Scuola7 27 agosto 2019, n. 148

Scuola7

la settimana scolastica

27 agosto 2019, n. 148


In questo numero parliamo di:



Intervista a Vincenzo BOCCIA, presidente nazionale di Confindustria (A. Crusco)

La Rendicontazione sociale delle scuole (M.T. Stancarone)

La refezione scolastica in "Cassazione" (G. Faedi)

Educazione civica: servirebbe una moratoria di un anno (G. Cerini)


Settimanale di informazione scolastica.
© Tecnodid Editrice - Piazza Carlo III, 42 - 80137 Napoli

Parliamo diLa scuola può far crescere il nostro PaeseIntervista a Vincenzo Boccia, presidente nazionale di Confindustria
< Trascina
27 agosto 2019

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n. 148

Intervista a Vincenzo BOCCIA, presidente nazionale di Confindustria

A cura di Antonio Crusco, Notizie della Scuola, Tecnodid

Gentile Presidente,
in questi mesi il Paese sta vivendo notevoli turbolenze politiche, di cui è ancora difficile intravvedere una via d’uscita. Prevale un clima di incertezza e all’orizzonte si profila, così preannunciano gli economisti, il rischio di una recessione e di una crisi economica incombente. Insomma, l’autunno che ci attende sembra nascere sotto una cattiva stella e alimenta un pessimismo diffuso nella società. Qual è il punto di vista del mondo delle imprese di fronte a questi scenari in-decisi? È possibile ripartire da imprese e lavoro per una svolta positiva nel nostro futuro? A quali condizioni?

Non è solo possibile ma doveroso ripartire da imprese e lavoro. Come abbiamo detto e ribadito, per troppo tempo la politica si è mostrata distratta nei confronti delle ragioni della crescita e dell’occupazione. Questa distrazione deve terminare: a maggior ragione per la preoccupante congiuntura internazionale e, in particolare, per la frenata della Germania alla cui economia siamo saldamente collegati. I fondamentali del Paese restano solidi ma non c’è dubbio che se non investiamo in competitività di sistema (burocrazia, giustizia, costo dell’energia), infrastrutture strategiche, Mezzogiorno, capitale umano rischiamo di perdere terreno. Siamo la seconda manifattura d’Europa ed è bene conservare questa posizione.

Investire nell’innovazione, nella ricerca, nella qualità della nostra manifattura, nella creatività e nel “made in Italy” sembra una strada obbligata. È qui che entrano in gioco le risorse umane, il fattore professionalità, l’etica del lavoro ben fatto. E quindi anche il ruolo della formazione, iniziale e permanente, rivolta a tutti. Condivide questa priorità?

Certamente sì. Quando entrano in gioco bellezza, equilibrio e tecnologia entra in gioco l’Italia con la sua storia e la sua tradizione. Questo vantaggio che tutti c’invidiano non dobbiamo perderlo. Anzi, abbiamo il dovere di proteggerlo e valorizzarlo. Il ruolo della formazione – dentro e fuori delle fabbriche, per giovani e meno giovani - è centrale. In particolare, dobbiamo puntare su quella professionale che da noi è colpevolmente sottovalutata mentre rappresenta la ricchezza di altri Paesi. Basti pensare che in Germania gli Its diplomano 800.000 persone contro le nostre 8mila. Come si vede, il percorso da compiere è molto lungo.

Il mondo della scuola vorrebbe fare la sua parte, ma non c’è un buon “feeling” tra scuola e società. Gli imprenditori lamentano la distanza tra i fabbisogni delle imprese e ciò che la scuola “produce” (ad esempio, mancano i tecnici intermedi). La scuola, però, deve realizzare al meglio il compito di una formazione ”disinteressata” per i futuri cittadini. Come stanno le cose? Qual è la posizione di Confindustria?

Confindustria si sta da tempo impegnando per accorciare le distanze tra il mondo della scuola generalmente inteso e quello delle imprese puntando, grazie soprattutto all’impegno del vicepresidente al Capitale umano Gianni Brugnoli, a superare lo scoglio di un mismatch davvero preoccupante e che non possiamo permetterci. Si calcola che nei prossimi anni le imprese avranno bisogno di 300mila profili professionali che al momento non sono disponibili. Un vero controsenso considerata la carenza di lavoro con cui dobbiamo fare i conti.

La discussione sull’alternanza scuola-lavoro è emblematica di un rapporto non del tutto fluido e convincente tra mondo del lavoro e mondo della scuola. Cosa non è andato bene di quella esperienza? Quali gli aspetti positivi da rilanciare?

