Scuola7 7 settembre 2020, n. 201

Scuola7

la settimana scolastica

7 settembre 2020, n. 201


In questo numero parliamo di:



Chi mi porta a scuola? (Massimo NUTINI)

La scuola in (ri)partenza: una sfida decisiva (Daniele SCARAMPI)

Un medico di comunità per rassicurare famiglie e docenti (Gabriella PAOLETTI)

Il tormentone dei voti numerici (Cinzia MION)


Settimanale di informazione scolastica.
© Tecnodid Editrice - Piazza Carlo III, 42 - 80137 Napoli

Parliamo diChi mi porta a scuola?
< Trascina
7 settembre 2020

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n. 201

Chi mi porta a scuola?

Massimo NUTINI

Il pendolarismo scolastico

In Italia, secondo i dati ISTAT, si spostano ogni giorno, per motivi di studio o di lavoro, oltre trenta milioni di persone; di queste, il 18,5% si spostano per motivi di studio e buona parte di essi utilizzano un mezzo pubblico.

Gli spostamenti avvengono nel comune di residenza per il 54,4% dei pendolari, mentre i rimanenti si recano fuori dal proprio comune. La durata dei tragitti è di oltre 30 minuti per il 26%; di un tempo compreso tra 15 e 30 minuti per il 29% e di un tempo inferiore ai 15 minuti per l'altro 45%.

Leggendo questi numeri ben si comprende come un cambiamento di comportamento, anche solo di una piccola parte, di queste persone può mettere in crisi la mobilità e il traffico di un intera città e creare quei problemi che inevitabilmente stanno accompagnando, anche da questo punto di vista, l'avvio dell'anno scolastico 2020/2021.

Le misure anti contagio

Le "Linee Guida per l'informazione agli utenti e le modalità organizzative per il contenimento della diffusione del Covid-19 in materia di trasporto pubblico" e le "Linee Guida per il trasporto scolastico dedicato" sono state approvate in Conferenza unificata il 31 agosto 2020.

Per entrambe le tipologie di servizio, la capienza massima dei mezzi è stata portata all'80 per cento con una maggiore riduzione dei posti in piedi, ove esistenti, rispetto a quelli seduti; prescrizioni che, assieme alle mascherine obbligatorie, alla sanificazione frequente e al ricambio dell'aria continuo, rappresentano le principali misure di prevenzione adottate.

Il limite dell'80 per cento potrà essere oltrepassato, per arrivare fino alla capienza indicata sul libretto di circolazione del mezzo, installando separazioni removibili tra i sedili, nei mezzi di trasporto pubblico locale (TPL) urbano ed extraurbano, mentre nei mezzi del trasporto scolastico dedicato, il limite potrà essere superato nell'ultimo tratto del tragitto di andata e nel primo tratto del tragitto di ritorno purché la capienza eccedente sia utilizzata per un tempo inferiore ai 15 minuti.

Ha preso avvio con queste regole, il servizio di supporto alla scuola che presenta obiettivamente le maggiori criticità di gestione.

Le misure di prevenzione nel trasporto scolastico dedicato

Nel dettaglio, le misure di prevenzione nel trasporto scolastico dedicato sono:

- la misurazione della febbre a casa degli studenti prima della salita sul mezzo di trasporto;

- l'assoluto divieto di far salire sul mezzo gli studenti in caso di alterazione febbrile o nel caso in cui gli stessi siano stati in diretto contatto con persone affette da infezione Covid-19 nei quattordici giorni precedenti la salita sul mezzo di trasporto;

- igienizzazione, sanificazione e disinfezione del mezzo almeno una volta al giorno;

- assicurare un’areazione, possibilmente naturale, continua;

- mettere a disposizione all'entrata appositi detergenti per la sanificazione delle mani;

- salita e discesa degli alunni evitando un distanziamento inferiore al metro;

- posto disponibile vicino al conducente (ove esistente) lasciato libero;

- mascherina di comunità sempre indossata per gli alunni di età superiore ai sei anni e non interessati da forme di disabilità non compatibili con l'uso continuativo dei dispositivi di protezione delle vie aeree.

"È consentito, nel caso in cui le altre misure non siano sufficienti ad assicurare il regolare servizio di trasporto pubblico scolastico dedicato, ed in considerazione delle evidenze scientifiche sull’assunto dei tempi di permanenza medi in relazione alla percorrenza casa-scuola-casa, un coefficiente di riempimento dei mezzi non superiore all’ 80% dei posti consentiti dalla carta di circolazione dei mezzi stessi".

"...è consentita la capienza massima del mezzo di trasporto scolastico dedicato nel caso in cui la permanenza degli alunni nel mezzo nella predetta modalità di riempimento non sia superiore ai 15 minuti. In questo caso dovrà essere quotidianamente programmato l'itinerario del percorso casa-scuola- casa, in relazione agli alunni iscritti al servizio di trasporto scolastico dedicato, avendo cura che lo stesso itinerario consenta la massima capacità di riempimento del mezzo per un tempo massimo di 15 minuti".

Ulteriori criteri per l'organizzazione del servizio

Il protocollo prevede che l’ente locale, sentite le Istituzioni scolastiche, sulla base delle indicazioni condivise con la Regione, in presenza di criticità rispetto al numero di mezzi destinati al trasporto scolastico dedicato e in relazione a un elevato numero di studenti iscritti al servizio, possa determinare le fasce orarie del trasporto, non oltre le due ore antecedenti l'ingresso usuale a scuola e un’ora successiva all'orario di uscita previsto.

Questa misura organizzativa incide in modo significativo sull'organizzazione scolastica e sulla mobilità urbana e avrebbe richiesto un’accurata analisi congiunta, eventualmente da portare a sintesi nel previsto patto territoriale, che raramente è stata effettuata e le problematiche che già stanno emergendo nel coordinamento degli orari scolastici, non di rado sfalsati per motivi diversi da quelli del trasporto, con gli orari dei servizi dovranno trovare soluzione negli accomodamenti che si renderanno necessari e che saranno apportati sulla base dell'andamento dei primi giorni di scuola.

