Alternanza Scuola Lavoro – Risultati e prospettive a un anno dall’obbligatorietà

Le evidenze del monitoraggio

I numeri del monitoraggio dell’alternanza scuola lavoro (ASL) nell’anno scolastico 2015/2016 parlano chiaro: l’obbligo produce uno scarto quantitativo di assoluto rilievo rispetto al passato. È quanto viene annunciato in conferenza stampa dal ministro Giannini nella presentazione dei dati del monitoraggio [1].

Sono stati 652.641 gli studenti in alternanza, di cui 455.000 delle sole classi terze, cioè molto più del doppio dell’anno precedente (273.000). Anche il numero delle scuole coinvolte ha fatto un balzo in avanti (4.968 contro le 3.000 nell’anno precedente). I percorsi attivati sono stati 29.437 (contro gli 11.600) e 150.000 sono state le strutture ospitanti, in prevalenza imprese.

Rappresentato in percentuale, lo scarto si evidenzia ulteriormente:

StudentiScuolePercorsiStrutture ospitanti
Numero%Numero%Numero%Numero%
652.641+139%4.968+69%29.437+ 154%150.000+41%

Dai numeri alle novità

I numeri sono significativi anche per le novità che introducono.

  1. L’ingresso massiccio nei percorsi ASL degli studenti liceali, che da soli vanno a costituire più del 50% degli studenti delle classi terze. È questa una specificità, un unicum in Europa (per usare l’espressione della ministra Giannini che ha presentato i risultati il 18 ottobre u.s.). Nei sistemi scolastici europei, che da più tempo hanno introdotto l’alternanza scuola lavoro, prevale, infatti, il suo utilizzo come accompagnamento al lavoro in funzione del sistema duale.
  2. Si sono iscritte 500 organizzazioni tra imprese, amministrazioni pubbliche, enti no profit e ordini professionali al Registro Nazionale dell’Alternanza Scuola Lavoro, messo a disposizione da Unioncamere e collegato al Registro delle Imprese.
  3. Sono stati sottoscritti 40 protocolli d’intesa a livello nazionale e 70 a livello locale/regionale che coprono molti dei settori produttivi e dei servizi trainanti l’economia italiana.
  4. Sono state presentate come “Campioni dell’alternanza” 16 aziende leader: da Bosch a Fiat Chrysler Automobiles a Eni, alla COOP, a Mc Donald’s fino al FAI. Esse propongono e realizzano con le scuole di alcune regioni o dell’intera penisola progetti innovativi e di alta qualità per la formazione di competenze specifiche di settore e di soft skills, coinvolgendo circa trentamila studenti.

Le prospettive per i prossimi anni

I numeri sono collegati a investimenti continui e strutturali, fatti e programmati per i prossimi anni:

  • 100 milioni di euro l’anno per le scuole;
  • iscrizione senza costi al Registro delle Imprese;
  • 16 milioni di euro (Bando di Italia Lavoro) per le imprese che avviano percorsi di apprendistato di primo livello, per il conseguimento della qualifica e del diploma professionale o del diploma di scuola secondaria superiore;
  • 7,4 milioni di euro per il 2017, 40,8 milioni per il 2018, 86,9 milioni per il 2019 sono gli incentivi alle imprese nella legge di stabilità 2017.

All’art. 42, infatti, è previsto l’esonero contributivo per tre anni nei confronti di datori di lavoro privati che assumono studenti con contratto di lavoro a tempo indeterminato. Due sono le condizioni. La prima: devono aver acquisito il titolo di studio da non oltre sei mesi; la seconda: devono aver svolto, presso il medesimo datore di lavoro, un periodo di apprendistato di primo livello o di alta formazione e/o di alternanza scuola lavoro pari almeno al 30 per cento delle ore previste dalla legge 107/2015.

Quello che i numeri non dicono

Bisognerebbe fare un supplemento di indagine per capire se oltre alla quantità cambiano anche la qualità dei percorsi e la loro significativitàpotendo però riferire a specifici indicatori.

Un punto importante sono gli investimenti economici. Questi costituiscono il presupposto necessario per incidere positivamente su diversi fattori.

  1. durata media dei percorsi in alternanza, che prima dell’entrata in vigore della legge 107/2015 era di circa una settimana;
  2. superamento della forma più tradizionale di alternanza come visita aziendale più tirocinio curricolare (modalità che raramente è in grado di garantire la piena realizzazione del progetto formativo);
  3. coprogettazione scuola-impresa e certificazione delle competenze attese;
  4. efficacia del tutoraggio interno e aziendale per la durata dell’intero percorso;
  5. incidenza di modelli, quali per esempio l’Impresa Formativa Simulata, che consentono alla scuola di realizzare la maggior parte del progetto in situazione simulata a livello di laboratorio, con la riproduzione della creazione e gestione d’impresa.
  6. introduzione dell’alternanza sotto forma di apprendistato di primo livello.

Incentivi e buone pratiche

Gli incentivi alle imprese possono determinare l’implementazione e la diffusione dei percorsi di ASL anche in territori segnati da una scarsa sensibilità al guadagno d’impresa nel progettare ed accogliere percorsi di ASL.

Le buone pratiche, avviate dai Campioni dell’Alternanza, collegano la qualità dei percorsi all’alto grado di contenuto innovativo delle esperienze proposte e alla costruzione di competenze per l’occupabilità. Si tratta di esperienze che vedono coinvolti quasi sempre gli studenti migliori (almeno nelle discipline d’indirizzo), che devono accettare di essere selezionati, devono essere culturalmente preparati e predisposti ad un percorso di accompagnamento e di orientamento al lavoro in ambienti applicativi. Raramente, ed è il caso di Fiat Chrysler Automobiles, l’Azienda adotta un Istituto per la realizzazione dell’intero percorso (200 o 400 ore), scegliendo una classe.

