Mentre il 10 febbraio l’Italia celebra il “Giorno del Ricordo”, l’eredità etica di Auschwitz ci ammonisce: la memoria non può esaurirsi in un rito statico o in un terreno di scontro ideologico. Essa deve piuttosto evolversi in un processo dialogico permanente, capace di superare le mura delle aule e i confini nazionali grazie anche all’innovazione didattica. In questo contesto, il passaggio dalla memoria fisica a quella digitale non è un semplice cambio di supporto, ma una strategia culturale necessaria per analizzare con rigore e profondità tragedie di diversa genesi, dalle Foibe alla Shoah. L’obiettivo è offrire a ciascuna il giusto rilievo critico, preservandone l’identità storica senza annullarne le reciproche specificità.
Portare Auschwitz in ogni classe del mondo
Questa esigenza di universalità e rigore trova una risposta concreta nella visione di Piotr Cywiński, direttore del Museo di Auschwitz-Birkenau, la cui missione di “portare Auschwitz in ogni classe del mondo” ha tracciato la nuova rotta del Memoriale. I progetti educativi a distanza e le visite guidate in live-streaming avviati a titolo sperimentale nel 2023 hanno segnato una svolta decisiva nel paradigma della testimonianza. Non si tratta di un semplice adattamento tecnologico, ma di una nuova frontiera educativa: la tecnologia accorcia le distanze geografiche e temporali, rendendo la storia un patrimonio accessibile e vivo, capace di parlare lo stesso linguaggio delle nuove generazioni. Con la digitalizzazione, la testimonianza si slega dal vincolo esclusivo del “pellegrinaggio” fisico, per diventare un’esperienza educativa in linea con i tempi: il valore del ricordo non risiede più solo nelle pietre o nel filo spinato, ma nella capacità di resistere al tempo adattandosi ai codici comunicativi contemporanei. A differenza di un documentario statico o di un video registrato, la forza delle visite in live-streaming risiede nell’interazione in tempo reale: sotto lo sguardo attento della telecamera, una guida interagisce in tempo reale con i partecipanti e questo consente di mantenere vivo il dialogo e la riflessione collettiva, preservando il cuore pulsante dell’esperienza fisica.
L’aula globale
La creazione di un’aula globale, dove il dibattito resta aperto e la memoria si diffonde, potrebbe rappresentare la chiave per superare le controversie che spesso avviliscono il dibattito pubblico italiano intorno al 10 febbraio. Se la tecnologia rende universale l’accesso ai luoghi della Shoah, può parimenti offrire nuovi spazi di approfondimento critico anche per la tragedia delle Foibe e dell’esodo giuliano-dalmata, sottraendole ai confini locali e restituendole alla dignità storica: la tecnologia del Memoriale di Auschwitz dimostra che la testimonianza può (e deve) farsi globale e senza confini.
Per poter abitare una memoria che resista al tempo occorre preservarne l’empatia e la sacralità, pur calandola nella complessità dell’era digitale: abbattendo barriere economiche, geografiche e fisiche, il tour online e la digitalizzazione della testimonianza trasformano la Storia da oggetto di contesa a patrimonio universale raggiungibile da chiunque. Confrontarsi con le tragedie del passato attraverso i nuovi canali della consapevolezza digitale è l’unico modo per garantire che il “mai più” non sia solo uno slogan, ma un impegno civile condiviso che illumini la strada verso il futuro.
Non chiamatele gite
Mentre la tecnologia si adopera per democratizzare la conoscenza e rendere universale l’accesso ai luoghi della storia, il dibattito pubblico si è recentemente soffermato su una controversia legata proprio alle modalità di trasmissione della memoria. Il punto di flessione è rintracciabile in alcune riflessioni emerse nell’ottobre del 2025 durante un convegno organizzato a Roma dall’UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane), dove l’uso del termine “gite” in riferimento ai viaggi della memoria ha innescato un’ampia discussione civile.
