Il via libera del Consiglio dei ministri al “Decreto sicurezza” segna un tentativo di inversione di rotta nelle politiche di ordine pubblico, ponendo il Paese di fronte a una sfida normativa. Non si tratta di una mera integrazione tecnica, quanto di una manovra che ambisce a ridisegnare i confini della sicurezza nazionale, sollevando al contempo delicati interrogativi sulla gestione del controllo sociale.
Dalle dichiarazioni ai fatti
Approvato giovedì 5 febbraio 2026, il decreto introduce misure di natura eccezionale volte a intensificare la prevenzione e il contrasto dei fenomeni di illiceità negli istituti scolastici. L’impianto normativo, confermando la bozza trasmessa dal Viminale, delinea una strategia che punta tutto sulla tempestività e sulla fermezza dell’intervento, una scelta che apre inevitabilmente un dibattito sulla proporzionalità tra repressione ed educazione. Il cosiddetto “Pacchetto Sicurezza 2026” adotta una struttura a “doppio binario” per modulare l’azione di governo su diversi orizzonti temporali:
- Il Decreto-Legge raccoglie le misure ritenute indifferibili, destinate a entrare in vigore immediatamente dopo la firma del Presidente della Repubblica, agendo sull’urgenza percepita;
- Il Disegno di Legge, destinato al vaglio parlamentare, apre la strada a un confronto che si preannuncia articolato, mirando a riforme strutturali che dovranno necessariamente confrontarsi con le radici profonde del disagio giovanile.
Questi provvedimenti, al di là della loro valenza giuridica, tentano di fornire una risposta a un allarme sociale divenuto critico come quello della crescente diffusione di armi bianche tra i banchi di scuola. Si tratta di un fenomeno complesso che ha trovato il suo tragico culmine lo scorso 16 gennaio presso l’istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia, con la morte di un giovane studente all’interno del proprio istituto. Tale episodio ha tragicamente imposto il tema della sicurezza scolastica come una priorità non più procrastinabile, pur lasciando aperta la questione se la risposta legislativa sia, da sola, sufficiente a sanare una ferita così profonda nel tessuto educativo del Paese.
Scuole protette o scuole blindate?
L’episodio di La Spezia ha infranto l’illusione della scuola come zona franca, svelando la fragilità di un confine che per decenni abbiamo creduto sicuro rispetto ai pericoli esterni. Di fronte a questa lacerazione, il concetto stesso di ‘scuola aperta’ sembra entrare in crisi, spingendo il governo verso una risposta che, secondo i decisori politici, non è più differibile. Tuttavia, resta il dubbio se l’accelerazione dell’iter legislativo per contrastare la diffusione di armi e aggressività sia l’unica via risolutiva. Se l’ambiente educativo si trasforma in un teatro di cronaca nera, ci si deve interrogare se bastino nuove norme per ricucire un tessuto sociale segnato da un punto di non ritorno, o se la sicurezza non richieda risposte ben più profonde della sola fermezza normativa.
Tra le novità di maggior rilievo emerge l’estensione del daspo urbano anche ai soggetti tra i 14 e i 18 anni coinvolti in episodi di bullismo “aggravato” o trovati in possesso di strumenti atti a offendere. L’ipotesi di fondo è che isolare i singoli dai contesti di aggregazione possa disarticolare le dinamiche di gruppo. Resta, tuttavia, da vedere se tale allontanamento fisico sia sufficiente a neutralizzare il controllo territoriale o se non rischi di spostare semplicemente il conflitto in aree meno presidiate.
Il provvedimento introduce inoltre un inasprimento delle sanzioni per il porto ingiustificato di armi bianche. È una misura che rappresenta il fulcro dell’attuale dibattito. La strategia punta a limitare la libertà di movimento dei minori attraverso la sospensione del patentino o il differimento del conseguimento della patente B fino ai 21 o 24 anni. L’intento normativo scommette sulla forza deterrente di una sanzione che colpisce l’autonomia sociale del giovane, ritenuta un valore primario rispetto alla sanzione pecuniaria, spesso assorbita dal nucleo familiare. Rimane però aperto un dubbio di fondo: se può una misura interdittiva sulla mobilità colmare un vuoto educativo o prevenire radicalmente l’insorgere della violenza. Il rischio è che tale misura si limiti a gestire l’effetto senza scalfirne le cause profonde.
Verso un nuovo patto educativo
Il quadro normativo si completa con misure rivolte ai genitori che manchino al proprio dovere di vigilanza, richiamando il principio della culpa in vigilando. Laddove un minore sia protagonista di atti di violenza o venga trovato in possesso di armi, la sanzione pecuniaria (oscillante tra i 500 e i 3.000 euro) colpisce direttamente gli esercenti la potestà genitoriale. Viene, però, introdotta, anche una clausola riparativa che permette di sospendere la multa in cambio di percorsi di mediazione e supporto psicologico. Potrebbe questa suggerire la volontà di ricostruire una sinergia tra scuola e famiglia, anche se l’efficacia di tale impianto solleva interrogativi non trascurabili. Resta, per esempio, da capire se una sanzione economica, pur convertibile in percorsi di supporto, possa davvero rigenerare un legame educativo laddove il nucleo familiare versi già in condizioni di grave fragilità o assenza. Inoltre, resta molto difficile accertare l’effettiva negligenza genitoriale in contesti di disagio profondo. Tale difficoltà rende la norma di difficile attuazione con il rischio di trasformarla in un puro automatismo burocratico piuttosto che in uno strumento di reale rinascita sociale. Ci si chiede, infine, se l’utilizzo della leva sanzionatoria per ripristinare il “valore del limite” sia sufficiente a garantire quell’ambiente protetto e sereno auspicato dalla riforma, o se non occorra un investimento ben più ampio nei servizi di assistenza che preceda, e non segua, l’esplosione della violenza.