Manca, nel monitoraggio del MIUR, come dato di riflessione quello sull’incidenza delle azioni di accompagnamento al lavoro e placement sull’occupazione dei neodiplomati (obiettivo strategico per l’UE in Europa 2020), già messe in atto nelle scuole con i progetti FIxO – Cliclavoro e Garanzia Giovani.

Le scuole, da parte loro, hanno sicuramente un grosso problema da affrontare: assicurare qualità dei percorsi e risposte ai grandi numeri di studenti da collocare in ASL.

Resta, comunque, da approfondire la relazione tra obbligatorietà dell’alternanza scuola lavoro e qualità dei percorsi, soprattutto bisognerebbe riflettere sulle condizioni che hanno reso possibili le buone pratiche.

Le tre sfide affidate all’alternanza scuola lavoro

Sono tre le sfide per la crescita del paese Italia, su cui insiste il ministro Giannini durante la presentazione del Rapporto sull’alternanza:

  • La sfida economica: il 40,3% di disoccupazione giovanile e 2 milioni di NEET sono incompatibili con una ripresa economica in tempi brevi del Paese. Per gli attuali 8 milioni e mezzo di studenti l’ASL viene vista come un attivatore di azioni positive per la transizione dalla formazione al lavoro e come acceleratore di formazione di competenze per l’occupabilità. È prevedibile un avvicinamento in pochi anni ai dati della Francia, 20,4% di giovani disoccupati, fino ad arrivare al 7,3% della Germania, con l’adozione convinta dell’ASL.
  • La sfida sociale: tenere fuori dal mercato del lavoro e dalla formazione 2 milioni di giovani significa compromettere gravemente la coesione sociale, impoverire la cittadinanza attiva e la spinta alla partecipazione consapevole allo sviluppo del Paese.
  • La sfida culturale: il made in Italy è da sempre caratterizzato da prodotti ad alto contenuto di tecnologia e arte fin dalla bottega rinascimentale. Rompere la sequenzialità tra saperi teorici e pratici significa mettere in discussione didattiche e organizzazione delle istituzioni scolastiche in funzione di apprendimenti più significativi perché più operativi.

Se ai contenuti dell’intervento del Ministro affianchiamo i dati del Rapporto ISFOL di maggio 2016, notiamo che l’obiettivo dichiarato è sempre lo stesso: avvicinare il mondo della formazione al mondo del lavoro “(…) nella prospettiva di promuovere la qualità del sistema educativo e il successo formativo degli individui”. È importante pertanto “facilitare i percorsi di transizione, accrescere il capitale umano disponibile e la competitività del sistema-Paese” [2].

La via italiana al sistema duale

Avvicinare il mondo della formazione al mondo del lavoro è, dunque, l’obiettivo centrale. Lo indica la presa in carico di alcuni indicatori: una popolazione giovanile nettamente inferiore a quella di altri paesi europei, un tasso di dispersione più alto, accompagnato da un numero inferiore di diplomati a livello di scuola secondaria superiore, i risultati definiti deludenti nelle prove standardizzate a livello internazionale, la bassa crescita economica, il permanere di un alto tasso di Neet e di disoccupati.

Due possono essere gli strumenti normativi strategici per l’integrazione dei sistemi: sul versante del lavoro, la legge 183/2014, meglio conosciuta come Jobs Act e, sul versante dell’istruzione e formazione, la legge 107/2015.

Tutte le azioni tese a migliorare l’attinenza tra le competenze acquisite a scuola e il fabbisogno di professionalità delle imprese migliorano il dialogo con queste ultime e facilitano la realizzazione di alleanze territoriali.

Da una parte si tratta di monitorare se e come la maggiore flessibilità nei contratti di lavoro, la presenza di incentivi per le imprese, gli aiuti all’autoimprenditorialità favoriscano l’incontro con il mondo della formazione, e dall’altra se e come gli strumenti adottati nell’avvicinamento per tappe siano efficaci.

La Carta dei diritti e dei doveri degli studenti in alternanza (in fase di compilazione) e la Cabina di regia di MIUR e Ministero del Lavoro sono gli strumenti individuati per farlo.

In questa stessa direzione, in particolare per il contenimento della dispersione e l’aumento del numero dei diplomati in Italia, l’ultimo Accordo Stato-Regioni [3] e il Decreto Legislativo n. 81/2015 introducono, con l’apprendistato di primo livello, la via italiana al sistema duale.

La sfida culturale diventa allora prevalente e presupposto per la sfida economica e sociale. Il passaggio da una visione sequenziale e diacronica (prima la formazione e poi il lavoro) ad una visione sincronica, in cui l’esperienza lavorativa diventa parte integrante e orientante la formazione, restano un nodo culturale. Non basta applicare automatismi normativi, ma è importante che tutti i sistemi (istruzione, formazione, lavoro…) ne siano pienamente convinti.

La prima sfida culturale: il Piano Nazionale di Formazione

A questa sfida dovrebbe in parte rispondere il Piano Nazionale dei Formazione di insegnanti e dirigenti scolastici, perché le sfide culturali richiedono un livello alto di conoscenza delle evidenze ma anche strumenti ermeneutici che facciano riferimento ad un’idea efficace di sviluppo del Paese.

—-

[1] Presentati al Miur il 18 ottobre 2016 il monitoraggio nazionale e il programma ‘I Campioni dell’Alternanza’: http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/ministero/cs181016

[2] ISFOL, Rapporto sulla Garanzia Giovani in Italia, maggio 2016

[3] Accordo in Conferenza Stato Regioni del 24 settembre 2015