Il 9 dicembre 2025 il ministro del MIM ha firmato le Indicazioni nazionali per il curricolo. Scuola dell’infanzia e Scuole del primo ciclo di istruzione. Entreranno in vigore a partire dall’a.s. 2026-2027 e costituiranno, come per i testi precedenti, un quadro di riferimento per la progettazione del curricolo di istituto.
Tuttavia, la traduzione operativa e il processo didattico che ne consegue richiederà uno sforzo progettuale non indifferente da parte dei Collegi dei docenti. Sarà una sfida assai difficile le cui ragioni sono riconducibili ad una serie di variabili.
La discontinuità con le Indicazioni 2012
Il primo ordine di difficoltà risiede nella netta discontinuità tra le Indicazioni 2012 e quelle attuali. È vero che le Indicazioni non sono i Programmi didattici in vigore fino all’attribuzione dell’autonomia scolastica (1° settembre 2000). Sono, comunque, un dispositivo che influenzerà la redazione dei libri di testo, le riviste e, più in generale, tutti quegli strumenti didattici di cui gli insegnanti si servono nel loro “far scuola” quotidiano. E, pertanto, condizioneranno in modo diretto e indiretto il lavoro dei docenti e dei dirigenti.
La principale differenza che caratterizza i due testi attiene ad un aspetto sostanziale; si contrappongono, infatti, due diverse culture pedagogiche.
Le Indicazioni per il curricolo del 2012 ruotavano attorno alla centralità dell’apprendimento, quindi dell’alunno. Infatti, nella Premessa, si afferma che “le finalità della scuola devono essere definite a partire dalla persona che apprende”.
Anche nelle Indicazioni 2025 viene affermato il principio educativo della centralità dello studente, considerato “soggetto attivo del proprio apprendimento”, ma all’interno di un cambio di paradigma culturale che rimette al centro l’insegnamento, quindi il docente, è chiamato ad essere soprattutto un buon “trasmettitore” di conoscenze. Tale istanza viene esplicitata nel paragrafo Scuole e famiglie in un nuovo patto di alleanza, in cui si afferma che “la scuola è la sede principale per la trasmissione delle conoscenze legittimate dalla critica e dalla scienza”.
L’insegnante “magis“
Nell’ottica di una scuola centrata sul “trasferimento” di contenuti e nozioni da una fonte autorevole ad una platea di ascoltanti, viene esaltata la funzione dell’insegnante, come magis. “Troppo spesso – si legge nelle nuove Indicazioni – si dimentica che un insegnante è magis (da cui magister)”. E ancora: “L’espressione Magister vuole sottolineare l’autorevolezza ritrovata della figura del docente”.
Nessuno mette in discussione che l’insegnante debba esercitare una funzione di piena autorevolezza e prestigio. Ma l’immagine prospettata nelle nuove Indicazioni viene riconosciuta a priori, com’era “una volta”. Si vagheggia la rappresentazione del magister di una scuola elitaria, investito di un valore simbolico riconducibile ad una funzione di sacralità, come quella della chiesa, della famiglia, della Patria (…) e il maestro era espressione di questa autorità riconosciuta ampiamente da tutti, in primis dai genitori.
Oggi non è più così. I docenti l’autorevolezza se la devono guadagnare sul campo, deve essere legittimata e consolidata attraverso l’esperienza diretta. Il loro essere magis non discende più dal ruolo attribuito in base al titolo di studio, ma dalla professionalità dimostrata in aula (non solo!). È così anche per tante altre figure che operano in settori diversi da quello scolastico.
Nell’epoca attuale, infatti, l’esercizio della funzione docente ripropone la crisi di molte altre professioni. Si pensi, ad esempio, al ruolo del medico di famiglia, del mondo sanitario in genere e di tanti altri ambiti professionali.
Ovviamente, questa caduta di prestigio – frutto anche di decenni di delegittimazione sociale ed economica della figura del docente – non può e non deve in alcun modo avallare comportamenti di discredito che possono sfociare in offese verbali, comportamenti di sfida o, peggio, in aggressioni fisiche nei confronti degli insegnanti e dei dirigenti scolastici. Il ripristino della cultura del rispetto non passa automaticamente attraverso un cambio nominale “Magis”, ma attraverso un’azione coordinata che agisca sulla coerenza educativa, sulla trasparenza delle responsabilità. La dignità della scuola non si recupera con un neologismo, ma garantendo che chiunque varchi la soglia di un istituto – sia esso uno studente, un genitore, uno stakeholder – riconosca nella figura del docente il garante di una funzione pubblica essenziale e inviolabile.