Alunni con disabilità e con difficoltà

L'obbligo di indossare la mascherina non si estende agli studenti con forme di disabilità non compatibili con l'uso continuativo dei dispositivi di protezione delle vie aeree. In questi casi si raccomanda agli operatori addetti all’assistenza sui mezzi l'utilizzo di ulteriori dispositivi e, in particolare, si specifica che l’operatore potrà usare unitamente alla mascherina chirurgica, guanti in nitrile e dispositivi diversi di protezione per occhi, viso e mucose. Nell'applicazione delle misure di prevenzione e protezione si dovrà necessariamente tener conto delle diverse tipologie di disabilità presenti.

Anche per gli alunni in difficoltà, come ad esempio un sopravvenuto malessere, o che manifestino necessità di prossimità, sarà possibile il non rispetto temporaneo delle prescrizioni.

Le misure di carattere finanziario

Per attuare il necessario incremento delle corse e dei mezzi utilizzati e per fronteggiare i maggiori costi che deriveranno dalle misure restrittive, il Governo si è impegnato a stanziare, nella legge di Bilancio 2021, duecento milioni di euro a favore delle Regioni e centocinquanta per Comuni e Province per i servizi aggiuntivi di trasporto, indispensabili per l'avvio dell'anno scolastico. A parere degli enti locali tali somme sono insufficienti e lo sono in modo ampio per il trasporto di linea urbano e extraurbano.

Massimo NUTINI

La scuola in (ri)partenza: una sfida decisiva

Daniele SCARAMPI

Il mare calmo non ha mai reso
il marinaio esperto
(Franklin Delano Roosevelt)

Interrogativi (impossibili) sulla ripartenza

Immaginiamo di poter contare su un’intelligenza superiore così potente da intuire tutte le interazioni tra le particelle del Cosmo, proprio come quella teorizzata dal matematico Pierre Laplace; oppure supponiamo di possedere la scienza esatta concepita da Asimov, quella “psicostoria” capace di prevedere sin nei dettagli l’evoluzione della società e di ridurre a equazione matematica ogni decisione umana.

Ebbene, avremmo buone possibilità di dipanare ogni interrogativo connesso all’ormai imminente (e irrinunciabile) ripartenza della scuola in presenza e potremmo altresì smussare i toni del dibattito nazionale - politico, socio-culturale, ideologico – afferente alle condizioni e alle complicate modalità della riapertura, dopo lunghi mesi d’infausta pandemia.

Un dibattito sopra le righe

Stiamo assistendo ad un dibattito acre, intriso di polemiche (quella sui banchi monoposto e sulle rotelle della discordia, anzitutto), accuse (i test sierologici e la presunta fuga dei docenti, resa quasi biblica da titoli giornalistici infelici), scontri politici (gli organici del personale scolastico, da sempre promessi e da sempre inadeguati, buon proposito di ogni esecutivo e facile slogan a detta di ogni opposizione di governo), alterchi attinenti all’utilizzo delle risorse economiche (MES e Recovery Fund: potenzialità notevoli prive di una programmazione lungimirante) e continui fraintendimenti (gli spazi, endemicamente insufficienti: una responsabilità ministeriale o un dovere degli Enti Locali?).

Una densa cornice normativa

Ma procediamo innanzi: senza volersi addentrare con pretesa d’esaustività nella selva chiaroscura delle fonti normative primarie e secondarie che si sono affastellate dall’inizio dell’emergenza sanitaria sino ad oggi - nella quale spiccano (per quel che riguarda peculiarmente la scuola) i DDLL 22 e 34/2020 convertiti con modificazioni rispettivamente nelle Leggi 41 e 77/2020 - la ripresa scolastica di settembre è regolamentata da un lato da alcuni importanti documenti ministeriali e dall’altro dalle indicazioni sanitarie del Comitato tecnico-scientifico e dell’Istituto Superiore di Sanità.

Tra i primi vale la pena rammentare le Linee guida per il Sistema integrato 0-6 (corroborate, lo scorso 14 agosto, da una specifica Intesa), il Piano scuola 2020/2021 del 26 giugno, il Protocollo per il rientro in sicurezza sottoscritto da MI e OOSS in data 6 agosto, il DM n.39/2020 concernente il Documento per la pianificazione delle attività scolastiche in presenza e il DM n.89/2020 recante l’adozione delle Linee guida sulla Didattica Digitale Integrata (DDI). Quanto alle seconde, invece, non si può fare a meno di richiamare i Verbali del CTS del 28 maggio, del 7 luglio e del 12 agosto (e successive integrazioni, ancora in atto) e, soprattutto, il Rapporto ISS Covid-19 n.58 siglato lo scorso 21 agosto.

La gestione dell’emergenza

Intersecando le disposizioni previste dai documenti e dalle indicazioni, i decisori politici e i consulenti tecnici, oltre a suggerire tutta una serie di operazioni di carattere didattico e logistico (moduli orari, modalità di refezione e di trasporto, riorganizzazione dell’ambiente d’apprendimento), hanno regolamentato le forniture degli arredi, dei dispositivi digitali e dei vari kit didattici; hanno altresì stabilito le risorse per i DPI (prevedendone la distribuzione, in particolare mediante la Nota n.1456 del 26 agosto) o quelle per l’edilizia leggera (inquadrando indicativamente le competenze di scuole ed EELL) e hanno enucleato con precisione le modalità di gestione dell’emergenza, a partire dall’attivazione di un Help Desk, operativo dal 24 agosto.

Tra le modalità previste spiccano due passaggi assai delicati, riconducibili alla gestione sinergica tra la scuola e il DdP (dipartimento di protezione delle ASL) dei casi e dei focolai nell'Infanzia, in merito al trattamento dei casi sospetti, ai compiti del referente covid d'Istituto e alla sanificazione straordinaria (cfr. Indicazioni operative del 28 agosto) nonché alla logistica del trasporto scolastico (Linee guida approvate il 31 agosto), secondo cui è previsto un riempimento degli scuolabus non superiore all'80% dei posti permessi dalle carte di circolazione, eccezion fatta per viaggi che durano sino a 15 minuti, per i quali è invece consentita la capienza massima.  

