Trentunesimo rapporto ISMU 2026

L’Italia che cambia e la nuova geografia della scuola

Per entrare nel tema delle migrazioni con una chiave di lettura che evita di farne un argomento carico di retorica buonista o di antiretorica securitaria,è necessariotrovare narrazioni alternative, desaturate rispetto a quelle dei telegiornali e dei talk show.

È quanto ha provato a fare lo scrittore Paolo Giordano, nel podcast di Chora media per Emergency “In viaggio non pregareâ€[1]. Partecipando in prima persona alla missione in mare sulla Life support, una delle navi che dal 2022 si occupa del salvataggio dei migranti nel Mediterraneo, ha raccolto gli appunti per raccontare senza pregiudizi il fenomeno migratorio, che gli era sembrato fino a quel momento inaccessibile.

Narrazione alternativa del tema

L’immersione nell’esperienza diretta di sofferenza, di pericolo e di cura dei corpi dei naufraghi – l’esserci – genera una sorta di incantesimo e di bombardamento emotivo che lascia il segno, scardina il vivere quotidiano e cambia la prospettiva del cittadino abituato a osservare il fenomeno delle migrazioni attraverso i media, tramite le posizioni nette e senza sfumature degli opinionisti e dei politici in campagna elettorale perenne.

È qui che prende forma un contro un immaginario personale: un modo nuovo di vivere il fenomeno migratorio, sottraendosi a un lessico contaminato per approdare, come suggerito dagli operatori di Emergency, a una necessaria igiene lessicale

Nel podcast c’è qualcosa che libera dal peso della saturazione delle immagini dei barconi e mette in ascolto dello svolgersi della missione nel suo funzionamento, consente di assistervi.

Paolo Giordano esce da questa esperienza con la consapevolezza di non avere certezze, condizione epistemica che in genere manca quando si approccia il tema delle migrazioni. Tutte le parti dovrebbero avere il coraggio di fare un passo indietro e riconoscere da un lato il diritto di tutti di ambire ad una qualità di vita superiore, dall’altro il diritto di cittadini autoctoni a custodire identità nazionale e confini. Il principio di accoglienza e la percezione del rischio per la sicurezza convivono.

L’umanità dietro i numeri

Giordano suggerisce di selezionare pochi dati chiave, imparando a leggerli oltre la superficie per smontare i pregiudizi comuni. I numeri, infatti, parlano chiaro: i migranti internazionali rappresentano meno del 3% della popolazione mondiale e le navi delle ONG ne soccorrono, nei fatti, appena il 10%. Eppure, a fronte di una maggioranza di italiani che considera le migrazioni una risorsa, il razzismo in Europa è salito al 34%, mentre il Mediterraneo continua a registrare la tragica media di 5 morti al giorno.

Questa realtà non è un’emergenza isolata, ma un fenomeno i cui tratti restano immutati nello spazio e nel tempo. Lo testimoniano le voci della letteratura: da Tash Aw[2] che in Stranieri su un molo narra l’approdo dei nonni a Singapore in fuga dalla Cina degli anni Venti, a Kim Thúy[3] che ne Il mio Vietnam rievoca l’esodo dei boat people alla fine degli anni Settanta.

A suggellare questa costanza del dolore umano sono i versi universali di Warsan Shire[4], poetessa britannica di origini somale, che restituisce voce e dignità alla scelta disperata dei profughi: “Capisci / che nessuno mette i propri figli su una barca / a meno che l’acqua non sia più sicura della terraâ€.

Tendenze e dinamiche

La Fondazione ISMU ETS[5] (Iniziative e Studi sulla Multietnicità) ha presentato il 25 febbraio 2026 la 31° edizione del Rapporto annuale sulle migrazioni, confermando il proprio ruolo centrale nel monitoraggio dei processi migratori nel nostro Paese.

Il primo Rapporto risale al 1995 e nasce dall’intuizione del prof. Vincenzo Cesareo, che diede vita a un monitoraggio sistematico capace di intercettare sia le tendenze di lungo periodo, sia le brusche discontinuità tra le diverse fasi del fenomeno. Se nel 1995 gli stranieri regolarmente presenti in Italia erano circa 700 mila, oggi i residenti sfiorano i 5 milioni e 371 mila, con un’incidenza sulla popolazione totale salita dall’8,9% al 9,1%. Al di là di un allarmismo mediatico che tende a presentare il dato come un’emergenza, i numeri descrivono in realtà un fenomeno strutturale e un processo di integrazione consolidato, testimoniato anche dal numero crescente di acquisizioni di cittadinanza.