La scuola del rispetto
L’impianto del “pacchetto sicurezza” sembra voler proporre una specifica visione pedagogica, in cui la sicurezza non viene presentata come semplice ordine pubblico, ma come un presupposto per la convivenza civile. Questa linea, richiamata anche dal Ministro Valditara in occasione della “giornata del rispetto”, descrive la sicurezza come un perimetro necessario per l’esercizio delle libertà individuali. Resta, tuttavia, da verificare se la traduzione di questo “valore” in norme stringenti riesca effettivamente a tutelare i giovani e il personale scolastico senza scivolare in una logica prevalentemente repressiva.
L’obiettivo dichiarato non è, sicuramente, quello di isolare l’istituzione scolastica, quanto di preservarla dalle dinamiche più violente del contesto esterno. In questa prospettiva, la sicurezza dovrebbe agire come mezzo per restituire agli studenti un ambiente protetto, favorendo un’autodeterminazione che non sfoci nella prevaricazione. Eppure, l’idea della scuola come “presidio di civiltà” si scontra con una realtà quotidiana complessa, dove il rispetto delle regole comuni spesso richiede interventi che vanno oltre la semplice vigilanza.
Sotto questo profilo, il binomio sicurezza-rispetto, proposto dal governo, ambisce a fare della scuola un motore di cambiamento sociale. L’obiettivo può essere raggiunto se la fermezza normativa si combina, però, con una reale condivisione educativa: senza un coinvolgimento profondo di tutte le componenti scolastiche, il rischio è che il richiamo alle “regole comuni” rimanga un’aspirazione teorica piuttosto che una pratica vissuta.
Oltre il controllo tecnologico
Il progetto di trasformare la scuola in un “presidio ad accesso tracciabile” rappresenta il culmine di questa strategia di controllo. L’ipotesi di installare telecamere intelligenti, badge obbligatori e, soprattutto, l’introduzione dei metal detector, punta a un impatto psicologico immediato: creare un deterrente visibile contro l’ingresso di armi. Ma anche se si instaura questa “area ad alto controllo” i dubbi non mancano. A parte la sostenibilità economica e operativa, c’è anche il rischio del cosiddetto displacement effect: la possibilità che la violenza non venga neutralizzata, ma semplicemente spostata oltre i cancelli, dove la sorveglianza istituzionale svanisce.
Secondo gli intenti alla base del Decreto Legge, l’impiego di sistemi di controllo e monitoraggio rivestirebbe una duplice valenza: da un lato, impedirebbe l’accesso indisturbato alla struttura da parte di soggetti estranei, dall’altro, garantirebbe una mappatura delle presenze in tempo reale. È questo anche un parametro fondamentale per ottimizzare i protocolli di evacuazione e gestione delle emergenze. Tuttavia, come rilevato da numerosi osservatori critici, il rischio concreto è che una scuola così concepita si trasformi in una ‘fortezza’, assumendo i tratti di un presidio militarizzato. Per scongiurare questo scivolamento securitario, sembra allora che si voglia convergere verso modelli di sicurezza integrata: sorveglianza digitale e presenza umana qualificata, capace di coniugare il rigore del controllo con la cultura dell’accoglienza.
Per evitare che la rigidità dei protocolli ostacoli la crescita emotiva degli alunni, l’adozione di strumenti tecnologici deve procedere di pari passo con la cultura dell’ascolto. È solo attraverso una vigilanzache sappia farsi empatica, capace cioè di intercettare il malessere sottile prima che degeneri in atti di aperta violenza, che la scuola può evitare una deriva meramente repressiva.
Il futuro della scuola è oltre la sorveglianza
Il vero banco di prova per il “pacchetto Sicurezza” sarà la capacità di integrare il controllo senza snaturare l’identità scolastica: un esercizio di equilibrio tra la fermezza del presidio e la necessaria apertura alla crescita e alla libertà individuale.
Come autorevolmente sostenuto da esperti quali Matteo Lancini e Daniele Novara, la tecnologia non può surrogare l’intervento clinico e pedagogico sul disagio giovanile. Una riforma che si limiti a inseguire l’emergenza, rischierebbe di rivelarsi un placebo: il monitoraggio fisico agirebbe come un sedativo sui sintomi, ma non ne rappresenterebbe la cura. La vera sicurezza, al contrario, risiede nella capacità proattiva di disinnescare i conflitti attraverso il dialogo e la mediazione.
In ultima analisi, la validità del pacchetto sicurezza 2026 non sarà decretata dal numero di telecamere installate o dall’entità delle sanzioni comminate, ma dalla capacità dello Stato di non lasciare la scuola sola di fronte alla complessità del malessere. Non basta recintare gli edifici, occorre abitare le relazioni. Se la sicurezza non riuscisse a diventare il presupposto per un rinnovato patto educativo tra istituzioni, famiglie e studenti, resterebbe un involucro burocratico incapace di alimentare la funzione educativa che è l’anima stessa della scuola.
In definitiva, il vero successo di questa riforma si misurerà sulla capacità di trasformare la protezione da vincolo a opportunità, restituendo ai giovani una scuola che sia un alleato autorevole e un luogo sicuro in cui disegnare, in piena autonomia, il proprio domani.