Tre strade per la ripartenza

Ora, sulla scorta di tutti questi precetti, emanati anche a breve distanza e accompagnati sovente da confronti non sempre chiarificatori (la vexata quaestio a proposito del distanziamento e dell’utilizzo delle mascherine ne è esempio lampante), possiamo individuare le tre strade maestre che conducono verso il debutto del nuovo anno scolastico, vie tortuose eppur necessarie da percorrere.

La sicurezza

La sicurezza è esigenza prioritaria e improcrastinabile. E’ necessario che i protocolli approntati dalle scuole contemperino la tutela di bambini, alunni e studenti (e dei loro nuclei familiari) con l’incolumità del personale scolastico, docente, educativo, amministrativo, tecnico e ausiliario; con particolare attenzione per i cosiddetti lavoratori “fragili” (tutelati e, all’occorrenza, certificati dai medici competenti, anche attraverso la sorveglianza sanitaria eccezionale disposta in deroga a quella regolamentata dall’art. 41 del D.lgs 81/2008).

Il tempo scuola e il curricolo

Il tempo scuola e la pianificazione delle attività curricolari. Il curricolo andrà ripensato e ripianificato, utilizzando le opportunità offerte dall’autonomia didattica e organizzativa – di cui agli articoli 4 e 5 del DPR 275/99 – e tenendo conto degli stretti vincoli rappresentati dallo scaglionamento degli ingressi e delle uscite, dagli sdoppiamenti delle classi, dagli interventi edilizi o strutturali e dalle esigenze di omogeneità tra i gruppi; tuttavia, come ben ha osservato Mario Maviglia (Alla ricerca del tempo perduto: come ricominciare?, giuntiscuola.it), occorrerà evitare la frenesia del recupero del tempo “perduto” durante il lockdown, poiché intessere esperienze condivise, magari stimolando le esperienze informali vissute dai ragazzi durante l’emergenza, rappresenta il modo migliore per creare un’azione educativa efficace che non si limiti all’aumento esponenziale di compiti e consegne.

La didattica attiva

La didattica attiva è una leva essenziale per una scuola davvero innovativa. Ripensare la scuola offre invero un’opportunità decisiva per superare gli spazi angusti degli orari, delle discipline o dei voti, così da far perno sulla comunità scolastica, non solo “educante” (per dirla con l’art. 24 del CCNL vigente) ma anche – e soprattutto – “pensante”; una comunità che sappia interagire con gli stimoli offerti dal territorio, incentivare l’inclusione di tutti i discenti e limitare quanto possibile le disuguaglianze sociali. Infatti, al di là dell’utilizzo funzionale delle potenzialità del digitale nella didattica, della diffusione di metodologie innovative o della rimodulazione degli ambienti d’apprendimento, la sfida che oggi attende la scuola è quella di ripensare l’insegnamento, già delocalizzato in modo drastico dalla pandemia.

Reimpariamo a insegnare

Come ha di recente arguito Pier Cesare Rivoltella (Nel dopo Covid reimpariamo a insegnare, cattolicanews.it), a prescindere dalla distanza o dalla presenza è l’intenzionalità del docente a fare la differenza; l’intenzionalità produce relazione, alimenta la pratica educativa. In questo contesto, reso instabile ed estremamente mutevole dalla pandemia, le competenze comunicative degli insegnanti, la progettazione esplicita delle attività, la collegialità delle scelte e lo stimolo all’autoapprendimento degli studenti sono condizioni irrinunciabili in una prospettiva futura. Insegnare del resto non significa unicamente mobilitare competenze separate le une dalle altre (che bella lezione quella di Philippe Meirieu!); significa piuttosto far scaturire negli studenti una forza interiore che esprima coerenza e che sia la risultante di un progetto preciso e intenzionale.

Il primo giorno di scuola

Il primo giorno di scuola porterà con sé grandi emozioni, lo ha scritto la Ministra Azzolina nella recentissima Lettera del M.I. alla comunità scolastica, datata 31 agosto; ebbene, saranno di certo emozioni perlopiù contrastanti, talora discordi, comunque sia particolarmente intense.

Il rientro a scuola in presenza rappresenta un’esigenza impellente sotto ogni aspetto, quelli educativo e sociale anzitutto.

Non resta che auspicarsi il meglio, fermo restando il fatto che, pur in previsione di quarantene episodiche o chiusure mirate, sarà decisivo il collegamento tra i settori della salute e della pubblica istruzione.

Bibliografia e sitografia essenziali

www.istruzione.it/rientriamoascuola/index.html (documenti ministeriali e indicazioni sanitarie)

DL 22/2020, convertito nella Legge 41/2020

DL 34/2020, convertito nella Legge 71/2020

DM 39/2020

DM 89/2020

Mario Maviglia, Alla ricerca del tempo perduto: come ricominciare? Su www.giuntiscuola.it

Pier Cesare Rivoltella, Nel dopo Covid reimpariamo a insegnare, su www.cattolicanews.it

Philippe Meirieu, Fare la scuola, fare scuola. Democrazia e pedagogia, Franco Angeli editore

Daniele SCARAMPI

Manuale per la scuola secondaria - Guida ai concorsi

a cura di Mariella Spinosi, con M. Giacomo Dutto e Leonilde Maloni


Nel nostro sistema nazionale, per diventare insegnanti bisogna superare regolari concorsi. Il DM 95/2016 ha previsto per gli aspiranti docenti non solo il possesso di competenze culturali e professionali, ma soprattutto il possesso di una buona mediazione didattica.

Partendo da questo presupposto, il Manuale si pone l'obbiettivo di indicare tutte le "avvertenze generali", con gli sviluppi legislativi, sociali e culturali.

Il Manuale, con un indice ampiamente dettagliato, si articola in quattro parti:

La prima parte fornisce informazioni essenziali per aiutare i futuri docenti ad orientarsi in maniera adeguata nel mondo dell'educazione, toccando aspetti culturali e sociali, oltre che di psicologia, sociologia e pedagogia.

Nella seconda parte si analizzano gli aspetti metodologici, didattici ed organizzativi, senza tralasciare i punti di vista di docente, Scuola e studenti.

La terza parte ha come focus la governance della scuola con le scelte di ogni indirizzo istituzionale.