Si tratta di un’esperienza messa in discussione e mortificata in modo troppo frettoloso mentre invece andrebbe potenziata e continuamente adeguata ai bisogni. Non mettiamo in dubbio che possano esserci stati abusi nell’applicazione della norma ma un’eccezione non può inficiare la regola che resta valida e da rilanciare. Per segnalare le migliori pratiche Confindustria ha rilasciato un bollino di qualità la cui funzione potrebbe essere rinforzata.

Le politiche scolastiche stentano a decollare. Prevale il mantenimento di ciò che già c’è, quasi una “comfort zone” per operatori scolastici, studenti e genitori. Sembra mancare il gusto per l’innovazione e la ricerca di nuove soluzioni. Tra i politici prevalgono i gesti simbolici e rassicuranti (le telecamere nelle scuole, l’educazione civica, la sistemazione del precariato), cose forse in sé opportune, ma non di ampio respiro. Chi osserva la scuola “da fuori” che idea si è fatto?

Per essere veramente rivoluzionaria la scuola dovrebbe essere costruita intorno ai giovani e alle loro aspirazioni. Ed è vero che per troppo tempo ci si è rifugiati in una “comfort zone” rinviando a tempi migliori (quali?) riforme coraggiose. Operatori scolastici, genitori e studenti dovrebbero impegnarsi insieme nella ricerca di soluzioni che siano in grado di rendere il nostro sistema competitivo con i migliori al mondo aggiornando programmi e metodi d’insegnamento. Detto questo non dobbiamo dimenticare che la nostra scuola ha formato scienziati, filosofi, scrittori, manager, imprenditori e professionisti che si sono imposti a livello internazionale.

Ora che si sta mettendo a punto qualche idea di rilancio delle politiche pubbliche, quale posto dovrebbe avere la formazione? Come rendere la scuola un oggetto desiderabile per grandi scelte? Ad esempio, per rinnovare il parco delle scuole (si tratta di 42.000 edifici molto spesso obsoleti), le tecnologie didattiche, i servizi di supporto, la qualità degli ambienti di apprendimento. Anche questi sarebbero investimenti, di non poco conto…

Non c’è dubbio che il patrimonio edilizio delle scuole andrebbe curato, manutenuto e adeguato perché possa rispondere alla doppia esigenza di offrire ambienti stimolanti per la mente e sicuri per il corpo. Rinnovare gli edifici obsoleti, realizzare nuovi spazi di confronto e lavoro, dotarli di attrezzature all’avanguardia, sono priorità per il Paese che deve avviare un grande piano d’investimenti in infrastrutture per tutelare il suo patrimonio, arricchirlo, renderlo più efficiente e moderno. I cantieri vanno aperti senza indugio, soprattutto considerando che per molti di essi i fondi sono già stanziati e giacciono inutilizzati.

L’investimento sulle risorse umane è decisivo per il futuro di ogni Paese. Molti esempi internazionali ormai lo dimostrano. Il fatto è che osservando i dati italiani (% di risorse pubbliche investite nella formazione, ma anche % del PNL dedicato alla formazione) siamo in posizioni di rincalzo. Anche i dati sui livelli di apprendimento ne risentono, con gravi differenze tra Nord e Sud (ma anche tra scuola e scuola). Non sarebbe opportuno un bel “contratto” sulla formazione, che coinvolga Governo, forze sociali, mondo dell’educazione, a tutti i livelli?

Ciò che sarebbe auspicabile è riuscire a garantire a tutti i ragazzi, di qualsiasi regione e città, gli stessi standard e le stesse opportunità. Assistiamo invece a un allargamento della distanza nelle prestazioni, anche in campo scolastico, soprattutto tra il Nord e il Sud del Paese. Occorre investire di più e meglio, in modo da uniformare l’offerta e consentire a tutti giovani italiani di accedere alle stesse opportunità. E occorre, poi, garantire a quei giovani occasioni di lavoro evitando lo spopolamento a cui stiamo assistendo. Andare all’estero dev’essere una scelta per migliorare la propria preparazione e non la via d’uscita in un Paese che non fornisce occasioni.

Intanto un nuovo anno scolastico è alle porte. La scuola c’è ed è pronta a ripartire, con gli affanni di sempre, ma anche con molta passione e voglia di riscatto. Ci sono zone grigie, ma anche punte di eccellenza; una presenza diffusa che è anche fonte di coesione sociale. Quale augurio si sente di rivolgere alla nostra scuola ed al suo personale?

