Fragilità educativa in una società senza limiti

Riscopriamo la narrazione e la pedagogia della domanda

L’emergenza educativa che il nostro tempo ci pone dinanzi non è un grido silenzioso dei giovani, ma il rimbombo sordo del nostro disimpegno adulto, un sintomo della nostra incapacità di intercettare e dare significato al complesso panorama esistenziale dei bambini e degli adolescenti. Si osserva sempre con maggiore frequenza e con crescente preoccupazione come il tessuto connettivo tra le generazioni si stia lacerando, non per un’intrinseca “cattiveria” della gioventù, ma per l’eccessiva semplificazione dell’approccio adulto al loro mondo, operata da una società che sembra avere smarrito la capacità di distinguere tra supporto e abbandono.

Il prezzo della società senza turbamenti

L’erosione delle figure di riferimento non deriva da una presunta debolezza morale ma, a volte, dalla crescente rinuncia degli adulti al loro ruolo. Questi, troppo spesso, per timore del conflitto o per accondiscendenza, preferiscono abdicare al dovere di educare in favore di una facile “scorciatoia” emotiva o tecnologica.

La scuola, nella sua nobile vocazione originaria, era il luogo deputato all’educazione e alla formazione (Paideia), non luogo di mera trasmissione di nozioni, ma di formazione integrale del cittadino, di educazione al senso (logos) e al limite (peras). Oggi, però, questa sacralità è in crisi, minacciata da un modello che la svilisce.

Il rischio non è solo quello di diventare un contenitore efficiente che eroga prestazioni su richiesta, una specie di “asettico centro commerciale del sapere” dove la conoscenza (la merce esposta) è costituita da skills immediatamente spendibili, da output standardizzati misurabili con test e ranking. Il successo non è più la capacità di stare nel mondo con consapevolezza critica, di abbracciare l’incertezza esistenziale, ma il raggiungimento di un punteggio prefissato. Abbiamo sostituito l’idea di un individuo formato con quella di un prodotto certificato, ignorando che il vero valore formativo risiede nel processo, nella domanda aperta, non nella risposta chiusa.

La nostra epoca è ossessionata dalla rimozione del turbamento. Si pretende di consegnare alle nuove generazioni un’infanzia e un’adolescenza “perfette”, libere da qualsiasi angoscia, da conflitti o insuccessi. Questa pretesa è un vero e proprio atto di violenza pedagogica. La cultura che promette una vita senza ombra crea un esercito di “Narcisi” fragilissimi, incapaci di affrontare il limite che li definisce e, dunque, destinati a crollare al primo riflesso sgradevole che incontrano nella vita. La realtà, infatti, non è un lago placido, ma un fiume tumultuoso. Pensatori come Umberto Galimberti o, prima ancora, la filosofia esistenzialista, ci ricordano che la fragilità non è un difetto da eliminare, ma una condizione umana imprescindibile. È nella sua accettazione (il riconoscere la propria incompletezza) che risiede la vera forza interiore. Il limite non è un muro, ma un orizzonte che spinge alla trascendenza, come insegnava la filosofia platonica. Senza lo scontro con la difficoltà, l’individuo non sviluppa gli strumenti ermeneutici (di interpretazione) necessari per decodificare la realtà.

Tecnologia e analfabetismo emotivo

La tecnologia, da straordinario strumento, diviene spesso un fine in sé o un anestetico emotivo. L’iperconnessione e l’abuso di schermi non solo ostacolano il contatto con il “sé” profondo e la capacità di silenzio e contemplazione essenziali per la creatività e il pensiero critico, ma alimentano un analfabetismo emotivo e una povertà lessicale che riducono la possibilità di esprimere e dare forma alla complessità interiore. Se il vocabolario si impoverisce, si impoverisce anche il pensiero. Se per descrivere un sentimento complesso come l’inquietudine, la nostalgia o l’estasi abbiamo a disposizione solo parole generiche come “sto male” o “è bello”, l’emozione stessa rimane incompiuta e senza forma. Non possiamo modellare e approfondire ciò che non sappiamo nominare. Se non abbiamo le parole non possiamo percepire la complessità interiore; la ricchezza delle sfumature dell’animo umano rimane così imprigionata e inespressa.

L’abitudine a stimoli rapidi e superficiali (il feed infinito, la story di pochi secondi) corrode la nostra soglia di attenzione e la nostra resistenza cognitiva. Diventa, quindi, quasi impossibile riuscire a concentrarsi sul significato profondo delle cose, attraverso la cosiddetta “lettura lenta”, così come veniva definita dal filosofo George Steiner la capacità di dedicare tempo e fatica al testo per estrarne il senso ultimo. L’apprendimento, oggi, rischia di ridursi a una mera accumulazione bulimica di nozioni decontestualizzate, una cache di dati pronti per essere copiati e incollati, privi di qualsiasi legame con il vissuto e l’esperienza critica.