Il curricolo di storia
Un secondo fronte di difficoltà è costituito dalla progettazione del curricolo di storia che, di fatto, si pone come fondamento delle Indicazioni stesse. La storia è assunta come il sapere principe del mondo occidentale (“Solo l’Occidente conosce la storia” è l’incipit della sezione relativa a questo insegnamento).
In realtà, questa parte delle Indicazioni assomiglia ad un mini trattato di storiografia più che ad un testo finalizzato ad essere tradotto dai docenti in un curricolo. Basta leggere la vastità degli autori citati. Si va da Erodoto, Tucidide, Tito Livio, Tacito, Machiavelli, Condorcet a Marc Bloch, Lévi-Straus, Gentile, Gramsci ed altri.
Emerge in modo esplicito il pensiero dell’ispiratore del testo, Ernesto Galli della Loggia, il quale difende la sua idea di storia, in un caleidoscopio di riferimenti difficilmente collegabili tra loro. Ciò che preme agli estensori del testo è perseguire l’obiettivo di una storia come “identità occidentale”, già dai primi anni della scuola primaria. Si sottolinea, infatti, nel testo che nella scuola primaria l’insegnamento della storia debba avere al centro le origini della civiltà occidentale, su cui si fonda la nostra storia nazionale e la nostra identità.
La presunta dominanza della civiltà europea, portatrice di libertà e democrazia, deve però fare i conti con punti di vista di altri storici che evidenziano come proprio l’Occidente abbia, in modo sistematico, disconfermato i principi di giustizia e uguaglianza affermatisi nel vecchio continente. In primis, la politica coloniale della “razza bianca” verso altri popoli dell’Africa, dell’Asia e della stessa America.
L’identità che non c’è
In un editoriale pubblicato su il Corriere della Sera del 3 gennaio 2026 dal titolo L’identità che manca agli europei, Galli della Loggia ritorna su questo tema e afferma: “Solamente un patriottismo europeo fondato sulla consapevolezza della propria comune identità storica può oggi dare all’Unione volontà e capacità tali da farne un reale soggetto politico (…) Se l’Europa ha un futuro possibile questo futuro non può che iniziare dal suo passato, dalla volontà di riappropriarsene”.
Nessuno mette in discussione che nel vecchio continente, soprattutto dall’Illuminismo in poi, si siano affermati i principi fondamentali posti alla base della dignità di ogni essere umano. Sappiamo però tutti che queste conquiste sono avvenute dopo scontri epocali che hanno investito la politica, la religione, i rapporti tra gli Stati con le aberrazioni che ben conosciamo: colonialismo, sfruttamento, schiavismo, genocidi, razzismo (…), ma, soprattutto, il cinismo del più forte che si impone sul più debole. L’Italia, purtroppo, ha fatto la sua parte. E, ahinoi, tutto questo sta ancora continuando. Sorge di conseguenza la domanda: Ma di quale identità europea stiamo parlando? La convinzione dell’egemonia della civiltà occidentale, alla luce anche di ciò che è successo negli ultimi secoli, risulta abbastanza ardua da difendere. Ci sono, infatti, tante storie dimenticate e sconosciute, non studiate a scuola, che ci offrono rappresentazioni opposte a quelle suggerite dalle nuove Indicazioni nazionali per il curricolo.
La storia negata
Proviamo a volgere lo sguardo al passato recente dell’occidente europeo. Nell’articolo richiamato, Galli della Loggia afferma “che l’esistenza di un soggetto politico europeo presuppone che gli europei stessi siano consapevoli di avere un passato realmente comune (…) che grazie all’Europa, alla sua storia e al suo retaggio religioso, il mondo intero ha potuto conoscere idee straordinarie di libertà, di eguaglianza e di tolleranza e (…) godere di mille opere di bellezza”. Viene, quindi, da ribadire che nessuno mette in discussione che l’Europa sia stata la culla dei diritti dell’uomo e della donna che sono poi diventati patrimonio dell’intera umanità, soprattutto dopo la fine del secondo conflitto mondiale.
Ma nessuno può ignorare che quegli stessi diritti, formalmente affermati, siano stati sistematicamente calpestati proprio dagli europei, generando mostruosità inaudite.
