Scuola7 21 settembre 2030, n. 203

Scuola7

la settimana scolastica

21 settembre 2030, n. 203


In questo numero parliamo di:



Mense scolastiche: le buone pratiche da non abbandonare (Giovanni FAEDI)

La mensa scolastica nell’epoca del Covid 19: la normativa (Massimo NUTINI)

Una settimana dopo: prime impressioni sulla ripartenza (Marco MACCIANTELLI)

DAD DDI non tutto è perduto (Gabriele BENASSI)


Settimanale di informazione scolastica.
© Tecnodid Editrice - Piazza Carlo III, 42 - 80137 Napoli

Parliamo diIl pasto a scuolaal tempo del Covid-19
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Mense scolastiche: le buone pratiche da non abbandonare

Giovanni FAEDI

Il legame fresco-caldo

La ristorazione scolastica in gran parte delle scuole italiane propone tradizionalmente pasti in “legame fresco-caldo”, cioè composti da cibi che vengono preparati e cotti contestualmente allo sporzionamento e al loro consumo prevedendo, per il tempo intercorrente tra la preparazione e la distribuzione, il mantenimento a temperatura non inferiore a 65° per i piatti caldi e a 10° per i piatti freddi. Questa metodologia permette risultati ottimali in termini di qualità, sicurezza, igiene e gradimento. Il dibattito sull’applicazione dei protocolli di igiene e sicurezza anti-Covid 19 ha riguardato questo tema e altri due aspetti significativi nella gestione e organizzazione della ristorazione a scuola.

Dove consumare il pasto?

In primo piano c’è stata a lungo la questione della scelta degli ambienti per la distribuzione e il consumo dei pasti, in considerazione del fatto che anche i refettori possono essere riconvertiti in spazi per una didattica che assicuri un adeguato distanziamento tra gli alunni. Le aule diventano così, a partire soprattutto dalla scuola primaria, il luogo dove gli alunni pranzano, come è abitudine in gran parte dei servizi educativi e scolastici 0-6 anni. In tal modo si propone un’organizzazione che consente di fruire del servizio di mensa, ma che è resa più complicata dai protocolli e per questo più costosa in considerazione del maggior impegno orario richiesto al personale nella pulizia degli ambienti, nella distribuzione e controllo dei pasti, nel presidio delle turnazioni. E si tratta di un maggior costo che deriva anche dalla moltiplicazione delle strumentazioni impiegate (es. carelli termici) e dei materiali non riutilizzabili (es. piatti, posate), che viene a gravare sui bilanci dei comuni in un contesto di accentuata crisi economico-sociale.

E il lunch box?

La questione che ha fatto maggiormente discutere riguarda però l’indicazione, stabilita in documenti ufficiali, per la fornitura del pasto in lunch box, cioè in vaschette monoporzione termosigillate. Dopo che l’Anci e diverse associazioni e comunità di esperti hanno preso posizione contro questa scelta, dimostrando che è inadeguata ad assicurare la qualità dei pasti e non più sicura di altre nel contrasto alla diffusione dell’epidemia, le autorità preposte hanno cambiato posizione, precisando che le monoporzioni in lunch box devono essere considerate una soluzione “residuale”, da adottarsi come estrema ratio. E hanno specificato che per “monoporzione” si intende più semplicemente la porzionatura individuale del pasto.

Le sporzionamento per gli alunni

Dunque, la modalità principe del consumo del pasto, in refettorio od anche sui banchi di classe con l’eventuale impiego di carrelli termici, resta quella tradizionale dello sporzionamento diretto, da parte degli addetti, del pasto fornito in multiporzione in “legame fresco caldo”. Con la possibilità, se ritenuta sostenibile sotto il profilo organizzativo, di mantenere l’impiego di piatti in ceramica o in melamina, posate in acciaio inox, pane, frutta e acqua nelle borracce in dotazione ad ogni alunno. In alcuni casi, per semplificare e velocizzare lo sporzianamento, si sono adottati vassoi compostabili multi scomparto, fermo restando il trasporto in contenitori termici multi porzione e la composizione dei vassoi in un momento immediatamente antecedente il consumo.

La monoporzione è meno appetibile…

Pertanto, allo stato attuale dell’arte, parliamo di un ritorno consigliato al passato prossimo da preferirsi, anche sotto l’aspetto economico, alle monoporzioni sigillate e preconfezionate. Si valuta infatti come questa modalità di erogazione dei pasti aumenti i passaggi nel ciclo produttivo con un incremento della plastica e dei rifiuti da smaltire ed anche dei costi, peggiorando la qualità sensoriale e nutrizionale delle pietanze con un aumento del cibo rifiutato dagli alunni. Monoporzioni che, tra l’altro, non risulterebbero più efficaci nel mitigare il rischio di contagio.

