Dall’arteterapia alla musicoterapia, passando per la danza e la pet therapy, i percorsi che tentano di stimolare il potenziale autorigenerativo dell’essere umano appaiono oggi molteplici e variegati. In questo panorama, uno spazio sempre più significativo è riservato alla biblioterapia, o book therapy, intesa come pratica di cura mediata dalla parola scritta. Si tratta di contesti che condividono un obiettivo comune: offrire una chiave d’accesso agli aspetti più intimi e talvolta silenziosi del sé.
Attraverso questi linguaggi, l’individuo ha la possibilità di riconoscere e affrontare le proprie fragilità esistenziali, dando voce a emozioni rimaste a lungo inascoltate. L’idea di fondo è che, attingendo alle risorse e alle potenzialità latenti in ognuno di noi, sia possibile intraprendere un cammino di riscoperta volto a recuperare una più profonda serenità interiore.
Qui, la lettura si inserisce non solo come esercizio intellettuale, ma come vera e propria pratica di cura e ascolto profondo. L’atto del leggere, lungi dall’essere una semplice attività intellettuale, si configura come un rifugio capace di accogliere le fragilità umane, offrendo una via d’uscita nei momenti di smarrimento: “Quando stai male, quando ti senti sopraffatto, quando sei certo che non ce la farai, apri un libro e leggilo tutto. E se ancora non stai meglio, prendine un altro e ricomincia”[1].
La lettura come cura di sé
Un libro che parla delle cose che contano davvero nella vita – come l’amore, la pace, la serenità, la famiglia, la morte, insomma i valori e i temi esistenziali più profondi – può essere occasione per alleviare la sofferenza e trovare sollievo dopo un trauma o un lutto, per ascoltarsi e ascoltare il disagio psicologico degli altri, per rimarginare le cicatrici di un amore non ricambiato o della fiducia tradita, per riconoscere problematiche derivanti da scarsa autostima o da sensazione di inefficacia, di incapacità o paura di effettuare scelte, per affrontare i fantasmi inquietanti della solitudine, del precariato e della disoccupazione.
La lettura diventa attività rigenerativa, che sviluppa l’empatia nel senso di “mettersi nelle parole dell’altro” entrare nella trama e provare a guardare – nello spazio protetto del silenzio interiore della lettura – le vicissitudini della vita con gli occhi del protagonista, con la disponibilità a analizzare i propri stati d’animo, a lasciarsi stupire, a raccogliere segnali e, anche nei momenti di fragilità, a non far prevalere lo sconforto, la disillusione, il pessimismo, ma a cercare un potenziale risorgimento, fiduciosi che anche gli eventi più negativi possano essere localizzati e temporanei[2].
Si tratta in altre parole di scoprire un rinnovato senso della lettura che chiama in causa la nostra sfera affettiva: un libro è un’esperienza intima e personale, un buon libro è quello che riesce a toccare una corda che c’è dentro di te e a farla risuonare come un diapason. I libri valgono anche per questo, per come interagiscono nella vita di chi legge[3].
Il libro è un coltello, è un corpo, è un mare: leggere significa essere disposti a farsi raggiungere, tagliare, toccare dal contenuto di un libro come da un coltello, esporsi alla lettura di un libro e trovare nel libro pezzi di sé stesso, dimenticati o che ancora non conoscevamo. Il libro è un incontro: è il libro che mi legge; non il lettore che assorbe il libro, ma il libro che assorbe il lettore. Sicché impariamo qualcosa di chi siamo dal libro che leggiamo[4].
Autodeterminazione e percorsi di lettura
Attraverso le pagine del recente memoir di Bianca Pitzorno[5] è un piacere accompagnare l’autrice alla scoperta del suo rapporto intimo e particolare con i libri protagonisti della sua vita e che hanno ispirato le figure centrali dei suoi romanzi: giovani guerriere, audaci e ribelli, che inseguono i propri sogni e si oppongono a ingiustizie, prepotenze e condizionamenti.
Bambina vivace, curiosa, privilegiata – per la sua appartenenza a una famiglia colta di grandi lettori – Bianca a dieci anni scoprì l’Iliade e si innamorò di Achille, avvertendo subito che il “suo Omero” era quello della guerra di Troia e dell’accampamento dei Teucri sulle rive dello Scamandro, e non quello delle navigazioni di Ulisse.