La passione per il nostro lavoro e l’amore per il nostro Paese devono guidarci nel fare sempre meglio. La scuola e tutto il sistema della formazione hanno il compito di costruire i cittadini di domani, il capitale più importante di cui possiamo disporre per recuperare la centralità politica ed economica che l’Italia ha sempre avuto in Europa, la nostra casa comune. Cittadini responsabili e consapevoli sapranno compiere le scelte giuste per un futuro migliore. E anche noi dobbiamo darci da fare per evitare che i nostri figli e le nostre figlie possano biasimarci per i nostri errori. Quello che facciamo oggi avrà effetti solo domani. L’augurio è seminare bene.

Intervista per www.scuola7.it settimanale on line di Tecnodid.

Antonio CRUSCO

La Rendicontazione sociale delle scuole

Maria Teresa STANCARONE

C’è sempre una prima volta

L’anno scolastico 2019-2020 si preannuncia carico di impegni e novità che di certo terranno impegnati fin dai primi giorni di settembre docenti e dirigenti, vecchi e nuovi. In particolare la progettualità strategica della scuola si compie nella sua interezza, tant’è che tutti i documenti che la caratterizzano vengono resi disponibili per il lavoro delle scuole da settembre a dicembre 2019. Un ciclo progettuale che era partito con l’autovalutazione per realizzare il miglioramento degli esiti, aveva inserito tutto nella triennalità dell’offerta formativa per arrivare, in conclusione, a dare conto dei risultati raggiunti. In questa ciclicità i punti fermi sono stati e restano loro: i documenti strategici della scuola che vanno dal Rapporto di autovalutazione (RAV), al Piano di miglioramento (PdM), al Piano triennale dell’offerta formativa (PTOF) fino alla Rendicontazione sociale (RS). In un rincorrersi non sempre ordinato di scadenze, rimandi, strumenti e piattaforme siamo, dunque, giunti al termine di questa prima volta in cui la progettualità della scuola si è fatta strategica. Ma in concreto, cosa significa?

La caratteristica strategica della progettualità

Perché la progettualità della scuola, in quanto organizzazione complessa, si possa definire strategica, non basta fare riferimento al dilatato orizzonte temporale in cui la legge n. 107/2015 ha proiettato il POF, facendolo diventare triennale, ma occorre invece guardare ai rinnovati processi scolastici ed alla necessità di una logica interna che ne curi i legami. Da quando, infatti, nelle scuole si è introdotto in maniera sistemica il principio riflessivo dell’analizzarsi per orientare le scelte future, la coerenza tra i documenti è diventata fondamentale per valorizzare le scelte compiute e conferire loro una visione strategica. Nell’intreccio dei documenti e delle finalità che li hanno resi necessari, l’identità di una scuola si fa evidente e l’esercizio dell’autonomia si concretizza. Perché questo avvenga, però, è indispensabile che i docenti e i dirigenti utilizzino gli strumenti del Sistema nazionale di valutazione (SNV) con consapevolezza e governino i processi in maniera condivisa e partecipata. Sono questi i presupposti, infatti, per riuscire a realizzare l’ultimo processo del ciclo di valutazione delle scuole: la rendicontazione sociale[1].

L’oggetto della rendicontazione

Per predisporre il documento per la rendicontazione sociale, innanzitutto occorre che le scuole analizzino le Priorità ed i Traguardi che avevano indicato al termine del percorso di valutazione per i loro Piani di miglioramento e scelgano quali, tra quelli inseriti nei RAV realizzati dall’anno scolastico 2014-15 all’anno scolastico 2018-19, portare in rendicontazione. In aggiunta, o in alternativa, alle priorità così individuate, ciascuna scuola può scegliere di rendicontare le priorità generali fissate per la propria progettualità, o scegliendole tra gli obiettivi formativi prioritari declinati nel comma 7 della Legge n. 107/15 o descrivendole liberamente, per poi rendicontarne il raggiungimento. Questa soluzione, proposta dal MIUR attraverso la piattaforma per la Rendicontazione sociale disponibile all’interno del portale SNV, consente a ciascuna scuola di dare conto di quanto realizzato, anche nel caso in cui la descrizione fornita a monte delle priorità non sia stata puntuale.

