino al termine delle attività didattiche (30 giugno 2019) o sino al termine dell’anno scolastico (31 agosto 2019).

Scarica il fac simile di domanda

La domanda di concessione dei permessi straordinari retribuiti va indirizzata all’Ufficio Scolastico della provincia in cui è ubicata la sede di servizio ed inoltrata per il tramite del Dirigente scolastico, entro il 15 novembre 2018. L’istanza, redatta in carta semplice, deve contenere, unitamente alla esplicita richiesta di concessione dei permessi straordinari retribuiti di cui all'art. 3 del d.P.R. n. 395/1988, i seguenti dati:

  • nome, cognome, luogo e data di nascita;
  • tipo di corso;
  • durata dei permessi da utilizzare nel corso dell'anno solare in relazione al prevedibile impegno di frequenza del corso prescelto;
  • per il personale docente: ruolo di appartenenza e sede di servizio; per il personale educativo: sede di servizio; per il personale A.T.A.: profilo professionale e sede di servizio;
  • anzianità complessiva di servizio di ruolo;
  • eventuali requisiti di precedenza.

Le modalità di fruizione e le priorità nell’accoglimento delle domande sono regolate da contratti integrativi regionali, che possono anche prevedere una scadenza diversa da quella del 15 novembre (come nel caso della Toscana).

L’Ufficio Scolastico Provinciale provvede a formare una graduatoria dei richiedenti. I permessi verranno concessi in base alla graduatoria e fino alla concorrenza del contingente determinato e distribuito proporzionalmente tra i destinatari. I provvedimenti formali di concessione dei permessi dovranno essere predisposti entro il 15 dicembre 2018.

La certificazione relativa alla frequenza dei corsi e/o agli esami finali sostenuti va presentata al capo d'istituto della scuola di servizio, ove possibile, subito dopo la fruizione del permesso e, comunque, non oltre il termine di ciascun anno solare.


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Seminario nazionale Scanno 2018

Scanno 2018

Una preziosa occasione formativa per dirigenti scolastici, aspiranti dirigenti, docenti e figure di staff: Tecnodid presenta il Seminario nazionale Verso la rendicontazione sociale. La scuola del cambiamento: tra innovazione e continuità, che si terrà a Scanno (AQ) dall’1 al 3 novembre 2018, presso la sala congressi dell’hotel Miramonti (via D. Di Rienzo, 32).

Un appuntamento con lo studio e l’approfondimento, per offrire strumenti di lavoro e di governo della scuola, utili anche per la prova orale del concorso a dirigente scolastico.

Attraverso relazioni e laboratori specifici parleremo, fra l’altro, di: Trasparenza e privacy, Nuovi professionali, Cosa cambia negli esami di Stato, Come riorganizzare il PTOF, La rendicontazione sociale delle scuole, Verso la prova orale: studi di caso, ma non solo.

Gli interventi saranno a cura dell'autorevole equipe di collaboratori di Tecnodid@Formazione e Notizie della Scuola.



Per il programma dettagliato, i costi e il modulo di iscrizione, consulta la pagina dedicata all’evento

 

Carta del Docente
Tecnodid Editrice è Ente di Formazione accreditato presso il MIUR, pertanto è possibile utilizzare la Carta del Docente



29 ottobre 2018

__TESTATA__

n. 110

Concorso straordinario per la scuola dell'infanzia e primaria

Alberto BOTTINO

Il concorso riservato: a giorni il bando

Il Decreto legge n. 87 del 12 luglio 2018, convertito in legge n. 96 del 9.8.2018, pubblicata sulla G.U. n. 186 del 11.8.2018 ha previsto, fra l’altro, l’indizione del concorso riservato nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria, da bandirsi entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della legge.

Il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca ha firmato il Decreto 17 ottobre 2018 (G.U. 26 ottobre 2018, n. 250), con il quale, nel prevedere a breve l’indizione del bando, a firma del Direttore Generale del personale della scuola, ha fissato le condizioni di partecipazione al concorso straordinario, la tabella dei titoli valutabili, nonché i programmi di esame, le modalità di composizione delle commissioni giudicatrici.

Quindi a giorni sarà bandito, in ciascuna regione, il concorso straordinario previsto dalla legge 9.8.2018, n. 96, all’art. 4, commi da 1-quater a 1-undecies, per posti comuni e di sostegno nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria.

I requisiti di ammissione al concorso

A questa sessione concorsuale potranno partecipare coloro che posseggono i seguenti requisiti:

Concorso per posti comuni

  1. abilitazione all’insegnamento conseguita presso i corsi di laurea in scienze della formazione oppure analogo titolo conseguito all’estero e riconosciuto in Italia, oppure diploma magistrale con valore di abilitazione, purché conseguito entro l’anno scolastico 2001/2002 (o analogo titolo conseguito all’estero);
  2. almeno 2 anni di servizio specifico su posto comune o di sostegno nelle scuole statali, anche non continuativo, prestati negli ultimi otto anni scolastici; il servizio deve avere avuto la durata prevista dal comma 14 dell’art. 11 della legge 124/1999.

Concorso per posti di sostegno

  1. abilitazione all’insegnamento conseguita presso i corsi di laurea in scienze della formazione oppure analogo titolo conseguito all’estero e riconosciuto in Italia, oppure diploma magistrale con valore di abilitazione, purché conseguito entro l’anno scolastico 2001/2002 (o analogo titolo conseguito all’estero);
  2. specifico titolo di specializzazione per l’insegnamento su posti di sostegno;
  3. almeno 2 anni di servizio specifico su posto comune o di sostegno nelle scuole statali, anche non continuativo, prestati negli ultimi otto anni scolastici; il servizio deve avere avuto la durata prevista dal comma 14 dell’art. 11 della legge 124/1999.

Le modalità di partecipazione

I candidati possono partecipare a tutti i concorsi per i quali posseggono i relativi titoli; nel caso di partecipazione a più concorsi, il candidato dovrà scegliere un’unica regione, nella quale partecipare, presentando un’unica istanza con l’indicazione di tutte le procedure concorsuali cui intenda partecipare.

Al candidato è richiesto, quale contributo di segreteria, il pagamento di 10 (dieci) euro per ciascuna procedura concorsuale alla quale chieda di partecipare.

L’istanza dovrà essere trasmessa utilizzando esclusivamente le apposite funzioni che saranno rese disponibili dal sistema informativo del Ministero.

