A pochi giorni dalle celebrazioni del 25 marzo, il Dantedì 2026 lascia in eredità una serie di riflessioni particolarmente importanti, quest’anno intrecciate, tra l’altro, con l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi. Gli eventi ufficiali[1] che hanno animato istituti scolastici e biblioteche, da Orvieto a Narni, fino a San Donà, hanno dimostrato come la “metodologia per competenze” e i compiti di realtà danteschi continuino a suggerire percorsi di straordinaria efficacia.
Tuttavia, superata la soglia della ricorrenza, celebrare Dante oggi significa anche confrontarsi con la metamorfosi che la lingua sta vivendo, a partire dai giovani. Se da un lato tale cambiamento sconcerta i puristi, dall’altro permette di riflettere sul senso più profondo della comunicazione partendo da un’insidia che non si può ignorare: il nuovo lessico sembra, infatti, impoverire le strutture logiche del pensiero complesso. Una lingua ridotta all’osso finisce per sottrarre ai giovani gli strumenti per definire la propria identità e la propria missione nel mondo. Il messaggio digitale, spesso contratto in una icona o in uno slogan, rischia di erodere la capacità di astrazione e di analisi complessa, rendendo i ragazzi “analfabeti emotivi” proprio nel momento in cui hanno a disposizione strumenti tecnologici infiniti.
Il dubbio che emerge, all’indomani delle celebrazioni, è se questa nuova “lingua immediata” sia ancora capace di veicolare concetti universali come il diritto, l’etica, la solidarietà, o se stia inesorabilmente scivolando verso forme espressive effimere e prive di quella memoria storica che Dante considerava il fondamento di ogni civiltà.
Se Dante entrasse oggi in classe
Se Dante Alighieri entrasse oggi in una classe, non resterebbe, però, scandalizzato dai neologismi digitali o dai frammenti di un linguaggio che ai nostri occhi appare impoverito; forse riconoscerebbe in questo processo la stessa urgenza che lo spinse a ripudiare il latino per il volgare, cioè la necessità di dare un nome a un mondo che sta cambiando. Il suo viaggio non fu solo un cammino tra le anime, ma una sfida politica e pedagogica per restituire la parola a chi ne era escluso.
Tuttavia, individuerebbe subito il cuore del nostro dramma educativo: quella evanescenza del senso che rende la comunicazione dei ragazzi spesso priva di una reale funzione conoscitiva. Dove Dante utilizzava la lingua per ancorare concetti oggettivi di diritto e giustizia a una realtà universale, il linguaggio di oggi sembra abbia ristretto, invece, il proprio raggio referenziale. La parola non punta più a edificare sistemi di pensiero, ma si esaurisce nell’immediato, riferendosi a un presente frammentato o a contesti puramente emotivi, perdendo così quella capacità di interpretare la complessità del reale che è alla base di ogni esercizio di libertà.
Il rischio non è, quindi, l’errore grammaticale, ma la perdita della capacità di strutturare un pensiero logico e sequenziale. Proprio qui si innesta la funzione del “Docente 2.0”[2]: non difendere una lingua immobile, ma agire come un facilitatore della consapevolezza. La responsabilità pedagogica è quella di rifondare la parola, trasformando la comunicazione impulsiva in uno strumento di analisi. Insegnare a nominare correttamente un sentimento, un’ingiustizia o un’aspirazione significa, in ultima analisi, restituire ai giovani il diritto di possedere il proprio destino.
Celebrare ogni anno il Dantedì, dunque, non è un esercizio di memoria, ma un atto di resistenza pedagogica: l’impegno a far sì che la lingua torni a essere non solo un mezzo per comunicare, ma lo spazio sacro in cui ogni studente può finalmente riconoscere e declinare la propria vocazione. Questa operazione di consapevolezza non può prescindere da un’analisi dei modelli comunicativi attuali, che trovano proprio nella versatilità dantesca un termine di paragone inaspettato.
Il “plurilinguismo” dantesco e il “code-switching” giovanile
Riflettere su Dante significa, infatti, riconoscere, prima di tutto, la sua straordinaria capacità di usare registri linguistici diversi. Dante non ha creato una lingua piatta; ha praticato un plurilinguismo verticale, capace di spaziare dal registro “tragico” e dottrinale del Paradiso a quello “comico”, aspro e talvolta brutale dell’Inferno. Per il Poeta, la lingua non era un dogma immobile, ma uno strumento flessibile da adattare alla materia trattata perché ogni realtà esigeva il suo specifico codice verbale.