Come dare conto dei risultati raggiunti

Una volta scelte, o descritte, le priorità che si vogliono rendicontare, potrebbe sembrare che l’avere a disposizione una piattaforma dedicata attraverso cui, seguendone i passaggi, rendere esplicito il valore aggiunto della scuola, renda il processo facile e per lo più compiuto. In realtà la vera difficoltà sta proprio nel riuscire a dare davvero conto dei risultati raggiunti, evitando che la Rendicontazione sociale diventi una libera narrazione, non necessariamente veritiera né tanto meno capace di parlare ad un pubblico di non addetti ai lavori. Per evitare che questo accada e affinché la Rendicontazione sociale non sia percepita come un adempimento formale veicolato attraverso la compilazione di una piattaforma comune predisposta dal MIUR, è necessario che le scuole attivino dei processi di riflessione interna e approfondiscano la cultura dei dati. Negli ultimi anni, infatti, le scuole hanno sempre più a disposizione una serie di dati raccolti a livello centrale, si pensi al RAV o anche al PTOF o, più in generale, agli open data messi a disposizione di quanti vogliano analizzare i processi scolastici, ma non sempre se ne sanno trarre le giuste informazioni.

La vera caratteristica innovativa della piattaforma per la Rendicontazione sociale è proprio quella di fornire in serie storica gli Esiti raggiunti dagli studenti della scuola nel periodo temporale che si sta portando in rendicontazione. Quei dati, però, illustrati attraverso grafici e tabelle, non restituiscono con immediatezza quanto ha realizzato la scuola, né sono direttamente comprensibili dal pubblico delle famiglie e del territorio in generale, a cui la Rendicontazione sociale è prioritariamente rivolta. Perché questo scopo sia raggiunto e la Rendicontazione sociale sia un documento con la giusta efficacia comunicativa, docenti e dirigenti devono approfondirne il senso, inquadrandolo nella logica progettuale che ormai caratterizza tutti i documenti strategici della scuola.

Perché occorre rendicontare

È condiviso considerare il processo della rendicontazione come momento che realizza in maniera compiuta l’autonomia scolastica. In effetti si era sentita la necessità di dare conto delle scelte effettuate contestualmente alla nascita dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, all’indomani della Legge Bassanini. Da quando, infatti, ciascuna scuola opera le proprie scelte e definisce la propria offerta formativa, assumendosene la responsabilità in termini di successo formativo e qualità del servizio, ne deriva l’esigenza che le stesse scuole illustrino con trasparenza alla comunità quanto posto in essere.

Si rendiconta, in generale, per riuscire a valorizzare l’apporto sociale di una qualsiasi organizzazione al contesto in cui è inserita, eppure le scuole, che per finalità istituzionale facilmente potrebbero rendicontare il valore sociale del proprio mandato, sono arrivate tardivamente a realizzare questo processo. Sono, ad esempio, passate indenni dalla Direttiva della Funzione Pubblica del 2006, che chiedeva a tutte le Pubbliche Amministrazioni di redigere il Bilancio sociale, e arrivano oggi, in ragione del ciclo di valutazione descritto nel DPR n. 80/2013, alla prima predisposizione della Rendicontazione sociale. È del tutto evidente, quindi, che manchi dimestichezza con questo processo e che non sia diffusa né la pratica né la cultura del rendere conto, pubblicamente, delle proprie scelte e dei risultati che ne sono conseguiti.

Occorre, allora, che le scuole investano nella formazione del personale, per sviluppare competenze professionali specifiche che sappiano analizzare i dati a disposizione per farne analisi qualitativa in grado di orientare più efficacemente le scelte future. Accanto a queste competenze, risultano necessarie anche altre specifiche professionalità, ad esempio per la diffusione della Rendicontazione attraverso un buon piano di comunicazione, che sappia comunicare in maniera partecipata la Rendicontazione sociale all’interno ed all’esterno della scuola. Solo così quest’ultimo documento della progettualità strategica della scuola da adempimento formale può diventare occasione di crescita di una intera comunità, rinsaldandone il senso di appartenenza interno ed evidenziando il legame di corresponsabilità che lega ciascuna scuola al suo territorio nel raggiungimento dei risultati formativi.

Maria Teresa STANCARONE

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[1] Per approfondire il tema della progettualità strategica consultare Una guida per il PTOF. Dal piano triennale alla rendicontazione sociale: come orientarsi tra i documenti della scuola, M.T. Stancarone, Tecnodid, 2018.

La Rendicontazione sociale

Come rendere pubblico il valore della scuola

M. Logozzo, D. Previtali, M.T. Stancarone
pagg. 192, luglio 2019, euro 25,00


La Rendicontazione sociale è il più recente tra i documenti strategici che per la prima volta, in Italia, tutte le istituzioni scolastiche sono chiamate a predisporre. La sua finalità è quella di dare conto dei risultati che le singole istituzioni hanno raggiunto nell’ambito dell’autonomia scolastica attraverso i percorsi di miglioramento.