Attenzione al pasto “semplificato”

Il terzo aspetto critico riguarda l’indicazione della possibilità di fornire un “pasto semplificato” che viene vista come una scelta che favorirebbe una dieta poco equilibrata e monotona sotto il profilo nutrizionale, che riduce la varietà degli alimenti e non mantiene le promesse di una corretta dieta mediterranea. Il tutto con conseguenze negative soprattutto per gli allievi che in famiglia faticano a ricevere pasti adeguati alle loro esigenze di crescita e di salute.

Il pasto a scuola ha anche un significato educativo

In questi mesi non sono mancate le raccomandazioni e i buoni esempi di una collaborazione fattiva tra i comuni e le direzioni dei servizi educativi e delle istituzioni scolastiche per contestualizzare al meglio il modello organizzativo della ristorazione, col concorso delle aziende e il pieno coinvolgimento delle centrali di produzione gestite direttamente dall’ente pubblico.

Tutto bene dunque? Dipende da quali aspetti prendiamo in considerazione. Se la mensa scolastica è un dispositivo che si propone una mission educativa, è necessario allora verificare quali sono gli impatti della concreta e contestuale applicazione dei protocolli igienici e di sicurezza sulla qualità educativa del momento del pasto, per valutare se l’effetto è favorevole o meno.

La socialità in mensa: un problema su cui riflettere

L’esperienza del mangiare a scuola in epoca di Covid 19 ci pone delle domande. Ad esempio: può essere ancora consentita la pratica del servirsi da soli a tavola, che già decolla coi bimbi più grandi del nido e nella scuola dell’infanzia per diventare un aspetto importante del percorso di sviluppo delle autonomie e di definizione della propria personale relazione col cibo? Saranno ammessi durante l’epidemia i comportamenti prosociali dei bimbi più grandi che sostengono i più piccoli nella preparazione dei tavoli per il pasto e le merende, nella distribuzione di fondine, stoviglie e cestini col pane e la frutta e li aiutano a manipolare al meglio i mestoli e le pinze per raccogliere il cibo dai piatti di portata e versarli nel proprio? E saranno ancora promossi i laboratori di cucina dove i bambini sperimentano in piccolo gruppo un rapporto diretto e polisensoriale con gli alimenti, affinando nello scambio gusti, conoscenze e vocabolario. Le perdite educative vanno messe nel conto. Proviamo a identificarle e contenerle nel confronto con i vincoli che l’evoluzione dell’epidemia ci pone.

Giovanni FAEDI

La mensa scolastica nell’epoca del Covid 19: la normativa

Massimo NUTINI

Le indicazioni contenute nel Piano Scuola e negli Indirizzi per lo zero sei

Il “Piano scuola 2020-2021” approvato con decreto del Ministro dell’Istruzione 26 giugno 2020, n. 39, dedica uno specifico paragrafo alla ristorazione scolastica prendendo atto, in apertura, del “ruolo sociale ed educativo che la connota come esperienza di valorizzazione e crescita costante delle autonomie dei bambini”.

Il Piano afferma che si dovrà fare riferimento alle stesse indicazioni previste per la frequenza in sicurezza delle attività educative e di istruzione “partendo dal principio che essa vada garantita in modo sostanziale per tutti gli aventi diritto, seppure con soluzioni organizzative differenti per ciascuna scuola” richiamando, al proposito, il verbale del Comitato Tecnico Scientifico 28 maggio 2020, n. 82.

Le istituzioni scolastiche e gli enti locali, in accordo tra loro, ferma restando la necessità di “garantire la qualità del servizio” e anche operando per la “salvaguardia dei posti di lavoro”, potranno “valutare l’opportunità di effettuare la refezione in due o più turni” al fine di evitare l’affollamento dei locali ad essa destinati.

Qualora la turnazione risulti non attuabile o non sufficiente in virtù degli spazi o della particolare numerosità dell’utenza, il Piano prevede che “gli enti locali potranno studiare con le ditte concessionarie del servizio la realizzazione di soluzioni alternative di erogazione, all’interno dell’aula didattica, opportunamente areata e igienizzata al termine della lezione e al termine del pasto stesso”.

Il “Documento d’indirizzo per la ripresa dell’attività in presenza dei servizi educativi e delle scuole dell'infanzia”, approvato decreto del Ministro dell’Istruzione 3 agosto 2020, n. 80, ribadisce le stesse indicazioni, aggiungendo la possibilità, per i bimbi, di “portare il necessario per il momento della merenda purché la struttura già non preveda di fornirla e purché l’alimento, la bevanda e il contenitore siano sempre facilmente identificabili come appartenenti al singolo bambino”.