Tale espressione è stata utilizzata per sollevare il dubbio che queste esperienze possano talvolta scivolare in una “ritualità stanca”, rischiando di confinare l’antisemitismo in una dimensione esclusivamente passata o circoscritta a una sola area politica. A queste posizioni si è contrapposta la voce autorevole di figure simbolo della memoria, come la senatrice a vita Liliana Segre, che ha riaffermato con forza come la testimonianza dei fatti storici non sia mai un esercizio retorico, ma un atto necessario di verità per illuminare le insidie del presente.
In realtà, la controversia non tocca la sfera normativa — poiché la libertà progettuale delle scuole resta pienamente garantita — ma investe il significato profondo della mediazione educativa. Da un lato vi è la preoccupazione che il viaggio possa ridursi a un approccio estemporaneo; dall’altro, il mondo della scuola e della ricerca difende il valore di una prassi che ha formato intere generazioni. La posizione degli istituti scolastici appare oggi ancora più consapevole: l’antidoto a una visione superficiale non è il disinvestimento, ma il potenziamento di una didattica rigorosa, capace di trasformare il viaggio in un autentico laboratorio di cittadinanza attiva, dove la conoscenza della Shoah rimane il cardine imprescindibile per comprendere ogni altra violazione dei diritti umani.
Verso una sintesi pedagogica condivisa
Il dibattito pedagogico attuale si concentra sulla sfida di ampliare l’orizzonte delle conoscenze storiche senza però intaccare la specificità di ogni singolo evento. L’obiettivo della scuola è evitare una lettura indifferenziata delle tragedie del Novecento, preservando il valore della memoria come fondamento dell’etica civile piuttosto che come elemento di tensione interpretativa. In questo senso, l’istituzione scolastica riafferma il suo ruolo di luogo della testimonianza critica, dove lo studio di una tragedia non è mai in competizione con quello di un’altra, ma concorre alla comprensione complessiva della complessità storica.
La vera posta in gioco risiede nella capacità del sistema formativo di offrire un ancoraggio condiviso ai valori democratici, promuovendo una cultura del ricordo che sia al contempo rigorosa e inclusiva. La prospettiva educativa mira a valorizzare ogni momento commemorativo — dal Giorno della Memoria al Giorno del Ricordo — non in un’ottica di contrapposizione, ma di completamento del mosaico della nostra identità civile. In tale visione, la centralità pedagogica è data dalla capacità di formare cittadini consapevoli, capaci di riconoscere in ogni violazione dei diritti umani un monito universale, garantendo a ogni capitolo della nostra storia la necessaria dignità di studio e riflessione.
L’architettura della memoria
Per comprendere l’evoluzione di questo dibattito, è utile osservare l’architettura normativa che sostiene la memoria civile in Italia. Il Paese ha delineato un percorso di consapevolezza fondato su tre pilastri fondamentali: il Giorno della Memoria (27 gennaio), dedicato al ricordo della Shoah e delle leggi razziali; il Giorno del Ricordo (10 febbraio), volto a conservare la memoria della tragedia delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata; e il Giorno della Memoria per le vittime del terrorismo (9 maggio), per non dimenticare la stagione degli anni di piombo.
Se per oltre un ventennio il baricentro della pedagogia civile è stato identificato quasi esclusivamente nei viaggi verso i campi di sterminio del Centro-Europa, questa tendenza oggi evolve verso un orizzonte più articolato, che invita a riscoprire anche i luoghi della memoria nazionale, come la Foiba di Basovizza o il Magazzino 18 di Trieste.
L’obiettivo di questa nuova sensibilità non è stabilire una gerarchia di valori o un bilanciamento statistico tra i drammi della storia, ma promuovere una sintesi didattica capace di accogliere la complessità. In quest’ottica, ogni itinerario, sia esso verso Auschwitz o verso il confine orientale, cessa di essere una trasferta isolata per diventare un tassello necessario di un mosaico più ampio. È in questa visione d’insieme che la scuola può offrire alle nuove generazioni gli strumenti per integrare memorie diverse in un unico, solido percorso di cittadinanza consapevole.