Quasi 2/3 degli stranieri residenti in Italia risultano concentrati in dieci cittadinanze, con la netta predominanza (35%) dell’Est Europa (romeni 19,6% del totale), seguiti da albanesi e marocchini (entrambi al 7,7%). Le altre comunità coprono complessivamente il 16,5% del totale: cinesi (5,8%), ucraini (5,3%) e provenienti da altri cinque paesi (Bangladesh, India, Egitto, Pakistan e Filippine), singolarmente per quote pari almeno al 3%.

Le comunità provenienti dall’Asia meridionale e da alcune parti dell’Africa subsahariana si caratterizzano per una forte presenza maschile per lo più orientata a settori lavorativi che richiedono resistenza e prestanza fisica, come edilizia e agricoltura. Spiccata è invece la prevalenza femminile, proveniente soprattutto dall’Europa orientale e impiegata prevalentemente nelle cosiddette “filiere della curaâ€, tra lavoro domestico e assistenza alla persona.

I flussi migratori continuano a privilegiare il Centro-Nord, il Mezzogiorno presenta dinamiche più contenute, instabili e meno radicate, delineando chiaramente quelle che possono definirsi le “due Italie della migrazioneâ€. Eppure, proprio in questo quadro di profonda sfida demografica, il contributo della presenza straniera si configura come un essenziale “ammortizzatoreâ€: una politica migratoria attiva e sostenibile può, infatti, contrastare almeno in parte il calo delle nascite e l’invecchiamento della popolazione in Italia[6].

Evoluzione e profilo della popolazione scolastica multietnica

Nell’anno scolastico 1997/1998, la presenza di alunni di cittadinanza non italiana (CNI) si attestava su appena 70 mila unità con un’incidenza inferiore all’1%.

Tuttavia, nei quindici anni successivi tale valore è decuplicato superando le 700 presenze (l’8% della popolazione scolastica totale): una fase di accelerazione esponenziale proseguita fino al 2012/2013, segnata da una crescita netta e costante anno dopo anno.

A quella stagione di crescita impetuosa è seguita una fase di relativa stasi, protrattasi fino al 2019/2020, che ha visto l’incidenza degli studenti di origine immigrata assestarsi tra il 9% e il 10%. Tale stabilità si conferma anche nel quadro attuale analizzato dal 31° Rapporto sulle migrazioni: al 1° gennaio 2024, i dati non mostrano oscillazioni di rilievo, delineando un panorama ormai strutturato.

Secondo le stime elaborate dalla Fondazione ISMU ETS, per l’anno scolastico 2023/2024, la presenza di alunni con cittadinanza non italiana (dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di secondo grado) è stimata a circa 930 mila unità, pari a oltre 11 studenti ogni 100. Il dato più significativo riguarda la composizione di questa platea: si registra infatti una netta prevalenza di seconde generazioni (59,5%), ovvero bambini e ragazzi nati in Italia. Per quanto riguarda chi è arrivato nel nostro Paese nel corso del proprio percorso di crescita, le percentuali variano in base all’età: l’11,7% è giunto prima dei 6 anni, il 17% tra i 6 e i 10 anni, mentre l’11,8% ha fatto il suo ingresso a 11 anni o più.

Geografie dell’istruzione e provenienze: un mosaico complesso

Oltre alla crescita numerica, è fondamentale analizzare l’eterogeneità di questo gruppo. Gli studenti con CNI presenti in Italia provengono da quasi 200 Paesi differenti: la prevalenza (il 43% circa) ha origini europee (Romania, Albania, Ucraina, Moldova); il 32% è di origine africana (Marocco, Egitto, Tunisia, Nigeria, Senegal), circa il 20% è di provenienza asiatica (Cina, India, Filippine, Pakistan, Bangladesh) e l’8,5% di origine latinoamericana (Perù, Ecuador).

Sul totale degli iscritti con CNI, il 36,4% frequenta la scuola primaria, un quarto la scuola secondaria di secondo grado (soprattutto istituti tecnici), il 21,5% la scuola secondaria di primo grado e il 17,1% la scuola dell’infanzia. La distribuzione degli studenti per livello scolastico varia in relazione alla nazionalità. Le comunità filippina, ecuadoriana e peruviana – caratterizzate da bassi tassi di natalità, prevalenza femminile e forte inserimento nei servizi domestici – mostrano una maggiore presenza nella scuola secondaria di secondo grado. Viceversa, le collettività con elevati tassi di natalità e quote più ampie di minori (nigeriana, bangladese, indiana, pakistana, marocchina, egiziana) si concentrano prevalentemente nella scuola dell’infanzia e primaria.

