L’orientamento scolastico non può essere considerato un semplice adempimento procedurale collocato alla fine del primo ciclo, né tantomeno un atto neutro privo di conseguenze. Esso rappresenta una vera scelta di civiltà , perché riflette l’idea di scuola e di società che si intende costruire. Orientare significa assumersi la responsabilità di accompagnare ragazze e ragazzi in una fase di passaggio in cui l’identità è ancora in formazione e il futuro appare fragile, incerto, spesso appesantito da aspettative esterne. In questo senso l’orientamento non riguarda soltanto la scelta di un istituto, ma il diritto di ogni studente a essere riconosciuto nella propria unicità , senza essere ridotto a un voto, a una prestazione o a una previsione di successo. Una comunità educativa matura non indirizza né seleziona in anticipo, ma crea le condizioni affinché ciascuno possa scegliere consapevolmente, sentendosi legittimato a esplorare possibilità diverse e a costruire gradualmente il proprio progetto di vita.
Dall’informazione all’esperienza
Negli ultimi anni, l’orientamento ha vissuto una profonda evoluzione: non è più soltanto un’attività informativa legata alla trasmissione di quadri orari e sbocchi professionali, ma è diventato, come sottolineato dalle recenti riforme legate al PNRR, un percorso strutturato e continuo di crescita personale. Sebbene i dati siano necessari, la nuova visione istituzionale riconosce che essi non bastano a sostenere una scelta consapevole. La decisione scolastica, infatti, non nasce da un semplice calcolo razionale, ma dall’incontro profondo tra l’identità dello studente e le sue potenzialità , un processo che le nuove linee guida pongono al centro della didattica attraverso l’esperienza diretta.
Sperimentare una lezione, lavorare in laboratorio o partecipare a uscite didattiche permette allo studente di verificare se un metodo di lavoro o un linguaggio disciplinare ‘risuonino’ con il proprio stile di apprendimento. Tuttavia, affinché queste esperienze siano realmente orientative, devono essere parte di un percorso che si dispiega nel tempo, non eventi isolati. Una scelta significativa richiede maturazione e sedimentazione; per questo l’orientamento oggi è inteso come un processo graduale che accoglie anche l’incertezza come fase fisiologica della crescita.
Garantire momenti di confronto e osservazioni ripetute lungo tutto l’arco dell’anno significa trasformare l’orientamento in un accompagnamento costante. Questo approccio permette di superare l’impatto emotivo iniziale e le rappresentazioni idealizzate del futuro, offrendo allo studente una visione realistica del percorso. In questa cornice, sostenuta da un nuovo impegno delle istituzioni e della scuola, l’ansia per il cambiamento può finalmente trasformarsi in curiosità , apertura e reale disponibilità a mettersi in gioco.
Relazione tra pari e continuità didattica come dispositivi orientativi
Un elemento centrale dell’orientamento attivo è rappresentato dalla relazione con gli studenti del secondo ciclo, che assumono il ruolo di tutor e compagni di viaggio, e dall’incontro diretto con i docenti delle scuole di destinazione. La voce degli studenti più grandi è particolarmente incisiva perché nasce dall’esperienza vissuta e non da un discorso istituzionale. Essi raccontano la scuola per come la vivono, per le difficoltà , le soddisfazioni, per i momenti di incertezza ma anche per le prospettive di cambiamento. In questo dialogo lo studente del primo ciclo si sente meno giudicato e più libero di esprimere dubbi e paure, perché riconosce nell’altro qualcuno che ha attraversato lo stesso passaggio.
A questa dimensione relazionale si affianca il valore della continuità didattica. La possibilità di partecipare a lezioni progettate in accordo con il docente curriculare, guidate da docenti del secondo ciclo, consente agli studenti di sperimentare nuovi stili didattici e nuovi linguaggi disciplinari in un contesto ancora protetto. Questo intreccio tra relazione tra pari e incontro con gli adulti educatori costruisce un ponte orientativo solido, riducendo la distanza simbolica tra i due ordini di scuola. L’orientamento si configura così come un processo relazionale e didattico insieme, in cui la scelta emerge dal confronto, dall’esperienza e dall’identificazione, non dall’imposizione.
Discontinuità istituzionale e ostacoli educativi
Spesso la mancanza di continuità tra primo e secondo ciclo rappresenta uno dei principali limiti strutturali che incide profondamente sulla qualità dell’orientamento. L’assetto istituzionale del sistema di istruzione, se non supportato da una cultura della continuità maturata da entrambi i segmenti di scuola, rischia di porsi come interruzione di un percorso educativo proprio nel momento in cui lo studente avrebbe maggiore bisogno di accompagnamento. Con la fine del triennio, le scuole del primo ciclo concludono, di fatto, un percorso che, in assenza di un autentico dialogo pedagogico con il secondo ciclo, rischia di generare una frattura proprio nella fase di transizione più delicata.
