I test INVALSI

Perché è necessario svolgerli e soprattutto durante la pandemia

Se ripensiamo a questi ultimi dodici mesi, non potremo fare a meno di notare come tutte le decisioni che hanno riguardato la scuola siano state prese – non sempre per colpa del Ministero – nella quasi totale assenza di dati.

Eppure, esclamerebbe lo Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle, è un errore capitale teorizzare prima di avere dei dati, perché diventa molto facile deformare i fatti per confermare le proprie tesi, invece di elaborare queste ultime a partire dai primi.

Quanto è stato perso con il Covid

E così, mentre gli altri paesi hanno cercato di quantificare gli effetti del Covid sulle competenze degli studenti e stimano una perdita del 20% del progresso previsto, in Italia andiamo avanti completamente al buio e gli unici dati a nostra disposizione, cioè i risultati degli scrutini finali e quelli degli Esami di Stato, descrivono una situazione davvero paradossale. Un osservatore totalmente avulso dal contesto in cui questi risultati sono maturati noterebbe incuriosito come al termine dello scorso anno scolastico le bocciature siano diventate marginali e come nella scuola secondaria di secondo grado siano totalmente scomparse le sospensioni del giudizio, che solo l’anno precedente riguardavano il 21% degli alunni.

Tutti bravi agli esami di Stato

Ma sarebbero soprattutto gli esiti dell’Esame di Stato del II ciclo, la cosiddetta maturità, a stupirlo ancora di più. Nella sessione dello scorso giugno, infatti, quasi il 50% degli studenti ha ottenuto un punteggio superiore a 80/100, il 12,5% ha raggiunto il massimo del punteggio e, tra questi, uno su cinque ha anche ottenuto la lode, risultati mai visti nella storia repubblicana.

Se rivelassimo al nostro osservatore che nella primavera del 2020, di fronte all’emergenza Covid, la scuola ha dovuto trasferirsi dalle aule reali a quelle virtuali, quest’ultimo sarebbe tentato di teorizzare che con la didattica a distanza abbiamo assistito a una rivoluzione copernicana dell’insegnamento, che ha permesso di incrementare in modo significativo le competenze degli studenti.

Ritornano le antiche opposizioni alle prove Invalsi

Ovviamente commetterebbe un errore – in gergo si dice che si confrontano le mele con le pere – ma, come si diceva, rivelerebbe un paradosso che tutti ben conosciamo: ogni docente sa benissimo quanto le sue classi abbiano sofferto in questi mesi e quante lacune abbiano accumulato, ma a livello aggregato non abbiamo nessun dato e nessuna analisi comparata che possa guidare i decisori politici e orientarli a fare scelte puntuali ed efficaci.

In realtà gli strumenti per monitorare gli effetti della pandemia sui livelli di apprendimento degli studenti, cioè le prove Invalsi, esistono già, tuttavia da più parti si sono intensificate le richieste per annullarle. Perché?

Alcune motivazioni sono comprensibili – far svolgere le prove a tutta la popolazione scolastica, quando la pandemia mette in dubbio la stessa apertura in presenza degli Istituti, appare un rischio non necessario – ma altre sono la riproposizione di vecchie critiche che sembravano definitivamente superate e che la pandemia ha fatto tornare in auge.

Una prova per stimare i danni

La prima critica è che le prove Invalsi siano solo dei test nozionistici e che quindi siano totalmente inutili, specialmente in questo contesto. È un’obiezione “trita e ritrita”, a cui spesso, sbagliando, si risponde dicendo che i test valutano, invece, le competenze degli studenti.

In realtà le prove Invalsi non fanno né l’una, né l’altra cosa. Non si chiede, infatti, di enunciare il Teorema di Pitagora, ma di utilizzarlo per la risoluzione di uno specifico esercizio. Quel che si rileva, quindi, è il raggiungimento di specifici obiettivi di apprendimento, cioè proprio quel che ci serverebbe per stimare i danni causati dal Covid.