I Protocolli condivisi con le organizzazioni sindacali

Il “Protocollo d’intesa per garantire l’avvio dell’anno scolastico nel rispetto delle regole di sicurezza”, approvato con decreto del Ministero dell’Istruzione 6 agosto 2020, n. 87, trattando la questione ristorazione scolastica, ripete sostanzialmente le stesse indicazioni contenute nel Piano Scuola, ma introduce un periodo finale completamente nuovo nel quale afferma che: “La somministrazione del pasto deve prevedere la distribuzione in mono-porzioni, in vaschette separate unitariamente a posate, bicchiere e tovagliolo monouso e possibilmente compostabile”. Questa previsione è stata poi sostanzialmente smentita dal Comitato Tecnico Scientifico che ha ritenuto di precisare che il pasto preconfezionato può rappresentare una misura da attuarsi solo nel caso che le modalità di fruizione tradizionale non permettano di rispettare i criteri di prevenzione.

Il “Protocollo d’intesa per garantire la ripresa delle attività in presenza dei servizi educativi e delle scuole dell’infanzia”, sottoscritto il 14 agosto 2020, si sofferma sulla necessità di assicurare la pulizia giornaliera e l’igienizzazione periodica di tutti gli ambienti, secondo le indicazioni dell’ISS previste nella Circolare del Ministero della Salute 22 maggio 2020, n. 17644, invitando ad inserire nel “Piano di pulizie” anche le aree di ristoro e di mensa.

Tale protocollo, rivolto unicamente al nido e alla scuola dell’infanzia dove non è previsto il distanziamento interpersonale ma solo la stabilità dei gruppi/sezioni, precisa che “l’utilizzo dei locali adibiti a mensa è consentito in modo da evitare l’affollamento dei locali ad essa destinati, a meno che le dimensioni dell’ambiente non consentano di mantenere i gruppi/sezioni opportunamente separati. È possibile prevedere, ove necessario, anche l’erogazione dei pasti per fasce orarie differenziate, oppure, in via residuale, si potrà consumare il pasto nelle aule o negli spazi utilizzati per le attività ordinarie, garantendo l’opportuna aerazione e sanificazione degli ambienti e degli arredi utilizzati prima e dopo il consumo del pasto”.

Le risposte del Comitato Tecnico Scientifico ai quesiti del Ministero e delle organizzazione di settore

Rispondendo ad un quesito con il quale il Ministero dell’Istruzione ha richiesto di dettagliare maggiormente le modalità e le misure igienico-sanitarie da predisporre nell'ambito della refezione scolastica, anche nel caso di consumo del pasto nelle classi della scuola primaria e secondaria, il Comitato Tecnico Scientifico, nel verbale 7 luglio 2020, n. 94, ha affermato che: “Per il consumo del pasto in refettorio valgono le stesse misure di distanziamento fisico di almeno 1 metro già indicate per gli altri locali destinati alla didattica. Per il consumo del pasto in classe dovrà essere mantenuta la normale disposizione e distanziamento già previsti per le ore di didattica. Riguardo alle misure igienico sanitarie si rimanda alle misure già in essere per i locali dedicati alla refezione scolastica”.

Rispondendo ad un quesito posto dalle Organizzazioni Sindacali di Settore, da Lega Coop Produzione&Servizi e dall’ Associazione nazionale della ristorazione collettiva e servizi, il Comitato Tecnico Scientifico, come da verbale 10 agosto 2020, n. 100, ha precisato che “…l'indicazione del CTS, relativa alla fornitura del pasto in lunch box per il consumo in classe, rappresenta una misura proposta da attuarsi qualora le modalità di fruizione tradizionale (in refettorio) non permettano di rispettare i criteri di prevenzione citati; tale proposta rappresenta, infatti, una soluzione organizzativa residuale di fruizione del pasto qualora il numero di alunni e la capienza dei refettori non consentano di garantire l'interezza delle procedure di consumo del pasto e di igienizzazione dell'ambiente entro un lasso temporale compatibile con la didattica e le esigenze nutrizionali degli alunni”.

Il Comitato Tecnico Scientifico, nella stessa seduta si è poi espresso sul concetto di "mono-porzione" richiamato nel "Protocollo d’intesa per garantire l’avvio dell’anno scolastico nel rispetto delle regole di sicurezza", approvato con decreto del Ministero dell’Istruzione 6 agosto 2020, n. 87, affermando che tale concetto “si ritiene possa essere riferito all'esigenza di garantire a ciascun alunno una porzionatura individuale del pasto” e “ritenendo complessivamente congrue le caratteristiche di organizzazione del servizio sinteticamente riepilogate nel testo del quesito”.