Se poi l’attenzione si concentra esclusivamente sull’esame conclusivo, l’orientamento va a perdere la sua centralità , nonostante rappresenti l’aspetto più significativo per il futuro formativo e personale dello studente.
A questo limite strutturale si possono aggiungere le aspettative adulte, anche quelle degli stessi docenti che possono incidere profondamente sulle scelte orientative. Comportamenti problematici, difficoltà temporanee o risultati discontinui vengono talvolta letti come tratti stabili della personalità , orientando verso percorsi ritenuti più sicuri, ma spesso poco coerenti con i talenti reali. In questo modo l’orientamento rischia di trasformarsi in un meccanismo che limita le possibilità invece di ampliarle.
Un orientamento autentico dovrebbe sapere riconoscere che i percorsi di crescita non sono lineari e accettare che il talento emerga spesso in contesti nuovi, quando cambia lo sguardo adulto.
Open Days tra vetrina e marketing
Gli Open Days, pur essendo gli strumenti più diffusi, mostrano a volte limiti evidenti, soprattutto se vengono considerati il fulcro dell’orientamento. Essi offrono una rappresentazione necessariamente parziale e spesso idealizzata della scuola, costruita in un tempo breve e in un contesto eccezionale. Lo studente osserva, ascolta, ma non vive realmente la quotidianità scolastica. L’affollamento, l’emotività del momento e una comunicazione orientata alla promozione rischiano di generare impressioni superficiali, che difficilmente possono sostenere una scelta profonda e consapevole.
Questi limiti emergono in modo ancora più evidente nelle fiere dell’orientamento, dove la scuola viene esposta come un servizio da vendere. Tra stand, opuscoli, slogan e materiali promozionali, l’offerta formativa è ridotta a messaggi semplificati e accattivanti, pensati per attirare più che per educare. In questo contesto vince il marketing sulla qualità dell’esperienza educativa. Lo studente assume il ruolo di consumatore, raccoglie brochure e confronta immagini, mentre i valori profondi della scuola restano sullo sfondo. Senza un percorso esperienziale più ampio e strutturato, Open Days e fiere restano vetrine utili ma insufficienti.
Il ruolo del Ministero e la visione di sistema
Un cambiamento reale richiede una visione di sistema e un impegno istituzionale chiaro. Molto è stato fatto negli ultimi anni attraverso le Linee guida sull’orientamento, che hanno contribuito a riconoscerne il valore formativo e a diffondere una maggiore attenzione al tema. Tuttavia, se tali indicazioni non si sono ovunque tradotte in azioni strutturali e condivise, ciò sta ad indicare che molto ancora bisogna fare. Il Ministero, negli ultimi anni, ha impresso una direzione chiara, riconoscendone formalmente la centralità nel curricolo scolastico. Questo nuovo assetto richiede, però, alleanze stabili tra i vari ordini di scuola per trasformare la scelta in un cammino di consapevolezza che si dispiega gradualmente nel tempo. In questa prospettiva, è fondamentale che anche le scuole del primo ciclo accolgano le iniziative di orientamento promosse dalle scuole del secondo ciclo, superando la diffusa percezione secondo cui tali attività rappresenterebbero una perdita di tempo rispetto al completamento dei programmi disciplinari. Questa visione riduttiva tradisce una concezione trasmissiva della scuola e ignora il fatto che l’orientamento è esso stesso azione educativa.
Oltre i nuovi investimenti, la sfida attuale risiede nel consolidare le eccellenze già emerse, affinché le indicazioni ministeriali si traducano capillarmente in azioni pedagogiche efficaci per ogni studente. Occorre superare la logica episodica che ancora caratterizza molte iniziative trovando strategie capaci di orientare le pratiche e di legittimare l’orientamento come parte integrante del curricolo.
Conclusione
Ripensare l’orientamento come esperienza vissuta significa restituire alla scuola la sua funzione più autentica, quella di accompagnare le persone nelle scelte che danno forma alla loro vita. Un orientamento attivo, esperienziale e relazionale non prepara semplicemente a un esame, ma educa alla consapevolezza, alla responsabilità e alla fiducia nel futuro. In questa prospettiva la scuola smette di essere una vetrina o un ufficio di smistamento e torna a essere una comunità educativa che si prende cura dei suoi studenti e li aiuta a diventare ciò che possono essere.



