Pedagogia come pratica di libertà

Attualità del pensiero di Freire nel contesto scolastico contemporaneo

La centralità degli studenti, il loro protagonismo nell’apprendimento, l’imparare attraverso l’esperienza, il riflettere sul come imparano rappresentano alcuni dei concetti pedagogici e didattici che da decenni hanno messo in discussione i canoni della didattica trasmissiva e l’unitarietà del sapere.

Riprendendo alcuni pilastri del pensiero di Paulo Freire, possiamo articolare un ragionamento sul “cosa” significa “mettere lo studente al centro” per favorire il suo modo di imparare soprattutto in questo periodo di chiusure quadrimestrali e di valutazione sommativa. La pedagogia degli oppressi rappresenta il manifesto di una concezione dell’educazione come strumento di emancipazione e pratica della libertà che rifiuta ogni neutralità per schierarsi a fianco degli studenti più svantaggiati da diversi punti di vista. Il pensiero freiriano, infatti, non si limita a proporre nuove tecniche di insegnamento, ma scava in profondità, interrogando la natura stessa del rapporto educativo e il suo ruolo nella società. In questa visione, l’educazione non è mai un atto neutrale, ma diventa il campo privilegiato per la piena umanizzazione dell’individuo. L’atto di educare è, intrinsecamente, un “atto politico-sociale” che può tendere a consolidare le gerarchie di potere oppure a favorire l’emancipazione; a cristallizzare il primato della trasmissione frontale o a scommettere sul protagonismo di chi impara; a privilegiare la cultura della sorveglianza sull’alunno o invece a potenziare l’autonomia nel sapere apprendere.

Le radici filosofiche del suo pensiero richiamano il suo ruolo di educatore interculturale, il cui messaggio risuona con forza nel nostro presente globalizzato e fornisce delle risposte concrete anche alla crisi dello studente (e di riflesso alla crisi dell’insegnante).

La diagnosi dell’oppressione: critica all’educazione depositaria

Secondo Freire, l’educazione tradizionale è uno degli strumenti più efficaci per rinforzare la condizione di potere e di controllo, poiché riproduce al suo interno le medesime logiche di dominio che caratterizzano la società. Definisce questo modello «concezione depositaria» dell’educazione, basato su un approccio che considera l’educando un mero contenitore passivo: “una delle caratteristiche di tale educazione che disserta è la “sonorità” della parola e non la sua forza trasformatrice”[1].

L’educazione depositaria si fonda su una serie di postulati che cristallizzano la relazione educativa in un rapporto verticale e autoritario, negando ogni possibilità di reciprocità. Freire li riassume in una serie di punti antitetici di cui ne riportiamo alcuni commentati[2]:

  • l’educatore educa, gli educandi sono educati e si stabilisce una gerarchia rigida in cui il sapere segue un’unica direzione;
  • l’educatore sa, gli educandi non sanno e la conoscenza è esclusiva dell’insegnante (monopolio del sapere), mentre gli studenti sono definiti dalla loro presunta ignoranza;
  • l’educatore parla, gli educandi ascoltano docilmente così il dialogo è sostituito da una narrazione a senso unico, che richiede passività e silenzio poggiando su una comunicazione unidirezionale;
  • l’educatore è il soggetto del processo, gli educandi puri oggetti così gli studenti vengono spogliati della loro capacità di agire e pensare autonomamente, ridotti ad oggetti da plasmare, meri soggetti passivi della scuola e dei processi.

Questo modello, presente ancora in tante scuole italiane, per Freire, produce passività e nega il dialogo, addomesticando gli individui anziché renderli protagonisti. Trattando gli studenti come recipienti vuoti da riempire con un sapere preconfezionato, l’educazione depositaria serve al controllo. Questa educazione non si limita ad annullare la creatività; è, nella potente definizione di Freire, un atto di necrofilia. Influenzato da Fromm[3], egli la descrive come una pratica che ama la morte, il controllo e il meccanicismo, soffocando il dinamismo imprevedibile della vita e della coscienza. Il suo scopo non è la trasformazione del mondo, ma l’adattamento degli individui allo status quo. È proprio dalla critica radicale a questo modello alienante che nasce l’esigenza di una pedagogia alternativa, che non sia strumento di oppressione ma pratica di liberazione ancora oggi funzionale nella lettura dei diversi stili cognitivi degli studenti e nella possibilità di creare contesti di apprendimento mirati alle singole individualità e al modo in cui ognuno impara.

La proposta liberatrice: dialogo e apprendimento problematizzante

Cosa intende Freire con «educazione problematizzante» come pratica della libertà? Questa pedagogia non si basa sulla trasmissione di un sapere statico, ma sulla creazione collettiva della conoscenza attraverso un’indagine critica del sapere e della realtà. Il suo fondamento è il superamento della contraddizione e contrapposizione educatore/educandi: entrambi, infatti, diventano soggetti attivi in un processo di apprendimento reciproco fatto di scambio, relazione, progettualità, passi in comune, obiettivi.

