Burnout e stress da lavoro correlato

Salvare i docenti per salvare la scuola

Riconoscere l’insegnamento come lavoro usurante, creare un osservatorio permanente per il monitoraggio scientifico del burnout e consentire l’uscita dal mondo della scuola a 63 anni senza penalizzazioni, sono le richieste-chiave che i sindacati hanno portato fin dentro le aule del senato. La battaglia per la tutela della salute dei docenti si è spostata sui tavoli istituzionali e dell’ARAN, emergendo come tema prioritario, lo scorso 23 dicembre, in occasione della firma presso l’ARAN del CCNL del comparto scuola per il triennio 2022/2024. In quella sede è emerso con chiarezza come il burnout non sia più un disagio privato del singolo docente, ma un’emergenza nazionale che ipoteca il futuro delle nuove generazioni.

Dalle percezioni alle evidenze

Per i sindacati è necessario un cambio di paradigma: l’obiettivo è quello di estendere lo status di lavoro usurante a tutto il personale docente e ATA. Attualmente, infatti, solo i maestri di scuola dell’infanzia e gli educatori dei nidi sono inclusi tra le categorie dei lavori ‘gravosi’, lasciando scoperto il resto del comparto. Per ampliarlo sarebbe importante l’istituzione di un osservatorio scientifico che aiuti a tradurre il malessere dei singoli in dati oggettivi e offrire, in tal modo, ai decisori politici la base tecnica per varare leggi più efficaci. Se l’osservatorio fotografa il danno, la previdenza ne riconosce la causa, ammettendo che la capacità di gestire l’altissimo carico emotivo della classe ha una scadenza biologica, la proposta di pensione anticipata viene supportata da dati oggettivi.

Proteggere la salute mentale di chi insegna non è solo un atto di giustizia sociale, ma la condizione essenziale per la sopravvivenza stessa della scuola.

Oltre i confini del sacrificio

L’idea che l’insegnamento sia una “missione” è un concetto nobile, ma pericoloso. Se da un lato ha sempre esaltato il valore del docente, dall’altro ha creato un’aspettativa tossica: quella che il sacrificio totale e il logorio psicofisico siano normali, se non necessari, per essere dei bravi insegnanti. Questa visione nasconde i rischi che portano direttamente al Burnout.

  • L’illusione che il sacrificio paga. È sbagliata l’idea che trascurare i propri bisogni e i propri confini personali sia un distintivo d’onore. Al contrario, questo annullamento non rende l’insegnamento migliore, ma rende il docente più fragile.
  • Il burnout non è un crollo improvviso, ma un logoramento silenzioso. Non basta una vacanza per risolverlo, perché colpisce l’identità profonda della persona.
  • La perdita di empatia. Il segnale d’allarme più grave è quando la relazione educativa si svuota. Lo studente smette di essere una persona e diventa un “problema da gestire” o una “pratica da sbrigare”.

Nel 1981 la ricercatrice Christina Maslach[1] ha mappato questo labirinto mentale scomponendo il burnout in tre dimensioni critiche (esaurimento emotivo, depersonalizzazione, ridotta realizzazione personale) che, intrecciandosi, alimentano un pericoloso circolo vizioso. Il processo ha inizio solitamente con l’esaurimento emotivo, quella sensazione di sentirsi prosciugati di ogni riserva interiore e incapaci di offrire ulteriore ascolto o empatia. A questo svuotamento segue spesso la depersonalizzazione, una sorta di cinismo difensivo in cui l’insegnante, nel tentativo di proteggersi dal dolore, recide il legame emotivo con gli studenti trattandoli con freddezza o indifferenza. Questo distacco non tarda a sfociare in un profondo senso di inefficacia, ovvero la rassegnata convinzione di non avere più alcun impatto reale e di essersi ridotti ad un ingranaggio inutile in un sistema ormai guasto. Non si tratta di percezioni soggettive o di fragilità caratteriali, ma di una criticità strutturale certificata dai dati.

