Motivando con l’urgenza di rimettere al centro il cammino dell’Italia, dell’Europa e dell’Occidente, il Ministro Valditara ha promosso una significativa revisione dell’insegnamento della Storia a partire dall’a.s. 2026/2027. Il percorso di riforma, durato circa un anno e mezzo, ha seguito le seguenti tappe: avviato nel maggio 2024 con l’insediamento di una commissione di esperti, ha visto un primo passo concreto nel settembre dello stesso anno con le nuove Linee guida sull’Educazione Civica (DM 183/2024), che ha sancito un forte legame tra memoria storica e identità nazionale. Il percorso di riforma è entrato nel vivo all’inizio del 2025 con la presentazione dei pilastri programmatici del progetto. L’iter si è concluso formalmente il 9 dicembre 2025 con la firma del decreto definitivo, che supera le Indicazioni Nazionali del 2012 e fissa l’avvio del nuovo ordinamento per il settembre 2026.
Il senso della contemporaneità si costruisce sul passato
In un’epoca dominata dal flusso vorticoso di informazioni fugaci e frammentate che rischiano di compromettere la stabilità dell’identità individuale, l’intento ministeriale dichiarato è quello di formare nei giovani un pensiero solido e coerente, affinché diventino cittadini consapevoli delle proprie radici e memori del fatto che la dimensione esistenziale dell‘hic et nunc cui appartengono non si esaurisce nella contemporaneità. Secondo quest’ottica, la Storia non deve tradursi in un’arida e polverosa sequenza di date e di eventi, ma in una grande narrazione: un respiro interpretativo capace di trasformare gli eventi in patrimonio di memoria condivisa. Antidoto rigoroso alla dispersione tipica di un’esistenza liquida, la narrazione storica, “in quanto racconto delle vicende umane nel tempo”, si configura come lo strumento necessario per ricomporre la frammentarietà dell’esperienza digitale: restituisce un senso unitario all’eredità culturale, rafforza nei giovani il sentimento di appartenenza ad un corpo sociale e consente loro di situarsi consapevolmente all’interno di una continuità storica che lega le radici del passato alle sfide del futuro.
Il nuovo assetto della storia
“Solo l’Occidente conosce la Storia”: è questo l’incipit con cui Valditara, con esplicito riferimento a Marc Bloch, apre la sezione dedicata alla disciplina nelle Nuove Indicazioni Nazionali. Coerentemente con questa visione, il programma proposto dal Ministro riscopre le radici comuni, riservando ampio rilievo ai popoli italici, alla civiltà greca e romana, e al cristianesimo delle origini. Promuovere, sin dalla scuola primaria, la conoscenza delle radici storiche e dei valori civili del nostro Paese risponde ad una duplice esigenza: sia, far maturare nell’alunno la consapevolezza della propria identità di persona e di cittadino, sia, in un contesto scolastico caratterizzato da crescente eterogeneità culturale, favorire l’integrazione degli alunni di origine straniera, convinti che l’inclusione passi necessariamente per la comprensione dell’identità storico-culturale del Paese di accoglienza. Ciò comporta un sostanziale ridimensionamento della preistoria e delle civiltà extra-occidentali a favore degli eventi fondanti della cultura nazionale ed europea. In quest’ottica, il recupero della memoria storica assume un valore strategico: la memorizzazione di nodi cronologici essenziali funge da ‘bussola’ cognitiva per orientarsi nel flusso del tempo e ancorare i concetti ad una struttura cronologica coerente.
Epica, storia e geografia: l’integrazione dei saperi
Sin dalla scuola primaria, l’itinerario storico sarà integrato dallo studio dell’epica, intesa quale repertorio delle grandi narrazioni mitologiche e religiose che hanno forgiato l’immaginario collettivo. Attraverso l’esegesi semplificata di testi-cardine come la Bibbia (letta nella sua dimensione di codice culturale universale), i poemi omerici (Iliade, Odissea), l’Eneide, fino alle saghe nordiche, lo studente potrà accostarsi ai modelli etici e simbolici che costituiscono l’intelaiatura profonda della civiltà occidentale. Nel contesto della scuola secondaria, si assisterà invece al superamento della geostoria, ovvero l’insegnamento integrato di Storia e Geografia introdotto nel 2010 dalla riforma Gelmini. Questo mutamento segnerà il ritorno ad una trattazione distinta delle due discipline, finalizzata a restituire a ciascuna la propria specificità epistemologica e l’aderenza al proprio statuto metodologico: la storia riacquisterà il proprio rigore nel solco del percorso diacronico e del suo ritmo narrativo, mentre la Geografia si svincolerà dal ruolo di ‘ancella’ della Storia per concentrarsi sulla dimensione sincronica e spaziale. Con questa separazione tecnica non si vuole certo precludere il dialogo tra le due materie; al contrario, in luogo di una fusione forzata, si intende promuovere un’interdisciplinarità consapevole che consenta allo studente di sviluppare un pensiero critico radicato nella memoria storica e proiettato verso la gestione responsabile del pianeta e delle sue risorse.