Infine, la quarta parte, suddivisa in quattro percorsi tematici offre una riflessione semplice ed essenziale sulle leggi fondative a partire dalla costituzione.

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Manuale per la scuola primaria - Guida ai concorsi

a cura di M. Spinosi, con G. Cerini e S. Loiero


Il libro, articolato in quattro capitoli e un'appendice, costituisce uno strumento indispensabile per il futuro insegnante, lo aiuta a padroneggiare tutte le competenze necessarie per diventare un professionista di qualità. Serve anche ai docenti in servizio per la ricchezza dei suggerimenti e per gli esempi di percorsi didattici ivi contenuti.

Il primo capitolo contiene i fondamenti pedagogici, sociali e psicologici con riflessioni sulle principali questioni e con riferimenti alle teorie e alle scuole di pensiero su cui si sono fondate le nostre scelte istituzionali.

Il secondo capitolo affronta i temi basilari per diventare docenti, cioè tutti i presupposti per l'insegnamento apprendimento: curricolo, competenze, ambiente di apprendimento, documentazione, gestione della classe, valutazione, certificazione ed altro.

Il terzo capitolo è dedicato alla “didattica in azione”: ci sono nove percorsi disciplinari, alcuni esempi di prove di verifica e di compiti in situazione.

Il quarto capitolo riguarda gli aspetti di natura organizzativa e istituzionale con attente analisi delle Indicazioni per il curricolo, autonomia scolastica, offerta formativa, valutazione e rendicontazione e con una ricostruzione essenziale della storia della scuola primaria.

Infine il neo docente, per potersi muoversi nel mondo delle norme, può avvalersi di un'appendice in cui sono riassunte, in maniera semplice ed efficace, tutte le principali disposizioni che regolano la vita della scuola.

Una tabella di corrispondenza tra l'insieme dei temi richiesti nel programma di concorso e di quelli trattati nel manuale permette di non tralasciare nulla. Potrà essere un utile dispositivo di orientamento sia nella fase di prima lettura, sia in quella di consolidamento della preparazione

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7 settembre 2020

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n. 201

Un medico di comunità per rassicurare famiglie e docenti

Gabriella PAOLETTI

Riaprire le scuole in sicurezza: sembrerebbe un ossimoro

Riaprire le scuole è un dovere costituzionale, è la risposta ai bisogni di crescita degli studenti, alle esigenze delle famiglie e, soprattutto, allo sviluppo del Paese.

Non è facile, e lo stiamo vedendo in questi giorni “caldi” di fine estate, riuscire a dare sicurezza agli studenti e alle famiglie, ma anche ai dirigenti e ai docenti. I problemi, che alla vigilia della riapertura si stanno presentando in tutta la loro complessità, non sono diversi da come erano stati già prefigurati qualche mese fa. Partendo dal presupposto che il virus continuerà a circolare finché non verrà prodotto e diffuso il vaccino, la scuola, come qualsiasi altro contesto sociale, sarà comunque luogo di possibile contagio. Il Rapporto ISS COVID-19 n. 58/2020[1] delinea un vero e proprio sistema territoriale di sorveglianza sanitaria nelle scuole che poggia prevalentemente su tre pilastri fondamentali: a) i “Referenti scolastici” che devono essere individuati all’interno di ogni istituzione; b) i medici di Medicina Generale (MMG) e i Pediatri di Libera Scelta (PLS); c) il Dipartimento di Prevenzione del servizio sanitario nazionale (DdP).

Di fatto però i primi due pilastri sono molto deboli.

– I Referenti scolastici sono figure nuove i cui profili non rientrano tra quelli attualmente previsti: devono essere messi alla prova soprattutto sul piano organizzativo.

– I MMG e i PLS hanno quasi ovunque messo in evidenza la loro difficoltà a farsi carico di ulteriori compiti oltre quelli usuali, già gravosi, cui sono chiamati a rispondere soprattutto in questa fase pandemica.

Il Rapporto fornisce indicazioni puntuali per una sorveglianza sanitaria dentro la scuola. La questione di fondo, però, è quella di impedire che il virus entri nelle aule scolastiche e fare in modo che ci siano controlli minuziosi prima che gli studenti ne varchino la soglia. Si tratta quindi di accertarsi almeno che nessun alunno entri in stato febbrile.

Il referente Covid: funzione strumentale o figura di sistema?

Il Referente scolastico Covid-19 è una figura che contrattualmente non esiste, ma è stata introdotta per l’emergenza pandemica. Tale introduzione pone problemi formali e organizzativi. Tra i primi: l’obbligatorietà (si, no), la scelta (dirigente, comunità professionale…), le modalità di nomina (disponibilità, segnalazione del collegio, scelta autonoma del DS…), la retribuzione (FIS, Fondi Covid…). Tra le questioni organizzative: la costante reperibilità, la tempestività delle azioni, la contestualità con le usuali attività di insegnamento o amministrative. Si aggiunge a ciò anche la necessità di una tutela giuridica.

Nelle indicazioni, inoltre, non si tiene in debita considerazione la differenza che esiste tra le diverse tipologie di scuola, per via dell’età degli studenti e per la diversa organizzazione logistica. Ci sono scuole dell’infanzia che contengono meno di cento alunni, ci sono scuole superiori con più di mille studenti. Il profilo e le mansioni del Referente Covid non possono essere le stesse. In un plesso di poche decine di studenti (e ce ne sono moltissimi, se prendiamo in considerazioni tutto lo zerosei) è possibile che un docente, senza grossi problemi organizzativi, aggiunga alle usuali attività di educatore o di insegnante anche quelle di tenere sotto controllo lo stato di salute degli alunni e di interfacciarsi con il dipartimento di prevenzione e con le altre figure analoghe nelle scuole del territorio. In questo caso basta far riferimento ad un collaboratore o a una figura strumentale. Non è la stessa cosa per un istituto superiore dove l’organizzazione è più complessa e molto più alto è il numero degli studenti. In tal caso il Referente Covid deve essere distaccato dall’insegnamento ipotizzando una vera e propria “figura di sistema”. Comunque, in entrambe le situazioni (piccole scuole o grandi strutture) nelle prime ore della mattina il Referente sarà impegnato costantemente nel mantenere contatti tra “scuola”, medici curanti (PLS e MMG) e DdP (attraverso i rispettivi referenti), avrà bisogno di stare costantemente al telefono, di inviare messaggi, di dare informazioni, di scrivere report… Sarà per questo molto difficile conciliare tale funzione con l’insegnamento.