Il burnout, da uno studio universitario

Le indagini più recenti risalgono ad uno studio condotto dall’università Milano-Bicocca nei mesi di marzo/aprile 2024 intitolata “Il benessere degli insegnanti”[2] che ha coinvolto un campione di 5.800 insegnanti di oltre 400 scuole. Ne è emerso un quadro allarmante. La pervasività della sindrome costituisce il dato più eclatante: il 50% dei docenti (il rischio è sensibilmente più alto nelle scuole secondarie di secondo grado) presenta livelli critici in almeno una delle tre dimensioni della scala di Maslach, mentre il 5% soffre di un burnout pieno. Questi professionisti vivono in uno stato di allerta rossa permanente, manifestando sintomi psicosomatici gravi: cefalee croniche, disturbi gastrointestinali, insonnia persistente, irritabilità esplosiva per motivi banali e un logorante senso di colpa per “non aver fatto abbastanza”. Una larga maggioranza di docenti ammette di essere andata al lavoro anche in precarie condizioni di salute: la tendenza a lavorare, anche se malati, costituisce un aspetto solitamente trascurato, così come insolito è il fatto che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, i docenti più giovani tendono ad essere meno inclini al presentismo rispetto ai colleghi più anziani.

Il dato più allarmante è però quel 45% di professionisti che ha confessato di voler “appendere il registro al chiodo” per sempre. È una fuga di massa silenziosa, alimentata non tanto dal rapporto con gli studenti – che resta l’unico vero antidoto allo stress, la scintilla che mantiene vivo l’interesse – quanto da un sistema che ha tradito le sue premesse.

Le fonti di stress non sono gli studenti

Dalle interviste e dai questionari dello studio emerge, infatti, che le fonti principali di stress non sono gli studenti, ma fattori sistemici e relazionali. Il 90% degli intervistati lamenta un riconoscimento economico cronicamente insufficiente – con livelli retributivi che posizionano l’Italia ai margini degli standard europei – e un carico di lavoro che ha subito una mutazione genetica. Ma ci sono anche altre cause importanti.

Incombenze burocratiche

Il sistema, spinto da una crescente ipertrofia procedurale, sta progressivamente svuotando la funzione pedagogica con il rischio di trasformate l’educatore in un “burocrate della conoscenza”. Sebbene questo rischio sia concreto è necessario osservare, tuttavia, come la compilazione dei registri elettronici, dei PEI, dei PDP, del PTOF e di altri documenti strategici per la scuola e per gli studenti non sia un mero esercizio amministrativo. Al contrario, queste “incombenze” rappresentano operazioni fondamentali per costruire in maniera più efficace il rapporto educativo, traducendo l’intenzione pedagogica in un progetto strutturato e verificabile.

Il tempo dedicato alla stesura dei documenti strategici, pur percepito spesso come un peso che sottrae spazio alla didattica frontale, costituisce, di fatto, il presidio della trasparenza e della personalizzazione. La sfida del docente, dunque, non è l’eliminazione di questi strumenti, ma la capacità di abitarli con senso critico, evitando che la doverosa cura della forma soffochi la vitalità della sostanza pedagogica. Sappiamo, però, che ciò non dipende solo dal docente. Affinché questi strumenti non si trasformino in una zavorra che paralizza l’azione quotidiana, è indispensabile che il sistema lavori con urgenza per semplificare ed essenzializzare le procedure. La dignità della funzione docente non può essere misurata sulla capacità di gestire flussi burocratici ridondati e interfacce digitali complesse.

Dequalificazione dell’immagine sociale

Alla pressione derivante dal carico amministrativo si aggiunge una sistematica dequalificazione dell’immagine sociale del corpo docente, alimentata da una percezione pubblica spesso anacronistica e superficiale. Tale fenomeno si manifesta in una retorica semplificatoria che, focalizzandosi esclusivamente sul calendario scolastico e sull’orario di lezione frontale, ignora, spesso anche deliberatamente, la complessità del lavoro sommerso.