Il Comitato Tecnico Scientifico, concludendo la risposta, ha invitato alla prosecuzione del confronto con gli Enti responsabili dell'erogazione del servizio “nel rispetto delle indicazioni fornite che non potranno che essere di carattere generale per garantire la coerenza con le misure essenziali al contenimento dell'epidemia, rappresentando primariamente un elenco di criteri guida da contestualizzare nelle diverse realtà locali”.

Massimo NUTINI

Manuale per la scuola secondaria - Guida ai concorsi

a cura di Mariella Spinosi, con M. Giacomo Dutto e Leonilde Maloni


Nel nostro sistema nazionale, per diventare insegnanti bisogna superare regolari concorsi. Il DM 95/2016 ha previsto per gli aspiranti docenti non solo il possesso di competenze culturali e professionali, ma soprattutto il possesso di una buona mediazione didattica.

Partendo da questo presupposto, il Manuale si pone l'obbiettivo di indicare tutte le "avvertenze generali", con gli sviluppi legislativi, sociali e culturali.

Il Manuale, con un indice ampiamente dettagliato, si articola in quattro parti:

La prima parte fornisce informazioni essenziali per aiutare i futuri docenti ad orientarsi in maniera adeguata nel mondo dell'educazione, toccando aspetti culturali e sociali, oltre che di psicologia, sociologia e pedagogia.

Nella seconda parte si analizzano gli aspetti metodologici, didattici ed organizzativi, senza tralasciare i punti di vista di docente, Scuola e studenti.

La terza parte ha come focus la governance della scuola con le scelte di ogni indirizzo istituzionale.

Infine, la quarta parte, suddivisa in quattro percorsi tematici offre una riflessione semplice ed essenziale sulle leggi fondative a partire dalla costituzione.

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Manuale per la scuola primaria - Guida ai concorsi

a cura di M. Spinosi, con G. Cerini e S. Loiero


Il libro, articolato in quattro capitoli e un'appendice, costituisce uno strumento indispensabile per il futuro insegnante, lo aiuta a padroneggiare tutte le competenze necessarie per diventare un professionista di qualità. Serve anche ai docenti in servizio per la ricchezza dei suggerimenti e per gli esempi di percorsi didattici ivi contenuti.

Il primo capitolo contiene i fondamenti pedagogici, sociali e psicologici con riflessioni sulle principali questioni e con riferimenti alle teorie e alle scuole di pensiero su cui si sono fondate le nostre scelte istituzionali.

Il secondo capitolo affronta i temi basilari per diventare docenti, cioè tutti i presupposti per l'insegnamento apprendimento: curricolo, competenze, ambiente di apprendimento, documentazione, gestione della classe, valutazione, certificazione ed altro.

Il terzo capitolo è dedicato alla “didattica in azione”: ci sono nove percorsi disciplinari, alcuni esempi di prove di verifica e di compiti in situazione.

Il quarto capitolo riguarda gli aspetti di natura organizzativa e istituzionale con attente analisi delle Indicazioni per il curricolo, autonomia scolastica, offerta formativa, valutazione e rendicontazione e con una ricostruzione essenziale della storia della scuola primaria.

Infine il neo docente, per potersi muoversi nel mondo delle norme, può avvalersi di un'appendice in cui sono riassunte, in maniera semplice ed efficace, tutte le principali disposizioni che regolano la vita della scuola.

Una tabella di corrispondenza tra l'insieme dei temi richiesti nel programma di concorso e di quelli trattati nel manuale permette di non tralasciare nulla. Potrà essere un utile dispositivo di orientamento sia nella fase di prima lettura, sia in quella di consolidamento della preparazione

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Una settimana dopo: prime impressioni sulla ripartenza

Marco MACCIANTELLI

Bungee jumping

Superato l’effetto bungee jumping. Ovvero il salto con l’elastico. Consiste nel lanciarsi nel vuoto legati ad una corda. A saltare la scuola italiana. La corda frutto non solo del fitto intreccio di note, circolari, linee-guida, dispiegatesi nel corso degli ultimi mesi: una mobilitazione di carta, per quanto dematerializzata, di particolare rilievo, per consistenza e intensità. Ciò che realmente ha fatto la differenza, piuttosto, è stato il lavoro concreto, scuola per scuola, plesso per plesso, aula per aula, banco per banco, nella predisposizione delle condizioni a favore di una ripresa dell’attività didattica in presenza. E’ quella corda che ha sorretto la scuola italiana.

