Disagio giovanile e crisi educativa

Dalle risposte repressive alla comunitĂ  educante

Il ferimento a morte di uno studente in un’aula scolastica è quanto di più agghiacciante si possa immaginare. Come si può spezzare una vita in un luogo dove si costruisce il futuro?

Per l’ennesima volta, le reazioni a questo orribile fatto, avvenuto in un istituto spezzino, sono state spesso urlate e scomposte, comprese letture identitarie e ideologiche, decisamente fuorvianti. Sappiamo bene, infatti, che la violenza giovanile non fa differenze in termini di provenienza geografica, culturale, religiosa, colore della pelle…

Il fenomeno del possesso di “armi bianche” è presente anche fra i ragazzi non appartenenti a ceti socio-economicamente svantaggiati o a etnie particolari.

Di fronte all’aggressività che sta caratterizzando l’esistenza di molti giovani e giovanissimi, occorre non cedere a reazioni emotive e superficiali. Il problema è complesso: analisi semplificatorie non aiuteranno genitori, insegnanti, amministratori e politici a prevenire il più possibile episodi come quello avvenuto nella città ligure. Per evitare fraintendimenti, diciamo subito che ciò che è accaduto La Spezia sarebbe potuto succedere in qualsiasi altra realtà italiana.

Partire con il piede giusto significa, innanzi tutto, saper distinguere le cause dagli effetti.

La “malattia”: l’isolamento nell’epoca dei social

Le cause interpellano ognuno di noi nella ricerca delle ragioni del malessere giovanile. Una di queste è sicuramente riconducibile all’affermazione di uno smisurato senso dell’io e alla contemporanea negazione del noi. Questo egocentrismo comporta gravi conseguenze, in primis l’incapacità di vivere i “sentimenti forti”: l’amore, l’amicizia, il rispetto che presuppongono il riconoscimento del valore dell’altro.

Tali comportamenti egoriferiti nascono dal fatto che i giovani vivono frequentemente una condizione di solitudine e di isolamento. Gli adulti si riducono spesso a comparse, faticano ad educare al senso del limite e a dire dei no “in modo regolare, coerente e pacato”.  E, ahinoi, in molti casi, risultano del tutto assenti.

Nelle famiglie, divenute sempre più piccole, è cresciuta l’insicurezza e l’incapacità di presidio delle regole. Afferma Vanna Iori[1], già deputata ed esperta di problemi familiari, che i genitori misurano la loro “riuscita” dalla “riuscita” dei figli e queste elevate aspettative affossano la serenità dei figli, nelle relazioni con altre famiglie e con la scuola, servizi sociali, associazioni. I social poi tendono a sradicare i ragazzi da contesti di vita reali e ad amplificare le loro fragilità e debolezze. Tutto ciò complica non poco il rapporto tra le generazioni.

Gli effetti

I comportamenti violenti di ragazze e ragazzi spostano l’attenzione sulle risposte che dobbiamo (possiamo) approntare. Diciamo subito che trasformare la scuola in un luogo di controllo poliziesco è non solo sbagliato, ma controproducente. I metal detector in molte scuole americane non hanno impedito le stragi che frequentemente insanguinano quelle comunità.

Nel momento in cui nel ragazzo scattano meccanismi di vendetta e di rivalsa, dettati dall’intenzionalità di fare del male, anche gli strumenti repressivi più sofisticati si trasformano in armi spuntate. In questi ultimi anni, governo e parlamento hanno approvato molti provvedimenti che hanno inasprito le sanzioni: di fatto, finalizzati più che a risolvere problemi, ad ottenere il consenso degli adulti. Anche l’ultimo decreto legge, che prevede multe per i genitori dei figli che girano con coltelli, sortirà, con tutta probabilità, i medesimi effetti.

Marco Rossi Doria, presidente dell’impresa sociale “Con i bambini”, sottolinea che “la crisi educativa esiste ed è multistrato”, è riconducibile “all’indebolimento dei presidi adulti, alla perdita di riti di passaggio, alla difficoltà diffusa di gestire la frustrazione”[2].

I processi di integrazione, sia per i giovani italiani che stranieri, richiedono anche strumenti punitivi, destinati tutt’al più ad alleggerire i sintomi, ma non le cause della malattia.

La macchina infernale dei social

Le nuove generazioni usano in modo spesso compulsivo la rete e i social network, che proiettano ciò che accade ogni giorno su un palcoscenico in cui un giovane, in pochi istanti, viene osservato da migliaia di coetanei. L’esposizione a questo universo digitale, privo di qualsiasi guardrail di sicurezza, finisce per incidere considerevolmente sul processo di costruzione dell’identitĂ  personale, creando problemi di natura affettiva, mentale e, in molti casi, veri e propri disturbi della personalitĂ .  Purtroppo questo meccanismo di amplificazione accentua a ennesima potenza le debolezze delle ragazze e dei ragazzi.