In questo volume viene analizzato ed approfondito l’iter storico e normativo che ha portato alla definizione della Rendicontazione sociale come strumento di partecipazione e trasparenza nella Pubblica Amministrazione e nello specifico della realtà scolastica. L’intento è quello di accompagnare il lettore nel processo della rendicontazione, fornendo anche una guida operativa semplice e chiara per utilizzare la piattaforma predisposta dal MIUR.

Nel testo, inoltre, è possibile ripercorrere i passaggi fondamentali che dall’auto­valuta­zione vanno alla rendicontazione sociale, divenendo un riferimento utile sia per chi desidera approfondire i temi della politica scolastica sia per il personale docente e dirigente sia per chi è interessato ad entrare nel mondo della scuola.

per informazioni



UNA GUIDA PER IL PTOF

Dal piano triennale alla rendicontazione sociale: come orientarsi tra i documenti della scuola

di Maria Teresa Stancarone

(novembre 2018, pagine 224, euro 25,00)

Il volume nasce per sostenere il lavoro delle scuole nella predisposizione del PTOF, ma anche per fornire contenuti e approfondimenti utili per intraprendere la carriera dirigenziale o quella di docente.

La prima parte illustra l'introduzione del PTOF e delle principali teorie sui modelli organizzativi, e le connessioni tra il PTOF e gli altri documenti strategici (Atto di indirizzo, RAV, PdM, Rendicontazione sociale).

La seconda parte analizza la struttura messa a disposizione dal Miur, attraverso tutti gli aspetti dell'agire scolastico: organico dell'autonomia, funzionigramma, contenuti specifici del curricolo come ASL e PNSD, valutazione, inclusione, reti di scuole, formazione professionale.

Nella terza parte vengono proposti gli strumenti operativi necessari alla costruzione del PTOF, i riferimenti ministeriali ed un glossario dei principali termini tecnici.

maggiori informazioni

Webinar su “La Rendicontazione sociale a scuola”

Per approfondire la logica ed i processi finalizzati alla predisposizione della Rendicontazione sociale nelle scuole ed analizzare le modalità di utilizzo della piattaforma MIUR disponibile nel portale SNV, Tecnodid in collaborazione con De Agostini Scuola organizza un ciclo di webinar su “La Rendicontazione sociale a scuola” a partire dal 16 settembre 2019, tenuto da Damiano Previtali, Maria Teresa Stancarone, Monica Logozzo dell’Ufficio per la Valutazione del sistema di istruzione e formazione del MIUR.

Per informazioni ed iscrizioni

27 agosto 2019

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n. 148

La refezione scolastica in "Cassazione"

Giovanni FAEDI

Il tempo mensa è parte integrante del progetto educativo

Non esiste un “diritto soggettivo” a consumare il cibo portato da casa nei locali e nell’orario della mensa scolastica e i genitori non possono pertanto pretendere che l’istituto si organizzi per far posto ad un pasto diverso da quello offerto dal servizio di ristorazione comunale. Questo è, in sostanza, ciò che afferma la sentenza della Corte di Cassazione (n. 20504 del 30 luglio 2019) che ha accolto il ricorso del Comune di Torino e del Miur, annullando la decisione dalla Corte d’appello di Torino (n. 1049 del 21 giugno 2016) in cui si dichiarava il diritto dei genitori di non avvalersi del servizio di ristorazione e di consentire a scuola il consumo del pasto portato da casa.

Le Sezioni Unite danno atto che il “tempo mensa” fa parte sostanziale del “tempo scuola” in quanto la ristorazione scolastica è un istituto a tutela del diritto di tutti gli alunni ad avere pari opportunità nell’educazione ad una sana alimentazione, in una scuola intesa come comunità dove il consumo del pasto costituisce un momento di socializzazione e di condivisione del cibo in condizioni di uguaglianza, nel rispetto delle esigenze individuali determinate da ragioni di salute, culturali o di religione.

