Riscrivere il tempo della scuola

Un nuovo calendario per il futuro degli studenti

Il dibattito sul calendario scolastico italiano – riacceso dalla recente proposta della ministra del Turismo Daniela Santanchè[1] – è molto più di una semplice questione organizzativa con ricadute turistiche ed economiche volte ad incrementare il profitto stagionale. Si tratta di riflettere non tanto su quando occupare le aule, quanto su come il tempo dell’apprendimento debba essere rimodellato per rispondere ai bisogni educativi degli studenti di oggi. Discutere sul come distribuire i giorni di lezione e di vacanza significa soprattutto analizzare il ruolo che la scuola deve avere nella società contemporanea e il suo scopo primario: la formazione, il benessere, la crescita cognitiva e socioaffettiva degli studenti. La questione intreccia inevitabilmente esigenze didattiche, obiettivi di apprendimento, bisogni educativi, gestioni familiari e, di riflesso, sfide economiche legate al turismo in un contesto molto cambiato rispetto a decenni fa. Al contempo, il calendario scolastico rappresenta la visione stessa di cosa debba essere l’istruzione pubblica, e deve garantire un equilibrio che favorisca il successo formativo, ponendo al centro le esigenze di studenti e personale docente.

Un calendario ancorato al passato

Per valutare le potenzialità e i limiti di una riforma su questo tema, è fondamentale comprendere com’è strutturato in Italia il tempo scolastico. L’attuale organizzazione, infatti, affonda le sue radici in un passato lontano e si articola in una complessa ripartizione di competenze che rende ogni modifica un processo delicato.

L’origine storica del nostro calendario è oggi, di fatto, anacronistica perché legata ad un’economia rurale superata. La lunga pausa estiva, che attualmente mette in difficoltà milioni di famiglie, era stata pensata per permettere ai figli dei contadini di aiutare i propri genitori nei campi durante il raccolto. L’inizio della scuola, fino alla fine degli anni Settanta, non a caso era previsto il primo ottobre[2]. Sebbene rappresentasse una misura quasi inclusiva per l’epoca, a favore di studenti provenienti da uno dei ceti sociali più deboli, oggi si rivela un retaggio molto pesante, quasi inamovibile, ma lontano dai bisogni reali della società.

Come funziona oggi il tempo-scuola

Il dibattito sulla revisione del calendario scolastico non può, comunque, prescindere dalla complessità del sistema vigente, basato sulla ripartizione di competenze tra tre livelli istituzionali e sull’autonomia regionale:

  • lo Stato fissa i vincoli normativi a livello nazionale, primo fra tutti l’obbligo di garantire un minimo di 200 giorni effettivi di lezione, come stabilito dal D.lgs. n. 297/1994[3]. Determina anche il calendario delle festività nazionali e dell’esame di maturità;
  • le regioni hanno un ruolo centrale nel determinare le date di inizio e fine delle lezioni, oltre a poter aggiungere ulteriori giorni di sospensione delle attività didattiche per adattare il calendario alle specificità del proprio territorio;
  • le singole istituzioni scolastiche, in virtù del Regolamento dell’autonomia scolastica (D.P.R. n. 275/1999[4]), possono apportare adattamenti al calendario regionale in funzione delle esigenze del proprio Piano triennale dell’offerta formativa (PTOF), anticipando l’inizio delle lezioni o riorganizzando le attività.

Questa architettura, la cui flessibilità teorica si scontra con una prassi di fatto rigida, consolida un modello ormai anacronistico, incapace di rispondere alle sfide pedagogiche contemporanee e alle evoluzioni cognitive delle nuove generazioni.

Perché è necessario ridiscutere il calendario

Le spinte per una riforma del calendario scolastico non dovrebbero nascere solo da considerazioni economiche: dovrebbero essere ancorate a criteri pedagogici e di giustizia sociale. Un’analisi critica di tali presupposti permette di evidenziare come l’attuale gestione temporale, lungi dall’essere neutrale, agisca spesso come un catalizzatore di disparità, ostacolando l’evoluzione delle metodologie didattiche.

Summer learning loss

La prolungata pausa estiva ha un impatto sui processi di apprendimento in tutti gli ordini di scuola. Durante i tre mesi di interruzione, si manifesta il cosiddetto fenomeno del summer learning loss[5], ovvero la perdita di una parte delle competenze acquisite nel corso dell’anno scolastico, comprese quelle strategiche e di metodo. Questo regresso è particolarmente accentuato per gli studenti provenienti da contesti socioeconomici svantaggiati o con disturbi specifici dell’apprendimento, acuendo la cosiddetta “dispersione implicita” e aumentando il rischio di abbandono scolastico.

