Nel contesto di un’educazione che voglia dirsi davvero contemporanea, è necessario compiere un salto semantico: al termine neutro di “cambiamento climatico” è oggi preferibile sostituire l’espressione “crisi climatica”. Questa scelta terminologica, più eloquente (anche se meno rassicurante) non è un semplice esercizio di stile, ma un atto pedagogico preciso. Essa permette di tracciare i contorni di un fenomeno complesso che i media spesso frammentano, restituendo agli studenti una visione sistemica che include i conflitti geopolitici e il dramma delle migrazioni ambientali.
Educare alla ‘crisi’ significa, dunque, non limitarsi alla spiegazione dei fenomeni fisici, ma analizzare le loro ricadute antropologiche e sociali. In questo numero di Scuola7 dedicato al senso dell’educazione e al valore delle discipline, riflettere su questo lessico significa rivendicare il ruolo della scuola come luogo in cui si decodifica la complessità, evitando che i grandi temi del nostro tempo restino confinati in una percezione astratta o puramente nozionistica.
Collasso degli equilibri millenari
Già all’inizio degli anni Novanta, in un’epoca in cui la percezione dell’urgenza era ancora flebile, Grammenos Mastrojeni[1]delineava con lungimiranza le proiezioni sugli impatti sociali del mutamento climatico. Per decenni, tuttavia, le sue analisi sono state accolte con lo scetticismo riservato a visioni aliene; oggi, quella che allora appariva come una previsione distante è diventata la ‘crisi climatica’ con cui la scuola e la società devono confrontarsi quotidianamente.
Attualmente, quelle analisi non sono più ipotesi di studio, ma cronaca di un dissesto globale che ha travolto gli equilibri idrografici del pianeta. Ne sono una testimonianza i casi limite dei bacini endoreici. In soli quarant’anni il lago Aral, in Kazakistan e che un tempo era il quarto lago più grande del mondo, si è ristretto di 13 volte, il lago Ciad, settimo lago più grande del mondo e il quarto in Africa, si è ridotto di 18 volte. Questa drammatica contrazione ha smantellato meccanismi di regolazione secolari che garantivano la stabilità del ciclo delle stagioni. Il fenomeno non risparmia neanche noi: a causa del riscaldamento delle acque del Mediterraneo, si stima che entro il 2050 saranno circa 250 milioni le persone soggette a scarsità idrica.
Effetto “Farfalla”
Nemmeno i ghiacciai delle zone polari sono ormai esenti dall’innalzamento delle temperature, con ripercussioni che stravolgeranno le rotte commerciali e l’operatività stessa dei porti mediterranei.
Questi dati bastano a dare un’idea della portata dei “movimenti forzati”: nei paesi più fragili l’inaridimento delle risorse innesca una spirale dove le migrazioni si intrecciano inesorabilmente con l’espansione della criminalità. Siamo di fronte a un fenomeno di portata epocale, quello dei migranti ambientali e climatici, una categoria che attende ancora un riconoscimento giuridico universale, nonostante la Corte di Cassazione si sia già espressa a favore della protezione umanitaria laddove il degrado ambientale comprometta i diritti fondamentali alla vita e all’autodeterminazione dell’individuo[2].
Appare dunque evidente il legame inscindibile tra declino ecologico, sicurezza e tenuta sociale. Il contrasto alla crisi climatica, seppur rallentato dalle asimmetrie tra gli Stati, è una sfida che non ammette rinvii. Solo attraverso una cooperazione autentica sarà possibile superare quegli istinti atavici che ci spingono a pensare ‘local’, ignorando l’effetto farfalla[3] che lega il destino di un ghiacciaio remoto alla stabilità del nostro Pianeta. In gioco non c’è solo l’integrazione o la pace, ma la sopravvivenza stessa dell’equilibrio globale.