Attraverso questa lente, il tanto criticato code-switching[3] dei giovani d’oggi, ovvero il passaggio repentino dal dialetto all’italiano standard, dal gergo dei social all’anglicismo tecnico[4], appare sotto una luce diversa. Non si tratta di una semplice erosione del linguaggio, quanto di uno sforzo di adattamento a una realtà comunicativa sempre più disomogenea. I ragazzi, in una sorta di moderno plurilinguismo spontaneo, avvertono che un unico registro non basta più a descrivere la complessità delle loro esperienze.
Tuttavia, esiste una differenza sostanziale rispetto al passato, che definisce la sfida educativa odierna. Mentre in Dante il passaggio da un registro all’altro era un atto di dominio consapevole sulla lingua, nel code-switching giovanile si riscontra spesso una subalternità al mezzo. Il rischio non è l’uso del gergo, ma l’incapacità di uscirne quando la situazione richiede astrazione o formalità.
Il “Docente 2.0” deve dunque porsi un obiettivo preciso: non reprimere il plurilinguismo dei ragazzi, ma trasformarlo in una competenza critica. Occorre rendere evidente che la lingua usata in una chat non è errata in sé, ma risulta inefficace, se non invalidante, quando viene utilizzata per sostenere un esame, redigere un documento formale o strutturare un pensiero astratto. La missione educativa consiste nell’aiutare i ragazzi a muoversi tra i registri non per imitazione passiva, ma per dominio tecnico della materia in modo tale che il loro modo di esprimersi non sia un riflesso automatico dell’ambiente digitale, ma una scelta deliberata e autonoma.
Dai neologismi danteschi al lessico digitale
Un altro aspetto fondamentale che lega il Sommo Poeta alla contemporaneità risiede nella sua natura di innovatore radicale della parola. Dante non si limitò a utilizzare la lingua del suo tempo, la forzò, la espanse e la ricreò attraverso l’invenzione di espressioni, parole e verbi straordinari (inmiarsi, intuarsi, infuturarsi o inverarsi…) necessari per dare forma a concetti mistici e filosofici che il volgare dell’epoca non era ancora in grado di contenere. Per lui, la parola era un organismo vivo, capace di evolversi per rispondere all’urgenza di descrivere una realtà inedita.
Oggi, i giovani operano in modo analogo, trasformando la loro comunicazione in una fabbrica incessante di neologismi. Sebbene queste nuove espressioni derivino spesso dagli ecosistemi del gaming o dei social e manchino della profondità dottrinale dantesca, l’istanza di fondo è simile: l’urgenza di dare un nome ad una realtà che muta a velocità frenetica.
La sfida del “Docente 2.0” consiste nel guidare i ragazzi a riscoprire la vera “potenza creativa” del linguaggio, aiutandoli a compiere un salto di qualità: non subire passivamente il gergo della rete, ma utilizzarlo con consapevolezza critica. Insegnare Dante oggi significa mostrare che l’invenzione linguistica non è un gioco superficiale, ma un atto di cognizione e di autonomia intellettuale. Quando uno studente impara a non accontentarsi di una parola generica, ma cerca o modella il termine esatto per definire ciò che vuole esprimere veramente, sta esercitando quella stessa libertà che permise a Dante di rendere eterno il suo viaggio. La finalità educativa del docente si realizza proprio in questo: nel trasformare un utente che ripete slogan in un autore che, attraverso la precisione del lessico, rivendica la propria identità.
La sintesi visiva: dalla terzina al meme
Dante è stato, ante litteram, un maestro della comunicazione visiva. La sua scrittura possiede una qualità quasi cinematografica: in soli tre versi, la terzina incatena immagini capaci di imprimersi nella memoria collettiva oltre l’usura del tempo. Questa straordinaria capacità di sintesi non era sicuramente un semplice espediente estetico, ma derivava dalla capacità di padroneggiare una struttura logica rigorosa, dove ogni vocabolo concorreva alla costruzione di un significato universale e duraturo.
Oggi, i giovani frequentano una dimensione comunicativa quasi esclusivamente visiva, fatta di brevi frammenti: storie, TikTok e meme. Questa modalità rispecchia la velocità dantesca nel colpire l’immaginazione, ma spesso ne tradisce la profondità. Il rischio attuale è che la rapidità dell’immagine sostituisca la fatica del concetto, portando a una comunicazione che cattura l’attenzione senza però depositare alcun pensiero strutturato.
