Questione di genere

Perché la scuola non può restare a guardare

L’idea di bandire il tema “gender†dalle scuole si scontra con la realtà effettiva: significherebbe, paradossalmente, tentare di espungere un aspetto dell’identità stessa della comunità scolastica. È pur vero che si deve affrontare una dimensione complessa e difficile, la cui comprensione è spesso ostacolata dalla mancanza di strumenti critici e da una narrazione mediatica che tende a polarizzare anziché spiegare. Ma riconoscere il genere come una delle dimensioni costitutive della persona è ineludibile, non è una questione ideologica, è un atto di realismo pedagogico: significa accogliere la pluralità che già vive ed esiste nel contesto scolastico. Ignorare questa realtà non la cancella, ma priva la scuola della possibilità di guidare chi vive tale complessità verso una consapevolezza serena, inclusiva e rispettosa dell’individuo.

Cos’è il gender

La parola gender non è altro che la versione inglese dell’italiano “genereâ€. Bisogna riconoscere, però, che l’utilizzo del termine straniero contribuisce a caricare questo vocabolo di una connotazione di alterità, facendolo percepire come qualcosa di estraneo e, di conseguenza, preoccupante o poco sicuro.

Secondo l’enciclopedia Treccani, si definisce genere “la tipizzazione sociale, culturale e psicologica delle differenze tra maschi e femmineâ€[1]: un significato sociale attribuito, prima in maniera eteronoma e poi autonoma, alla propria persona in relazione ai concetti di maschile e femminile, che si configura sia su un piano psicologico sia culturale[2].

Quando un essere umano nasce, la società gli assegna un genere in base alle sue caratteristiche sessuali. Tuttavia la condizione biologica del bambino non determina di per sé quella psico-sociale: è solo crescendo e socializzando che si entra in contatto con ciò che la cultura indica come maschile e femminile finché, solitamente intorno ai 3-4 anni, i bambini e le bambine sviluppano la propria “identità di genereâ€[3], cioè il modo in cui si percepiscono in relazione a tali istanze[4].

Essendo il genere una parte fondamentale dell’identità di ciascuno, appare chiaro come sia impossibile eliminarlo da qualunque tipo di contesto. Perché quindi pretendere che ciò avvenga a scuola? Dovrebbe anzi essere proprio questo il luogo deputato alla crescita, cioè un ambiente elettivo per accompagnare lo sviluppo personale per favorire l’autoscoperta e l’espressione di sé. Eppure, la direzione intrapresa, anche con i recenti interventi ministeriali, sembra mirata ad un impoverimento progressivo degli strumenti da mettere a disposizione dei giovani per affrontare le sfide evolutive della loro età. Prendiamo ad esempio tre questioni sulle quali, in proporzioni diverse, si è dibattuto più o meno recentemente: lo schwa, il consenso informato sull’educazione sessuo-affettiva e le nuove Indicazioni 2025.

Schwa

Nella nota del Ministero dell’istruzione e del merito del 21 marzo 2025[5] si invita la comunità scolastica ad evitare simboli come schwa (Ç) e asterisco in ogni comunicazione ufficiale, menzionando anche una raccomandazione dell’Accademia della Crusca in merito. La nota esprime preoccupazione sull’eventualità della pubblicazione di messaggi di difficile comprensione, come «“Car* amic*, tutt* quell* che riceveranno questo messaggio…â€Â»[6]. Lo scenario appena descritto sembra, però, di improbabile realizzazione. È perciò lecito chiedersi se non sia di altra natura il timore per l’utilizzo di tali simboli. Lo schwa, in particolare, ha reso visibile per la prima volta la categoria delle persone che non si riconoscono né nel maschile né nel femminile[7], ed è proprio questa visibilità che mette in crisi il sistema che ci si ostina a conservare: sistema che rischia di essere minato dalle rivendicazioni sociali e culturali che, inevitabilmente, passano attraverso le rivendicazioni linguistiche[8]. Inoltre va chiarito che, come ricorda la sociolinguista Vera Gheno, il compito dell’Accademia è l’osservazione della lingua in modo da descriverla, non da stabilirne le leggi.