Atlante e report statistici: uno strumento didattico efficace
Per analizzare i dati di questa crisi, è possibile utilizzare l’Atlante della giustizia ambientale, «Environmental Justice Atlas»[4] – ideato e coordinato dall’ecologo ed economista Joan Martinez Alier – in cui tutti i conflitti ecologici in corso nel mondo e le loro espressioni culturali sono visualizzabili attraverso una base dati liberamente accessibile. Si tratta di uno strumento di informazione, documentazione, partecipazione cittadina, che denuncia i fattori di rischio ambientale, sostenendo la consapevolezza sulle ingiustizie ambientali a livello globale.
La mappa viene aggiornata regolarmente e include conflitti relativi all’energia nucleare, alla gestione dei rifiuti, alla biomassa, all’uso del suolo, ai combustibili fossili, alla biodiversità e al turismo, per citarne solo alcuni. Lo strumento include anche file multimediali come canzoni, striscioni di protesta, video e documentari, che possono rivelarsi risorsa educativa importante per le arti e le scienze umane ambientali.
I numeri e le storie delle eco-migrazioni sono sconvolgenti: 120 milioni le persone in tutto il mondo costrette a lasciare la propria terra, di cui circa tre quarti provenienti da Paesi con un’esposizione elevata ai rischi legati al clima, come emerge dal Rapporto Global Trends 2024 a cura dell’UNHCR[5], Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati.
Entro il 2050, secondo la Banca Mondiale, 143 milioni di persone potrebbero abbandonare i territori dell’Africa subsahariana, dell’Asia meridionale e dell’America Latina per spostarsi in luoghi più ospitali e meno vulnerabili in cui vivere. Sempre entro il 2050 le Nazioni Unite considerano possibile, per le sole cause ambientali, l’esodo di oltre duecento milioni di migranti ambientali e climatici.
Non si spostano soltanto le persone, ma intere città: ad esempio Giacarta è luogo soggetto a diventare inabitabile per ragioni climatiche[6], così come le isole Fiji. Parallelamente, la deforestazione dolosa in Indonesia aggrava l’emergenza globale, liberando miliardi di tonnellate di gas serra attraverso la distruzione di milioni di ettari di boschi. Si tratta di un “crimine contro l’umanità di proporzioni straordinarie”, come lo definisce l’Agenzia di metereologia, climatologia e geofisica (Bmkg)[7].
I cosiddetti “rifugiati della conservazione” sono comunità indigene vittime di espropriazione con allontanamento coattivo dalle terre che coltivavano da secoli, per fare spazio a parchi e riserve naturali in India e in Africa, o a allevamenti intensivi in Paraguay, o per un utilizzo a fini privatistici di terre fertili e fonti d’acqua da parte di multinazionali occidentali, come avviene in Sudan e Madagascar. I fenomeni del landgrabbing e del watergrabbing, ovvero accaparramento di terre e di acqua, hanno effetti devastanti sulle comunità locali e intere popolazioni vedono violati i propri diritti fondamentali.
Interviste e rapporti di ricerca: donne che si mettono in gioco
Lo studio triennale “Migrazioni ambientali e crisi climatica”[8] mette a fuoco le matrici climatiche e ambientali nelle storie dei migranti in arrivo in Italia da Marocco, Nigeria, Tunisia, Camerun, Costa d’Avorio, Guinea Vonakt, Iraq e Bangladesh[9].
Dopo avere affrontato le tematiche migratorie soprattutto in chiave scientifica e giuridica, in questo ultimo anno la ricerca ha indagato con attenzione caleidoscopica e sotto il profilo della giustizia sociale soprattutto gli aspetti che riguardano il migrante come persona e la società che si predispone ad accoglierlo. L’obiettivo è di restituire una fotografia più approfondita del fenomeno accrescendo la consapevolezza dei migranti ambientali. Tale percorso muove dall’ascolto diretto di esperienze vissute, ponendo particolare attenzione alle testimonianze femminili.