In casa tutti leggevano Salgari e si parlava a volte il salgarese, ripetendo le battute più celebri e rappresentando le storie più pericolose e entusiasmanti dei pirati della Malesia, che Bianca conosceva a memoria e le riempivano la testa. Alla scuola media giocava alla guerra di Troia nel ruolo di Agamennone, di cui sapeva a memoria molti discorsi, e aveva “la testa piena di un guazzabuglio intricato di letture frivole e altre serissime”. Per questo entrò subito in conflitto con la sua professoressa di lettere, una contesa accanita perché l’insegnante credeva di dover cancellare dalla testa della giovanissima Bianca l’idea di mondo che si era fatta e di imporre con metodo letture e idee che riteneva più giuste per la sua età: la svergognava di fronte a tutta la classe per il suo innamoramento per Achille, e non per Ettore, e la disincentivava dal continuare a leggere quell’”imbrattacarte” di Salgari.
Il carattere di Bianca, però, era già improntato a determinazione e fermezza e non si lasciava certamente condizionare dai brutti voti in italiano a causa delle sue “cattive letture”. Se da un lato non si sottraeva alla lettura dei libri consigliati dalla professoressa, quando doveva farne una relazione, continuava comunque le letture scelte personalmente, senza curarsi degli appelli insistenti della prof. alle studentesse: “Appartenete a una stirpe eletta, non fate fare brutta figura a Grazia Deledda!”.
Il piacere e il coraggio di scegliere
Quello che oggi la spaventa è l’enorme quantità di libri che escono e poi scompaiono. Non c’è più una critica letteraria a livello popolare; scrivono tutti, dal calciatore al chirurgo.
L’unico consiglio che si sente di dare ai lettori è di avere il coraggio di lasciare un libro a metà, perché la lettura deve essere un piacere. E confessa candidamente di non essere mai risuscita a leggere l’Ulisse di Joyce, nonostante i ripetuti tentativi: «E sospetto che non ci riuscirei nemmeno se me lo portassi, unico libro, in ospedale, come avevo fatto con L’uomo senza qualità. Mentre ho letto volentieri e mi sono piaciuti i racconti della raccolta ‘Gente di Dublino’»[6].
Le riletture distanziate nel tempo assumono un valore rivelatore. Seguendo l’invito della Pitzorno, tornare su pagine già note riserva sempre sorprese inaspettate, come se si leggessero storie diverse. Parafrasando Umberto Eco, il libro è sempre quello, resta immutato, nella sua fisicità, è il lettore a trasformarsi nel tempo, portando con sé nuovi sguardi e diverse sensibilità. Il testo è una macchina pigra e ha bisogno del lettore per mettersi in moto. Il lettore è coautore, un lettore diverso produrrà un risultato diverso[7].
La sfida della lettura tra velocità e riflessione
Stimolare oggi i giovani verso la lettura è una grande sfida. Il loro è un mondo che corre veloce dove anche le emozioni si accendono e si spengono rapidamente. Non sorprende, quindi, che tra i banchi affiorino spesso noia o distacco, specialmente quando gli insegnanti consigliano libri. La lettura viene percepita come l’ennesimo e faticoso adempimento scolastico.
In un mondo che ci abitua all’istantaneo, leggere diventa allora un atto di resistenza gentile. Richiede tempo, pazienza e quella feconda attesa necessaria per cogliere l’articolarsi di una trama o l’evoluzione più intima dei personaggi. È in questa dimensione che scaturisce la fascinazione empatica: una esperienza totalizzante in cui, proprio come capita a Sebastian[8], ne “la storia infinita”, quando si rifugia nella soffitta della sua scuola per leggere un libro misterioso rubato in un antiquariato, il lettore smette di essere un osservatore esterno per varcare la soglia della narrazione. In quel momento, chi legge non si limita ad ascoltare una voce, ma diviene parte integrante e vitale del mondo che lo ha saputo catturare.
Questa dinamica di immersione totale rappresenta la sfida più alta per la didattica contemporanea.