MMG e PLS: tra responsabilità usuali, burocrazie e nuove emergenze

Ugualmente arduo sarà il coinvolgimento dei MMG e dei PLS che sono in prima linea nelle misure preventive scolastiche antiCovid. Le segnalazioni dei Referenti richiedono in tempi brevi delle risposte. Non sono conciliabili con lo svolgimento del lavoro usuale del medico che ha sempre bisogno di tempo e di massima concentrazione. Il sanitario è sottoposto alla necessità di prendere decisioni gravi in tempi rapidi. Per esempio: la comunicazione al paziente di una diagnosi oncologica, l'immediato intervento terapeutico in caso di scompenso cardiocircolatorio acuto prima dell'accesso in pronto soccorso (PS), la raccolta dei dati anamnestici di un paziente psicotico... Sono solo 3 esempi di quanta umanità, sensibilità ed attenzione siano richieste, di quale stress emotivo si faccia carico il sanitario che è “solo” e non ha figure di supporto. Diventa pertanto assai difficile avere anche il tempo per ricevere comunicazioni telefoniche ed effettuarle per la richiesta di accertamenti diagnostici come tamponi o test rapidi sierologici. Inoltre va pure considerato l’aumentato carico di lavoro burocratico nello stilare certificati di malattia o di riammissione a scuola. Resta il fatto che la pandemia costringe a trovare nuove modalità di procedure lavorative e a stabilire rapporti diversi tra Medicina generale, Ospedali e unità assistenziali.

Non basta la responsabilità delle famiglie, occorrono altri filtri

È pur vero che la prima barriera è la distanza. Ma la misura standard, che in un primo tempo doveva essere superiore ai due metri, si è ridotta ad un metro statico calcolato dalle cosiddette “rime buccali”. Su questa “misura”, che scaturisce da una scelta politica e non proprio tecnico-sanitaria sono state costruite le successive operazioni: layout di aule, banchi monoposti, mascherine. In realtà, restano in tutta la loro evidenza i rischi che si incontreranno se all’interno della scuola entrerà uno studente contagiato.

È questo il problema vero che doveva essere affrontato prima dell’estate, programmando, per esempio, l’approvvigionamento di test sierologici[2] e molecolari (tamponi rinofaringei)[3] da somministrare, non solo “volontariamente”, ai docenti e agli operatori scolastici, ma anche agli studenti. Bisognava, quindi, mettere alla prova diversi modelli organizzativi prevedendo anche il fabbisogno del personale necessario.

Le indicazioni ministeriali puntano molto sulla collaborazione con i genitori, affidando loro il controllo della temperatura corporea e una prima vigilanza sullo stato di salute dei propri figli. In realtà, alcune regioni, con appositi provvedimenti, stanno dando indicazioni precise da inserire nei patti di corresponsabilità tra famiglie, scuole o gestori dei servizi educativi[4]. È tuttavia utopico pensare che tali misure possano costituire una barriera efficace. La responsabilizzazione dei genitori è sicuramente un obiettivo importante da perseguire costantemente, ma non è un dato su cui costruire certezze. La paura del Covid potrà, sicuramente, aumentare i comportamenti virtuosi, ma bisogna tener conto anche dei negazionisti, dei superficiali e, soprattutto, di coloro che non sanno dove lasciare i figli.

Per queste ragioni sarebbe opportuno che la scuola non delegasse questa operazione: dovrebbe invece garantire un ulteriore filtro, per esempio, attraverso l’istallazione di termoscanner e l’individuazione di personale dedicato.

Termoscanner sì, ma come

Il problema principale, tuttavia, non è l’acquisto e la predisposizione dei termoscanner in ogni punto di erogazione del servizio (anche se sono circa 40 mila l’insieme dei plessi scolastici), piuttosto è la carenza di personale da utilizzare per il controllo, il tempo necessario per la gestione stessa del controllo e l’organizzazione che ne consegue.

Le 40.000 scuole diffuse sul territorio nazionale sono diverse sul piano quantitativo: si va dalle poche decine di unità, per le scuole dell’infanzia, alle grandi strutture con più di mille studenti, per le scuole superiori. Ma sono diverse anche qualitativamente: alcune hanno spazi ampi e articolati, altre stretti ed angusti; alcune possono far conto su laboratori, giardini, atri e corridoi, altri invece solo su aule didattiche.

Quindi i possibili controlli preventivi devono essere calibrati sulle reali esigenze e potenzialità delle diverse tipologie di scuole.

Servono procedure di sicurezza, figure ad hoc

Le attuali disposizioni hanno già previsto che in ogni scuola si dovrà individuare uno spazio per isolare eventuali soggetti sospetti. Ma se uno studente contagiato è già entrato in classe la diffusione del virus è quasi garantita. Si possono invece immaginare altre soluzioni che potrebbero ridurre tale rischio, soprattutto nei grandi plessi. Per esempio:

– le scuole possono dotarsi di termoscanner, da collocare all’ingresso (o agli ingressi), e di una figura preposta (es. personale ausiliario formato);

– contestualmente si predispongono spazi ad hoc per l’isolamento, tali da prevedere soluzioni anti contagio di alunni segnalati (e ciò è già previsto dalle indicazioni nazionali);

– tali spazi in genere sono rinvenibili all’interno della struttura scolastica, ma con percorsi autonomi. In realtà possono anche essere collocati fuori dalla scuola, utilizzando moduli prefabbricati, tensostrutture…;

– lo studente che ha una temperatura superiore ai 37,5 gradi viene accompagnato, nello spazio preposto, da un’altra figura professionale (potrebbe essere un operatore socio sanitario, OSS[5]), diversa da quella che controlla la temperatura.

La figura sanitaria (OSS o infermiere, o personale specializzato), che accompagna l’alunno nello spazio predisposto, dovrà contestualmente consultare il “medico di riferimento” per le procedure successive che, allo stato attuale, non possono essere diverse da quelle previste nel paragrafo 2.1.1 del Rapporto ISS COVID-19, n. 58/2020, pp. 9-10.