Benessere psico-fisico

La rigidità del calendario incide, inoltre, sul benessere psicofisico degli studenti. Un carico di lavoro concentrato in lunghi periodi, senza interruzioni intermedie, può compromettere la tenuta psico-fisica, la capacità di concentrazione e, quindi, di apprendimento. Pause più brevi ma più frequenti, distribuite lungo l’anno e funzionali alla progettazione curricolare, potrebbero favorire un recupero più efficace delle energie e migliorare le prestazioni e gli esiti scolastici.

Infine, una gestione elastica del tempo potrebbe agire come un volano per l’innovazione favorendo l’adozione di metodi didattici attivi. Questi approcci, volti a nutrire il pensiero critico e creativo, richiedono un’organizzazione scolastica più dinamica e flessibile.

Disuguaglianze

La lunga chiusura estiva delle scuole, dunque, non rappresenta solo un limite per il settore turistico, ma un fattore che può amplificare le disuguaglianze sociali soprattutto nei contesti urbani più fragili. La scuola garantisce quotidianamente, durante l’anno, un accesso equo a risorse culturali e relazionali, a prescindere dal contesto di provenienza. Dà opportunità di crescita personale e interpersonale con stimoli funzionali allo sviluppo non solo cognitivo. Quando questa possibilità s’interrompe, le opportunità di crescita e apprendimento finiscono per dipendere esclusivamente dalle risorse economiche e culturali che la famiglia mette a disposizioni e dal luogo in cui si vive. Di conseguenza, un vuoto di tre mesi rischia di interrompere bruscamente questo percorso di crescita. Una distribuzione più equilibrata delle pause permetterebbe di mantenere costante quel presidio di sviluppo cognitivo e interpersonale che solo l’istituzione scolastica può garantire con continuità.

I problemi logistici in primis

Le istanze pedagogiche e sociali volte al rinnovamento devono, tuttavia, misurarsi con criticità strutturali e istituzionali di estrema rilevanza. Nonostante le valide ragioni a favore di una riforma del tempo scuola, l’attuazione di un nuovo calendario scolastico sconta ostacoli logistici e normativi che ne rendono la realizzazione complessa. La rimodulazione dei tempi della didattica non può prescindere da una valutazione sistemica del contesto.

Il principale ostacolo materiale è l’inadeguatezza dell’edilizia scolastica. La stragrande maggioranza degli edifici è stata costruita con criteri ormai superati ed è priva di sistemi di climatizzazione o di un adeguato isolamento termico. Nella stragrande maggioranza, le nostre scuole sono inadatte a fronteggiare le ondate di calore più intense.

Qualsiasi proposta di prolungare l’anno scolastico nei mesi di giugno e luglio risulta irrealistica senza un massiccio e prioritario piano di investimenti per l’adeguamento degli spazi. I fondi del PNRR destinati all’istruzione avrebbero potuto giocare un ruolo decisivo per garantire ambienti di apprendimento non solo moderni ma anche sicuri e salubri.

Idee e proposte

Esistono alcune ipotesi locali che sono entrate nel dibattito: l’Emilia-Romagna la scorsa primavera ha presentato la possibilità di una riduzione della pausa estiva con l’introduzione di uno spring break nel mese di febbraio; la Lombardia ha manifestato interesse per una maggiore flessibilità, auspicando un confronto che risponda meglio alle esigenze di conciliazione tra vita e lavoro delle famiglie. Ovviamente, parliamo solo di proposte e di riflessioni che devono, comunque, fare i conti con i limiti infrastrutturali prima evidenziati e con la consapevolezza che, senza un coordinamento nazionale e un serio piano di investimenti, qualsiasi proposta rischia di rimanere isolata e di difficile attuazione su larga scala.

Le difficoltà strutturali e politiche non devono impedire di immaginare un futuro diverso. Esistono, infatti, modelli e proposte concrete che mirano a riorganizzare il tempo scolastico in modo più equilibrato e funzionale ai bisogni educativi e sociali del ventunesimo secolo.

La prima alternativa è l’adozione di un modello che si richiama ad altri paesi europei con una riduzione significativa della lunga pausa estiva e l’introduzione di periodi di vacanza più brevi, ma distribuiti in modo omogeneo durante l’anno. L’esempio della Francia, dove le scuole si fermano per circa due settimane ogni 6-8 settimane di lezione, dimostra come sia possibile creare un ritmo più equilibrato tra studio e riposo, favorendo il benessere degli studenti e la continuità didattica.

