La riconfigurazione dell’istruzione tecnica si pone oggi come il pilastro portante della Riforma 1.1, inserita nella Missione 4 del PNRR, segnando un punto di non ritorno per il sistema educativo nazionale. Con l’emanazione del Decreto Legge 7 aprile 2025, n. 45, e il successivo schema di decreto attuativo, il legislatore ha tracciato i nuovi perimetri degli assetti ordinamentali, ridefinendo quadri orari e risultati di apprendimento in funzione di una modernità sempre più esigente.
L’orizzonte strategico dell’intervento mira a sanare l’ormai cronico mismatch tra le traiettorie dell’offerta formativa e le repentine istanze di competenze provenienti dal sistema produttivo. L’ambizione dichiarata è quella di una transizione profonda: traghettare l’intera istituzione scolastica, e il comparto tecnico in via elettiva, verso i paradigmi dell’Industria 4.0 e dell’innovazione digitale, trasformando l’aula in un laboratorio permanente di cittadinanza economica e tecnologica.
Lo schema di Decreto
Il percorso della riforma degli istituti tecnici ha subito una brusca accelerazione verso la fine dello scorso gennaio. Lo schema di Decreto è stato infatti trasmesso al Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione proprio mentre le scuole avevano già avviato le iscrizioni e pubblicato i nuovi Piani Triennali dell’Offerta Formativa. In questo scenario di evidente sovrapposizione temporale, il massimo organo consultivo ha espresso il proprio parere il 5 febbraio 2026, approvando il testo pur con l’innesto di significative modifiche.
Il CSPI, pur dichiarando di apprezzare l’impianto culturale complessivo della riforma, non ha esitato a sollevare una serie di perplessità che ora attendono una risposta nei fatti. Le criticità evidenziate riguardano innanzitutto la tempistica: il forte ritardo nell’emanazione del provvedimento rischia di scontrarsi con la complessa macchina organizzativa delle istituzioni scolastiche, impegnate nella programmazione dell’anno venturo. Si apre dunque una fase delicata, in cui l’analisi rigorosa dei rilievi del Consiglio diventa un passaggio ineludibile per chi sarà chiamato a tradurre in pratica didattica il progetto tanto voluto dal Ministro Valditara.
L’identità culturale rinvigorita mediante il modello TVET
Tra gli aspetti più significativi della riforma, quello salutato con favore dal CSPI, c’è l’identità culturale dell’istruzione tecnica nel fermo proposito di preservarne un’identità specifica, tracciando un solco netto e consapevole che la distingua dai percorsi professionali. La nuova architettura si ispira al modello formativo TVET (Technical, Vocational Education And Training), caratterizzato da una solida impalcatura di saperi dove le basi scientifiche, tecnologiche si intrecciamo con quelle giuridiche ed economiche, delineando profili professionali di alto profilo, pronti a rispondere con efficacia alle sfide e alle richieste di un mercato del lavoro in costante mutamento.
L’intelaiatura dell’offerta formativa dell’istruzione tecnica sceglie la via della continuità , articolandosi ancora nei due settori storico-tradizionali, quello economico e quello tecnologico-ambientale, e mantenendo gli undici indirizzi che già costituivano il cuore della precedente riforma ordinamentale.
Le poche ma significative novità si manifestano attraverso ridenominazioni dal forte valore emblematico, come quella dedicata al settore “Turismo, beni culturali e ambientali”, che suggerisce una visione più integrata e moderna della valorizzazione territoriale. Allo stesso modo, il legislatore ha scelto di confermare il sesto anno di specializzazione per l’enotecnica, sebbene su quest’ultimo punto il CSPI abbia espresso un monito prudenziale, evidenziando come la stabilità del percorso debba essere necessariamente sostenuta da investimenti dedicati, attualmente non ancora del tutto tangibili.
La flessibilità curricolare e i “patti educativi 4.0”
La vera novità , il cuore metodologico della riforma, risiede nell’adozione della didattica per competenze come modello pedagogico irrinunciabile, capace di scardinare la rigidità dei programmi tradizionali in favore di un’integrazione virtuosa tra l’area di istruzione generale e un’area di indirizzo. In questa nuova architettura, le istituzioni scolastiche sono chiamate a farsi interpreti delle eccellenze territoriali, raccordandosi organicamente con il tessuto produttivo attraverso l’utilizzo strategico di una quota di autonomia del 20%, che può estendersi fino a spazi di flessibilità del 30% nell’anno conclusivo del percorso di studi.
Particolarmente innovativo appare lo strumento dei “patti educativi 4.0”, concepito per favorire una simbiosi operativa e la condivisione di risorse professionali e laboratoriali d’avanguardia con gli ITS Academy, le università e le imprese del settore.