La pedagogia della domanda

Il docente, in questo scenario in mutamento, non può più permettersi il ruolo anacronistico di mero trasmettitore di contenuti, custode del sapere statico da riversare nelle menti. L’era dell’informazione liquida, abbondante e istantanea, ha reso obsoleta la sua funzione di unico serbatoio di risposte. La vera sfida, la nuova vocazione del magistero, risiede nella “pedagogia della domanda”. Non si tratta di fornire risposte preconfezionate – quelle sono già a portata di click – ma di insegnare a formulare interrogativi complessi, quelli che scavano sotto la superficie e interrogano il senso profondo delle cose. È un’arte che richiede coraggio: la capacità di tollerare e far tollerare l’incertezza. L’aula deve tornare a diventare un laboratorio socratico dove si impara che il processo di ricerca ha un valore intrinseco, quasi liturgico, che prescinde dal risultato immediato. È anche la lezione di Albert Camus: la ricerca della verità è più importante della verità stessa.

In un mondo dominato dallo scrolling e dalla frammentazione, la scuola ha il dovere etico di reintrodurre il tempo lungo della riflessione. Due pratiche ancestrali, eppure rivoluzionarie, diventano fondamentali: la narrazione orale e la lettura profonda.

  • La narrazione orale (mythos) è il cemento che tiene unita una comunità e ricostruisce il senso in un’epoca nichilista. Insegna a concatenare gli eventi, a stabilire nessi causali e, soprattutto, a collocare la propria esperienza in un continuum storico e culturale.
  • La lettura profonda (Deep reading) è una immersione lenta e dialogica nel testo, è una pratica di resistenza che non solo potenzia le funzioni cognitive superiori (come l’attenzione sostenuta e la memoria di lavoro), ma è anche il veicolo primario per l’empatia. Attraverso la pagina, il discente vive l’esperienza dell’altro, impara a comprendere prospettive diverse dalla propria, uscendo dal solipsismo dell’esperienza immediata.

La valutazione diventa efficace quando valorizza lo sforzo, la crescita rispetto al punto di partenza (processo di miglioramento) e non si fissa ossessivamente sulla sola performance estemporanea. È uno specchio che riflette il percorso compiuto, individuando le zone d’ombra non per condannare, ma per indicare la direzione del prossimo passo evolutivo. In questo senso, l’errore non è un fallimento da censurare, ma un dato prezioso per riorganizzare l’apprendimento, riaffermando che l’educazione è un viaggio, non una destinazione.

Il patto educativo in famiglia: cura relazionale e limite

Il dovere di educare, oggi più che mai, non è un atto di trasmissione passiva, ma un’opera di riscoperta dell’essenziale, di un’apertura al mistero dell’esistenza che è innata nel bambino. Significa restituire autorevolezza, non autoritarismo, alle figure educative, riconoscendo loro il ruolo insostituibile di guide capaci di “alzare lo sguardo” dei ragazzi oltre la contingenza, verso l’orizzonte dei valori e del senso. Dobbiamo imparare nuovamente l’arte dell’ascolto autentico, quello che accoglie la teoria “ingenua” del bambino non per correggerla frettolosamente, ma per valorizzarla come specchio del suo modo di interrogare il reale. Per i genitori, questo si traduce nell’impegno a reintrodurre la dimensione della cura relazionale sulla dimensione della performance e della logistica. Significa accettare che la crescita non è lineare e che i fallimenti sono opportunità di apprendimento essenziali, e non motivi di ansia o intervento correttivo immediato. L’adulto deve fungere da filtro critico tra il mondo e il bambino, mediando l’informazione in eccesso e stabilendo regole chiare sull’uso degli strumenti digitali, non per punire, ma per proteggere lo spazio interiore di crescita. Si esorta a non sostituire la presenza fisica e il dialogo con l’offerta compensativa di beni materiali o tecnologici.

L’educatore come artigiano dell’anima

Solo in questo spazio di accoglienza e autenticità relazionale, dove l’adulto non teme di mostrare la propria umanità e i propri limiti, i giovani possono trovare la fiducia necessaria per elaborare le proprie esperienze, per dare un nome al proprio disagio – che sia sindrome, disturbo, o semplicemente la fatica di crescere in un mondo incerto – e per trasformare la fragilità in consapevolezza e, quindi, in forza. La vera inclusione non si realizza attraverso la facilitazione del percorso, che può rivelarsi una trappola omologante, ma attraverso la strutturazione di contesti educativi che, pur esigenti, sappiano offrire a ciascuno il sostegno personalizzato per affrontare e superare l’ostacolo. La scuola e la famiglia devono tornare a cooperare in un patto educativo saldo, fondato sul rispetto reciproco, che riconosca nell’educatore non un impiegato aziendale, ma un artigiano dell’anima, custode della complessità umana. Il futuro dei nostri ragazzi non dipende dalla quantità di informazioni che immagazzinano, ma dalla qualità del loro sguardo sul mondo e sulla loro capacità di dare senso alla propria storia.