Questa visione distorta omette di considerare le ore dedicate alla progettazione didattica, alla valutazione degli apprendimenti, al costante aggiornamento disciplinare e alla gestione delle dinamiche relazionali: attività che costituiscono il fulcro dell’impegno professionale. Tale discrepanza tra lo sforzo profuso e il riconoscimento sociale agisce come un fattore di erosione del prestigio professionale, alimentando tra gli insegnanti un senso di isolamento istituzionale e un percepito deficit di equità che incide negativamente sul benessere organizzativo.

Complessità didattica e sociale

La complessità delle aule odierne, che ospitano regolarmente tra i 25 e i 30 alunni, rappresenta una prova di equilibrio pedagogico estremo in cui la struttura fisica della scuola fatica a contenere una realtà sociale estremamente frammentata. All’interno dello stesso spazio convivono studenti con eccellenze cognitive, che necessitano di stimoli continui per non scivolare nel disinteresse, alunni con disabilità certificate o disturbi specifici dell’apprendimento, che richiedono una rimodulazione costante degli obiettivi didattici, e giovani segnati da gravi forme di disagio sociale o barriere linguistiche, che hanno bisogno di attenzioni ancora più mirate. Tale eterogeneità esige un impegno cognitivo costante per una personalizzazione della didattica spesso irrealizzabile, costringendo il docente a un monitoraggio continuo che logora le energie mentali e sottrae tempo prezioso all’insegnamento.

Oltre alla fatica interna alla classe, il progressivo indebolimento del patto educativo con le famiglie sta alimentando una complessa fase di tensione che incrina l’alleanza tra scuola e casa. In alcune realtà, il rapporto tra docenti e genitori si sta trasformando in un confronto sempre più difensivo e formale, in cui la ricerca di una collaborazione pedagogica viene spesso sostituita dalla necessità di giustificare minuziosamente ogni scelta didattica, a danno della spontaneità e della serenità del dialogo educativo. Ogni valutazione, dalla semplice verifica quotidiana allo scrutinio finale, viene vissuto, a volte, non come un momento di crescita ma come un atto amministrativo che può essere sempre oggetto di impugnazione. Questa “didattica difensiva” sposta il baricentro dall’educazione alla burocrazia: il docente, per tutelarsi, si sente costretto a dare priorità alla perfezione formale dei verbali, e ciò erode tempo alla qualità della relazione con l’alunno.

Un pericolo invisibile

C’è poi da considerare anche l’isolamento istituzionale dei docenti che si manifesta con particolare evidenza nel mancato riconoscimento del burnout come malattia professionale, nonostante l’Organizzazione Mondiale della Sanità lo abbia classificato come fenomeno occupazionale nell’ICD-11. In Italia, la tutela della salute del personale scolastico poggia sul D.lgs. 81/2008, il Testo Unico sulla sicurezza, che recepisce l’orientamento dell’OMS definendo la salute come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale. Tale norma impone al Dirigente scolastico, nella sua veste di datore di lavoro, l’obbligo indelegabile di valutare il rischio stress lavoro-correlato all’interno del Documento di valutazione dei rischi (DVR), avvalendosi del supporto del Medico competente. Tuttavia, persiste un vuoto operativo: sebbene l’articolo 28 del citato decreto imponga di valutare ogni fattore di pericolo, inclusi quelli che colpiscono categorie di lavoratori soggette a criticità specifiche, la natura peculiare del lavoro d’aula non gode ancora di protocolli di sorveglianza sanitaria mirati. Questa carenza trasforma la prevenzione in un adempimento formale, lasciando il docente privo di quelle tutele specifiche che dovrebbero scaturire dall’accertamento di una patologia legata alle professioni d’aiuto e all’usura psicofisica tipica dell’insegnamento. Molte scuole si limitano ad una valutazione oggettiva del problema che si traduce in un conteggio delle assenze per malattia, dei provvedimenti disciplinari, delle richieste di trasferimento dei docenti. Se questi parametri numerici sono bassi, il rischio viene classificato come “basso” e non si procede con un’ulteriore approfondita analisi della questione mediante interviste e questionari anonimi. Il risultato? Finché un docente non ‘esplode’ visibilmente o non si verificano assenze di massa, per lo Stato lo stress non esiste e il malessere continua a rimanere confinato nel silenzio delle mura domestiche o negli amari sussurri in sala professori dove l’odore del caffè si mescola al fruscìo di registri e circolari.