Possono essere ammessi con riserva, purché in possesso dei previsti requisiti:

  • coloro che hanno conseguito all’estero il titolo di accesso ed hanno prodotto, entro il termine di scadenza per la presentazione della domanda di partecipazione al concorso, istanza di riconoscimento del titolo alla Direzione Generale per gli ordinamenti scolastici;
  • limitatamene ai posti di sostegno, coloro che conseguano il titolo di specializzazione entro il 1° dicembre 2018, purché il percorso di studi sia stato avviato entro il 31 maggio 2017.

La valutazione dei titoli e della prova

La tabella di valutazione dei titoli, allegata al Decreto, prevede l’attribuzione di un massimo di punti 70, di cui non oltre 50 attribuibili ai titoli di servizio, mentre il punteggio attribuibile all’insieme dei titoli di accesso, professionali, culturali e alle pubblicazioni non può essere superiore a 20.

Il bando prevedrà, per ciascuna procedura concorsuale, la sola prova orale, della durata di 30 minuti, che consiste nella progettazione di un’attività didattica, comprensiva anche di esempi di utilizzo delle TIC. La commissione dovrà anche accertare la conoscenza di una lingua straniera, almeno di livello B2 del Quadro Comune Europeo di Riferimento, scelta dal candidato fra francese, inglese, spagnolo e tedesco.

I criteri di valutazione della prova orale, cui potrà essere attribuito il punteggio massimo di 30 punti, sono riportati nelle griglie di valutazione dell’Allegato B al Decreto.

Le graduatorie e i posti disponibili

Tutti coloro che partecipano alla prova orale del concorso straordinario saranno inseriti nella graduatoria regionale ad esaurimento, nel rispetto del punteggio attribuito alla prova orale ed ai titoli posseduti, come previsto dalla tabella dei titoli.

I posti annualmente disponibili sono destinati per il 50% alle graduatorie ad esaurimento (GAE) previste dall’art. 1, comma 605, lettera c) della legge 27.12.2006, n. 296; l’altro 50% è destinato ai vincitori dei concorsi ordinari banditi nell’anno 2016, ai sensi del comma 114 dell’art. 1 della legge 13.7.2015, n. 107, e fino al termine di validità delle graduatorie.

Una volta esaurite le graduatorie dei concorsi banditi nell’anno 2016, o al termine della validità delle relative graduatorie, il 50% dei posti annualmente disponibili, incrementati dei posti resi disponibili a seguito dell’eventuale esaurimento delle GAE, saranno destinati al concorso straordinario per il 50%, mentre l’altro 50% sarà destinato al concorso ordinario, da indire con cadenza biennale.

Alberto Bottino

Esame di Stato: i quadri di Riferimento della seconda prova

Paolo DAVOLI

La nota 3050 del 4 ottobre 2018 fornisce una sintesi dei lavori in corso per l’esame di Stato del secondo ciclo, di cui esaminiamo uno degli aspetti più innovativi e didatticamente rilevanti, i Quadri di Riferimento (QdR). Data la specificità della prima prova scritta (v. Muraglia), ci concentreremo solo sulla seconda prova d’esame.

L’esame di “maturità” non c’è più

Tutti continuiamo a chiamarla “maturità” per pigrizia e per sintesi, ma non è più “quell’esame”. Come ricorda bene Tiriticco, la legge del 1969 prevedeva che lo scopo dell’esame fosse “la valutazione globale della personalità del candidato”; trent’anni dopo, per la legge del 1997, l’oggetto dell’esame è diventato “la preparazione di ciascun candidato in relazione agli obiettivi generali e specifici di ciascun indirizzo di studi”. Dalla personalità agli obiettivi del corso di studi non è un passaggio irrilevante: è un cambiamento ermeneutico. Venti anni dopo, il D.lgs. 62/2017 (delegato dalla Legge 107/2015) precisa ancor meglio che l’esame verifica “conoscenze, abilità e competenze” del candidato, proprie di ogni indirizzo di studi.

Se per valutare la “personalità” potevamo pensare di esprimere un giudizio sulla “maturità” del candidato [sarebbe interessante discutere su “come” la valutavamo], sono invece chiesti altri strumenti e punti di vista per “verificare [non si usa la parola valutare: è un caso?] i livelli di apprendimento [un livello si misura con strumenti in qualche modo standardizzati] conseguiti su conoscenze, abilità e competenze [la cui definizione è anche qui ormai standardizzata] proprie di ogni indirizzo di studi [non generico, ma specifico e delimitato]” (Dlgs 62/2017, art. 12). È per questo che dovremmo smettere di chiamarla maturità, perché questo esame è ormai un’altra cosa (ma so che non lo faremo, a partire da chi scrive…).

Quadri di riferimento (QdR): cosa “non sono”

Se si assume questo cambiamento ermeneutico, diventa più chiaro perché il D.lgs. 62/2017 (art. 17) preveda dei “quadri di riferimento per la redazione e lo svolgimento delle prove scritte”, e delle “griglie di valutazione per l’attribuzione dei punteggi”. Sono strumenti per guidare docenti e studenti nel “nuovo punto di vista”, presente peraltro già dalla legge del 1997: dovremmo casomai stupirci che non fossero previsti fin da allora.

I QdR sono strumenti didattici a cui (purtroppo) non siamo avvezzi, ma importanti ed utili proprio per chi la scuola la fa davvero, cioè insegnanti e studenti. Bisogna intanto chiarirci su cosa “non sono”: non sono i “nuovi programmi”, non sono “quello che bisogna insegnare/studiare davvero” in quinta superiore. Per diverse ragioni.

Intanto i “programmi” non ci sono più da tempo, gli insegnanti lo sanno. Ci sono Linee Guida per istituti tecnici e professionali (“a sostegno dell’autonomia organizzativa e didattica delle istituzioni scolastiche, anche per quanto concerne l’articolazione in competenze, conoscenze e abilità dei risultati di apprendimento”) e ci sono Indicazioni Nazionali per i licei (che riportano “l’intelaiatura sulla quale le istituzioni scolastiche disegnano il proprio Piano dell’offerta formativa, i docenti costruiscono i propri percorsi didattici e gli studenti sono messi in condizione di raggiungere gli obiettivi di apprendimento e di maturare le competenze proprie dell’istruzione liceale e delle sue articolazioni”). Quelli sono i documenti di riferimento per la progettazione del lavoro didattico, non i QdR. Di conseguenza ci sono poi i curricoli di Istituto e le programmazioni didattiche collegiali, che definiscono il dettaglio delle attività delle singole scuole.

In secondo luogo i QdR non riguardano il solo quinto anno, in quanto il D.lgs. 62/2017 fa riferimento, per le prove, al profilo educativo culturale e professionale dei vari indirizzi di studi, e non al solo quinto anno. D’altronde nessuno in questi decenni ha mai immaginato che le competenze richieste per una versione di latino o greco riguardassero attività grammaticali o di traduzione svolte nel quinto anno di liceo classico.