La refezione scolastica come servizio pubblico

Il pasto viene considerato parte integrante del progetto formativo dell’istituto e ne condivide le finalità formative e pertanto la famiglia, che opta per il tempo pieno e prolungato, esercita una libertà di scelta a livello educativo che comporta l’accettazione dell’offerta formativa della scuola nel suo complesso, comprensiva del servizio di ristorazione. Alla famiglia non è attribuito il diritto di modificare il servizio pubblico di mensa secondo le proprie esigenze individuali, in quanto le modalità di gestione della refezione sono rimesse alla “autonomia organizzativa” degli istituti, in attuazione dei principi di buon andamento dell’amministrazione pubblica. In altri termini: il diritto al panino domestico imporrebbe alle istituzioni scolastiche di rivedere, anche con l’impiego di risorse aggiuntive, la propria organizzazione e ciò sarebbe una “ingerenza dei privati nella gestione di un servizio pubblico”.

No al panino da casa

Siamo dunque di fronte ad una sentenza che attesta il ruolo e la finalità della scuola e della ristorazione scolastica nel perseguire l’integrazione e le pari opportunità degli alunni in contrasto con diseguaglianze sociali e la promozione di sane abitudini alimentari e stili di vita. Si tratta di finalità che, come dichiarano le nuove “Linee di indirizzo nazionale per la ristorazione scolastica” in via di pubblicazione, portano a “dissuadere il ricorso al pasto da casa che può provocare un discostamento dalle condizioni ottimali di varietà alimentare ed equilibrio nutrizionale, ponendo problemi dal punto di vista igienico e interferendo con il processo educativo e con l’appartenenza del bambino al gruppo classe”.

Questa sentenza della Cassazione, che priva di una base giuridica i sostenitori del diritto all’”autorefezione” individuale, porrà fine alle rivendicazioni del panino domestico? I comitati a sostegno dell’autorefezione si rivolgeranno certamente alla dirigenza degli istituti per chiedere la continuazione dell’esperienza così come è stata realizzata in questi ultimi anni, considerandola adeguata nel bilanciare gli interessi individuali di tutti gli alunni.

La refezione tra genitori, enti locali e dirigenti scolastici

Una richiesta di questo tipo si scontra perlomeno con due vincoli. Da una parte c’è la questione delle risorse supplementari che gli istituti dovrebbero ancora impiegare per poter gestire e controllare i pasti portati da casa. A questo proposito, l’USR del Piemonte, nella nota del 7 agosto scorso, ha riaffermato l’esigenza che le modalità di gestione del servizio siano sostenibili e la convivenza del pasto collettivo con quello individuale non debba comportare “oneri aggiuntivi”. C’è poi il problema, più generale, della responsabilità posta in capo ai dirigenti scolastici in quanto titolari delle autorizzazioni e della gestione del pasto domestico a scuola, i quali non potranno trovare sostegno da parte dei comuni (che si atteranno a quanto di competenza, non facendosi implicare nella amministrazione del pasto portato da casa), e tanto meno dei fornitori del servizio di ristorazione (che ricercano certezze sulla continuità ed entità delle forniture e rifuggono i rischi connessi alla commistione di cibi di diversa provenienza). È probabile che le rivendicazioni restino confinate in quelle realtà locali che sinora hanno registrato adesioni significative all’autorefezione, e non trovino ulteriore diffusione se non a fronte di vicende locali in cui è a rischio la credibilità della mensa scolastica.

I costi alti di un servizio ancora “individuale”

Gli importi delle tariffe poste a carico delle famiglie e la qualità dei pasti rappresentano i principali motivi di disaffezione verso la mensa scolastica e di incentivazione delle richieste di autorefezione. Nel consumo del pasto domestico a scuola troviamo bambini di famiglie che si rifiutano di pagare tariffe considerate eccessive, che ritengono i pasti di dubbia qualità o non in linea con il loro credo alimentare. Ma troviamo anche bambini esclusi dal servizio di ristorazione a causa della “morosità” dei loro genitori che non pagano la retta dovuta. Il costo dei pasti è questione da affrontare, tanto più in un contesto economico-sociale in cui molte famiglie faticano a fronteggiare le spese per la frequenza scolastica dei figli. Ma la ristorazione scolastica continua ad essere un “servizio a domanda individuale”, un servizio la cui istituzione non è obbligatoria e la cui frequenza è a pagamento con una quota del costo a carico dell’utenza, il cui importo dipende dalle scelte di politica tariffaria delle amministrazioni comunali. In una situazione di carenza di risorse pubbliche, tenere bassa la contribuzione delle famiglie può comportare una gestione carente della ristorazione scolastica. Ma anche tariffe alte non garantiscono di per sé mense di qualità. La questione del costo dei pasti troverebbe soluzione se la ristorazione scolastica venisse definita come un servizio universale, con un livello essenziale delle prestazioni (LEP) da erogare su tutto il territorio nazionale, dal nido alla scuola primaria, con i costi di funzionamento coperti per gran parte dalla fiscalità generale, soprattutto dello Stato, e con una ridotta compartecipazione da parte delle famiglie in base al criterio dell’universalismo selettivo. Ma al momento, vista la situazione dei conti pubblici, siamo ben distanti dalla generalizzazione e dalla gratuità o semigratuità della mensa scolastica, che continua a caratterizzarsi per presenza, qualità e costi per l’utenza in modi alquanto difformi lungo le contrade della nostra Penisola.