La crisi climatica, infatti, non è neutrale rispetto al genere: in primis le donne, che si occupano di approvvigionamento d’acqua e legna e cura di bambini e anziani, stanno subendo le conseguenze del riscaldamento globale che rende ostili alla vita tanti luoghi del pianeta. I viaggi le espongono a maggiori rischi e si trovano ad affrontare situazioni complesse e delicate. Spesso invisibili al racconto mediatico, le protagoniste sono giovani donne migranti che subiscono le dinamiche dei cambiamenti ambientali – dalla mancanza di acqua potabile (87%), all’impossibilità di reperire cibo (63%) – e si mettono alla ricerca di migliori condizioni di vita in luoghi ove possono recuperare dignità e tradizioni agricole e contadine, come documenta l’esperienza del “modello Riace” nelle aree interne della Calabria.
Emblematica fra tutte la storia della pastora etiope Agitu Ideo Gudeta, emigrata in Italia a causa del suo attivismo politico contro l’accaparramento di terre in Etiopia da parte dei militari per le società internazionali. È diventata un simbolo dell’ambientalismo e dell’integrazione dei rifugiati grazie alla storia di successo della sua impresa “La capra felice” in Trentino[10]. La sua è una storia di accoglienza e nuove radici, valorizzazione del territorio, amore per la terra e gli animali, autonomia e libertà femminile, di recupero delle tradizioni pastorali ed esperienza imprenditoriale brillante. Un esempio del ruolo che le donne migranti possono assumere nella vita pubblica e nella prospettiva della pace e del superamento dei conflitti.
Esperienze e testimonianze: corridoi umanitari
Il volume “Libere da, libere di? Storie di giovani donne in Italia con i corridoi umanitari”[11] ci mette a contatto con l’esperienza e la testimonianza di venti giovani donne under 35, provenienti da diversi Paesi, che attraverso la scelta di migrare in Italia grazie ai corridoi umanitari hanno intrapreso la ricerca ostinata di una vita degna, oltre la violenza, la paura e l’umiliazione, oltre i confini che le hanno volute respingere[12]. Sono narrati incontri biografici autentici, animati dalla tensione verso la comprensione delle traiettorie di vita delle donne, che hanno avuto finalmente la possibilità di uscire dall’ombra e di diventare visibili.
A dieci anni dall’attivazione, i corridoi umanitari[13] costituiscono un’opportunità di migrazione in sicurezza per persone con particolare vulnerabilità: donne sole con bambini, vittime del traffico di essere umani, anziani, persone con disabilità o con patologie, minori non accompagnati. “Non ci si salva da soli e, anche, non c’è futuro senza accoglienza” – afferma senza mezzi termini il cardinale Zuppi nella prefazione al volume[14]. E aggiunge che “quando annega un migrante, annega l’intera umanità”: per questo il nostro umanesimo deve impegnarsi nelle operazioni di salvezza di chi rischia di morire di speranza e si mette comunque in viaggio. È sicuramente per gran parte merito di queste donne se si sono salvate e non ce l’avrebbero fatta senza un atteggiamento proattivo e una grande resistenza fisica e spirituale. Il resto, però, l’ha fatto chi nel percorso migratorio ha teso loro la mano in maniera fraterna e con umanità: si salvano insieme, chi migra e chi accoglie con l’intento di fare rete e costruire comunità intorno al bisogno di qualcuno.
Le loro difficoltà, le memorie traumatiche della situazione dei loro paesi di provenienza, i loro viaggi e gli abusi subiti (il 90% delle donne sbarcate in questi anni, secondo UNHCR e Medici senza frontiere, hanno subito abusi), sono ombre che si proiettano ben oltre il viaggio e incarnano vissuti difficili, forme di vulnerabilità plurime con cui fare i conti da vere e proprie sopravvissute. Sono però state in grado di mettere in atto forme di resistenza per entrare in un’esperienza trasformativa che le possa traghettare verso una vita degna. Anche se spesso non lo sono ancora, si coglie già un’autopercezione di autonomia. Si sentono sicure, efficaci e rispettate. Anche per quelle donne che stavano sufficientemente bene nel paese d’origine e che incontrano difficoltà nel vedere riconosciuto il loro titolo di studio, una cosa è certa: indietro non si torna!