La domanda è: quella corda ha tenuto? Sì; e, tutto sommato, abbastanza bene. L’hanno stretta insieme DS, RSPP, RLS, MC (acronimi relativi alla filiera della sicurezza) e, con loro, i DSGA, i collaboratori dei DS, tanti docenti insieme al personale ATA. Ha tenuto perché, sottotraccia, c’era in ballo qualcosa di più motivante intimo e profondo: la spinta dal basso, condivisa da studenti e famiglie, ad esserci, a ritrovarsi, a ripartire.

Il νόστος (ritorno a casa) con lo zainetto

Il Lockdown ha accentuato un’attesa, acuito un desiderio, prodotto una nostalgia. Una specie di νόστος con lo zainetto. Piccolo Ulisse salpato dallo spazio virtuale della didattica a distanza alla ricerca del punto di approdo per una rinnovata didattica in presenza. Un fenomeno che costituisce qualcosa di inedito rispetto al tradizionale odi et amo di ciascun studente verso la scuola. Qualcosa che ha orientato il dibattito pubblico, non senza accigliati editoriali sulla stampa, non sempre documentati servizi televisivi, concitate dirette facebook, rinvigorendo un legame, facendo maturare e crescere la voglia, semplice e spontanea, da parte di tanti studenti, se non di tutti, di tornare presto, al più tardi dall’inizio del nuovo a.s., tra i banchi di scuola.

Un riflesso condizionato di massa ha coinvolto, nella sua dimensione più ampia, un mondo che annovera circa 10 milioni di persone, tra studenti e lavoratori della scuola. La nazione del sapere e, sempre più, anche, tendenzialmente, del saper essere e del saper fare: un sentimento, guardando al futuro, da coltivare e custodire.

Intanto è bene che questo back to school, appena iniziato e ancora in corso, siccome altre Regioni devono aggiungersi e non proprio tutto è ancora a regime, sia accompagnato dall’imprinting delle regole che devono essere osservate.

Dopo sei mesi vissuti non senza una certa trepidazione, chiaro deve essere l’invito all’osservanza delle precauzioni, perché si trasformino in stili di vita, in comportamenti conformi, in buone pratiche. Non solo costrizioni. Anche convinzioni. Qualcosa di cui si condivide il valore. Con giudizio ed equilibrio, ma anche con molta serietà.

Responsabilità sociale della persona

Tutta l’enfasi posta sul primo giorno di scuola - non senza squilli tromba e rulli di tamburo, dosi variamente assortite di retorica, tra cassandre in servizio permanente effettivo e spavalderie degne di miglior causa - a qualcosa è servito: a evidenziare come il problema non fosse il primo giorno di scuola, ma quelli successivi.

Infatti, non si tratta di una prova di velocità, ma di resistenza.

Allo stesso tempo la pretesa di normare anche il minino dettaglio è destinata alla disillusione se non si punta sulla partecipazione attiva, attraverso la collaborazione e il mutuo-aiuto. In un ambiente educativo dovrebbe essere fondamentale soprattutto lo sviluppo di una cultura della responsabilità sociale della persona. L’indicazione della regola unita alla promozione di comportamenti proattivi.

L’invito rivolto a tutti coloro che comprensibilmente nutrono preoccupazioni è a riflettere sul fatto che parlarsi un po’ di più tra colleghi, condividere un po’ di più quel che c’è da fare con le parti sociali, programmare insieme un po’ di più all’interno degli organi collegiali: tutto questo rende ciò che è scritto nei protocolli ancora più affidabile sotto il profilo della sicurezza.

Il rapporto scuola-società

C’è poi una questione di non piccolo conto: il rapporto scuola-società. Gran tema, o come, in altra sede, si direbbe, vaste programme, che qui va circoscritto all’emergenza epidemiologica in atto. Grazie all’attivazione di un sorvegliato sistema di prescrizioni oggi la scuola può essere considerato un ambito nel quale il rischio del contagio non è escluso - ovviamente - ma si può considerare più mitigato e, qualora si verifichi un caso di Covid-19, il sistema è predisposto per attivare misure adeguate di intervento.

Naturalmente tra scuola e società sono infinite relazioni: ma la scuola è scuola quando riesce ad impostare una propria visione del mondo in grado di rappresentare uno scarto positivo rispetto alla società, cercando di non riprodurne le storture. Se la società è ingiusta - e lo è - la scuola, al contrario, deve prefiggersi di adempiere ad una ben riscontrabile idea di giustizia. Se la società è contrassegnata da incompetenza e mediocrità, la scuola, invece, deve dimostrare di sapere che la competenza è garanzia di autonomia e responsabilità, i meriti sono valori non da trattenere per sé ma da mettere a disposizione degli altri. Non definiscono un “potere” - l’equivoco della meritocrazia - ma una qualità, sia del fare scuola, sia del fare società.