Una parola, una frase, un’immagine…  che, se affrontate “faccia a faccia”, possono determinare un semplice screzio o litigio, nel momento in cui le stesse sono sotto il controllo di centinaia di persone, fanno scattare reazioni di autodistruzione o, al contrario, istinti incontrollati di violenza e di rabbia vendicativa. “L’altro – afferma Massimo Recalcati – non è riconosciuto come interlocutore, ma ridotto a rivale, a ostacolo, a bersaglio da colpire[3]”. Il senso di realtĂ  lascia il posto a stati d’animo disturbanti che nel mondo virtuale sono il pane quotidiano. Di conseguenza, in una parte di coloro che usano eccessivamente internet, l’equilibrio mentale viene aggredito pesantemente.

La sfida dell’inclusione

La sfida al “possesso dei coltelli” è sentirsi parte di un “insieme” di altre persone. Afferma Gustavo Pietropolli Charmet[4] che essere inseriti in un contesto sociale è un elemento necessario per avere accesso a un sentimento d’identità credibile e autentico. Il danno per la crescita, in assenza di inclusione, è spesso qualcosa di difficile da recuperare: un adolescente misura nel rapporto con gli altri il valore della propria candidatura a essere parte del gruppo scolastico, di quello sociale, e più in generale della comunità. Sentirsi inclusi consente ad una ragazza e ad un ragazzo di promuovere assieme a coetanei azioni costruttive tali da accedere a visioni del mondo diverse da quelle che si stanno elaborando in solitudine. Chi vive in situazioni di mancata integrazione può essere portato a reagire più frequentemente in maniera violenta all’invisibilità sociale.

Ribadisce Pietropolli Charmet che non si tratta solo di una questione affettiva, ma di una condizione che potremmo definire tecnica. “Se non c’è l’amico, se non c’è il gruppo, è molto più difficile viaggiare verso l’autonomia, raggiungere un sentimento d’identità; per questo è così importante la condivisione e la progettazione con altri, insieme agli altri in modo fattivo, di un obiettivo comune”.

Qualche possibile risposta

Il tema vero è quello di creare comunità educanti che diventino luoghi di protezione, sicurezza, ascolto, a scuola e fuori. Le nostre aule troppo spesso si trasformano in ambienti anonimi, nei quali solo apparentemente gli studenti vivono sentimenti di accoglienza, amicizia e rispetto.

“L’educazione, afferma papa Leone XIV, non è solo trasmissione di contenuti, ma apprendistato di virtù”[5].

Per questo l’ascolto dei giovani e le possibili risposte alle loro domande presuppongono dei contesti nei quali sia possibile una didattica realmente personalizzata.

Com’è possibile organizzare ambienti educativi nella scuola secondaria di I e di II grado, laddove in ogni classe ritroviamo anche più di 30 studenti? La scuola rischia di diventare spesso un “nonluogo” scarsamente relazionale, uno spazio in cui diventa estremamente difficile costruire solidi legami tra studenti e docenti.

Una prima risposta a tale situazione può essere riposta nei criteri di formazione delle classi, che risalgono al DPR 20 marzo 2009, n. 81, in un momento nel quale si registrava un significativo aumento della popolazione scolastica. Oggi il quadro demografico è completamente cambiato. Soprattutto nei primi due anni della scuola secondaria di I e di II grado, le classi non dovrebbero mai superare le 18-20 unità. E, in presenza di alunni con disabilità e con disturbi di apprendimento, ci si dovrebbe attestare sui 15 alunni.

La scuola come vivaio di relazioni

Oltre alle misure organizzative, è fondamentale potenziare gli sportelli di ascolto psicologico, estendendoli a ogni istituto. Sebbene la presenza di esperti sia preziosa, il punto di riferimento adulto resta l’insegnante: colui che, incarnando quell’«apprendistato di virtù» di cui parla Leone XIV, agisce in una duplice direzione se si dimostra “sufficientemente buono”.

In primo luogo, sul piano educativo: il docente capace apre un dialogo costante sui problemi vissuti dagli studenti, favorendo attivamente relazioni positive all’interno della classe. In secondo luogo, sul piano didattico: superando la lezione tradizionale, organizza attivitĂ  di gruppo e tra pari, diventando lui stesso un sostegno all’apprendimento. Il malessere giovanile, infatti, scaturisce spesso dal senso di inadeguatezza di fronte a carichi di lavoro insostenibili e a reiterate difficoltĂ  cognitive.

Infine, occorre guardare al “fuori scuola” e alla comunitĂ  outdoor. Se l’extrascuola resta un deserto in cui il giovane è solo con i social, le strette sui coltelli o le sanzioni ai genitori si ridurranno a sterili scorciatoie repressive, del tutto inefficaci.


[1] Vanna Iori,Educare per prevenire, Avvenire, 24 gennaio 2026.

[2] Marco Rossi Doria, Le scorciatoie repressive non servono. Bisogna ricostruire il senso di comunitĂ , La Stampa, 19 gennaio 2026.

[3] Massimo Recalcati, Il coltello che vince sulla parola, la Repubblica, 20 gennaio 2026.

[4] Gustavo Pietropolli Charmet, Inclusione, Doppiozero, 17 gennaio 2026.

[5] Leone XIV, Disegnare nuove mappe di speranza, Libreria Editrice Vaticana, Roma, 2025.