Se questo modello ridefinisce il tempo scolastico curriculare, una seconda proposta si concentra invece sulla “scuola aperta tutto l’anno”. Questa visione non mira ad estendere le lezioni curricolari, ma a trasformare gli istituti, durante le pause, in poli educativi a partecipazione volontaria. In questi periodi, le scuole potrebbero ospitare attività laboratoriali, sportive, artistiche e culturali, organizzate in collaborazione con enti del Terzo settore. Iniziative come il Piano Estate, finanziato dal Ministero dell’istruzione e del merito, rappresentano già un primo passo in questa direzione, riconoscendo la scuola come un presidio sociale e culturale per la comunità anche al di fuori delle ore curriculari.

La scelta tra questi modelli, o una loro combinazione, dipende dalla visione di scuola che la nostra società intende promuovere per il futuro.

Il calendario come specchio della scuola che vogliamo

Il dibattito sul calendario scolastico, quindi, pur nella consapevolezza che gli aspetti organizzativi e logistici costituiscono la prima condizione per il cambiamento, deve toccare il cuore della missione pedagogica ed educativa della scuola pubblica e della funzione stessa dell’istruzione. Il punto di partenza per i decisori politici, per avviare un processo di cambiamento, è mettersi d’accordo se la scuola debba trasformarsi in un ingranaggio funzionale al comparto turistico o restare un presidio educativo volto, prioritariamente, alla formazione e alla tutela dei minori.

Una riforma del tempo-scuola può rappresentare una straordinaria opportunità di modernizzazione, ma solo a due condizioni: deve essere parte di una visione più ampia, che ponga al centro i bisogni pedagogici, psicologici e sociali degli studenti, contrastando le disuguaglianze che l’attuale sistema alimenta; deve essere sostenuta da investimenti concreti per garantire ambienti di apprendimento sicuri, inclusivi e adeguati alle sfide di un clima che cambia e di una didattica che si evolve. Sono le condizioni di base per una riscrittura del calendario capace di costruire la scuola del futuro.


[1] La proposta prevede una rimodulazione del calendario scolastico attraverso la riduzione della sospensione estiva (stimata in circa 10 giorni) a favore di una distribuzione più frammentata delle pause didattiche durante l’anno solare.

[2] Sarà poi la Legge 4 agosto 1977, n. 517 (famosa per avere smantellato le classi speciali decretando “l’ingresso delle diversità” nelle aule scolastiche) a rideterminare l’inizio dell’anno scolastico entro il 20 settembre, anche se limitatamente all’anno scolastico 1977-1978 (articolo 16).

[3] Nell’art. 74 del D.lgs. n. 297/1994 (Calendario scolastico per le scuole di ogni ordine e grado) si legge:2. Le attività didattiche, comprensive anche degli scrutini e degli esami, e quelle di aggiornamento, si svolgono nel periodo compreso tra il 1° settembre ed il 30 giugno con eventuale conclusione nel mese di luglio degli esami di maturità.3. Allo svolgimento delle lezioni sono assegnati almeno 200 giorni. 5. Il Ministro della pubblica istruzione, sentito il Consiglio nazionale della pubblica istruzione, determina, con propria ordinanza, il termine delle attività didattiche e delle lezioni, le scadenze per le valutazioni periodiche ed il calendario delle festività e degli esami.

[4] Nell’art. 5 del DPR 275/1999 (Autonomia organizzativa)si legge: 2.Gli adattamenti del calendario scolastico sono stabiliti dalle istituzioni scolastiche in relazione alle esigenze derivanti dal Piano dell’offerta formativa nel rispetto delle funzioni in materia di determinazione del calendario scolastico esercitate dalle Regioni a norma dell’articolo 138, comma 1, lettera d) del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112.5. Il Ministro della pubblica istruzione, sentito il Consiglio nazionale della pubblica istruzione, determina, con propria ordinanza, il termine delle attività didattiche e delle lezioni, le scadenze per le valutazioni periodiche ed il calendario delle festività e degli esami..

[5] Esistono tanti studi e dati soprattutto provenienti dal mondo anglosassone. Si veda qui la riflessione di Domenico Trovato che faceva già nel 2022 su Scuola7. La settimana scolastica: Learning Loss: una sfida per la scuola. Dal Report dell’Ocse al Report nazionale dell’Invalsi.