Un più ampio accordo per la sicurezza

Non può esserci una contraddizione così evidente tra il rispetto delle regole a scuola e il mancato rispetto delle stesse fuori da scuola. Non può essere che - dalle aree pertinenziali ai corridoi alle aule - vigano determinati regolati criteri e prima del cancello, quando si entra scuola, e dopo il cancello, quando si esce da scuola, essi evaporino: dal distanziamento alla mascherina sino all’igienizzazione delle mani.

Su questo la scuola deve continuare a insistere con il suo messaggio formativo, utilizzando tutto il potenziale che può offrire la reintroduzione da quest’anno dell’Educazione civica, adoperandosi perché l’organizzazione sociale esterna alla scuola assuma l’impegno della scuola come qualcosa che coinvolga e riguardi tutta la comunità.

Senza immaginare scenari sanzionatori, ma, se necessario, senza escluderli, in primo luogo è urgente un maggiore presidio da parte di chi ha titolo nei punti di maggiore assembramento degli studenti, come alle fermate degli bus, dei tram e delle metropolitane.

Dopo la prima settimana di avvio, nelle settimane a venire, sarebbe opportuna un’esplicita intesa tra scuole ed Enti locali, segnatamente i Comuni, ma anche le Province e le Città Metropolitane, Polizie municipali, aziende per la mobilità urbana, insieme a volontariato e associazionismo più sensibili al tema della sostenibilità e della sicurezza sociale, perché vi sia una sorveglianza nei punti di maggiore assembramento nel percorso casa-scuola e scuola-casa, tra ciò che viene prima e dopo il suono della campanella.

Collaborare per una etica della comunità

L’impegno che vi è stato sin qui, da parte del sistema scolastico italiano, è fuori discussione.

E’ da sottolineare come alcune scuole abbiano colto occasioni ulteriori. Per esempio abbiano provveduto ad organizzare i corridoi nella duplice direzione di marcia grazie ad un transennamento leggero e ad una segnaletica a terra. Qualcosa che avrebbe potuto esserci prima del Covid-19, perché è comunque utile dare agli studenti il senso di un percorso ordinato, l’avvertenza di una maggiore prudenza nel muoversi e nell’interagire, attenuando quel fenomeno di “calca” che tende a verificarsi specie nell’intervallo. Queste minime norme di buon senso e di educazione avrebbero dovuto funzionare prima del Covid-9, ora, a causa del Covid-19, diventano indispensabili.

In genere si è abituati a sentire roboanti giri di frase del tipo “della tal cosa dovrebbe occuparsi la scuola”, “quel tal libro dovrebbe essere letto, quel tal film dovrebbe essere visto, obbligatoriamente, a scuola”. Quando la società attribuisce alla scuola dei compiti rivela non solo un opinabile approccio pedagogico ma anche strani tic autoritari. Il ragionamento, invece, dovrebbe essere semplicemente rovesciato: non basta “scaricare” sulla scuola il peso di una coscienza civile a cui deve contribuire l’intera società.

Ma venendo al pratico, nella circostanza data, è fondamentale una cooperazione tra la scuola e i soggetti preposti all’organizzazione sociale del territorio.

Esattamente come sta avvenendo tra scuola e sanità, dove si sta andando verso una stretta relazione tra presidi territoriali della sanità pubblica e autonomie scolastiche. Per affrontare eventuali casi, grazie all’istituzione dei referenti Covid e, più complessivamente, al fine di assicurare il diritto alla salute di tutti.

Sanità, scuola e territorio

Ecco: territorializzazione dei presidi sanitari, scuola e organizzazione sociale dovrebbero, specie in questa fase, integrarsi e cooperare, nella prossimità. Questo è un modello che può garantire coerenza nel rispetto delle regole.

Il rischio come probabilità di accadimento di un evento indesiderato, da ridurre con la prevenzione, considerato per l’entità del danno, da contenere con la protezione, continua a comportare una ponderata attitudine a non abbassare la guardia, nel bisogno di allargare lo spettro di quanti vi concorrono ben oltre l’ambito della scuola e ben oltre la prima settimana di scuola.

Presumiamo che il più sia passato. Facciamo bene a sperarlo. Allo stesso tempo occorre essere cauti. Veniamo da un anno difficile. Quello che sta per iniziare non sarà meno complesso.

Nel dibattito pubblico del nostro Paese vi è la tendenza a concentrarsi sugli aspetti materiali o meramente economicistici. Ma vi sono anche quelli culturali o psicologici. Non di solo pane vive l’uomo, anche se il pane è indispensabile.