Tuttavia, nell’analisi condotta dal CSPI, l’entusiasmo per tale apertura verso l’esterno è mitigato da una necessaria cautela: il timore è che si possa scivolare in una sterile duplicazione di ruoli rispetto ai poli tecnico-professionali già esistenti, realtà che spesso si trovano a lottare con la cronica carenza di risorse finanziarie dedicate, indispensabili per una loro reale ed efficace implementazione.
Le criticità : tempistiche e lacune regolamentari
Una osservazione inoppugnabile del CSPI riguarda il “forte ritardo” che ha caratterizzato l’emanazione del Decreto. Com’è noto, le scuole hanno già predisposto il PTOF 2025-2028 e le iscrizioni per l’anno scolastico 2026/2027 sono in fase di chiusura, nonostante la proroga anch’essa ormai scaduta. È un disallineamento temporale inaccettabile che rischia di vanificare l’efficacia dell’orientamento, processo già di per sé critico e complicato, che potrebbe condizionare negativamente famiglie e studenti a causa di un clima di incertezza normativa. In assenza di un quadro regolamentare tempestivo e certo, la scelta del percorso di studi rischia di essere condizionata da una precarietà informativa che vanifica proprio quegli obiettivi di stabilità e chiarezza che la riforma si prefiggeva di raggiungere.
Peraltro non possono passare inosservate le assenze di due pilastri fondamentali:
- le linee guida per il passaggio al nuovo ordinamento;
- la tabella di corrispondenza tra discipline e classi di concorso.
Per chi deve lavorare all’applicazione della riforma, senza questi strumenti, la progettazione del curricolo d’istituto e la richiesta degli organici diventano operazioni assai complicate, capaci di mettere in crisi le segreterie e le dirigenze.
Il nodo degli organici e la riduzione delle ore
L’ambizioso progetto di rinnovamento deve, inoltre, misurarsi con il principio della clausola di invarianza finanziaria, laddove il decreto dispone che la riforma debba attuarsi senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, né incrementi di organico. Imponendo un blocco al numero complessivo delle classi, che non potrà superare il contingente stabilito per l’anno scolastico 2023/2024, la norma definisce un perimetro estremamente rigido che rischia di condizionare le reali possibilità di espansione e sviluppo dell’istruzione tecnica. Tale vincolo strutturale appare in contrasto con la necessità di potenziare i laboratori e le risorse professionali, elementi cardine per traghettare il sistema verso i modelli dell’industria 4.0.
Un’ulteriore e significativa riserva espressa dal CSPI riguarda il possibile indebolimento delle competenze in uscita, messo a rischio da una revisione dei quadri orari che introduce novità non prive di incognite. Particolare apprensione desta la riduzione del carico orario nel quinto anno, dove il passaggio da 1056 a 990 ore annuali determina un taglio di due ore settimanali, riducendo l’impegno didattico da 32 a 30 ore. Tale contrazione del tempo scuola, proprio nella fase conclusiva e più specialistica del percorso, appare in controtendenza rispetto all’obiettivo di rafforzare il profilo professionale dei diplomati, sollevando dubbi sulla reale possibilità di garantire quel consolidamento dei nuclei fondanti necessario per affrontare con successo sia l’esame di maturità sia l’ingresso nel mondo del lavoro o degli studi superiori.
L’insegnamento della lingua italiana, asse portante dell’intero percorso formativo e disciplina cardine dell’esame di Stato, subisce una paradossale riduzione del monte ore proprio nell’annualità conclusiva, ovvero nel momento di massima esposizione dello studente alle prove di verifica finale. Tale scelta appare, secondo i rilievi del CSPI, meritevole di una profonda revisione: la contrazione del tempo scuola dedicato alla padronanza linguistica rischia infatti di compromettere ulteriormente il consolidamento delle competenze fondamentali, già messe duramente alla prova dai preoccupanti esiti registrati dalle rilevazioni standardizzate nazionali. Per l’organo consultivo, garantire la solidità del possesso linguistico non è solo un obiettivo didattico, ma un presupposto essenziale per la qualità complessiva dell’offerta formativa e per il successo degli stessi candidati alla maturità .
La riforma introduce l’ambito delle scienze sperimentali come disciplina unica, che raggruppa scienze della terra, biologia, chimica e fisica. Siccome l’obiettivo è una didattica interdisciplinare basata su un linguaggio comune, il CSPI avverte che ciò richiede una revisione profonda delle classi di concorso e una chiarezza operativa che, allo stato, non sussistono. Appare quantomeno strano, inoltre, che nell’indirizzo tecnologico-ambientale, le “scienze integrate” subiscano una riduzione oraria rispetto all’ordinamento vigente.