La qualità dei pasti

Le famiglie del panino domestico fanno riferimento alla bassa qualità della mensa offerta ai loro figli. Una qualità che, a partire dalle derrate alimentari utilizzate, dovrebbe contrassegnare la gestione dell’intero ciclo di produzione, distribuzione e consumo dei pasti. A proposito degli acquisti, è importante cominciare a fare i conti con i nuovi Criteri Ambientali minimi (CAM) per l’affidamento del servizio di ristorazione scolastica, che entreranno in vigore tra non molti mesi e obbligheranno le mense dei comuni all’utilizzo di prodotti e procedure rispettosi dell’ambiente e di percentuali significative di derrate alimentari biologiche e con importanti marchi e certificazioni di qualità. I CAM spostano certamente in alto la qualità delle materie prime da utilizzare ma, nel contempo, comporteranno un aumento del costo dei pasti in gran parte dei comuni italiani e questo rappresenterà un problema per i loro bilanci e per le tariffe a carico dell’utenza.

Verso la generalizzazione del biologico a tavola?

I CAM hanno fatto propri, in modo non ben ponderato rispetto alla loro sostenibilità economica e di mercato, le percentuali di impiego di prodotti biologici stabilite dal Decreto 18 dicembre 2017, che fissa i criteri per ottenere il marchio di mensa “biologica” e ne incentiva la diffusione. I CAM renderanno di fatto “biologiche” tutte le mense scolastiche e obbligheranno a rivedere in parte la gestione della ristorazione scolastica sotto il profilo della sostenibilità ambientale e della qualità dei pasti. Auguriamoci che l’applicazione dei CAM possa diventare un’occasione per un monitoraggio su ampia scala delle mense scolastiche italiane, non per definire le tradizionali classifiche elaborate su un numero ristretto di situazioni locali, ma per rilevare i problemi e consentire di elaborare in modo più consapevole prospettive di miglioramento.

Giovanni FAEDI

Educazione civica: servirebbe una moratoria di un anno

Giancarlo CERINI

[1]È di questi giorni la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Legge 92 del 20-8-2019 che introduce (o meglio, reintroduce) l’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole di ogni ordine e grado. Si tratta di un provvedimento che risponde ad una esigenza assai sentita nell’opinione pubblica, anche se si carica di attese e significati diversi. Ne è duplice testimonianza l’approvazione, quasi all’unanimità, della legge da parte del Parlamento (con l’astensione del PD nell’ultima lettura al Senato), ma anche la sua “bulimia” progettuale. Essa infatti raccoglie e propone uno svariato insieme di contenuti possibili (dalla conoscenza della Costituzione alla valorizzazione del made in Italy, passando per le competenze digitali e l’educazione a n)

Ora, risulta che – per un provvidenziale incidente di percorso – la pubblicazione della legge sulla Gazzetta Ufficiale solo il 20 agosto u.s. e la sua entrata in vigore (dopo 15 giorni) ad anno scolastico avviato, rendono necessario uno spostamento tecnico dell’introduzione dell’innovazione legislativa a partire dall’anno scolastico successivo, il 2020-21. Sembra quasi uno scherzo del destino: tanta fretta nel legislatore (con testimonianza, comunque, di buona volontà bipartisan) e poi un ritardo di pochi giorni fa slittare il tutto di un anno! Questo, ovviamente, in punta di diritto! Se il nuovo insegnamento rappresenta un risultato fortemente voluto da tutte le forze politiche, si troverà certamente un escamotage amministrativo per correre ai ripari e far decollare l’educazione civica fin dall’imminente nuovo anno scolastico 2019-20!