Tipica la sin troppo insistita vicenda dei banchi - importanti, per carità - ma la scuola ha bisogno anche, se non soprattutto, di rinnovare il proprio progetto educativo e di offrire ad una popolazione scolastica che torna in classe dopo sei mesi qualche Sportello d’ascolto in più.

L’estate sta finendo

Abbassando il tono del discorso, si potrebbe racchiudere l’intenso periodo dei preparativi - tra giugno, luglio, agosto e la prima metà di settembre - nel refrain di tre note canzonette. Da un lato, e la chiamano estate. Dall’altro, un’estate a scuola (non al mare o in montagna). Infine, l’estate sta finendo. Anzi, è già finita, da oggi ha inizio l’autunno.

Nessun lamento. Si fa quel che si deve.

Non a caso la nota n. 24841 del 17 agosto 2020, a firma del Direttore Generale Dr. Filippo Serra, con apprezzabile tempestività, ha previsto “una proroga del termine per la fruizione delle ferie da parte dei dirigenti scolastici”, “entro il primo semestre dell'anno successivo”, o anche, in taluni motivati casi, “fino alla fine dell’anno successivo”.

La resilienza della scuola

Non di rado, negli incontri di questi ultime settimane, è riecheggiata la parola “resilienza”. Non è nuova, anzi, è un po’ usurata, salita agli onori della cronaca planetaria a seguito del discorso tenuto da Barack Obama per il suo secondo mandato alla Casa Bianca davanti a circa 600.000 persone.

Ci si riferisce alla capacità di resistere agli urti, all’attitudine di una persona o di una comunità ad affrontare le avversità, non subendole, ma traendone sollecitazioni per soluzioni innovative. Per certi versi, un ritratto vissuto della scuola degli ultimi e dei prossimi mesi: istituzione, come è stato detto, dotata di legami deboli, ma, occorrerebbe aggiungere, anche di impegni tenaci.

Tanti problemi ma anche un’evidente volontà di affrontarli e risolverli. La pandemia, purtroppo, tuttora in atto, è un’occasione per passare dalla tendenza, molto praticata, a sottolineare quello che non va, al predisporre un’agenda ordinata delle cose da fare, non perdendo mai di vista il senso delle priorità, specie dal punto di vista della missione educativa.

Marco MACCIANTELLI

DAD DDI non tutto è perduto.

Gabriele BENASSI

Apocalittici o integrati?

Nelle prime settimane di Marzo non ho mai ricevuto tante richieste di giornali locali per delle interviste. La didattica a distanza sembrava essere la scoperta più sensazionale del mondo, un vaccino reale al lockdown delle scuole. Effettivamente i docenti hanno conosciuto una full immersion di digitale reagendo alle difficoltà oggettive in modo veloce e inatteso, così come alunni e famiglie, nonostante le difficoltà di connessione e di digital divide. Una accelerazione senza precedenti che aveva diffuso un forte ottimismo generale che gradualmente, mese dopo mese, si è smorzato. A Maggio si parlava di didattica a distanza in termini catastrofici, apocalittici, quasi ai limiti della sopportazione umana. Il clima è cambiato con velocità impensabile, modificando (e distorcendo) la percezione di quello che è stato fatto dalle scuole. Oggi, nella sacrosanta volontà di aprire (e tenere aperte) le scuole, non si vuole quasi prendere in considerazione una ulteriore esperienza come quella passata, anche alla luce delle indicazioni ministeriali dedicate alla didattica digitale integrata.

Facciamoci alcune domande

Poniamoci tre domande, alla luce di tutto ciò:

Cosa abbiamo imparato in questi mesi di lockdown dal punto di vista didattico?

Cosa dobbiamo ancora imparare?

Cosa possiamo fare in questo anno scolastico appena nato?

Proviamo a dare qualche risposta.

Cosa abbiamo imparato dalla DAD?

In questi mesi di lockdown abbiamo imparato innanzitutto che la scuola è tanta relazione e non semplicemente una trasmissione di contenuti. Ce ne siamo accorti finalmente, proprio nel momento in cui questa relazione si è dovuta necessariamente trasformare in relazione a distanza. Abbiamo anche imparato che le piattaforme sono ambienti interattivi, in cui possiamo strutturare attività e contenuti in modo studiato, individualizzato, graduale. Non funziona fare a distanza la lezione frontale che facciamo normalmente in classe, perché è noiosa e ridondante. Abbiamo però anche imparato che gli alunni più fragili, a meno che non siano “catturati” dall’accessibilità e dalla forza motivazionale del digitale e della rete (è capitato e capita!), sono quelli più a rischio sia in termini di apprendimenti che di frequentazione delle attività proposte. La lontananza non aiuta e chi era già debole normalmente faticava ancora di più in tempi di DAD. Quindi, se l’ambiente digitale è una estensione di uno spazio e di un tempo, dipende molto da come lo popoliamo, con quali strategie didattiche lo rendiamo vivo motivando gli alunni, tutti, all'apprendimento.

