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Precariato fisiologico e precariato patologico

Periodicamente qualche giornale ci parla del precariato scolastico. Fateci caso, chi ne parla di solito lo fa con uno di questi due obiettivi: mettere in difficoltà il governo pro tempore oppure preparare l’ennesima sanatoria. Tutto legittimo, ovviamente, ma non aiuta a risolvere il problema, salvo pensare che le sanatorie siano una soluzione e non parte del problema (ma questo è rimasto a pensarlo solo il “sanatore seriale” Pittoni). Proviamo a fare un po’ di chiarezza allora e verificare se ci sono possibili soluzioni.

Una cosa che quasi nessuno mai sottolinea è che ci sono due tipi di precariato scolastico, quello che chiamo «fisiologico» e quello che chiamo «patologico». Alla prima categoria appartiene il personale che serve per sostituire docenti di ruolo momentaneamente assenti perché in malattia, in maternità o paternità, in comando o altro, ovvero il personale da impiegare per coprire l’ordinario turn over tra un concorso e l’altro. Alla seconda categoria appartiene invece il personale che viene impiegato per occupare a tempo determinato posti in organico per i quali non ci sono candidati con tutti i requisiti per essere assunti a tempo indeterminato. Alcuni esempi: concorsi con più posti che candidati; docenti di ruolo che chiedono il trasferimento o l’assegnazione provvisoria (legge 104 o altro); per il sostegno, che è l’oggetto specifico di questo contributo, paghiamo anche la mancanza di candidati con relativa specializzazione.

Richiesta (alta) di docenti, disponibilità (bassa) di aspiranti

Chi vuole male alla scuola e ai precari usa la fisiologia per giustificare la patologia. Il precariato fisiologico può essere ridotto, ma in parte esisterà sempre. Davvero può essere ridotto? È stato fatto ad esempio con i governi Renzi e Gentiloni: in quattro anni di duro lavoro, pagando anche un prezzo in termini di consenso, è stato portato dal 20% circa a poco più del 10%; con Bussetti è tornato a sfiorare (secondo alcuni sindacati a superare) il 20%.

E sul sostegno? Ne ha scritto Repubblica qualche giorno fa commentando i numeri prodotti dal MIUR. Le supplenze avrebbero raggiunto il 49% del totale, con punte vicine al 70% al nord. L’articolo dà anche conto che nel 2015 (governo Renzi) tale percentuale era del 29% (una riduzione del 40%, come nei posti comuni: allora, non era così “cattiva” la famigerata Buona Scuola).

Un esempio del meccanismo perverso che genera precariato patologico è stato pubblicato dal Giorno all’inizio dello scorso anno scolastico (non ho trovato cifre aggiornate, ma la situazione purtroppo non è migliorata). Milano e provincia, scuola primaria. 1900 posti a tempo indeterminato e 2030 aspiranti in graduatoria provinciale (GAE). Soluzione ottimale, direte voi. Nessuna cattedra vuota e solo 130 che restano precari e saranno assunti il prossimo anno.

Invece no. Dei 2000 si presentano solo in 450 e 1500 cattedre restano vuote. Chi rinuncia resta però in graduatoria e il prossimo anno sarà ancora precario, sarà ancora da “contare” nelle statistiche scandalizzate dei mass media. E attenzione: è il singolo docente che decide in quale provincia “segnarsi” da precario. Nessuna “deportazione”.

La sfida (legislativa e contrattuale) al precariato

Come se ne esce? La situazione è grave e necessita di soluzioni forti, che vanno trovate sia in sede legislativa che contrattuale. È chiaramente una sfida per la quale sia la politica (governo e parlamento) che i sindacati devono dimostrare di essere all’altezza. Ma è anche l’unico modo per individuare soluzioni che reggano alla prova dell’implementazione pratica.

Avremo modo di parlare dei posti comuni se e quando il governo presenterà il collegato alla legge di bilancio sul reclutamento, previsto dalla NADEF (nota di aggiornamento del documento di economia e finanza) e confermato dall’On. Azzolina quando era Sottosegretario, preannunciando l’introduzione delle lauree specialistiche abilitanti (con l’inserimento per la secondaria di un meccanismo analogo a quello in vigore per la scuola primaria). Personalmente sono contrario al ritorno ad un sistema laurea-abilitazione-concorso perché l’esperienza delle SSIS e dei TFA ha dimostrato che generano aspettative di stabilizzazione e quindi di sanatorie; inoltre vedo molte difficoltà operative nell’implementazione delle lauree abilitanti. Ma se si va in quella direzione penso che si debba comunque intervenire su mobilità e assegnazioni provvisorie e che, sul fronte del reclutamento, se ne debbano trarre le conseguenze, sfruttando la presenza di una platea di abilitati per riportare il precariato a dimensioni fisiologiche. Come? Spostando il concorso a livello di singola scuola o rete di scuole: come per qualsiasi funzionario pubblico, dato che la specificità della professione docente è comunque salvaguardata dall’aver conseguito una abilitazione.