E se ci fossero presidi sanitari direttamente nelle scuole?

Se invece venisse previsto un presidio sanitario (anche mobile) direttamente nelle istituzioni scolastiche, la procedura potrebbe essere molto semplificata e resa maggiormente efficace. Per esempio, si potrebbero effettuare direttamente lì i test sierologici, previo consenso dei genitori, e poi, in caso di positività, provvedere a somministrare direttamente anche il test molecolare.

Ciò non significa deresponsabilizzare le famiglie, anzi il contrario. Nelle fasi di recrudescenza influenzale stagionale la percentuale degli studenti che possono presentarsi a scuola con i sintomi della febbre potrebbe diventare molto alta. Per questo è importante che la famiglia si faccia carico del primo accertamento. La scuola, da parte sua deve garantire che gli alunni “con sintomi”, che possono sfuggire al controllo genitoriale, entrino a contatto con gli altri studenti, con gli adulti e anche tra di loro.

Questa ipotesi non evita in assoluto il rischio di contagio perché, come è noto, ci sono gli asintomatici, ma sicuramente rappresenta un filtro importante.

Nei piccoli plessi la situazione può essere gestita in maniera più semplice. Importante che ci sia un presidio per la rilevazione dell’eventuale ipertermia, uno spazio per il successivo isolamento e la tempestiva comunicazione al servizio preposto.

Un medico a scuola per frenare il contagio e per rassicurare la comunità

I dati di questi ultimi giorni, allarmanti in tutti i Paesi, impongono ancora di più di attivare molti servizi di vigilanza sanitaria. Per le famiglie e per i docenti sarebbe molto confortante poter contare, per esempio, sulla presenza a scuola di un pediatra che poi, in fase post pandemica, potrebbe ridiventare quel “medico scolastico”. Si potrebbe ripristinare quella figura professionale che i meno giovani ricordano già presente in tutte le scuole fino a mezzo secolo fa.

Secondo una proposta del Partito Democratico, servirebbero 12.000 medici (4.000 per l’infanzia e 8.000 per il primo e secondo ciclo d’istruzione). In realtà tale proposta sta per essere messa alla prova dalle Regioni Lazio e Toscana attraverso la predisposizione di bandi mirati. Quello del Lazio riguarda 500 posti per medici, infermieri e assistenti da impiegare nelle scuole per la gestione delle misure sanitarie anti Covid-19. Quello della Toscana è aperto anche a laureati, iscritti all’ordine, non in possesso della specializzazione e ai medici in pensione. La loro individuazione è prevista da un’apposita ordinanza regionale che stabilisce anche che l’elenco dei candidati dovrà essere disponibile entro il prossimo 30 settembre.

L’attività lavorativa del medico a scuola dovrebbe essere rivolta non solo agli studenti, ma anche al personale scolastico con un impegno flessibile in relazione alle urgenze sanitarie. Certamente non è facile, nell’immediato, poter generalizzare questo servizio. Si possono, però, immaginare alcuni processi graduali: da una Call a cui potrebbero partecipare giovani medici e personale in quiescenza ad una riforma legislativa che possa andare a regime nell’arco di un tempo ragionevole, utilizzando magari (in entrambi i casi) i fondi Mes e Recovery fund per l'emergenza sanitaria.

Nella fase attuale, per prevenire il diffondersi del virus, il compito principale del medico scolastico dovrebbe essere quello di prescrivere test sierologici e tamponi a seconda delle necessità; di mantenersi costantemente in contatto coi Referenti, con i Dipartimenti di Prevenzione delle Aziende sanitarie locali e coi Laboratori Analisi. Dovrebbe operare nella sede principale dell’Istituto per poi spostarsi secondo le necessità presso le scuole di dimensioni più ridotte.

Un medico scolastico anche in situazione di normalità

Molti potrebbero essere i compiti, in tempi di normalità, per un medico che opera esclusivamente su una coorte di 1000-2000 studenti con circa 100-200 operatori scolastici (tra insegnanti personale amministrativo, tecnico e ausiliario).

– Con una visita generale agli studenti una volta l'anno si potrebbero evidenziare disturbi dell'accrescimento che altrimenti passano inosservate sia ai genitori che ai ragazzi stessi perché non hanno la possibilità di raffronto. Si possono rilevare dismetrie degli arti, scoliosi e cifosi.

– Con un semplice controllo si possono individuare ipoevolutismi staturo-ponderali, ipogonadismi, fimosi, obesità, deformazioni scheletriche dovute a malassorbimento di calcio e vitamine. I soggetti interessati possono essere tempestivamente indirizzati ad approfondimenti endocrinologici.

– L’auscultazione cardiaca e polmonare permette di diagnosticare bronchiti ostruttive, soffi cardiaci patologici.

– Semplici esami della vista mettono in evidenza molti disturbi visivi.

– Controlli sulla cute prevengono la pediculosi.

Il medico scolastico potrebbe farsi carico della sensibilizzazione per le norme igieniche, la cura dei denti, anche dell’educazione sessuale. La sua presenza potrebbe essere di grande utilità anche nei confronti degli studenti con disturbi comportamentali, per affrontare il problema delle dipendenze (fumo, alcool, sostanze tossicologiche…), per i maltrattamenti in famiglia, per la prevenzione e l’individuazione di malattie precoci, soprattutto per il monitoraggio delle vaccinazioni.

Gabriella PAOLETTI

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[1] Indicazioni operative per la gestione di casi e focolai di SARS-CoV-2 nelle scuole e nei servizi educativi dell’infanzia. Gruppo di Lavoro ISS, Ministero della Salute, Ministero dell’Istruzione, INAIL, Fondazione Bruno Kessler, Regione Emilia-Romagna, Regione Veneto.

[2] I test sierologici rilevano la pregressa infezione da SARS-CoV-2 e vengono utilizzati nella ricerca e nella valutazione epidemiologica della circolazione virale nella popolazione che non ha presentato sintomi. Pertanto essi hanno una limitata applicazione nella diagnosi di COVID-19 e nel controllo dei focolai (vedi Rapporto ISS COVID-19, n. 58/2020).