Che cosa dobbiamo ancora imparare?

Veniamo alla seconda domanda: cosa dobbiamo ancora imparare? Sarò un pazzo, ma non credo che le difficoltà siano nel mezzo tecnologico. Come sempre, le difficoltà sono nella metodologia didattica. Dobbiamo imparare a costruire unità di apprendimento più vicine al modello e-learning, più chiare e con le attività ben specificate. Questo ci può portare a strutturare i materiali e ad avanzare le proposte in modo pianificato, potendo contemporaneamente lavorare in classe e a casa sul/con il digitale. Non in ottica di sostituzione ma in ottica di integrazione. Il digitale non “al posto di”, ma il digitale come estensione dell’aula e del tempo di lavoro, come strumento di creazione e costruzione, di collaborazione. Ecco allora che assume più valenza didattica un'attività di costruzione e di sviluppo di una pista data, ed eventualmente di discussione e confronto, piuttosto che una lezione di stampo trasmissivo (un testo di scrittura creativa? Un oggetto di uso quotidiano da seguire nella storia? delle statistiche da elaborare dopo un sondaggio od una osservazione di open data? Un ebook di fumetti in latino? Un itinerario turistico con google my maps? La costruzione di podcast o siti tematici? La creazione di quiz interattivi fra gruppi di alunni per delle sfide?).

Non abbandoniamo le piattaforme

Avremo un anno scolastico costellato da classi falcidiate, con le percentuali di assenze molto più rilevanti rispetto agli anni scorsi. Dovremo quindi avvicinare le attività didattiche in classe con gli alunni a casa, cercando di supportarli perché non perdano il ritmo e il lavoro.

Non è il caso quindi di abbandonare le piattaforme didattiche e tenerle solo in caso di lockdown, come si sente già in alcuni collegi docenti. Piuttosto è il caso di continuare ad usarle in modo strutturale e diffuso come strumenti di collaborazione; ma proprio nell’ottica di questa necessità, è opportuno progettare in modo molto pragmatico e coerente le attività rendendole intuibili sia nel lavoro in classe che a casa a chiunque le abbia. Questo sforzo potrebbe rivelarsi un ottimo esercizio per noi docenti nell’imparare a programmare in modo più chiaro e operativo e non generico e fumoso (come talvolta facciamo), tenendo ben presente l’integrazione fra classe e distanza.

Il bello della diretta?

Soprattutto nelle scuole secondarie di secondo grado si sta sperimentando la possibilità di “dirette” dalla classe, con conseguente necessità di buonissima connessione e di strumenti adeguati. Questa soluzione permette ad alcuni istituti di dividere le classi e di tenerle connesse al docente de visu o in rete. Tecnicamente, dove la connettività è adeguata, non è una possibilità da scartare, anche se pensare a cinque o sei ore di lezione frontale online è una sfida che riterrei ai limiti della sopportazione umana. Meglio anche nel secondo ciclo cercare di alternare sincrono e asincrono, sfruttando una delle principali potenzialità delle piattaforme, quella di poter lavorare in tempi diversi e individualizzati.

Che fare? Un approccio pragmatico al digitale

Cosa possiamo fare, dunque, in questo anno scolastico appena nato?

Come prima cosa, fare tesoro di tutto quello che abbiamo imparato durante il lockdown, compresa la consapevolezza dell’importanza del viso, delle espressioni, delle relazioni, dell’umanità. Certamente, anche delle competenze digitali acquisite e rinforzate, così come della resilienza che ci sarà richiesta in un anno scolastico così particolare. In generale, impariamo ad assumere un approccio pragmatico verso il digitale, riconoscendo la sua valenza come strumento di lavoro e di collaborazione sempre più indispensabile ed efficace soprattutto se utilizzato consapevolmente in un ambiente di apprendimento pensato e adeguatamente predisposto. Sarà la volta buona che lasceremo il curriculum nascosto a cui inconsapevolmente spesso ci aggrappiamo e ci apriremo davvero con più determinazione alle competenze digitali non prese nella loro singolarità ma innestate in quelle delle varie discipline? Questa potrebbe essere una delle sfide da vincere in questo anno scolastico.

Gabriele BENASSI

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