Consenso informato sull’educazione sessuo-affettiva

Lo scorso 3 febbraio 2026, il disegno di legge n. 1735 relativo al consenso informato per le attività di educazione sessuale a scuola ha superato l’esame del Senato[9]. Qualunque tipo di iniziativa orientata a tale ambito, dalla quale restano escluse le scuole dell’infanzia e primaria, dovrà essere notificata, allegando il relativo materiale didattico, con almeno sette giorni di anticipo alle famiglie, le quali dovranno poi comunicare la loro approvazione in forma scritta[10]. La questione è apertamente problematica: lasciare alle famiglie questa sorta di “diritto di veto†significa, di fatto, negare l’educazione sessuo-affettiva proprio a coloro che ne avrebbero più bisogno. Infatti, saranno verosimilmente proprio le famiglie nelle quali scarseggia la sensibilità verso temi come la parità, l’importanza del consenso, il peso della cultura patriarcale sulla violenza di genere, le stesse che non ne coglieranno l’utilità. Il ministro Valditara si è difeso dalle critiche con un comunicato nel quale, oltre a ribadire la sua posizione, spiega come secondo lui l’educazione sessuo-affettiva non possa considerarsi uno strumento efficace contro la violenza di genere. A supporto della sua tesi porta il caso dei paesi del Nord Europa, dove sebbene l’educazione sessuo-affettiva venga implementata nelle scuole con regolarità, si registrano molti episodi di violenza[11]. Tali dati, però, non sono stati messi in proporzione in maniera corretta, perché non si è tenuto conto del fatto che l’elevato livello di consapevolezza porta le donne scandinave a riconoscere e denunciare gli abusi molto più di quanto non facciano le donne italiane.

Nuove Indicazioni nazionali per il primo ciclo di istruzione

Nella scuola primaria si è compiuta un’ulteriore operazione nella medesima direzione. Si legge nelle Indicazioni nazionali per il primo ciclo di istruzione, che la scuola deve educare al rispetto delle differenze tra bambini e bambine: il rispetto è «l’obiettivo di un’educazione alle differenze di genere rafforzata con le nuove Linee guida dell’educazione civica. Questo tipo di educazione è qualcosa di più dell’alfabetizzazione emozionale: allena bambine e bambini a ‘capirsi’ nella complementarità delle rispettive differenze»[12]. La parola chiave, “differenzeâ€, è ripetuta ben due volte in poche righe, senza considerare il peso sociale e culturale che su di esse agisce. Nella nota, inoltre, si auspica di “guarire†«quella triste patologia che è la violenza di genere»[13] (la patologizzazione del fenomeno si avvicina pericolosamente alla deresponsabilizzazione di chi perpetra tale violenza) con «occasioni didattiche di esperienza di sentimenti basilari come la fiducia, l’empatia, la tenerezza, l’incanto, la gentilezza.»[14], un mix di elementi forse più adatto ad una favola disneyana che a contrastare l’emergenza che sistematicamente affligge il nostro Paese.

Stereotipi di genere che inquinano la formazione

Durante un recente incontro organizzato per una classe terza di un istituto professionale (al quale chi scrive ha assistito), incentrato sulla “comunicazione efficaceâ€, il formatore, esterno alla scuola, ha proposto delle situazioni comunicative da analizzare insieme. Una di queste è stata così presentata: “Una coppia che sta pianificando una vacanza. Lei ha una difficoltà, non riesce a prenotare i biglietti del treno e chiede aiuto al marito. Lui subito esegue l’operazione. Allora le chiede: “perché non ci sei riuscita? Qual è il problema?†L’uomo ha agito così perché la sua mente è più analitica: vede un problema, lo individua e lo risolve. Le donne, invece, tendono ad andare in ansia. Quando lei riceve questa domanda dal marito si agita ancora di più perché non si sente capita, ma attaccata: “non ti interessa se non riusciamo ad andare in vacanza? Pensi che io sia stupida?†Questo accade perché il cervello maschile e quello femminile sono diversi, funzionano diversamente.