Lezione frontale e autorevolezza del magister
L’approccio storico-narrativo, che prevede il recupero della lezione frontale, non esclude la didattica laboratoriale applicativa, ma ne diventa il presupposto teorico. L’obiettivo di integrare teoria e pratica, che affonda le sue radici nella tradizione sperimentale della scuola italiana sin dagli anni ’80, trova oggi una nuova e più matura declinazione: il raggiungimento di un equilibrio metodologico in cui la lezione frontale funge da momento di sintesi interpretativa e fondazione concettuale. In questo quadro, la spiegazione del docente diventa lo spazio in cui la complessità dei fatti storici viene ricomposta in un’architettura organica e di senso: se condotta in forma narrativa, la lezione frontale attiva l’empatia e l’interesse fornendo quelle coordinate necessarie (mappe concettuali, categorie critiche) affinché lo studente possa muoversi con autonomia e consapevolezza nella fase applicativa. E poiché l’autonomia dell’alunno non è un processo spontaneo, ma richiede solidi riferimenti intellettuali e morali, il docente deve dismettere del tutto il ruolo di trasmettitore di saperi per essere guida strategica: orchestrando il passaggio dall’ascolto all’operatività, egli abilita lo studente a farsi protagonista attivo, capace di trasmutare la conoscenza teorica in competenza situata e consapevole.
L’insegnante da semplice ‘facilitatore’ o ‘tutor’ nei processi di gruppo, deve riappropriarsi dell’autorevolezza del magister. In questo modo si eleva a regista dei processi cognitivi, trasformando il setting didattico in un laboratorio di pensiero dove l’astrazione teorica trova ancoraggio nella realtà fattuale. Mediante tale approccio, il docente agisce come un catalizzatore che consente allo studente di farsi co-costruttore del proprio sapere: fornendogli le coordinate necessarie per contestualizzare le nozioni apprese, l’insegnante lo guida a orientarsi con sicurezza nella complessità dei fatti storici. Perché il compito del docente consiste, innanzitutto, nell’educare l’alunno ad analizzare, problematizzare e osservare il passato attraverso una pluralità di prospettive; solo fornendogli tali chiavi di lettura sarà possibile abilitarlo a decifrare con rigore e consapevolezza le sfide del presente.
La storia sotto esame: le voci del dissenso
Le nuove disposizioni ministeriali hanno sollevato accese polemiche, alimentate principalmente da accademici, associazioni di storici e sindacati. Le critiche convergono nel dipingere la riforma come un progetto ideologico e pedagogicamente anacronistico. Sul piano strutturale, preoccupa la separazione tra Storia e Geografia, che rischierebbe di compromettere la capacità degli studenti di contestualizzare gli eventi nei loro scenari spaziali; su quello metodologico, viene aspramente contestato il ritorno alla Storia come semplice narrazione di eventi, giudicata inadeguata a interpretare la complessità dei processi storici. Il nucleo del dissenso risiede proprio qui: nel timore che la disciplina smarrisca la propria natura di scienza critica per ridursi a una narrazione semplificata e celebrativa del passato. L’apprensione manifestata dagli esperti è che gli studenti finiscano per ridursi a ricettori passivi di date e nomi, smarrendo la propensione ad analizzare le fonti, confrontare i documenti e strutturare un pensiero critico autonomo. A ciò si aggiungono le forti perplessità legate all’introduzione massiccia dei poemi epici, in seno all’ora di Storia, nella scuola primaria: il rischio palesato è che i bambini non riescano più a distinguere il rigore della ricostruzione storica dal fascino del mito, la realtà documentata dalla narrazione mitologica. Numerosi esperti paventano, inoltre, che l’enfasi marcata sulle radici giudaico-cristiane e sull’identità nazionale possa trasfigurare la Storia in uno strumento di costruzione del consenso a discapito della sua funzione di disciplina critica. Secondo le voci critiche, questa impostazione spiccatamente eurocentrica e nazionalista rischierebbe non solo di isolare gli studenti rispetto alle dinamiche della realtà globale, ma anche di ostacolare il percorso di integrazione degli alunni di origine straniera. Allo stesso modo, la scelta di ridimensionare lo spazio dedicato alla preistoria e alle civiltà extra-europee viene percepita come una regressione culturale e scientifica: la privazione del confronto con l’esterno impedirebbe di cogliere la reale natura dell’Europa, frutto di scambi, migrazioni e contaminazioni secolari.