L’invito, però, è a soppesare bene la tecnica di introduzione di una novità legislativa nel corpo della scuola ad anno scolastico avviato. Molto spesso le riforme della scuola sono state bruciate da avvii intempestivi (ad anno scolastico inoltrato) senza dare il tempo alla scuola di prepararsi adeguatamente. Quasi come se la fragilità dei provvedimenti dovesse essere oltrepassata e metabolizzata dagli inderogabili impegni attuativi (dove le novità si applicano e non si discutono più: sono già decise). Occorre anche mettere nel conto una certa freddezza del mondo della scuola circa gli aspetti tecnici del provvedimento:

- La vastità dei contenuti proposti e la non risolta questione del rapporto tra insegnamento disciplinare e aspetti trasversali;

- Il tempo dedicato all’educazione civica (33 ore settimanali, non aggiuntive, da “ritagliare” all’interno del curricolo);

- L’affidamento dell’insegnamento ai docenti “interni” al consiglio di classe e la responsabilità del consiglio di classe;

- La delicata questione della valutazione e dei suoi effetti sulla carriera scolastica degli allievi.

Di fronte a queste condizioni, un anno di tempo in più è come una “manna” caduta dal cielo. Per preparare dignitosamente l’avvio dell’insegnamento e predisporre tutte le condizioni necessarie: culturali, organizzative, didattiche, di formazione.

Per introdurre una riforma di tale portata, che coinvolge tutta la scuola, serve una strategia diversa: quella della condivisione del senso dei cambiamenti proposti (e non c’è chi non veda come la discussione di cosa debba essere l’educazione civica nella scuola sia stata assai carente); quella della preparazione che eviti improvvisazioni (in questo caso, ancora mancano i programmi di studio); quella della formazione degli insegnanti (tutta da avviare) e, soprattutto, quella della valorizzazione di quanto di interessante già le scuole hanno realizzato sull’argomento (non si dimentichi che “Cittadinanza e Costituzione” era elemento da accertare in sede di esami di Stato).

Conosco le reazioni e i rischi. Si dirà: il solito modo della scuola italiana di non prendere sul serio le riforme approvate dal Parlamento, di tirarsi indietro in una “comfort zone” per non mettersi mai in discussione, di procrastinare le innovazioni di fronte a “ben altri” problemi della scuola…

E se invece, una volta tanto, si facesse sul serio? Con un anno di tempo per prepararsi ad una innovazione “reale” nella scuola e dedicato a prepararsi seriamente. Ma per fare cosa?

- Elaborare una proposta di curricolo “verticale”, dalla scuola dell’infanzia alle scuole superiori, per identificare i contenuti prioritari, il repertorio delle conoscenze e delle competenze, le connessioni con le diverse discipline. Questo compito spetta al MIUR e a commissioni di esperti in dialogo con la scuola;

- Raccogliere le migliori pratiche di educazione civica e alla cittadinanza, già realizzate nelle scuole, per farle diventare il “materiale didattico” ottimale per un avvio sperimentale dell’insegnamento. Il metodo della ricerca-azione è tra i più efficaci per promuovere una innovazione partecipata;

- Condividere nei consigli di classe un lavoro preparatorio d’equipe, con la supervisione di un coordinatore (da scegliere e formare): la nuova disciplina ha un quid di “disciplinare” (quello riferito alla conoscenza della Costituzione e delle leggi fondamentali, in una ottica storico-giuridica), ma anche molti addentellati con le discipline esistenti (che possono portare un contributo importante all’educazione ad una cittadinanza attiva, comprensiva dei tanti temi previsti dalla nuova legge);

- Preparare studenti e genitori al significato delle novità, rinnovare i patti di corresponsabilità educativa (da introdurre nella scuola primaria ex-novo) chiarire il rapporto tra la nuova disciplina e i comportamenti sociali e civici (anche alla luce delle nuove competenze chiave europee del 22 maggio 2018);

- Realizzare adeguate iniziative di formazione, utilizzando parte delle risorse da postare sul nuovo piano nazionale di formazione 2019-2022, che però diventerà operativo solo nel corso dell’a.s. 2019-2020.

- Studiare le modalità di valutazione del nuovo insegnamento, anche nelle sue connessioni con gli strumenti attualmente esistenti, con la certificazione delle competenze, con il sistema degli esami. Qui servirebbe, evidentemente un colpo d’ala, perché procedere con i voti in decimi e con le solite “medie” negli scrutini lascia il tempo che trova e immiserisce il tutto.

Si tratta di questioni importanti, che richiedono ben più di un anno di tempo per essere affrontate seriamente. Intanto, però, si potrebbe cominciare con il piede giusto. Non un anno “perso”, ma un anno guadagnato per un avvio graduale ma significativo di una innovazione da cui la società si aspetta molto.

Giancarlo CERINI

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[1] Pubblicato su www.edscuola.eu del 23-8-2019

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