[3] È il metodo diagnostico riconosciuto e validato dagli organismi internazionali per rivelare la presenza del virus SARS-CoV-2 in un individuo infetto. È un saggio molecolare basato sul riconoscimento dell’acido nucleico (RNA) virale mediante un metodo di amplificazione (Polymerase Chain Reaction, PCR) effettuato su un campione di secrezioni respiratorie, generalmente un tampone naso-faringeo. Questo saggio deve essere effettuato in un laboratorio di microbiologia utilizzando reagenti o kit diagnostici e macchinari complessi, nonché personale specializzato. Per tutto il processo diagnostico dal prelievo, al trasporto in laboratorio, all’esecuzione del test e alla refertazione, possono essere richiesti di norma 1-2 giorni (vedi Rapporto ISS COVID-19, n. 58/2020).

[4] Cfr. Regione Emilia Romagna, Giunta, prot. n. 0575536.U del 4 settembre 2020 (oggetto: “Apertura dei servizi educativi (0-3 anni), chiarimento in merito alle certificazioni mediche e altre specifiche”).

[5] Su questo tema la FNOPI (Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche) ha proposto “Novemila infermieri scolastici, uno per ogni plesso, in azione diretta, e non solo su chiamata, per verificare la corretta applicazione delle misure anti-Covid, ma anche la salute e i bisogni assistenziali degli alunni (e del personale docente) non-Covid”.

Il tormentone dei voti numerici

Cinzia MION

Premessa: gli antefatti della nota “Bruschi”

È da molto tempo che alcune Associazioni professionali, particolarmente sensibili all’idea di scuola inclusiva, sollecitano l’abolizione dei voti numerici, utilizzati dai docenti per la valutazione scolastica dei loro alunni. Ho sottolineato l’aggettivo inclusiva per differenziare l’idea di scuola richiesta oggi dalle norme legislative e dalle Indicazioni Nazionali - note ministeriali orientanti l’operato dei docenti per realizzare tali norme – nei confronti dell’idea precedente che possiamo definire elitaria. Il cammino è stato lungo per arrivare ad auspicare una vera scuola che sappia riconoscere “a tutti e a ciascuno” non solo il diritto allo studio ma anche il diritto alla cultura. La svolta epocale è avvenuta, come sappiamo tutti, dopo l’approvazione della nostra Costituzione repubblicana, caratterizzata per l’idea di scuola aperta a tutti, dall’articolo 34 e dall’articolo 3, articolo bellissimo che non finisce di emanare suggestioni e orientamento. Il primo passaggio legislativo determinante è stata l’approvazione della scuola media unica e l’irrompere conseguente della scuola di massa. È stato qui che la valutazione scolastica numerica, in assenza del ri-orientamento dei docenti, da parte del Ministero, nei confronti di tale cambiamento dell’utenza così radicale ma significativo ed auspicabile, ha cominciato a fare danni. Non è questa la sede per ricostruire la storia dell’evoluzione della valutazione scolastica, basti ricordare le critiche sociopolitiche, quelle docimologiche, quelle psicologiche fino a quella pedagogica che ha varato nel 1977 finalmente il concetto di VALUTAZIONE FORMATIVA. Quello che è successo poi, in concomitanza con l’abolizione del voto numerico sui documenti ufficiali, ma non nella mente dei docenti, è analizzato molto bene da Franca Da Re nel numero 200 di Scuola7.

Perché la valutazione numerica è inadeguata

Innanzitutto per un rilievo della Docimologia (scienza della misurazione) per cui il suo utilizzo “presuppone che i voti possano essere considerati vere e proprie unità di misura di una scala perfetta, con intervalli tra loro perfettamente uguali (i docenti questa impossibilità la avvertono e si aggiustano usando i “- “, i “+”, i “1/2” ma spesso non auto-interrogandosi oltre). Ciò ne determina che l’applicazione della valutazione numerica, per noi su scala decimale, sia assolutamente soggettiva ed arbitraria;

-perché il voto semplifica una operazione complessa come la valutazione e la spinge verso la misurazione (con cui non va assolutamente confusa )

- perché sclerotizza una situazione ed ostacola l’apprezzamento del processo di apprendimento: si pensi alle micidiali medie aritmetiche sollecitate fra l’altro dall’utilizzo del registro elettronico;

- perché, di fatto, finisce con l’attribuire all’alunno il mancato apprendimento, senza che avvenga più di tanto il suo coinvolgimento da parte del docente con l’offerta di una attività individualizzata;

-perché non induce l’autointerrogazione del docente sul proprio insegnamento e non sollecita il suo bisogno formativo (la responsabilità del voto negativo è tutta da attribuire all’allievo);

- perché, soprattutto quando è pesantemente negativo, incide sull’autostima, sull’autoefficacia e sulla motivazione o demotivazione degli alunni aumentando il rischio di dispersione degli stessi;

-perché non aiuta il processo di autovalutazione degli allievi;

- perché non offre informazioni sui punti forti o sulle lacune utilizzabili dall’allievo per il processo di miglioramento; fa emergere solo gli sbagli (e non gli errori che invece si potrebbero recuperare con una modalità diversa dalla stigmatizzazione)

-perché stimola il confronto inutile e dannoso nel gruppo e tra le famiglie che lo usano per ricavarne una classifica;

-perché sollecita un clima di classe competitivo, non positivo e non cooperativo (come sollecitato dalle Indicazioni nazionali vigotskiane) inibendo così l’aiuto reciproco e l’apprendimento tra pari, che poggiano sulla prosocialità.