Trasmettere il valore di tale “sconfinamento” tra realtà e finzione nella scuola, per esempio, all’interno di un istituto tecnico, non è un’operazione immediata nelle prassi consolidate. In un contesto dove la velocità dell’esecuzione prevale spesso sull’attesa del senso, emerge l’urgenza di progettare mediatori didattici inediti: strumenti agili e dinamici capaci di restituire agli studenti il piacere della riflessione. Solo attraverso la riscoperta di una buona storia, infatti, lo studente può riappropriarsi di quel tempo interiore necessario per vivere la narrazione e, come il protagonista di “La storia infinita”, riconoscersi parte integrante del processo creativo e conoscitivo.
Racconto di una esperienza didattica in un istituto professionale
Il percorso didattico prende avvio tra le mura di un Istituto tecnico di Bra[9], cittadina in provincia di Cuneo. Inizia nell’ottobre 2025 partendo dall’incontro con il libro “I campi di patate fanno le onde”[10]. Il sottotitolo aiuta subito a capire il contenuto del volume: Storie di amicizia e guerra lungo il Tanaro. La scelta del testo non è casuale: l’autrice, stimata per la sua sensibilità narrativa, guida i lettori nelle avventure di Giusto e Lorenzo, giovani protagonisti le cui vicende si snodano tra il 1939 e il 27 aprile 1945, in un paesaggio dove il fiume Tanaro segna il confine tra la quotidianità e la tragedia bellica.
Metodologie creative per una lettura attiva
La proposta di lettura, assegnata alle classi come attività durante le vacanze natalizie, è stata strutturata come un esercizio di scrittura autobiografica e creativa. Agli studenti è stato richiesto di vivere le pagine del libro attraverso una serie di dispositivi espressivi: la creazione di mappe iconografiche tramite la word art, l’uso di micro-scritture poetiche, la sperimentazione del petit onze e degli acrostici. L’obiettivo era duplice: permettere a ciascuno di individuare le proprie parole chiave nel racconto e preparare un materiale materico da condividere in seguito con la comunità.
Un cartoncino come spazio del pensiero
Il fulcro plastico dell’esperienza è stato l’utilizzo di un cartoncino ripiegato in sedici facciate: otto all’esterno e otto all’interno della piegatura. Questa struttura ha permesso una separazione funzionale ed emotiva dei contenuti: mentre l’esterno accoglieva le immagini e i riferimenti testuali dei capitoli, l’interno custodiva la dimensione più intima del lavoro. Tra le pieghe del cartoncino hanno trovato spazio riassunti, rielaborazioni poetiche e analisi linguistiche, con un’attenzione particolare ai termini dialettali dell’ormeasco e del ligure, testimoni di una cultura radicata nel territorio.
L’incontro catartico con l’autrice
Al rientro dalle vacanze, i cartoncini colorati hanno fatto la loro comparsa tra i banchi, portando con sé un groviglio di racconti, parole ed emozioni. L’attesa per l’incontro con l’autrice, Graziella Belli, si è trasformata in un momento di confronto profondo. L’autrice stessa ha testimoniato l’intensità di quegli sguardi puntati su di lei: nonostante un’iniziale e antica diffidenza verso i compiti imposti, il timore di risultare “pesante” è svanito nel momento in cui il dialogo è nato in modo naturale.
Sotto gli occhi dell’autrice, gli studenti hanno aperto i loro lavori ripiegati a fisarmonica, impazienti di illustrare come ognuno avesse dato una forma personale alla storia di Giusto e Lorenzo: dai disegni alle poesie, dai commenti alle immagini create con l’intelligenza artificiale, fino ai petits onze e ai collage. Alcuni ragazzi hanno confessato con sincerità che non avrebbero mai scelto spontaneamente quel genere di lettura, ma che il libro li aveva sorpresi e conquistati.
Dai margini della storia al centro del mondo
Il dialogo si è poi spostato naturalmente dal piano letterario alla riflessione storica sul periodo 1939-1945. L’obiettivo condiviso è stato quello di analizzare l’importanza di narrare gli eventi a partire dai “margini”, seguendo la suggestione di Judith Schalansky[11], secondo cui ciò che è periferico rappresenta, nella realtà dei fatti, il vero centro del mondo. In questo modo si è gettato un ponte ideale tra il vissuto di chi era giovane durante il secondo conflitto mondiale e la sensibilità dei ragazzi di oggi. Il cuore di questo confronto è stato racchiuso nelle parole, semplici e attualissime, di una studentessa: «La guerra distrugge l’infanzia. Ricordare è importante. La memoria serve a non ripetere».