Internazionalizzazione e l’azzardo del CLIL
Se da un lato il potenziamento dell’internazionalizzazione, perseguito attraverso scambi culturali, stage all’estero e il rafforzamento delle microlingue, raccoglie un giudizio favorevole, dall’altro la previsione di erogare almeno un terzo del monte ore di una disciplina di indirizzo in lingua inglese nel triennio suscita forti perplessità . L’adozione della metodologia CLIL su una quota così significativa dell’orario scolastico è stata, infatti, definita “difficilmente attuabile” a causa di ragioni squisitamente pragmatiche. Il limite principale risiede nella carenza di competenze metodologiche diffuse tra i docenti di discipline non linguistiche, un deficit che la clausola di invarianza finanziaria impedisce di colmare, precludendo la possibilità di contrattualizzare lettori o esperti madrelingua a supporto della didattica. Dinanzi a tale scenario, il CSPI ha proposto di espungere il vincolo quantitativo del “terzo del monte ore”, auspicando una norma più realistica e calibrata sulle effettive risorse professionali disponibili nelle scuole.
Sperimentazione nei CPIA: potrebbe essere un salto nel buio
L’intervento normativo delineato dall’articolo 7 introduce una significativa discontinuità rispetto all’assetto attuale, prevedendo che i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (CPIA) possano erogare direttamente i percorsi di istruzione tecnica. Tale novità supererebbe l’odierno modello di erogazione indiretta, che vede i percorsi di secondo livello incardinati presso le scuole secondarie di secondo grado e ancora vincolati ai relativi ordinamenti.
Su questo specifico punto, tuttavia, il parere del massimo organismo consultivo si fa particolarmente severo: il Consiglio evidenzia come i CPIA non dispongano, allo stato attuale, di infrastrutture stabili, laboratori di indirizzo né di dotazioni organiche adeguate a sostenere autonomamente la complessità della formazione tecnica. Per tali ragioni, il CSPI suggerisce prudenza, auspicando che questa transizione avvenga solo “ove possibile” e resti soggetta a un rigoroso monitoraggio della durata e degli esiti della sperimentazione.
Formazione dei docenti e CCNL
Il successo di un’architettura pedagogica così ambiziosa non può prescindere da una profonda revisione del ruolo del corpo docente, per il quale la riforma prevede percorsi formativi specifici nelle discipline professionalizzanti. Tali itinerari non dovrebbero limitarsi alla dimensione teorica, ma aprirsi a esperienze di osservazione e affiancamento tutoriale direttamente nei contesti aziendali, al fine di ridurre la distanza tra il sapere accademico e i processi produttivi dell’industria 4.0. Anche su questo terreno il CSPI ha alzato una barriera di prudenza, sottolineando la necessità che tali misure siano precisate e armonizzate con le tutele previste dal CCNL di comparto. Il rischio, non troppo velato, è che l’entusiasmo per l’integrazione tra scuola e impresa possa generare sovrapposizioni o violazioni dei diritti contrattuali del personale. È pur vero, d’altra parte, che senza un’azione formativa organica, sistematica e rispettosa delle prerogative professionali, non si può sperare che la riforma dell’istruzione tecnica produca quegli esiti positivi che il legislatore sembra dare per scontati.
Conclusioni e prospettive
La riforma degli Istituti tecnici rappresenta una sfida epocale per il sistema scolastico nazionale riflettendo l’ambizione di allineare il modello italiano ai paradigmi europei della Vocational Education and Training e alle dinamiche del mercato del lavoro globale.
Tuttavia, il parere espresso dal CSPI funge da necessario richiamo alla concretezza, vincolando l’efficacia dell’innovazione alla reale disponibilità di risorse finanziarie, alla garanzia di tempi distesi per la progettazione e alla stabilità degli organici. In questo scenario, la dirigenza e il corpo docente sono chiamati a interpretare il cambiamento navigando tra le maglie dell’autonomia scolastica, con l’obiettivo di trasformare la flessibilità dell’area di indirizzo in un’opportunità strategica per recepire e integrare gli stimoli provenienti dal tessuto produttivo territoriale.
La “scuola del fare”, per ambire a motore propulsivo dello sviluppo nazionale, necessita in primis di un’architettura normativa solida; solo su basi certe sarà possibile edificare il futuro degli studenti e sostenere il rilancio di un sistema manifatturiero che trae la propria forza dal dialogo tra tradizione e avanguardia.
Tale tensione innovatrice troverà la sua compiuta espressione con la pubblicazione del Decreto attuativo: l’analisi dei quadri orari definitivi permetterà infatti di decifrare l’effettiva impostazione organizzativa e pedagogica che il Ministero intende imprimere all’istruzione tecnica, definendo i contorni di un modello che aspira a essere, al contempo, moderno e sostenibile.