La delusione del decreto 62/2017

Gli appelli per l’abolizione del voto sono stati numerosi e ben argomentati. Anche la Commissione incaricata dal MIUR di approfondire la questione, in vista del nuovo decreto legislativo, oggetto di una delle Deleghe derivanti dalla L. 107/2015, aveva consegnato al Governo una relazione in cui offriva delle alternative al voto, considerato anche da essa inadeguato. Sembrava che ormai avessimo raggiunto l’obiettivo ma la domanda cruciale da parte di un membro del Governo ha determinato la decisione: ”Ma i genitori cosa preferiscono? (sic) e alla risposta “Ma i voti naturalmente…! E i voti siano“. Lasciamo perdere il facile commento sul costume politico ormai consolidato di prendere le decisioni più sull’onda della ricerca del facile consenso che sull’opportunità psicopedagogica, in questo caso, di un sistema di valutazione adatto all’idea di scuola cambiata nel tempo. C’è da rilevare però il contrasto con il dettato della delega che chiedeva fosse dato “rilievo alla funzione formativa e di orientamento della valutazione stessa” e questa decisione onestamente troppo frettolosa e stridente. A dire il vero il termine “formativa” compare anche nell’articolo 1 del decreto ma si capisce subito che il valore semantico di questo termine che, per gli addetti ai lavori connota in modo molto preciso e inequivocabile un tipo di valutazione che non può poggiare sui voti, è stato usato dal legislatore con un significato generico.

Si riaprono i giochi

Tra gli effetti del coronavirus e il conseguente lockdown, l’interruzione inaspettata della scuola, la devastante clausura dei bambini e la chiacchieratissima DAD - con il risultato doloroso della inequivocabile emarginazione dei soggetti più deboli, spesso senza possibilità di connessione per svariati motivi - è scaturita la necessità di porre mano anche alla valutazione. Nel frattempo si sono moltiplicate le petizioni da parte delle varie Associazioni professionali e sindacali allo scopo di approfittare di questo spiraglio legislativo per correggere il tiro, rispetto al recente decreto n.62, che aveva invece inaspettatamente confermato i voti numerici.

La Legge n.41 del 6 giugno 2020, che ha convertito il Decreto Legge n.22 dell’8 aprile 2020, uscito nella situazione di emergenza, ha recepito infatti un emendamento votato in Parlamento e presentato da una rappresentante della maggioranza. Questo emendamento, riportato anche da Franca Da Re, recita:

“In deroga all’articolo 2, comma 1, del decreto legislativo 13 aprile 2017,n.62, dall’anno 2020/2021, la valutazione finale (neretto mio) degli apprendimenti degli alunni delle classi della scuola primaria, per ciascuna delle discipline di studio previste dalle Indicazioni nazionali per il curricolo, è espressa attraverso un giudizio descrittivo riportato nel documento di valutazione e riferito a differenti livelli di apprendimento, secondo termini e modalità con ordinanza del Ministro dell’istruzione”.

A dire il vero questa era sembrata ai più una vittoria a metà in quanto ci sembrava che il vero passo avanti ci sarebbe stato se tutta la scuola dell’obbligo, o almeno il primo ciclo, avesse potuto usufruire di tale cambiamento. Ci siamo però accontentati.

La doccia fredda

Una nota emessa dal MI il 1 settembre a firma M.Bruschi, interviene però a gamba tesa ad interrompere la soddisfazione per il risultato ottenuto, sia pure parziale. La succitata nota invalida per il primo quadrimestre della scuola primaria la valutazione attraverso l’uso di giudizi descrittivi e ripristina i…voti, rimangono i giudizi solo nel risultato finale. Cosa è successo? Semplicemente che il capo Dipartimento dottor Max Bruschi - già noto al mondo della scuola per essere stato il consigliere del ministro Gelmini per il ripristino dei voti nel 2008 – ha emanato una nota che in sintesi afferma questo.

Bruschi recentemente promosso dalla Ministra Azzolina al posto della dott.ssa Palumbo, tornata a dirigere l’USR del Veneto, applicando una analisi prettamente letterale dell’emendamento, invece di cercare di cogliere lo spirito della legge, ha fatto uscire dallo sfondo il termine finale nell’emendamento ed ha così stravolto l’intenzione di chi l’emendamento l’ha steso e di chi l’ha votato al Parlamento. Come è possibile pensare e poi sostenere che nel primo quadrimestre si utilizzino i voti e nella valutazione finale i giudizi? Dal punto di vista logico, ma non politico, semmai potrebbe essere sostenuto solo il contrario. Il dottor Bruschi, una volta fatta questa analisi occhiuta dell’emendamento, secondo me doveva segnalarlo alla Ministra che doveva provvedere in tempi brevi, sollecitando quelle modifiche che potranno intervenire in sede legislativa, come si evince dalla nota stessa, non allarmare i Dirigenti presi in questo momento dai problemi seri della Scuola.

Le proteste

Non ha fatto infatti un buon servizio alla Scuola stessa questa nota che è deflagrata proprio alla vigilia della sua riapertura, con docenti, dirigenti, genitori, amministratori locali e cittadinanza tutta in fibrillazione. Non ha fatto un buon servizio alla ministra Azzolina da tempo nell’occhio del ciclone…

Sono subito infatti partite le proteste da parte della Associazioni professionali e sindacali. Anche l’A.N.DI.S., l’Associazione Nazionale dei Dirigenti Scolastici, ha emanato un comunicato stampa in cui appalesa il suo stupore insieme al disappunto. Il Movimento di Cooperazione Educativa – conoscendo i tempi burocratici e non solo - oltre alla protesta si spinge oculatamente a dare suggerimenti alle Istituzioni scolastiche perché provvedano autonomamente in qualche modo a correggere questo paradosso increscioso.

Auspichiamo una resipiscenza ed un esempio

Sarebbe auspicabile che, all’interno della rivisitazione delle modifiche in via legislativa, accadesse una resipiscenza a livello politico-ministeriale e che, magari per risarcire la Scuola per questo disagio in più - non previsto e nemmeno prevedibile - si raggiungesse l’auspicato risultato di eliminare la valutazione su scala numerica decimale da tutta la scuola, almeno del primo ciclo.

Le ragioni sono state espresse: basterebbe accettare la fatica di riflettere e di innovare. Non è questo forse che da tempo i vari Ministri della Istruzione raccomandano a gran voce? Il pensiero riflessivo ed innovativo sono le bussole anche dei testi della Indicazioni nazionali. Facciamo in modo di dare l’esempio: che le prediche diventino anche le pratiche.

Prendiamo due piccioni con una fava: iniziamo l’insegnamento dell’educazione civica con un bell’esempio di ETICA PUBBLICA all’interno della P.A, operando perché il dichiarato diventi l’effettivo.

Cinzia MION

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