Laboratorio d’identità nazionale e coscienza civile
Replicando alle critiche di storici e accademici, il Ministro Valditara ha ribadito come l’insegnamento della Storia non abbia mai avuto una valenza meramente informativa, ma si sia costantemente configurato come un articolato laboratorio d’identità, volto a delineare l’anima stessa del Paese. Ciò a significare che “la Storia […] non consiste nella raccolta dei fatti e nel metterli in ordine cronologico” collocandoli su un’immaginaria linea del tempo, ma “nel pensare i fatti” del passato. “Nel pensarli nella loro origine, nei loro nessi, nelle loro conseguenze”. La Storia serve per imparare a pensare, per acquisire consapevolezza e padronanza delle dinamiche evolutive che hanno prodotto certi esiti.
In merito alla concezione della Storia come racconto, Valditara ha risposto alle contestazioni sostenendo che la Storia come trasmissione narrativa di avvenimenti noti non è una sterile ripetizione, bensì la presa d’atto di una verità fattuale. Colti e narrati nella loro autentica oggettività, tali eventi non attingono a derive fantastiche o ipotetiche, ma alimentano la ‘fantasia storica’, quella facoltà cognitiva capace di evocare immagini rappresentative del passato che fungano da paradigmi anticipatori del futuro. Narrati nella loro integrità, i fatti del passato portano alla luce le configurazioni e i momenti decisivi che hanno strutturato i pilastri di libertà e democrazia, radici identitarie della nostra Nazione. Attraverso l’analisi critica dei conflitti ideologici e delle derive autoritarie, la Storia insegna a concepire la dignità umana come valore supremo e principio inviolabile, promuovendo la democrazia liberale non solo come assetto politico, ma anche come conquista storica e imprescindibile baluardo contro ogni forma di sopraffazione. In questa prospettiva, la Storia si carica di un imperativo etico: farsi interprete di un messaggio civile che denunci l’ingiustizia, scardini la stereotipia e disveli i meccanismi dell’oppressione, ponendosi a presidio di quei diritti umani, civili e sociali cui siamo approdati mediante il sacrificio e l’adempimento dei nostri doveri verso la collettività umana.
La narrazione storica come bussola civile
In sintesi, possiamo affermare che la Storia, nelle nuove Indicazioni, intrattiene un dialogo costante con l’Educazione Civica. È proprio in virtù della sua funzione di ‘coscienza critica’ che si delinea un legame inscindibile e funzionale tra il sapere storico e la formazione del cittadino. Elevando la conoscenza del passato a fondamento etico dell’agire civile, emerge un progetto pedagogico-istituzionale ben preciso: utilizzare il passato per dar vita a una pratica attiva di cittadinanza, rifondare il senso di appartenenza e ancorare la consapevolezza civica sui valori costituzionali. In quest’ottica, la Storia diviene la narrazione della genesi dei nostri valori civili: il percorso che ha condotto all’Unità d’Italia e alla nascita della Repubblica è contrassegnato di tappe essenziali per alimentare quel sentimento patriottico che spesso è richiamato come fondamento etico del rispetto verso le istituzioni. A chi contesta la sovrapposizione programmatica tra le due discipline e teme che un legame così serrato con l’identità nazionale possa offuscare la dimensione universale dei diritti umani e della cittadinanza globale, Valditara ha ribadito che solo una solida consapevolezza delle proprie radici permette un’apertura autentica alle sfide della contemporaneità, mentre il legame tra Storia ed Educazione Civica altro non è che un itinerario di consapevolezza volto a formare un cittadino capace di riconoscere, nei simboli nazionali e nelle regole democratiche, il frutto di un secolare cammino di civiltà. In questa prospettiva, l’intreccio tra Storia ed Educazione Civica si configura come un itinerario di maturazione, volto a formare un cittadino capace di riconoscere il compimento di un secolare cammino di civiltà. In questa architettura pedagogica, se la Storia è il fondamento del sapere, l’Educazione Civica ne è il traguardo etico: non si può amare o nutrire autentico rispetto per ciò che non si conosce. In tal modo, la cultura del rispetto – verso l’altro, le istituzioni e il patrimonio comune – cessa di essere un precetto imposto per farsi naturale corollario della comprensione della nostra memoria comune.



