Negli ultimi tempi, il dibattito pubblico ha portato all’attenzione dei media e dell’opinione collettiva il tema della sicurezza nelle scuole, tanto da determinare l’adozione di una nota comune tra Ministero dell’istruzione e del merito e Ministero dell’interno (nota del 29/01/2026) con la quale si prospetta la possibilità di introdurre metal detector agli ingressi degli istituti scolastici[1]. È comprensibile che, di fronte a episodi di violenza o a comportamenti che destano preoccupazione, emerga il desiderio di misure concrete e immediate. Tuttavia, è importante chiarire che tali strumenti, per loro natura, rientrano nell’ambito di competenze che vanno oltre la diretta gestione delle istituzioni scolastiche, coinvolgendo le autorità di pubblica sicurezza e gli enti territoriali.
La missione educativa oltre il controllo
La scuola, in questo contesto, ha un ruolo diverso, ma altrettanto decisivo. Il suo compito precipuo, infatti, non è quello di “controllareâ€, bensì di educare, prevenire e contribuire alla crescita di cittadini consapevoli dei loro diritti e rispettosi di quelli altrui. Se la sicurezza fisica è una condizione indispensabile, la sicurezza percepita, emotiva e relazionale lo è altrettanto. È su questo terreno che l’azione educativa può incidere in profondità , orientandosi a formare giovani capaci di gestire emozioni, conflitti e responsabilità personali. Sotto questo profilo la scuola può essere un fondamentale contesto di apprendimento, se adeguatamente organizzato e orientato a promuovere lo sviluppo delle competenze sociali, relazionali e comunicative degli studenti.
L’autonomia scolastica offre strumenti preziosi in questa direzione, forse non ancora pienamente sfruttati. Essa consente di progettare percorsi educativi mirati, capaci di rispondere ai bisogni reali degli studenti e del contesto sociale di riferimento. Una scuola autonoma non è una scuola isolata, è, al contrario, una scuola che dialoga con il territorio, che costruisce alleanze educative con enti, associazioni, istituzioni sanitarie e realtà produttive.
Strumenti didattici e supporto al benessere
I percorsi di educazione civica[2] e le soft skills[3], tanto valorizzate oggi nelle riforme scolastiche e nei percorsi formativi europei, non sono un accessorio curricolare o un adempimento burocratico per “coprire†le previste 33 ore annue. Rappresentano invece la chiave per formare cittadini consapevoli. Empatia, collaborazione, pensiero critico, gestione dei conflitti, comunicazione efficace: sono queste le competenze che aiutano i giovani a prevenire situazioni di disagio e a costruire relazioni fondate sul rispetto reciproco.
In questa prospettiva, molti istituti hanno già attivato sportelli di ascolto gestiti da psicologi o educatori, per offrire spazi di confronto e di sostegno agli studenti. Le collaborazioni con le Aziende socio-sanitarie territoriali (ASST) permettono di organizzare incontri di informazione, formazione e prevenzione contro le dipendenze, che non si limitano all’uso e all’abuso di sostanze, ma coinvolgono anche le nuove forme di dipendenza digitale e sociale.
Accanto a queste iniziative, stanno crescendo proposte di educazione finanziaria, spesso realizzate in sinergia con il mondo bancario, per aiutare gli studenti a comprendere il valore del denaro e a sviluppare una visione equilibrata e consapevole delle proprie scelte economiche, anche alla luce delle proprie priorità valoriali. Allo stesso modo, il diffondersi di metodologie attive, tra cui quella del debate, rappresenta un efficace strumento formativo: imparare a sostenere le proprie opinioni con argomentazioni coerenti e rispettose degli altri significa esercitare la democrazia nella sua forma più autentica. Se poi si riesce a superare la logica della contrapposizione tipica del dibattito competitivo, si può arrivare al modello del win-win, dove la vittoria è condivisa e il risultato è la crescita di tutti.
Cultura del dialogo e pensiero critico
Infine, la scuola è il luogo privilegiato per la promozione di iniziative contro la violenza, in ogni sua forma: fisica, verbale, psicologica, digitale. Non bastano regolamenti o punizioni; serve un’educazione quotidiana alla responsabilità , al riconoscimento dell’altro, alla cultura del dialogo.
Leggere l’attualità , attraverso incontri con esperti che possano portare anche diversi punti di vista, supporta lo sviluppo di un pensiero critico che, al di là delle ideologie e dei valori, riconosca che ottant’anni di pace sono un privilegio da difendere sempre e costantemente, innanzitutto attraverso le scelte di ogni giorno.
Il tempo che viviamo chiede di guardare oltre le risposte emergenziali, per costruire comunità educative solide, capaci di prevenire prima che reprimere. La sicurezza vera nasce da una scuola che non si chiude, ma si apre alle persone, alle fragilità , al territorio. È questa la sfida dell’educazione oggi: formare cittadini che non abbiano bisogno di varcare un metal detector per sentirsi al sicuro.