Ferruccio Sansa, in un articolo pubblicato su Il fatto quotidiano del 6 febbraio 2017, dal titolo “Immigrazione, quando noi europei tagliavamo le mani ai bambini africani”, si è imbattuto in una foto del 1904, sotto riprodotta, in cui un padre congolese, al quale sono state amputate le mani, osserva le mani e i piedi del figlio di cinque anni, a sua volta orribilmente mutilato dai mercenari belgi, perché non aveva raccolto abbastanza caucciù da cui si ricavava la gomma.
Leopoldo II, re del Belgio della civilissima Europa, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, si rese responsabile di indicibili atrocità, compiute da agenti bianchi che agivano sprezzanti dei più elementari diritti. Tutto questo accadeva nello “Stato Libero del Congo”, così Leopoldo aveva chiamato il “suo” possedimento, che governava da Bruxelles, a seimila chilometri di distanza. Il risultato fu che, secondo stime molto attendibili, nell’arco di oltre un ventennio, (1885-1908) morirono circa dieci milioni di persone, direttamente per le amputazioni o per le violenze, o indirettamente per epidemie o per fame.
E il buon soldato italiano?
E gli italiani? Non tutti sanno che le truppe italiane nell’Africa Orientale, dopo la conquista dell’Etiopia nel 1937, hanno costruito due campi di concentramento, negli stessi anni in cui Hitler li stava “sperimentando” in Germania. Quello di Danane fu aperto nella colonia italiana della Somalia per ordine del vice re Rodolfo Graziani dichiarato, per la conduzione della guerra in Etiopia, criminale di guerra dalle Nazioni Unite. In quel campo furono annientati alcune migliaia di bambini, donne e uomini etiopi. Chi governava quel “posto al sole”, di cui si vantavano le gerarchie fasciste, si era posto l’obiettivo del completo annientamento dell’avversario e dei prigionieri politici. Lo storico Angelo Del Boca lo ha classificato “campo di sterminio”[1]. Gli Inglesi lo hanno liberato nel 1941, restituendo la libertà a 1000 etiopi e 300 somali lì rinchiusi in condizioni disumane.
Questi sono solo alcuni dei tanti fatti che hanno caratterizzato la presunta superiorità dell’uomo bianco europeo. Non stiamo parlando di incidenti della storia, ma di una parte rilevante della politica di dominio dell’Occidente “eurocentrico”.
Ha scritto il politologo americano Samuel Huntington[2]: “L’Occidente non ha conquistato il mondo con la superiorità delle sue idee, dei suoi valori o della sua religione ma attraverso la sua superiorità nell’uso della violenza organizzata (il potere militare). Gli occidentali lo dimenticano spesso, i non occidentali mai”.
Anche lo storico Luciano Canfora[3], nel suo libro Il porcospino d’acciaio, sottolinea che la volontà dell’UE di difendersi oggi, ricorrendo al riarmo, non fa altro che ribadire ciò che l’Europa stessa ha fatto nella storia: imporsi come portatrice di valori superiori, attraverso l’uso della forza. Nel suo libro, Canfora richiama il pensiero di un grande storico inglese, Arnold Toynbee il quale, negli anni Cinquanta, sosteneva che quella occidentale è una “civiltà di cannibali”[4].
Il Giano bifronte
Rispetto a quanto prefigurato nelle Indicazioni per il curricolo 2025, è un’altra visione di concepire la civiltà occidentale, che è molto complessa e difficilmente rappresentabile con un solo colore. Richiama piuttosto l’immagine della divinità romana delGiano bifronte (raffigurato con due volti per poter guardare il passato e il futuro). Da un lato, la si può osservare con lo stupore delle bellezze del “giardino del mondo”, dall’altro con l’orrore “dell’aiuola che ci fa tanto feroci”[5]. Pensiamo alle due guerre mondiali, con le mostruosità che tutti conosciamo. Il rapporto dominante dei valori occidentali, secondo molti storici, risponde ad un esercizio retorico più che ad una realtà fattuale, “perché il tronco buono dei valori”[6] si è decisamente incrostato.
[1] Del Boca A.,Un lager del fascismo: Danane, Università di Torino, 1988.
[2] Huntington S.,Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. Il futuro geopolitico del pianeta, Garzanti, Milano, 2000.
[3] Canfora L. Il porcospino d’acciaio, Laterza, Bari, 2025.
[4] Toynbee A., Il mondo e l’Occidente, Sellerio Editore, Palermo, 1992.
[5] Dante, Paradiso, Canto XXII.
[6] Intervista di Andrea Malaguti, direttore del quotidianoLa Stampa, a Gustavo Zagrebelsky, 11 gennaio 2026.