“Prof, cosa ci mette nella verifica?”

In Italia gli unici Quadri di Riferimento ufficiali sono quelli relativi alle prove standardizzate nazionali Invalsi. Come recita la loro introduzione, essi esplicitano i riferimenti teorici e i criteri operativi che si utilizzano per la costruzione delle prove, ed hanno il duplice scopo di fornire un punto di riferimento per i docenti autori delle prove Invalsi per i vari gradi, e di chiarire a docenti e studenti “ciò che la prova intende verificare, rendendo così trasparente l’impostazione della prova e favorendo la successiva lettura dei risultati”.

I QdR sono quindi “istruzioni per gli autori” delle prove, perché autori diversi delle prove che eventualmente si succedono negli anni utilizzino gli stessi riferimenti concettuali e criteri di scrittura. È per questo che non possono essere confusi con i “nuovi programmi” dell’ultimo anno: ci possono essere cose anche importanti, svolte nel lavoro in classe, che non entrano nella prova scritta. È chiaro poi che diventano anche “istruzioni per gli studenti” (cosa possiamo aspettarci nella seconda prova?) e “istruzioni per i docenti” (a quali conoscenze, abilità e competenze devo orientare i miei studenti ai fini della seconda prova?). Scherzando, potremmo dire che un QdR risponde ad una domanda antica come le ansie degli studenti: “Prof, cosa ci mette nella verifica?”.

La struttura dei Quadri per l’esame

In realtà c’è molto di più. La nota 3050 porta in allegato le “Indicazioni metodologiche ed operative” per i gruppi di lavoro che stanno scrivendo i QdR, per garantire una certa omogeneità dei prodotti finali: saranno parecchie decine di Quadri, uno per ciascuna disciplina oggetto di seconda prova. Ciascun Quadro fornirà indicazioni relativamente a:

  • caratteristiche strutturali della prova d’esame (tendenzialmente le stesse per le diverse discipline di ciascun indirizzo di studio);
  • nuclei tematici fondamentali (i nodi concettuali essenziali di ciascuna singola disciplina, irrinunciabili in sede di seconda prova, non necessariamente solo dell’ultimo anno di studio);
  • obiettivi della prova (in pratica, per ciascuna disciplina, cosa il candidato dovrà dimostrare nello svolgimento della prova, in relazione ai nuclei tematici fondamentali);
  • griglia per l’attribuzione dei punteggi, con alcuni indicatori generali, che le commissioni d’esame poi dettaglieranno in descrittori specifici, tarati sull’effettivo testo della prova di anno in anno; a ciascun indicatore saranno associati punteggi massimi; ci possiamo aspettare pochi indicatori, magari comuni a più indirizzi di studio.

Innovazione e continuità

A parere di chi scrive, i Quadri rappresentano un’importante innovazione metodologica, che introduce significativi elementi di trasparenza, chiarezza e omogeneità in un processo, quello della valutazione degli studenti, spesso dato troppo per scontato. Trasparenza e omogeneità nella scrittura delle prove e nell’assegnazione dei punteggi da parte delle commissioni. I Quadri sono a tutela del corretto operato degli autori delle prove, introducendo meccanismi di comparabilità, e aiutano le commissioni a definire schemi comparabili per l’attribuzione dei punteggi.

Lo Statuto di studentesse e studenti recita che “lo studente ha diritto a una valutazione trasparente”. Questi strumenti vanno in questa direzione, ed aiutano i docenti a preparare consapevolmente i ragazzi alle prove finali del loro corso di studi. È una piccola rivoluzione culturale, che la scuola certamente accoglierà con consapevolezza professionale.

Una certa continuità, viceversa, è plausibile aspettarsela rispetto ai contenuti delle prove stesse: non è verosimile che i gruppi di lavoro sconvolgano le attuali procedure di sviluppo delle prove, quanto piuttosto che ne facciano una razionalizzazione. Possiamo aspettarci alcune novità, ma dentro una sostanziale continuità. D’altronde il Ministero ci ha abituato a ricevere simulazioni utili alle scuole: se serviranno nuove simulazioni, certo non mancheranno.

Verso la multidisciplinarità

Un’importante novità non riguarderà i Quadri, ma la loro eventuale applicazione a prove che potrebbero essere multidisciplinari. Il D.lgs. 62/2017 prevede infatti che la seconda prova sia relativa ad “una o più discipline” caratterizzanti l’indirizzo di studi. Questo sarà stabilito dall’abituale decreto che identifica le discipline oggetto di seconda prova, solitamente in gennaio. Il Ministero dovrà dare un’attenzione specifica alla presenza in commissione delle professionalità necessarie per la correzione.

Molti indirizzi di tecnici e professionali sarebbero già pronti per questa novità, sia perché sono da tempo abituati alla multidisciplinarità nello sviluppo dei progetti, sia perché le diverse discipline di indirizzo sono spesso tenute da docenti della stessa classe di concorso. È così difficile immaginarlo anche per gli indirizzi liceali?

Paolo Davoli

Edilizia scolastica: risorse per scuole innovative e sicurezza

Approvati dalle Commissioni riunite della Camera due emendamenti del Miur che sbloccano trentasei milioni di euro per l’edilizia scolastica, in particolare per la progettazione di scuole innovative, Poli dell’infanzia e per interventi di messa in sicurezza degli edifici.

Lo scorso 18 ottobre le Commissioni riunite VIII e IX della Camera dei deputati hanno approvato due emendamenti in materia di edilizia scolastica predisposti dal Miur e presentati dai relatori in sede di conversione del decreto-legge su Genova.

Il primo emendamento sblocca 9 milioni di euro all’anno, per il prossimo triennio, per la progettazione di scuole innovative, e 4,5 milioni di euro all’anno, per il prossimo biennio, per la progettazione di Poli dell’infanzia.

Il secondo emendamento consente di recuperare i fondi stanziati con un Programma di edilizia scolastica del 2009 e rimasti inutilizzati, che potranno essere destinati a interventi di messa in sicurezza degli edifici.


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Piano triennale delle arti: caratteristiche dei progetti

Con apposito avviso pubblico il Miur ha definito le finalità, i requisiti e le specifiche caratteristiche richiesti per le proposte progettuali inerenti al Piano triennale delle arti, che potranno essere presentate da istituzioni scolastiche del primo e del secondo ciclo di istruzione, anche organizzate in rete.