I dati confermano che la maggioranza degli studenti con CNI è concentrata nelle regioni settentrionali del Nord Ovest e Nord Est (oltre 50%) e la Lombardia continua ad accogliere più di un quarto degli alunni con CNI, dato ancor più significativo se si considera che dal 2020 al 2023, la popolazione scolastica della regione ha registrato una perdita di circa 40 mila iscritti.  Va da sé che senza gli alunni con CNI le nostre classi sarebbero sempre più vuote.

Disuguaglianze educative e sfide dell’integrazione

Se da un lato la presenza straniera argina il calo demografico, dall’altro emergono criticità strutturali nei percorsi di inclusione. Per quanto riguarda i minori stranieri non accompagnati (MSNA), Milano si conferma la prima città per numero di presenze (oltre mille), seguita da Catania (745) e Roma (685), evidenziando una forte concentrazione sia nel Nord che nel Mezzogiorno. Tuttavia, all’ampiezza del dato numerico non corrisponde sempre un’efficace inclusione: una survey condotta su un campione rappresentativo tra il 2020 e il 2022 rivela infatti che appena il 21% dei MSNA è inserito in percorsi d’istruzione o formazione finalizzati al conseguimento di un titolo di studio. L’abbandono scolastico precoce rimane uno dei segnali più allarmanti della disparità tra studenti stranieri e autoctoni. Tale fenomeno appare strettamente condizionato dal background socio-economico delle famiglie, che agisce come un fattore determinante nel limitare i percorsi d’istruzione.

Secondo l’ISTAT le disparità educative tra giovani italiani e stranieri assumono maggiore rilevanza nel Mezzogiorno, con differenze ancora più accentuate a Catania e Napoli, dove circa due terzi dei giovani stranieri non raggiunge il diploma.

Nonostante i progressi, permangono disuguaglianze significative negli esiti scolastici e negli apprendimenti a sfavore degli alunni con CNI. Sempre secondo ISTAT (2025), il 75% dei ragazzi nati all’estero non raggiunge la sufficienza nelle competenze alfabetiche e il 67,6% in quelle numeriche; tra i nati in Italia da genitori stranieri le quote scendono rispettivamente al 57,2% e al 52,6%, mentre tra gli studenti nativi si attestano al 37,0% e al 41,4%.

Al termine del secondo ciclo d’istruzione lo svantaggio in Italiano tende a persistere, mentre in Matematica risulta notevolmente ridotto, raggiungendo livelli simili per le prime e seconde generazioni. Interessante, invece, la performance altamente positiva nella prova di Inglese (listening), dove gli studenti nati all’estero ottengono risultati migliori anche rispetto alle seconde generazioni, suggerendo l’influenza favorevole del background migratorio sulle competenze linguistiche.

L’istruzione come unica via possibile

Nonostante le sfide strutturali, la scuola italiana si conferma come spazio vitale di opportunità, come laboratorio di cittadinanza dove la conoscenza diventa il terreno comune per costruire relazioni significative. Anche nei contesti di maggiore svantaggio, ciò che emerge non è la rassegnazione alla fragilità, ma un impegno corale nel sostenere i sogni e le competenze delle nuove generazioni, inclusi i minori che hanno affrontato il viaggio da soli. In questo orizzonte, l’istruzione non è solo un percorso accademico, ma la più concreta possibilità di emancipazione e riscatto.


[1] Paolo Giordano, “In viaggio non pregareâ€

[2] Tash Aw è uno dei più importanti scrittori contemporanei di lingua inglese, noto per la sua capacità di raccontare l’Asia moderna, le migrazioni e le complessità dell’identità post-coloniale.

[3] Kim Thúy è una scrittrice vietnamita naturalizzata canadese (nata nel 1968), fuggita da Saigon a dieci anni a bordo di una fragile imbarcazione, facendo parte della storica ondata dei boat people.

[4] Warsan Shire è una poetessa e scrittrice britannica di origini somale (nata in Kenya nel 1988), diventata una delle voci più potenti della sua generazione nel dar voce all’esperienza dei rifugiati.

[5] Fondazione ISMU ETS 31° Rapporto sulle migrazioni in Italia. Vedi anche “Chiamami col mio nomeâ€. Un’indagine quali-quantitativa sugli alunni con background migratorio. Roma: Save the Children (2025).

[6] Vedi R. Bramante, La sfida demografica in Italia, in Education 2.0, 24 aprile 2024.