La scena è palesemente ricca di stereotipi di genere, tra l’altro molto banali: lei, negata con la tecnologia e afflitta dalle insicurezze; lui, che prontamente interviene a risolvere la situazione, l’unico con la mente abbastanza analitica per riuscirci. Ancor più problematica è la generalizzazione dal tono “gli uomini funzionano in un modo, le donne in un altroâ€. Essa, come dovrebbe essere noto, si basa su un assunto figlio a sua volta di un pregiudizio: le ancestrali differenze tra il cervello maschile e quello femminile. Ma il cervello maschile e quello femminile non sono tanto diversi da giustificare differenti tendenze, comportamenti o attitudini. Studi scientifici hanno provato che le differenze strutturali tra i due cervelli sono rarissime, e infinitamente superiori sono le somiglianze[15]. Ad essere davvero diversi non sono i cervelli, ma le vite che hanno vissuto e che li hanno educati, istruiti e condizionati[16].

Riprendendo l’esempio sopra citato, dunque, sarebbe stato molto più corretto dire: la donna, abituata a pensare di doversi prendere cura della famiglia e di essere responsabile della buona riuscita di attività come festività e vacanze, era entrata in uno stato ansioso e non si sentiva capita dal marito, evidenziando come i suoi sentimenti siano frutto di una condizione vissuta per anni e non certo di una differenza biologica.

Necessità di una formazione capillare e di qualità

È quindi evidente l’urgenza di una formazione capillare indirizzata a tutti gli enti incaricati di istruzione ed educazione. Non possiamo pensare di poterci occupare dei nostri giovani se non sappiamo come funzionano e come funzioniamo noi. Non possiamo pensare di essere in grado di aiutarli a diventare cittadini e cittadine migliori, esseri umani capaci di convivere, rispettarsi e amarsi se non sappiamo neanche dare un nome alle loro emozioni, comprendere da dove provengono, individuare quali sono i limiti che la società gli ha imposto e i comportamenti entro i quali li ha costretti. Va sottolineato, inoltre, che essendo la scuola il contesto istituzionale per l’educazione, è da essa che si deve partire, e toglierle strumenti, dal più piccolo simbolo grafico fino alla possibilità di realizzare progetti e percorsi formativi, non farà altro che consolidare quei retaggi culturali dannosi sul piano educativo, e quindi culturale, che soffocano ogni istanza di prioritario riconoscimento della dignità di ogni persona.


[1] “Genereâ€, in Treccani enciclopedia online.

[2] Cavallo, Lugli, Prearo, Questioni di un certo genere, p. 11.

[3] Disforia di genere: quello che il pediatra deve sapere, Ferrara, Di Sipio Morgia, Sacco, p. 8.

[4] Ibid.

[5] Nota del MIM, 21 marzo 2025, “Chiarimento circa l’uso del simbolo grafico dell’asterisco (*) o dello schwa (É™) nelle comunicazioni ufficiali delle istituzioni scolasticheâ€.

[6] Ibid.

[7] Gheno, Femminili Singolari, p. 195.

[8] Ibid.

[9] “Consenso informato a scuola, concluso l’esame del Ddl in Commissione Cultura al Senato. Piccolotti: “Da fan della X masâ€, in Tecnica della Scuola. Vedi anche sintesi dei lavori.

[10] Carlino, “Ddl consenso informato, sì della Camera. Educazione sessuale alle medie solo con ok dei genitori. Attività alternative obbligatorie ed esperti in classe con delibera.†in Orizzonte Scuola.

[11] Valditara, “L’educazione sessuale in aula e il consenso informato. L’interventoâ€, dalla pagina web del MIM,

[12] “Nuove indicazioni 2025 Scuola dell’infanzia e Primo ciclo di istruzioneâ€,

[13] Ibid.

[14] iIbid.

[15] Banfi, “Cervello e differenze di genere: siamo così ‘diversi’?â€, in Fondazione Veronesi.

[16] Minaldi, “La fine del mito del cervello maschile e femminileâ€, in Il Tascabile.