La precarietà nella precarietà: i posti di sostegno

Vengo così al sostegno, per il quale esistono già oggi soluzioni perseguibili, a prescindere dalla strada che si prenderà per i posti comuni. Per molte delle soluzioni che indicherò non servono nemmeno delle leggi ad hoc (al massimo qualche aggiustamento di quelle attuali), ma basterebbero indicazioni operative per dare alle scuole, ai docenti e alle famiglie un quadro omogeneo e previsioni contrattuali, in particolare per predisporre gli auspicabili incentivi economici.

Quali sono le cause di quei numeri che ricordavo poco sopra? Tre, secondo l’autore del pezzo di Repubblica, con il quale sostanzialmente concordo.

  1. Il fatto che il 30% dei posti sia “in deroga”, e quindi su di essi non si può assumere a tempo indeterminato; per risparmiare certo, ma anche per una ragione concreta: quest’anno il posto in deroga è nella scuola A, ma domani potrebbe essere nella scuola B.
  2. I trasferimenti da nord a sud anche solo per un anno (le cosiddette assegnazioni provvisorie che peraltro quando sono chieste da docenti di ruolo su materia al nord, portano a precarizzare sia il posto che lasciano che il posto che trovano).
  3. La carenza di docenti specializzati (che quindi non possono essere assunti a tempo indeterminato).

Soluzioni praticabili per stabilizzare il sostegno

La soluzione ci sarebbe per ciascuno dei punti evidenziati.

  1. Togliamo alibi al MEF sui posti in deroga. Si stabilisca che una quota dei docenti di sostegno è comune a più scuole; si può fare rompendo il tabù della titolarità su scuola, ma ove non fosse possibile anche creando apposite reti di scuole senza toccare la titolarità “formale”. Questo consentirebbe di fare due operazioni: stabilizzare una parte di quel 30% di supplenti “in deroga” (diciamo la metà?) e dare continuità didattica agli studenti disabili anche quando passano ad esempio dalle medie alle superiori.
  2. Rivedere le norme per i trasferimenti (definitivi e temporanei), rendendole analoghe a quelle degli Enti Locali: ci si sposta solo vincendo un concorso, oppure facendo domanda, ma in questo caso ci deve essere l’assenso dell’Ente di appartenenza. Basterà stabilire che l’Ente (ovvero il Ministero, l’USR, la scuola, ai fini di questo articolo poco importa individuare quale) non può dare l’assenso qualora non ci fosse possibilità di sostituire chi ha fatto domanda in modo temporaneo (se il docente chiede un trasferimento temporaneo), ovvero a tempo indeterminato (se si chiede un trasferimento definitivo).
  3. Delle tre paradossalmente la più semplice, ma anche apparentemente la più rivoluzionaria; peraltro darebbe un contributo anche ad attenuare i problemi 1 e 2. Implementare la cosiddetta “cattedra mista”, ovvero un docente che per il proprio monte ore insegna la propria disciplina e viene impiegato anche per il sostegno. Nessuna ora in più, salvo con le modalità previste dalla normativa vigente.

L’ipotesi della cattedra “mista”

Perché si dice che mancano i docenti specializzati, ma non è esattamente così: la scuola italiana è piena di docenti specializzati che oggi sono in ruolo su materia. Perché non consentire loro (volontariamente, magari incentivando anche economicamente l’opzione) di “spezzare” la cattedra e dedicare al sostegno una parte delle proprie ore? Come funzionerebbe in pratica? Se a scuola manca un docente di sostegno ma in graduatoria non ci sono precari specializzati per coprirlo, i docenti specializzati già in ruolo su materia fanno alcune ore di sostegno fino a coprire una cattedra e alla scuola invece che essere assegnato un supplente di sostegno (sottolineo supplente, che peraltro sarebbe un docente non specializzato) viene assegnato un docente su materia che sarà anche assunto a tempo indeterminato, risolvendo così un altro pezzo del problema “precariato”.