L’insidia della memoria compensativa
Questa evoluzione verso una visione d’insieme pone tuttavia una sfida metodologica che molti studiosi invitano a non sottovalutare. Il timore espresso da storici ed educatori è che l’adozione di una prospettiva puramente ‘compensativa’ possa involontariamente indebolire il rigore dell’analisi. In quest’ottica, il concetto di ‘memoria condivisa’ — termine che evoca un prezioso intento riconciliatore — richiede una gestione attenta per non scivolare in un’equiparazione che rischierebbe di appiattire le specificità storiche.
La riflessione scientifica sottolinea come il riconoscimento della pari dignità di ogni sofferenza umana non debba condurre a un’uniformità interpretativa. L’obiettivo non è stilare una graduatoria del dolore, ma onorare la verità storica distinguendo l’ontologica unicità dei fenomeni: se la Shoah si configura come un progetto di sterminio industriale e sistematico basato su categorie biologiche, le Foibe rappresentano una tragedia radicata nei violenti mutamenti dei confini e nelle epurazioni politiche del dopoguerra.
Inserire eventi così diversi in un unico paradigma interpretativo rischierebbe di rendere meno leggibili le radici profonde di ogni dramma, trasformando la memoria in un rito privo di analisi critica. Affinché il ricordo resti un autentico strumento educativo, è essenziale che non risponda a logiche di bilanciamento risarcitorio, ma che continui a nutrirsi della profondità della ricerca, garantendo alle nuove generazioni la capacità di distinguere, comprendere e, infine, maturare una coscienza civile solida e consapevole.
Oltre il rito: la memoria come pensiero critico
La sfida per l’istituzione scolastica è quella di esercitare appieno il proprio ruolo di guida critica, evitando che la narrazione storica si risolva in un’elencazione di eventi tra loro scollegati. Il rischio, infatti, è che la complessità del Novecento venga attenuata in una sintesi che, pur cercando l’equilibrio, finisca per consegnare alle nuove generazioni un passato privo di profondità, dove le cause degli eventi restano inespresse e, di conseguenza, difficilmente interpretabili.
In questo contesto, emerge l’importanza di superare ogni forma di analisi parziale. Il compito della scuola e della ricerca storica è quello di mantenere saldo il legame tra l’evento tragico e il processo che lo ha generato, evitando di isolare i singoli drammi dal loro contesto d’origine. Analizzare il dramma delle Foibe e dell’esodo giuliano-dalmata richiede, dunque, uno sforzo di contestualizzazione che ne chiarisca la matrice storica e le dinamiche pregresse. Una comunità educante matura promuove il coraggio di guardare alla storia nella sua interezza: riconoscere un’ingiustizia non significa metterne in ombra un’altra, ma ricostruire con onestà l’intera catena degli eventi. Solo attraverso questa visione d’insieme è possibile fornire alle nuove generazioni le coordinate critiche necessarie per comprendere la genesi delle catastrofi del passato e agire con consapevolezza nel presente.
Il rigore storico come impegno civile
Qualora la narrazione si limitasse alla sola rievocazione delle sofferenze, la Storia rischierebbe di smarrire la sua funzione di analisi dei nessi causali, riducendosi a una pura memoria dei torti subìti. Una ricostruzione frammentata, anziché favorire la comprensione profonda, potrebbe alimentare barriere identitarie invece di superarle attraverso il rigore della conoscenza.
Solo attraverso una memoria integrata, capace di accogliere la densità e la stratificazione degli eventi, la scuola può onorare la propria missione: formare cittadini consapevoli e non semplici eredi di passate contrapposizioni. L’obiettivo è preparare giovani dotati di spirito critico, capaci di esplorare ogni zona d’ombra del passato con onestà intellettuale e senza facili semplificazioni; coscienze vigili, pronte a riconoscere le radici della disumanità in ogni sua manifestazione.
A questo fine dovrebbero tendere i percorsi della memoria, qualunque sia la loro meta. Solo a queste condizioni lo studio della Storia può elevarsi al di sopra delle contingenze del dibattito pubblico, per tornare alla sua funzione originaria: essere una lente attraverso la quale le nuove generazioni possano decifrare la complessità del presente e costruire un futuro fondato sul rispetto della dignità umana.