Non per giudicare l’operato dei docenti

La seconda è che non è corretto svolgere i test Invalsi dopo un anno difficile come questo, perché i risultati degli studenti saranno penalizzati rispetto a quelli degli anni passati e lo stesso giudizio verrà trasferito ai loro docenti. Ma le prove Invalsi non servono né a valutare il rendimento dei singoli studenti, né tantomeno a giudicare l’operato dei docenti. I risultati vengono infatti anonimizzati, aggregati e potranno essere utilizzati per ottenere una visione d’insieme dell’intero sistema scolastico italiano e valutare quel che “si è perso” a causa della pandemia, esattamente quello di cui abbiamo bisogno.

Una prova per dare risposte ad alcune domande

C’è un altro elemento, poi, che rende i test Invalsi molto preziosi. Vi è, infatti, la possibilità di associare i risultati delle prove ai profili socio-culturali che emergono dai questionari somministrati agli studenti e questo ci potrebbe permettere di rispondere ad alcune, fondamentali, domande.

  • Quali sono stati gli effetti, in termini di minor sviluppo degli apprendimenti, nei vari ordini di scuola?
  • I differenti approcci che hanno tenuto le diverse regioni per affrontare la pandemia sono stati più o meno significativi nel determinare un maggiore o minore calo dei risultati di apprendimento?
  • Qual è stato, poi, l’impatto sulle disuguaglianze (socio-economiche, di genere, regionali) che di solito caratterizzano il mondo della scuola?
  • E quanto ha inciso il contesto famigliare sull’efficacia della didattica a distanza?
  • Quanto si è allargato il divario tra i bambini della scuola primaria che potevano vivere in un contesto famigliare culturalmente avvantaggiato e tutti gli altri? Sappiamo infatti che in quest’ordine di scuola è stato molto difficile erogare una didattica a distanza adeguata.
  • E inoltre, quante ragazze e quanti ragazzi, a causa della pandemia, hanno abbandonato la scuola?

Le difficoltà nel passaggio di ciclo

Questo dato è quello che preoccupa maggiormente, specialmente se si pensa a quel che potrà accadere il prossimo anno, quando in prima superiore approderanno alunni che nell’ultimo anno e mezzo hanno accumulato molte e gravi lacune. L’anno del “cambio di ciclo” è, da sempre, quello in cui si concentrano le bocciature. Senza adeguati interventi di recupero, il timore è che diventi anche quello che porterà tanti studenti ad abbandonare la scuola.

Svolgere i test Invalsi è quindi molto importante. Non possiamo, però, far finta che la pandemia non ci sia e ignorare tutti i problemi inerenti all’organizzazione di prove che coinvolgono alcuni milioni di studenti.

Prove campionarie o prove censuarie?

Ma è davvero necessario coinvolgere (quasi) tutta la popolazione scolastica per ottenere risultati attendibili? La risposta è no.  Infatti, i test Invalsi non sono l’unica rilevazione a cui partecipano periodicamente gli studenti del nostro paese, ma si accompagnano ad altre indagini, questa volta internazionali, promosse dalla IEA (International Association for the Evaluation of Educational Achievement) e dall’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico).

Queste rilevazioni non vengono somministrate a tutta la popolazione studentesca ma solo ad un campione selezionato. I risultati, però, sono assolutamente in linea con quelli evidenziati da Invalsi: il campione scelto, pertanto, è significativo e non distorto.

Per rendere l’idea di come l’utilizzo di un campione potrebbe ridurre le complessità organizzative e i rischi dovuti alla pandemia, basti pensare che i test Ocse-Pisa del 2018, rivolti agli studenti quindicenni, furono somministrati a 11.785 studenti, in 550 scuole, rappresentativi di una popolazione di circa 520 mila alunni. E allora perché non fare lo stesso con le prove Invalsi?