L’entusiasmo generato dal laboratorio ha spinto l’autrice a candidare l’opera al Premio “Arpino”, storica istituzione della città di Bra. Il progetto ha infine trovato una risonanza pubblica presso la Premiata Libreria Marconi[12] che ha ospitato i lavori degli studenti per due settimane. In questa cornice, i cartoncini creativi sono diventati una mostra interattiva: i visitatori hanno potuto sfogliare, toccare e scoprire le riflessioni dei ragazzi, trasformando un’esperienza didattica in un patrimonio condiviso con l’intera comunità.
Un circuito virtuoso per il territorio.
L’inaugurazione della mostra ha sancito un profondo legame tra la scuola e la cittadinanza, trasformando l’aula in uno spazio aperto al dialogo. «Le emozioni si sono moltiplicate, intrecciandosi a un sentimento di gratitudine», ha commentato l’Autrice durante la visita, sottolineando come gli elaborati dei ragazzi rappresentino la parte migliore dell’umanità. All’evento ha partecipato anche Benedetto Russo, fondatore della Fondazione Russo-Testa, nata per sostenere l’innovazione didattica nelle scuole secondarie superiori in memoria della dirigente Margherita Testa[13].
In questa cornice, la Fondazione ha annunciato di aver selezionato il progetto legato a I campi di patate fanno le onde per la sua capacità di avvicinare i giovani alla lettura con semplicità e inventiva. Il riconoscimento si tradurrà nell’assegnazione di alcune borse di studio destinate ai lavori più meritevoli tra quelli esposti. L’avventura didattica non si esaurisce però con la mostra: gli studenti, pronti per il nuovo anno scolastico, sono già impegnati a motivare i futuri compagni con un motto che è diventato un manifesto: «Chi non legge, non sa cosa si perde!».
[1] S. King, On writing. Autobiografia di un mestiere, Frassinelli, 2000.
[2] R. Bramante, Libro, cura per l’anima. La Piccola Farmacia letteraria, in Education 2.0, 13 Ottobre 2021.
[3] G. Salvatores in “Effe”, n. 13 anno 1999.
[4] M. Recalcati, A libro aperto. Una vita e i suoi libri, Feltrinelli, 2018.
[5] B. Pitzorno, Donna con libro. Autoritratto delle mie letture, Salani, 2022.
[6] Ivi.
[7] R. Bramante, Zia Bianca, scrittrice per caso, in Education 2.0, 8 Febbraio 2023.
[8] Bastian Balthazar Bux (chiamato Sebastian nella versione cinematografica del 1984) è il protagonista del celebre romanzo fantasy “La storia infinita” (Die unendliche Geschichte), scritto dal tedesco Michael Ende e pubblicato nel 1979. La narrazione segue l’evoluzione di questo ragazzino solitario e sognatore che, per sfuggire ai bulli e al dolore per la perdita della madre, si rifugia nella soffitta della sua scuola per leggere un libro misterioso rubato in un antiquariato.
[9] L’insegnante è Paola Rossi, docente di scuola secondaria di 2° grado, I.I.S. E. Guala, classe terza Ragioneria AFM e quinta del corso Geometri di Bra (CN).
[10] G. Belli, I campi di patate fanno le onde. Storie di amicizia e guerra lungo il Tanaro, Fusta Editore, 2025.
[11] Judith Schalansky (nata nel 1980 nell’ex DDR) è una scrittrice, designer e curatrice editoriale che ha saputo fondere in modo unico il rigore della ricerca documentaria con una prosa evocativa e profondamente narrativa.
[12] La Premiata Libreria Marconi è una libreria indipendente situata a Bra, in provincia di Cuneo. Punto di riferimento culturale nella zona.
[13] Margherita Testa, dirigente scolastica che, in oltre 40 anni di vita professionale, ha saputo ispirare una grande quantità di iniziative culturali, didattiche, educative.