Professione a rischio estinzione

Attualmente, il personale scolastico che manifesta forme di disagio psicofisico connesso alla propria funzione è costretto a ricorrere all’istituto della malattia ordinaria, data l’assenza di tutele specifiche che riconoscano l’usura professionale derivante da un’attività ad alta esposizione emotiva. Nonostante l’evidenza scientifica in merito alle patologie da stress lavoro-correlato nella professione docente, il quadro normativo italiano non prevede ancora indennità INAIL dedicate, né percorsi di riabilitazione agevolati, analoghi a quelli riconosciuti per gli infortuni nelle categorie del comparto industriale o artigianale.

Al momento, lo Stato tenta di arginare il problema con misure individuali e parziali, come il bonus psicologo, reso strutturale nel 2024. Questa misura (che prevede il contributo fino a 1.500 euro con ISEE sotto i 50.000 euro), sebbene utile, agisce sul sintomo e non sulla causa. Anche gli sportelli di ascolto registrano un tasso di accesso estremamente ridotto da parte del personale docente. La forma di resistenza all’utilizzo di tali presidi è spesso alimentata dal timore di un potenziale giudizio negativo da parte dei colleghi o della dirigenza.

Il trattamento del disagio rimane, dunque, emergenziale anziché strutturale. È necessaria una visione che riconosca l’insegnamento come lavoro usurante, garantendo tutele concrete e una supervisione psicologica obbligatoria e gratuita, sul modello delle altre professioni d’aiuto.

Per una nuova ecologia del lavoro scolastico

Tutelare il benessere psicofisico dei docenti non è solo un atto di equità, ma la condizione necessaria per la tenuta del sistema scolastico. Senza tutele legali, dignità economica e semplificazione burocratica, la professione rischia di logorare chi la esercita: un insegnante in burnout non può garantire quella cura educativa e quella passione indispensabili alla costruzione del sapere. Riconoscere l’insegnamento come lavoro usurante e proteggere la salute mentale della categoria significa, in ultima analisi, difendere il diritto degli studenti a un’istruzione di qualità, poiché nessuna relazione pedagogica può fiorire se chi la guida vive il proprio ruolo come un peso insostenibile.

L’ultimo CCNL e le recenti riforme segnano la fine di una stagione di silenzi: è tempo di trasformare la scuola da luogo del sacrificio a spazio di benessere. Se il burnout rivela l’esaurimento del sistema, la soluzione non risiede nella resilienza individuale, ma in una radicale rifondazione dell’ecologia del lavoro. Restituire al docente serenità e riconoscimento sociale non è un’istanza corporativa, bensì la condizione necessaria affinché l’istituzione torni a essere perno della crescita civile. Senza la cura di chi educa, la scuola rinuncia alla propria visione del futuro, condannando l’intera comunità a un immobilismo dove il logorio dei singoli soffoca ogni speranza di evoluzione collettiva.


[1] In psicologia, il Maslach Burnout Inventory (MBI) è un questionario di 22 item, ognuno con 6 gradi di risposta su scala Likert, atto a valutare il livello di Burnout di un individuo. Il test è stato sviluppato nel 1981 da Christina Maslach e Susan Jackson.

[2] La ricerca è stata condotta da un team del Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, coordinato dalla professoressa Ilaria Castelli ed è stata presentata ufficialmente nel giugno 2024.