Qui, il “Docente 2.0” può proporre, per esempio, agli studenti di tradurre l’estrema densità di una terzina in un formato visuale moderno. Attraverso questo esercizio, i ragazzi possono scoprire che la sintesi efficace non è assenza di contenuto, ma la sua massima concentrazione. Imparare da Dante significa comprendere che un’immagine o un breve testo, per essere realmente incisivi, devono poggiare su un’architettura logica solida. L’obiettivo fondamentale, in questa fase, consiste nell’insegnare ai giovani ad essere creatori consapevoli di messaggi che, pur nella brevità del formato digitale, conservino una traccia di quella densità necessaria a comunicare valori, diritti e progetti di vita.
La lingua come atto politico e civile
La scelta del volgare, come già anticipato, non fu per Dante un semplice esercizio letterario, seppure nobile, ma un atto di profonda inclusione politica. Scrivere in una lingua accessibile significava abbattere le barriere della conoscenza, garantendo a un popolo frammentato il diritto di comprendere e di partecipare alla vita civile. La lingua era, nelle mani del Poeta, lo strumento primario per restituire dignità e unità all’individuo.
Nella realtà contemporanea, osserviamo un fenomeno che potrebbe portare a conseguenze opposte. La comunicazione dei giovani tende spesso a ripiegarsi in “bolle” gergali che, se da un lato creano senso di appartenenza, dall’altro rischiano di escluderli dal dialogo con la società e con le istituzioni.
Proprio su questo confine la missione del “Docente 2.0” assume una valenza etica: ricordare che il possesso di un vocabolario ampio e preciso non è un vezzo accademico, ma una condizione essenziale di cittadinanza.
Un giovane che non dispone delle parole per nominare i propri sentimenti, o che non domina il linguaggio necessario per interpretare i propri doveri e rivendicare i propri diritti, è inevitabilmente un giovane meno libero. La povertà semantica si traduce, nel tempo, in una subalternità sociale. Il nostro compito è dunque quello di guidare gli studenti a percepire la lingua come un bene comune: lo spazio pubblico in cui l’identità personale si apre al mondo e si trasforma in azione consapevole.
Celebrare Dante significa, in ultima analisi, impegnarsi affinché ogni studente acquisisca la padronanza del verbo come scudo contro ogni forma di esclusione e come fondamento per realizzare la propria vocazione umana e civile.
[1] A Foligno si sono svolte le “Giornate Dantesche e gli incontri alla biblioteca Angelica; a Firenze, presso la Villa medicea di Castello, si sono tenuti approfondimenti linguistici d’avanguardia (come il progetto Treebank sulla sintassi della Commedia) e letture dedicate alle figure femminili dell’opera; a Ravenna ci sono stati percorsi a partire dalla Biblioteca Classense; Verona ha esplorato i luoghi del “primo rifugio” descritti nel diciassettesimo canto del Paradiso, con letture e conferenze. Queste proseguiranno fino ai primi di aprile.
[2] La definizione “Docente 2.0” non si riferisce all’aggiornamento tecnologico o all’uso di dispositivi digitali, ma segna il passaggio da un modello di apprendimento trasmissivo (1.0) a uno di tipo partecipativo e relazionale. Mentre le declinazioni successive (3.0 o 4.0) tendono a spostare l’attenzione sull’automazione e sull’intelligenza artificiale, il paradigma 2.0 rimane il più aderente alla vocazione della parola: esso descrive un insegnante che agisce come “regista dell’apprendimento”, capace di conoscere i linguaggi dei giovani per decodificarli e ricondurli a un sistema di senso. È così che il Docente 2.0 recupera paradossalmente la lezione dantesca: proprio come Dante Alighieri scelse il volgare per rendere partecipativo il sapere, così il docente moderno accetta la sfida della complessità digitale per trasformarla in un nuovo esercizio di consapevolezza civile.
[3] Il code-switching (o commutazione di codice) è un fenomeno linguistico che consiste nel passaggio da una lingua a un’altra, o da un dialetto a una lingua standard, all’interno dello stesso enunciato o della stessa interazione comunicativa
[4] Un esempio di code-switching. Studente A: “Allora, come è andata con il prof di storia? Ti ha messo in difficoltà sulle date?” (Italiano Standard / Registro Scolastico). Studente B: “Guarda, all’inizio ero agitatissimo, però poi ho ripreso il filo e ho risposto a tutto. Alla fine, fra’, troppo chill: il prof era nel mood giusto e l’ho shottata!” (Code-switching verso il Gergo Giovanile/Anglicismi).