I progetti delle istituzioni scolastiche del primo e del secondo ciclo di istruzione, o loro reti, sono finalizzati a garantire la possibilità di accesso alla cultura umanistica e al sapere artistico, a sostenere la conoscenza storico-critica del patrimonio culturale e l’esperienza diretta delle sue espressioni, anche attraverso le collaborazioni delle istituzioni preposte alla sua tutela, gestione e valorizzazione.

Tali iniziative sostengono, altresì, lo sviluppo della creatività e la conoscenza delle tecniche, tramite un’ampia varietà di forme artistiche, tra cui la musica, la danza, le arti dello spettacolo, le arti visive, l’artigianato artistico, il design e le produzioni creative italiane di qualità, sia nelle forme tradizionali che in quelle innovative.

L’avviso pubblico ripartisce per ambiti regionali lo stanziamento di € 2.000.000,00 (duemilioni/00), destinato a finanziare i suddetti progetti per l’anno scolastico 2018/2019.

Il costo unitario di ogni proposta progettuale non deve essere inferiore a € 2.000,00 e non deve superare € 10.000,00.

Nell’anno scolastico 2018/2019 sono finanziate le seguenti misure:

  • Sviluppo delle pratiche didattiche dirette a favorire l’apprendimento di tutti gli alunni e le alunne e di tutti gli studenti e le studentesse, valorizzando le differenti attitudini di ciascuno anche nel riconoscimento dei talenti attraverso una didattica orientativa.
  • Promozione da parte delle istituzioni scolastiche, delle reti di scuole, dei poli a orientamento artistico e performativo, di partenariati con i soggetti del Sistema coordinato per la promozione dei temi della creatività, per la co-progettazione e lo sviluppo dei temi della creatività e per la condivisione di risorse laboratoriali, strumentali e professionali anche nell’ambito di accordi quadro preventivamente stipulati dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, nonché dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, di concerto con il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca.

Ogni Ufficio scolastico regionale pubblica un apposito Avviso per invitare le istituzioni scolastiche a presentare specifici progetti assegnando un congruo termine.

Gli Uffici scolastici regionali sono invitati a produrre e inoltrare la documentazione richiesta entro il 23 novembre 2018, indicando nell’oggetto dell’e-mail: “Avviso Piano delle arti  2018/2019 – Nome della regione (es. Abruzzo)” all’indirizzo di posta elettronica dgosv@postacert.istruzione.it.


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Ricostruzione di Carriera


Per rispondere ai bisogni complessi degli operatori della scuola, che spesso non hanno vite lavorative lineari, Tecnodid presenta Carriera Scuola, un software per lo sviluppo e il controllo delle ricostruzioni di carriera, ad uso sia di persone singole che di enti e associazioni di categoria.

Per utilizzarlo basta la sola connessione a internet: nessun programma da installare e nessuna manutenzione, in quanto gestito direttamente da Tecnodid. Con l’inserimento di poche informazioni anagrafiche e relative al servizio pre-ruolo e di ruolo, il software sviluppa la carriera del personale del comparto scuola (compresi gli insegnanti di religione ed i passaggi di ruolo con relativa temporizzazione) e definisce gli inquadramenti retributivi.

Restituisce la riproduzione del decreto di ricostruzione come dovrebbe essere, in modo da poter controllare la correttezza del provvedimento ufficiale, e visualizza i possibili passaggi di gradone futuri. Saranno poi implementate funzioni previdenziali, come la determinazione della prima data teorica per il perfezionamento del diritto a pensione.


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29 ottobre 2018

__TESTATA__

n. 110

La verità, vi prego, sul PTOF

Antonio VALENTINO

L’interrogativo di partenza: il PTOF ha ancora senso?

Per fine ottobre, come sappiamo, le scuole dovrebbero aver sia aggiornato il PTOF relativo al triennio che si conclude con quest'anno scolastico, sia predisposto il PTOF per il triennio 2019-2022.

Per quest’ultimo, che è la posta più importante, è previsto uno slittamento, certamente di buon senso e comunque comprensibile per la situazione di marasma che ha caratterizzato anche questo inizio di anno scolastico, e dalla quale ancora non si esce completamente.

Rispetto al PTOF per il prossimo triennio, la percezione che si ha (e la richiesta di slittamento della scadenza tenderebbe ad avvalorarla) è che l'attenzione intorno a questa scadenza sia piuttosto appannata. Come d’altra parte lo era quella per il POF fino a tre anni fa.

Il passaggio dal “POF annuale” al Piano Triennale (L. 107/15) - che certamente favorisce una gestione distesa delle attività di progettazione e realizzazione dei processi messi in campo, e rilancia quindi la centralità della dimensione progettuale - non sembra aver avuto l’effetto auspicato.

Persistono pertanto – anzi, si acuiscono – i dubbi, maturati negli anni, rispetto al senso, oltre che all’elaborazione del Piano dell’Offerta Formativa, e alle pratiche ad esso legate.

Di qui l’interrogativo: Vale veramente la pena continuare a insistere su questo strumento, considerati anche i costi (tempo ed energie per le varie operazioni da compiere, per le competenze che devi attivare ...) in rapporto ai benefici (collegabili soprattutto alle iscrizioni e alla visibilità all’esterno), probabilmente realizzabili con misure meno dispendiose?

Un documento per rafforzare la progettualità della scuola

Ma a fare da contraltare a questo interrogativo, ce n’è un altro che non si può perdere per strada: Possono oggi le scuole, organizzazioni per molti aspetti complesse, fare a meno di un documento (il Piano) che ne sottolinei la ragione sociale sul territorio in cui sono collocate, e ne espliciti la funzione anche rispetto ai nuovi bisogni e alla nuova domanda formativa sempre più variegata?

La scuola è chiamata a far fronte a nuove differenze sociali e culturali, a diverse intelligenze che la frequentano, a una domanda di inclusione sempre più forte che viene dal problematico mondo dell’immigrazione, della disabilità eccetera. Sono tutte questioni che non possono essere affrontate in maniera realmente efficace centralmente, con strumenti che difficilmente colgono le specificità delle situazioni.

Non ce n’è forse ancora più bisogno oggi rispetto alla fine del secolo scorso, quando si è cominciato a parlare di POF (nel Regolamento dell’Autonomia)? Sì, proprio oggi, perché i livelli di complessità sono cresciuti, e si sono affievoliti molti degli entusiasmi che accompagnarono quella fase.

Alla ricerca del nesso perduto tra autonomia e offerta formativa

Il documento previsto dal Regolamento del 1999 (D.lgs. 275, art. 3) aveva questa ambizione: “Il Piano è il documento fondamentale costitutivo dell'identità culturale e progettuale delle istituzioni scolastiche ed esplicita la progettazione curricolare, extracurricolare, educativa e organizzativa che le singole scuole adottano nell'ambito della loro autonomia”.