La strada della convivenza
Per alimentare la dimensione etica del lavoro di ricerca, queste storie devono uscire dalle accademie ed essere diffuse presso un pubblico più vasto. Soltanto così la scuola può contribuire ad allargare gli spazi di solidarietà e arginare la diffidenza a causa di una comunicazione spesso manipolata. In questo senso, l’invito alla sostenibilità non è un’opzione, ma una necessità civile.
Come afferma Mastrojeni: “Siamo parte di un’equazione dove benessere = sostenibilità = giustizia. E se ce la giochiamo bene, il prodotto di questi fattori è la pace”. Diventare sostenibili significa, in ultima analisi, contribuire a disinnescare il tracollo socio-ambientale globale e scegliere la strada della convivenza.
[1] Docente di “Ambiente e Geostrategia” in vari atenei, diplomatico di carriera, Segretario Generale Aggiunto per l’Energia e l’Azione Climatica dell’Unione per il Mediterraneo.
[2] Cass. Civ., 2018, n. 4455; 2021, n. 5022.
[3] M. Bonavita, Effetto farfalla e G. Mastojeni, Effetti farfalla. 5 scelte di felicità per salvare il Pianeta, Chiarelettere, 2021.
[4] L’EJAtlas è un progetto in continua evoluzione. Nuovi casi e informazioni documentati vengono costantemente aggiunti alla piattaforma. Tuttavia, molti casi non sono ancora documentati e ne emergono di nuovi. Si prega di notare che l’assenza di dati non indica l’assenza di conflitti.
[5] Il rapporto “2024 Mid-Year Trends” dell’UNHCR analizza i cambiamenti e le tendenze negli sfollamenti forzati durante i primi sei mesi del 2024. Il rapporto fornisce statistiche chiave su rifugiati, richiedenti asilo, sfollati interni e apolidi, nonché sui principali paesi ospitanti e di origine.
[6] A causa delle minacce climatiche che sembrano irreversibili, il governo indonesiano ha ufficializzato il trasferimento della capitale a Nusantara, una città in fase di costruzione sull’isola del Borneo, dove il rischio di inondazioni e subsidenza è significativamente inferiore.
[7] Bmkg, Agenzia di meteorologia, climatologia e geofisica.
[8] Migrazioni ambientali e crisi climatica speciale, le rotte del clima, IV edizione 2025.
[9] Cofinanziato dalla Fondazione Cariplo e curato dall’Associazione A Sud in collaborazione con il Centro Studi Systasis, ASGI, WeWorld e un’ampia rete di partner.
[10] Con una visione coraggiosa, Agitu Ideo Gudeta recupera terreni abbandonati e salva dall’estinzione la Capra Mochena. Fondando l’azienda “La Capra Felice”, trasforma pascoli incolti in un laboratorio di eccellenza: produce formaggi biologici e creme, dimostrando che l’integrazione è un seme che, se coltivato con amore, arricchisce l’intero territorio. Agitu diventa così il simbolo di un’Italia accogliente e produttiva. Questa parabola di speranza si interrompe bruscamente nel dicembre 2020, quando Agitu viene uccisa da un collaboratore. Tuttavia, la sua eredità vive ancora oggi grazie a chi continua a curare il suo gregge, mantenendo vivo il messaggio che nessuna terra è straniera per chi se ne prende cura.
[11] F. Introini, C. Pasqualini, Libera da, Libere di, Storie di giovani donne in Italia con i corridoi umanitari, Vita e pensiero, 2025.
[12] Ricerca condotta dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo nel biennio 2022-2024 e documentata nel volume edito da Vita e Pensiero.
[13] Nati nel 2015 dalla collaborazione tra istituzioni – Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e Ministero dell’Interno – e società civile – Caritas Italiana, Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche e Tavola Valdese.
[14] M.M. Zuppi, Quando annega un migrante annega l’intera umanità, Avvenire, 16 settembre 2025.