Il ruolo centrale in questo modello è affidato al dialogo, inteso non come tecnica, ma come esigenza esistenziale. Esso si fonda su pilastri non negoziabili: l’amore per il mondo e per gli uomini, l’umiltà di chi si ritiene incompleto, la speranza in un futuro da costruire e una profonda fiducia reciproca. Questa concezione è mirabilmente sintetizzata nella sua celebre affermazione: «nessuno educa nessuno, nessuno si educa da solo, gli uomini si educano insieme, con la mediazione del mondo».

La parola è l’elemento costitutivo del dialogo solo se intesa nella sua pienezza. Per tale motivo, Freire distingue due dimensioni inseparabili della parola autentica: azione e riflessione. Una parola che non si traduce in impegno trasformativo, però, diventa puro “verbalismo”, un suono vuoto e alienante. Nello stesso tempo, un’azione priva di riflessione critica diventa “attivismo”, un agire cieco e fine a sé stesso. La parola vera è dunque prassi: riflessione e azione sulla realtà per trasformarla. Concetti che, a scuola, rimandano all’imparare facendo che richiede una serie di abilità supportate da un sapere di contesto finalizzato ad obiettivi a medio e lungo termine supportato da un impianto metacognitivo.

Il fine dell’educazione: la “coscientizzazione” come cambiamento

La coscientizzazione rappresenta il cuore del progetto pedagogico di Freire. Non si tratta di una semplice presa di coscienza a livello psicologico o individuale, ma di un processo educativo complesso: imparare a leggere e scrivere non significa solo decodificare le lettere, ma “leggere il mondo” e la propria posizione in esso, per poterlo trasformare.

La coscientizzazione è il processo attraverso cui il portatore di bisogni supera una «coscienza ingenua» – caratterizzata da una percezione fatalista della realtà – per raggiungere una «coscienza critica». Avere una coscienza critica, per gli studenti, significa essere capaci di percepire le contraddizioni sociali, politiche ed economiche che generano l’oppressione, non come un destino ineluttabile, ma come una situazione storica che può e deve essere superata. Questo processo culmina in quella che Freire chiama «inserzione critica nella realtà»: gli individui non sono più spettatori passivi, ma diventano soggetti della propria storia.

Questa visione è profondamente legata alla sua concezione antropologica, che vede l’essere umano come un essere incompiuto. A differenza degli animali, che sono esseri chiusi in sé e adattati al mondo, l’uomo è un essere storico, relazionale e cosciente della propria incompiutezza. È proprio questa condizione a rendere l’educazione possibile e necessaria: essa spinge l’uomo ad una ricerca costante per essere di più, realizzando la propria vocazione ontologica a umanizzarsi. L’educazione, quindi, non è un lusso, ma la condizione stessa attraverso cui l’uomo si costruisce come tale.

Una prospettiva educativa: l’unità nella diversità

La sua opera ci insegna che non può esistere una pratica educativa autentica che non sia, al contempo, un atto di cura e di trasformazione politico-sociale. L’educazione, da questo punto di vista, è cambiamento e miglioramento. Ogni scuola autonoma può essere un luogo di miglioramento nel cambiamento.

Il suo pensiero ha ispirato direttamente la pedagogia critica. Le sue categorie offrono strumenti indispensabili per mettere in crisi le nuove e più occulte forme di disuguaglianza culturale e sociale, intese come potere culturale che si perpetua anche attraverso alcuni sistemi educativi e, soprattutto, tramite i media.

Da questo punto di vista, Freire può essere definito un “intellettuale di frontiera”. La sua esperienza di esule, che lo ha portato a lavorare in contesti culturali profondamente diversi – dal Brasile rurale all’Africa durante la decolonizzazione, dagli Stati Uniti all’Europa – ha reso il suo pensiero intrinsecamente interculturale e mondialista. Come egli stesso ammise, fu proprio guardando il suo paese «da lontano» e confrontandosi con l’altro che riuscì a comprendere meglio la propria identità.

L’utopia freiriana di una “unità nella diversità” – di una società in cui le differenze non generino emarginazione ma arricchimento reciproco e interpersonale – e la sua incrollabile fede in un’educazione che umanizza continuano ad essere un faro indispensabile. La sua pedagogia, tuttavia, non è una formula da applicare universalmente, ma un invito a reinventare l’educazione in ogni contesto scolastico: l’insegnante deve curare la sua classe, deve programmare in modo esclusivo il lavoro che svolge con essa, deve rendere funzionale e unico il processo che attiva sul piano di tempi, modalità, strategie. È questa una base concettuale solida e irrinunciabile per costruire ambienti scolastici che siano veramente inclusivi, aperti, dinamici, capaci di valorizzare le singole individualità e di rispondere in modo mirato ai diversi bisogni educativi di ogni studente.

Per tutti gli educatori che aspirano a costruire un contesto scolastico (e di conseguenza un mondo) più equo e solidale, più inclusivo e rispondente alle richieste del singolo all’interno delle più svariate dinamiche educative, leggere Paulo Freire è ancora una pratica necessaria.


[1] Paulo Freire, La pedagogia degli oppressi, EGA Editore, Torino 2002, p. 57.

[2] Ivi, p. 59.

[3] Erich Fromm, Il cuore dell’uomo, Carabba, Roma 1965.