Su questo comma può valere la pena soffermarsi un attimo, per mettere meglio a fuoco le novità - alcune tra l’altro con risvolti problematici - con cui si era chiamati a fare i conti, e il senso e il valore attribuito al Piano dell’Offerta Formativa. Forse allora non le abbiamo capite fino in fondo e, in buona misura, continuano a interrogarci.

La prima. Con l’Autonomia Scolastica (AS) ogni scuola è chiamata a confrontarsi con la sua storia, le sue caratteristiche, i suoi punti di forza e le sue criticità, ma anche (e soprattutto) con i miglioramenti, i cambiamenti, le innovazioni che intende introdurre per una nuova visione di sé, più in grado di interpretare i tempi nuovi (identità progettuale).

La seconda. Viene sancita (addirittura attraverso un passaggio della legge costituzionale 3/2001) l’autonomia delle scuole dall’Amministrazione centrale, riconoscendo ad esse competenza – e quindi responsabilità – a gestire i curricoli e l’offerta aggiuntiva, a sperimentare strategie didattiche e a darsi un’organizzazione che permetta di realizzare il diritto all’apprendere e alla crescita educativa di tutti gli alunni, riconoscendo e valorizzando le diversità, promuovendo le potenzialità di ciascuno, adottando tutte le iniziative utili al raggiungimento del successo formativo (Regolamento, art. 4).

A decidere su questi terreni sono chiamate le scuole, in quanto istituzioni più in grado di sintonizzarsi rispetto alle aspettative dei territori di appartenenza e di meglio interpretarne i bisogni, di leggere le condizioni socio-economiche e culturali, e adattare l’Offerta Formativa[1].

C’è però una terza novità, che da subito allarmò molte scuole e che richiamo per mettere in evidenza un’ambiguità non di poco conto: l’attribuzione alle scuole di funzioni amministrative nella gestione del servizio scolastico, prima di competenza dei Provveditorati; tale attribuzione ha inaugurato una stagione di grosse e sempre più pesanti responsabilità - e quindi difficoltà - nella gestione delle scuole, che continuano a pesare (ultime, in ordine di tempo, la sicurezza e la gestione dei dati personali degli operatori scolastici).

Il rischio di un PTOF come “abito della domenica”

Ma, contrariamente a quanto si potesse ipotizzare, l’autonomia - perché poco metabolizzata - non riesce a diventare risorsa propulsiva nella maggior parte delle scuole, e col passare degli anni si assiste ad un progressivo opacizzarsi dello spirito con cui era stata pensata, che va di pari passo col restringimento dei suoi spazi. In questi anni si è assistito alla rivincita dell’Amministrazione, e quindi a una stagione, che viviamo ancora, di sempre più prepotente neo-centralismo. Da ciò anche il prevalere di un’idea di POF come adempimento formale e come “abito della domenica” - da mettere in mostra soprattutto in occasione delle iscrizioni - sempre più estraneo ai criteri di fattibilità e credibilità dell’offerta formativa (l’antico nodo del rapporto dichiarato-agito, diffusamente rimosso), e sempre più pensato per raccogliere iscrizioni (in alcuni casi fondamentali per ragioni di sopravvivenza).

La consapevolezza (che però da sola non basta)

E ora? Nella fase in cui ci troviamo, se recuperare le potenzialità positive dell’autonomia (didattica, organizzativa, di ricerca e sviluppo) e sviluppare consapevolezza della sua imprescindibilità possono apparire come operazioni ancora valide, quali passi vanno studiati e sperimentati per ricollocare la scuola all’altezza dei suoi rinnovati compiti istituzionali, e rilanciare un maggiore protagonismo di chi in essa ha responsabilità?

Di fronte a questi interrogativi è facile probabilmente ‘disporsi’ positivamente. Ma è quando occorre misurarsi concretamente con essi che vengono fuori i problemi, in primo luogo perché la consapevolezza di un impegno su questo terreno può maturare, svilupparsi e dare frutti:

  • se c’è un disegno che coinvolge e se si danno le condizioni per starci dentro;
  • se si può disporre preliminarmente di gambe in grado di muoversi e di camminare, anche un po’ zoppicando all’inizio, da sole o in rete: condizione, questa, per smuovere qualcosa. Il riferimento ovvio è alle risorse materiali, strumentali e soprattutto professionali: la partita, nelle organizzazioni complesse, si gioca sempre di più, come abbiamo imparato, proprio su quest’ultimo fronte e sugli strumenti da mettere in campo, primi fra tutti riconoscimenti motivanti e clima gratificante;
  • se si è in grado di sviluppare una prospettiva sensatamente e realisticamente disegnata, in cui tendano a collocarsi i traguardi formativi, visti come risposte ai bisogni e alle attese con cui ogni istituto scolastico è chiamato a misurarsi.

Cosa il POF non è (mi sembra)

Da qui le ragioni del POF, che non va confuso con i documenti di Programmazione[2], e neanche visto come il contenitore dei Progetti di scuola (come pure potrebbe far credere una lettura affrettata dell’articolo 3 del Regolamento dell’Autonomia, quando parla di Progettazione).

Il POF è, come si è visto, descrizione/rappresentazione dell’offerta formativa, delle sue ragioni di fondo e di quello che dal lavoro scolastico ci si deve realisticamente aspettare in termini di esiti, ambienti, relazioni, competenze professionali, organizzazione, eccetera; ma in un’ottica tesa al superamento delle sue criticità e al ripensamento e rinnovamento continuo della sua identità.

Il Piano rappresenta la scuola per come è, sulla base della sua tipologia e del suo ordine, della sua storia, dei suoi docenti soprattutto ‘storici’, ma soprattutto prefigura cosa aspettarsi (le cose da consolidare e/o migliorare, ecc.) sulla base di previsioni realistiche (la progettazione ideativa, cioè quali cambiamenti strategici è opportuno introdurre per migliorarsi) alla fine di percorsi scolastici temporalmente definiti. La L. 107/2015, non a caso, parla di Piano triennale.

La natura chiaramente progettuale del POF è ben evidenziata nel Regolamento dell’Autonomia, in cui si chiarisce ulteriormente che il POF è il documento che esplicita la progettazione curricolare, extracurricolare, educativa, organizzativa; descrive cioè in modo non ambiguo (nei loro termini basici, e comunque semplificati e leggibili) i contenuti essenziali e significativi dei curricoli e dell’offerta integrativa e potenziata (i traguardi, le strategie, i tempi, eccetera). E lo fa dentro una logica progettuale di miglioramento continuo, di innovazione e, insieme, di adattabilità progressiva a bisogni e alle attese di studenti e territorio. Non è dunque un optional, né il correr dietro ad una moda.