L’impatto simbolico dei metal detector
E allora il metal detector come si colloca all’interno di tale problematica? Premesso che la possibilità di utilizzare metal detector mobili all’ingresso della scuola deve partire da una specifica richiesta da parte della scuola e che i dispositivi vengono comunque utilizzati dalle forze dell’ordine, c’è da chiedersi se e in che modo tali dispositivi possano svolgere un ruolo educativo dentro la scuola, considerato che lo specifico campo d’azione della comunità scolastica è proprio quello dell’educazione. Sicuramente questi dispositivi possono assumere una funzione di deterrenza rispetto a determinate condotte socialmente inopportune (come l’introduzione di oggetti pericolosi o armi). Nel contempo occorre considerare quale impatto possono avere questi strumenti nell’immaginario degli studenti. Non c’è il rischio che la scuola venga percepita come una sorta di istituzione repressiva più che educativa?
Si può ragionevolmente obiettare che la sicurezza assume carattere prioritario anche rispetto all’educazione, ma allora occorre distinguere in modo puntuale il ruolo che deve essere giocato dalle diverse istituzioni. È fuor di dubbio, come abbiamo già sottolineato, che il presidio del territorio e il contrasto di ogni forma di violenza è di competenza delle forze dell’ordine; mentre alla scuola spetta il compito di educare i giovani al rispetto di sé stessi e degli altri, utilizzando tutti gli strumenti che le scienze pedagogiche mettono a disposizione.
Prevenzione pedagogica contro repressione
Gli strumenti “repressivi†che la scuola talvolta deve mettere in atto per sanzionare comportamenti non congrui da parte degli studenti, all’interno del contesto scolastico dovrebbero assumere sempre una valenza educativa e di “riparazione†del danno, ossia di assunzione di consapevolezza da parte dello studente sanzionato rispetto al comportamento messo in atto.
In altre parole, la scuola è il luogo dove l’errore deve essere oggetto di riflessione e di trattamento educativo, e non tanto di repressione, perché solo in questo modo è possibile impostare progetti di cambiamento e di promozione delle competenze sociali dei giovani. Sotto questo profilo, la scuola ha bisogno più di psicologi, di sportelli di ascolto, di docenti in grado di leggere le fragilità e i disagi dei giovani, che non di metal detector. Registriamo, invece, che le risposte per contrastare la violenza giovanile vanno nella direzione di maggiori interventi punitivi e repressivi, come se tale intensificazione dovesse comportare di per sé, automaticamente, maggiore sicurezza e benessere. Se questo fosse vero dovremmo presumere che i Paesi che adottano politiche fortemente punitive e repressive, fino a contemplare la pena di morte, sono quelli dove la violenza è meno presente nella società . In realtà , gli USA (come altri Paesi) sono il classico esempio che contraddice questo teorema.
I “metal detector” della mente e del cuore
I “metal detector†di cui deve dotarsi la scuola sono quelli in grado di rilevare gli oggetti contundenti che si annidano nella mente e nel cuore dei giovani; sono solo le persone in grado di leggere quelle forme di disagio che possono portare a comportamenti socialmente inadeguati verso sé stessi e gli altri. Per acquisire questi “dispositivi†serve formazione, competenze di osservazione e di ascolto, capacità di comunicare e interagire con i giovani, che hanno bisogno di essere aiutati a ricercare una loro identità e una loro collocazione nel mondo. Non è un’operazione semplice, perché richiede un forte investimento in termini di training e di cura della professionalità magistrale. Ma tutto il processo educativo è contraddistinto dalla complessità . Le scorciatoie semplicistiche soddisfano le emergenze umorali del momento, ma lasciano inalterati i problemi di fondo. Forse, allora, la domanda decisiva non è se dotare o meno le scuole di metal detector, ma quale idea di educazione e di società intendiamo costruire.
Scelta culturale e modello sociale
Infatti, ogni scelta organizzativa porta con sé un messaggio simbolico. Se la scuola è il luogo della fiducia, della crescita e della responsabilità condivisa, essa deve interrogarsi continuamente su quali strumenti rafforzino davvero questi valori e quali, invece, rischino di indebolirli. La sicurezza è un diritto; ma lo è anche l’essere educati in un ambiente che crede nella possibilità di cambiamento, che legge l’errore come occasione di apprendimento e che investe sulle persone prima che sui dispositivi.
La sfida, dunque, non riguarda soltanto l’introduzione di una misura tecnica, ma il modello culturale che desideriamo consegnare alle nuove generazioni. Se sapremo scegliere la via più impegnativa – quella della prevenzione, dell’ascolto, della formazione e della corresponsabilità educativa – forse riusciremo a costruire scuole in cui non sia la paura a garantire l’ordine, ma la consapevolezza a generare sicurezza.
In fondo, la domanda che resta aperta per tutti noi – dirigenti, docenti, famiglie, istituzioni – è questa: quale segnale vogliamo che i nostri ragazzi percepiscano varcando ogni mattina la soglia della scuola? Un contesto che controlla e reprime o una comunità pronta ad accoglierli e accompagnarli nella crescita?
[1] Misure per il rafforzamento delle azioni di prevenzione e contrasto di fenomeni di illegalità negli istituti scolastici.
[2] Linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica.
[3] Legge 19 febbraio 2025, n. 22, Introduzione dello sviluppo di competenze non cognitive e trasversali nei percorsi delle istituzioni scolastiche e dei centri provinciali per l’istruzione degli adulti nonché nei percorsi di istruzione e formazione professionale.