Memorandum in quattro punti

Questo significa (dovrebbe significare) quattro cose (soprattutto):

La prima: che il POF non è – come è già stato detto – un collettore di progetti, ma un’esplicitazione del complessivo disegno (e di nient’altro che del disegno) di miglioramento e rinnovamento da realizzare (quali miglioramenti, quali innovazioni, quale continuità, e loro senso).

La seconda, più importante: che il POF, per camminare e raggiungere i traguardi, richiede, contemporaneamente alle risorse, un lavoro continuo di progettazione (progettazione esecutiva) sulle aree di pertinenza (curricolo, inclusione… ma anche strategie, organizzazione…), sulla base delle indicazioni e dei tempi in esso esplicitati.

La terza: che la cultura e la competenza progettuale sono centrali nel profilo del docente dell’autonomia, e che l’attività progettuale segna (dovrebbe segnare) marcatamente gli impegni professionali funzionali all’insegnamento.

La quarta: che l’intelligenza, la preparazione, l’empatia del DS, il suo “crederci”, la sua capacità di dar vita ad una leadership diffusa e condivisa, sono un po’ come la chiave di volta per mettere il POF sui binari giusti. La definizione degli indirizzi che gli viene riconosciuta dalla L. 107/2015, il suo coinvolgimento discreto ed esperto nell’elaborazione, e l’attenzione sulla fase realizzativa, ne sono i momenti topici.

Riassumerei il tutto così: non si può pensare al PTOF prescindendo dall’Autonomia; non ha senso e non porta da nessuna parte. Come pure non si può parlare di Autonomia scolastica senza parlare preliminarmente di PTOF. Recuperarne il nesso, e derivarne indicazioni diversamente operative e rivendicative, può non essere un – diciamo così – auspicio vano.

Detto questo, hic Rhodus, hic salta[3].

Il format nazionale del PTOF

Un’ultima considerazione sul modello fornito dal MIUR qualche giorno fa alle scuole per la predisposizione del nuovo PTOF. La sua struttura, presentata opportunamente come flessibile e adattabile, e pensata con intenti di semplificazione, ha buoni motivi per piacere alle scuole.

Una volta si sarebbe parlato – e qualcuno può essere tentato di farlo ancora oggi – di ingerenza ministeriale nell’Autonomia delle scuole.

Non la penso così. Una struttura di riferimento – che ogni scuola può adattare flessibilmente alla propria realtà – può rivelarsi una proposta interessante, perché può favorire la circolazione di elaborazioni diverse dello stesso modello di riferimento, e quindi una comparazione che può aiutare a migliorarsi. Ovviamente, hoc in votis.

I dubbi nascono sulla logica che si può leggere dietro questa proposta, che, per come si presenta, non sembra essere del tutto coerente con l’idea pregnante di PTOF del Regolamento dell’Autonomia (idea che ha guidato le riflessioni precedenti). Come pure non si coglie traccia della dimensione triennale del POF, che è una novità certamente importante della L. 107/2015.

Ma questi rilievi probabilmente dipendono solo da una mia prima lettura del testo proposto. Bisognerà eventualmente ritornarci su.

Antonio Valentino

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[1] Previsione, questa, che lasciava intravedere non pochi problemi, tra i quali soprattutto quello della concorrenza tra le scuole pubbliche - e loro possibili classificazioni -, che poteva indebolire il senso di un’istituzione nazionale chiamata a garantire a tutti uguali opportunità formative (Ma va qui detto che neanche prima le scuole garantivano tale uguaglianza di opportunità: la questione è ancora aperta).

[2] Com’è noto, nella scuola pre-autonomia si provvedeva alla programmazione educativa (almeno dalla 517/78), almeno nelle scuole dell’obbligo, che cercava di piegare le finalità definite centralmente ai bisogni degli studenti. A metà degli anni '90, con la Carta dei servizi, in ogni ordine di scuola si è introdotto l’obbligo del Progetto Educativo di Istituto (acronimo PEI, che ora significa altro). E fu una corsa affannosa a mettersi in regola, mancando un realistico quadro di riferimento generale. Andrebbe citato anche il Piano Annuale delle Attività (PAA), introdotto con il CCNL per la scuola del 1998. L’Autonomia scolastica cambia completamente il quadro di riferimento.

[3] Per saperne di più sul POF (storia e sviluppi, dibattito e prospettive), v. G. Cerini, “Piano triennale dell’offerta formativa”, in Repertorio 2018, Tecnodid.

I ragazzi "dentro" la Costituzione italiana: bandi & concorsi

Chiara BRESCIANINI

La Costituzione “a bando”

Con nota 4241 del 15 ottobre 2018 la Direzione Generale per lo Studente, l'Integrazione e la Partecipazione ha fornito indicazioni per la realizzazione dei progetti a sostegno dell'insegnamento di “Cittadinanza e Costituzione” in collaborazione con il Parlamento, in un rapporto sinergico con il Senato della Repubblica e la Camera dei Deputati.

I progetti, emanati dalla DG Studente ormai da quasi un decennio, si propongono di avvicinare gli studenti delle scuole di ogni ordine e grado (primaria, secondaria di 1° e 2° grado) ai principi e all'attualità della Costituzione Italiana, di cui ricorre il settantesimo anno dell'entrata in vigore proprio nel corrente anno 2018.

I 6 bandi propongono molteplici azioni, che abbiamo di seguito sintetizzato.

Dalle aule parlamentari alle aule di scuola. Lezioni di Costituzione

Il progetto-concorso è rivolto agli istituti di istruzione secondaria di secondo grado, con iscrizione tramite piattaforma www.cittadinanzaecostituzione.it entro il 19 novembre 2018. La richiesta è di proporre un elaborato in formato digitale, volto ad approfondire e illustrare il significato e il valore di uno o più princìpi della Costituzione, contestualizzando la ricerca nei rispettivi territori di appartenenza.

Giornata di formazione a Montecitorio

Il concorso è rivolto agli studenti delle classi quarte e quinte degli istituti di istruzione secondaria di secondo grado, che possono inoltrare la domanda di partecipazione e i lavori di ricerca attraverso la piattaforma www.cittadinanzaecostituzione.it entro il 30 novembre 2018. Il progetto permette ai ragazzi di entrare in contatto con i meccanismi del procedimento legislativo nelle sue diverse fasi; per i vincitori è possibile realizzare incontri di studio e di formazione al Senato. Anche quest'anno l'iniziativa si inserisce nel progetto dell'alternanza scuola-lavoro.

Testimoni dei diritti

Il concorso è rivolto agli studenti delle classi prime e seconde delle scuole secondarie di primo grado. Le classi che intendono partecipare devono iscriversi al concorso tramite la piattaforma www.cittadinanzaecostituzione.it entro il 3 dicembre 2018. Il progetto intende richiamare l'attenzione sul riconoscimento dei diritti umani attraverso la riflessione sulla Dichiarazione universale approvata dall'ONU nel 1948.

Un giorno in Senato - Incontri di studio e formazione

Il progetto-concorso si rivolge alle classi del secondo, terzo e quarto anno delle scuole secondarie di secondo grado, e si inscrive nel percorso di alternanza scuola-lavoro. Le classi che intendono partecipare devono iscriversi on line sulla pagina del sito www.senatoragazzi.it entro il 10 dicembre 2018. Il progetto ha l'obiettivo di far vivere agli studenti l'esperienza di due giornate di lavoro alla Camera dei deputati, attraverso l'incontro con le Commissioni parlamentari e i deputati eletti nel territorio di provenienza della scuola.

Parlawiki - Costruisci il vocabolario della democrazia

Il concorso è rivolto alle classi quinte delle scuole primarie ed alle scuole secondarie di primo grado. Le scuole interessate dovranno contestualmente iscriversi ed inviare l’elaborato tramite la piattaforma www.cittadinanzaecostituzione.it nel periodo che va dal 3 dicembre 2018 all’8 gennaio 2019. Il progetto invita a produrre un elaborato originale volto a descrivere il concetto di democrazia e di attività parlamentare, alla luce delle norme costituzionali. I lavori ritenuti più significativi verranno pubblicati sul sito della Camera e sottoposti a votazione per via telematica. Gli studenti vincitori saranno invitati alla cerimonia di premiazione presso Montecitorio.

Vorrei una legge che...

Il progetto si rivolge alla quinta classe della scuola primaria. Le scuole interessate devono iscriversi tramite la piattaforma www.cittadinanzaecostituzione.it entro venerdì 11 gennaio 2019. Il progetto si propone di far riflettere i giovani su temi a loro vicini e di far cogliere l'importanza delle leggi sulla regolamentazione della vita di tutti i giorni, incentivando il senso civico e la partecipazione democratica.

Per saperne di più

I dettagli di ciascun progetto sono riportati negli allegati alla nota citata.

Il sito Cittadinanza e Costituzione, di semplice consultazione, riepiloga i bandi progettuali e le modalità di partecipazione con apposita sezione esplicativa e di contatti, e la normativa di riferimento con particolare riferimento a:

- https://www.cittadinanzaecostituzione.it/_file/Documenti/Documento_indirizzo_2009.pdf

Documento di indirizzo per la sperimentazione dell'insegnamento di Cittadinanza e Costituzione, nota n. 2079 del 4 marzo 2009

- https://www.cittadinanzaecostituzione.it/_file/Documenti/C.M.-86_2010.pdf

Cittadinanza e Costituzione indicazioni per l'a.s. 2010/2011 per l'attuazione dell'art. 1 della Legge 30 ottobre 2008 n. 169 (C.M. 86 del 27 ottobre 2010)

- http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2012-11-23;222!vig=

Legge 23 novembre 2012, n. 222 relativa all'acquisizione di conoscenze e competenze in materia di “Cittadinanza e Costituzione”, e all'insegnamento dell'Inno di Mameli nelle scuole.

Dal corrente anno scolastico la sezione è stata implementata al fine di consentire alle scuole la compilazione diretta della procedura di partecipazione ai progetti e il caricamento degli elaborati, semplificando quindi in modo sostanziale le procedure.

La Costituzione è una “macchina” che va rifornita di carburante

La conferma anche per quest'anno delle azioni progettuali da parte del MIUR, oltre a consentire una riflessione curricolare trasversale per le varie discipline in tema di insegnamento di Cittadinanza e Costituzione, costituisce per i vincitori un'occasione importante di avvicinamento ai luoghi di governo dell'Italia, che rappresentano un valore altamente simbolico dei principi costituzionali.

Per concludere con Pietro Calamandrei, dobbiamo “mettere in moto la macchina”:

“La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile. Bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità”.

Chiara Brescianini

Il nuovo PTOF 2019-2022

Ciclo di webinar gratuito destinato ai Dirigenti Scolastici e docenti dello staff

Con nota del 17/10/2018 il Miur ha delineato alcune linee guida per la stesura del nuovo Piano Triennale dell'Offerta Formativa con la predisposizione di una appostia piattaforma. Abbiamo pensato a questo ciclo di webinar gratuiti, in collaborazione con esperti del MIUR, come servizio rivolto ai Dirigenti Scolastici e ai docenti dello staff, che sono impegnati nella elaborazione del nuovo PTOF.


Per informazioni

Diplomati magistrali: risoluzione dei contratti

In attuazione del cd. Decreto Dignità, il Miur invita gli UU.SS.RR. all’esecuzione dei provvedimenti giurisdizionali in tema di diplomati magistrali, differita a 120 giorni per assicurare l'ordinato avvio dell'anno scolastico.

Con nota 17 ottobre 2018 prot. n. 45988 il Miur invita gli UU.SS.RR. a dar corso, entro 120 giorni dalla data di comunicazione del provvedimento giurisdizionale, agli adempimenti conseguenti al rigetto dei ricorsi proposti dagli aspiranti docenti in possesso di diploma magistrale conseguito entro l’a.s. 2001/02 per l’inserimento nelle Graduatorie ad Esaurimento, in attuazione di quanto previsto dal D.L. n. 87/2018.

In particolare gli UU.SS.RR. devono operare una ricognizione dei destinatari delle sentenze, attualmente titolari di contratti di lavoro a tempo determinato (supplenti fino al 31 agosto 2019 o fino al 30 giugno 2019), o a tempo indeterminato (con assunzione - condizionata - in ruolo da GAE per effetto di sentenza non definitiva favorevole), e formalizzare con apposito decreto la risoluzione dei suddetti contratti.

Ad essa deve seguire, nel caso dei docenti assunti a tempo indeterminato, la trasformazione del contratto in corso con contratti a tempo determinato, mentre nel caso di docenti titolari di supplenza annuale, dalla stipula di contratti sempre a tempo determinato, ma con termine al 30 giugno. Ciò a garanzia della continuità didattica e nell’interesse esclusivo degli alunni.

Si confermano fino alla loro scadenza naturale le supplenze conferite fino al termine delle attività didattiche (30 giugno).

I docenti interessati dai suddetti provvedimenti mantengono il diritto ad essere iscritti in II fascia delle Graduatorie d’Istituto e, qualora non risultino già iscritti, devono essere rimessi nei termini per la presentazione alle scuole della domanda di inserimento.


articolo originale


Requisiti del personale scolastico da destinare all'estero

Con apposito decreto il Miur stabilisce, di concerto con il Maeci, i requisiti culturali e professionali dei dirigenti scolastici, dei docenti e del personale amministrativo della scuola da inviare all'estero, nonché le modalità della formazione propedeutica e le attività di formazione in servizio.

Con decreto 2 ottobre 2018, n. 634 il Miur, di concerto con il Ministero degli Affari Esteri, individua, ai sensi dell'art. 14 del d.lgs. n. 64/2017:

  • i requisiti culturali e professionali fondamentali dei dirigenti scolastici, dei docenti e del personale amministrativo della scuola da inviare all'estero, nel limite del contingente previsto;
  • le modalità della formazione propedeutica alla destinazione all'estero e le attività di formazione in servizio.

Profilo

Requisiti culturali

Requisiti professionali

dirigenti scolastici

a) conoscenza di almeno una lingua straniera di livello non inferiore a B2 del QCER, fra quelle relative alle aree linguistiche stabilite dal bando di selezione, rilasciata da un Ente Certificatore riconosciuto;

b) aver partecipato ad attività formative, organizzate da soggetti accreditati dal MIUR, su tematiche afferenti all'intercultura, all'internazionalizzazione o al management.

a) essere assunto con contratto a tempo indeterminato ed aver prestato, dopo il periodo di prova, almeno 3 anni di effettivo servizio in Italia nel ruolo di appartenenza;

b) non essere stato restituito ai ruoli metropolitani durante un precedente periodo all'estero per incompatibilità di permanenza nella sede per ragioni imputabili all'interessato/a;

c) non essere incorsi in provvedimenti disciplinari superiori alla censura e non aver ottenuto la riabilitazione.

personale docente

(i docenti assegnati alle attività di sostegno devono possedere, oltre ai requisiti indicati, anche la relativa specializzazione)

a) conoscenza di almeno una lingua straniera di livello non inferiore a B2 del QCER, fra quelle relative alle aree linguistiche stabilite dal bando di selezione, rilasciata da un Ente Certificatore riconosciuto;

b) aver partecipato ad attività formative, organizzate da soggetti accreditati dal MIUR, su tematiche afferenti all'intercultura o all'internazionalizzazione.

a) essere assunto con contratto a tempo indeterminato ed aver prestato, dopo il periodo di prova, almeno 3 anni di effettivo servizio in Italia nel ruolo di appartenenza;

b) non essere stato restituito ai ruoli metropolitani durante un precedente periodo all'estero per incompatibilità di permanenza nella sede per ragioni imputabili all'interessato/a;

c) non essere incorsi in provvedimenti disciplinari superiori alla censura e non aver ottenuto la riabilitazione.

personale amministrativo

conoscenza di almeno una lingua straniera di livello non inferiore a B2 del QCER, fra quelle relative alle aree linguistiche stabilite dal bando di selezione, rilasciata da un Ente Certificatore riconosciuto

a) essere assunto con contratto a tempo indeterminato ed aver prestato, dopo il periodo di prova, almeno 3 anni di effettivo servizio in Italia nel ruolo di appartenenza;

b) non essere stato restituito ai moli metropolitani durante un precedente periodo all'estero per incompatibilità di permanenza nella sede per ragioni imputabili all'interessato/a;

c) non essere incorsi in provvedimenti disciplinari superiori alla censura e non aver ottenuto la riabilitazione.

La formazione dei dirigenti scolastici, dei docenti e del personale amministrativo da destinare all'estero si articola in formazione propedeutica e formazione in servizio.

La formazione propedeutica è finalizzata alla conoscenza del sistema della formazione italiana nel mondo, con particolare riguardo alle scuole italiane all'estero, a rafforzare la consapevolezza circa l'alta missione svolta dal personale scolastico inviato all'estero ai fini della promozione della lingua e cultura italiana nel mondo, a promuovere la conoscenza delle leggi e degli usi dei Paesi di destinazione, a far raccogliere ed elaborare gli spunti e le opportunità di apprendimento provenienti dalla cultura e dalla società del Paese di destinazione, favorendo l'acquisizione di competenze interculturali per un efficace inserimento lavorativo in un contesto plurilinguistico e multiculturale. L'Indire assicura la progettazione, l'erogazione e la gestione della formazione propedeutica, anche attraverso l'utilizzo di risorse digitali e di una piattaforma on-line. La formazione propedeutica ha una durata di almeno 12 ore.

L’Indire assicura altresì la formazione in servizio mediante la piattaforma online. Il MIUR e il MAECI possono congiuntamente organizzare incontri per la formazione in servizio dei dirigenti scolastici. Le scuole statali all'estero svolgono attività di formazione in ingresso del personale scolastico e attività di formazione in servizio. Le attività di formazione in servizio sono realizzate in coerenza con le priorità indicate nel Piano nazionale di formazione e con le esigenze formative specifiche delle realtà locali.

La formazione propedeutica e in servizio può comprendere incontri, organizzati dal MAECI, anche per promuovere la conoscenza delle disposizioni in materia di sicurezza connesse con il servizio all'estero.


articolo originale


UNA GUIDA PER IL PTOF

di Maria Teresa Stancarone

(ottobre 2018, pagine 224, euro 25,00)

Il volume nasce per sostenere il lavoro delle scuole nella predisposizione del PTOF, ma anche per fornire contenuti e approfondimenti utili per intraprendere la carriera dirigenziale o quella di docente.

La prima parte illustra l'introduzione del PTOF e delle principali teorie sui modelli organizzativi, e le connessioni tra il PTOF e gli altri documenti strategici (Atto di indirizzo, RAV, PdM, Rendicontazione sociale).

La seconda parte analizza la struttura messa a disposizione dal Miur, attraverso tutti gli aspetti dell'agire scolastico: organico dell'autonomia, funzionigramma, contenuti specifici del curricolo come ASL e PNSD, valutazione, inclusione, reti di scuole, formazione professionale.

Nella terza parte vengono proposti gli strumenti operativi necessari alla costruzione del PTOF, i riferimenti ministeriali ed un glossario dei principali termini tecnici.

maggiori informazioni

© Tecnodid editrice

Coordinamento redazionale a cura di Giancarlo Cerini

Direttore responsabile Gabriella Crusco

Autorizzazione Tribunale di Napoli n. 65 del 20/12/2016

Email: info@scuola7.it

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