Dignità della persona e rispetto dei generi

Cosa significa educare alle relazioni

L’educazione alle relazioni, alle emozioni, ai sentimenti non rappresenta di certo né un richiamo nuovo né eccezionale perché fa parte dell’identità umana. Già Aristotele nel IV secolo a.C. aveva affermato la tendenza dell’essere umano alla socialità. Siamo per natura portati a stare in contatto con l’altro, che è parte essenziale anche nella definizione della nostra identità.

La natura si connota proprio per il suo afflato alla socialità; le relazioni sono fondamentali per incontrarsi, dialogare, discutere, confrontarsi, condividere emozioni, ascoltare, parlare, competere, collaborare, realizzare progetti comuni.

La relazione e la violenza sulle donne

Sul piano etimologico il termine “relazione” rinvia ad un rapporto che collega, in maniera essenziale o accidentale, due o più cose: “L’espressione relazione interpersonale o relazione sociale si riferisce al rapporto che intercorre tra due o più individui; queste relazioni si possono basare su sentimenti come: amore, simpatia e amicizia, ma anche su passatempi condivisi o su impegni sociali e/o professionali; hanno luogo in ogni contesto umano …”[1].

Il problema è assurto ad emergenza educativa a seguito dei tanti e ripetuti episodi di violenza verso le donne. La storia di Giulia Cecchettin nell’autunno scorso, ha riproposto nell’opinione pubblica, e in maniera prepotente, il bisogno di fare qualcosa per prevenire questi fatti delittuosi nei confronti delle donne, giovani e meno giovani.

La politica, in quanto depositaria della polis (πόλις), ossia dellacomunità di cittadini,ha raccoltoquesto movimento di indignazione, sorto dalla famiglia di Giulia, con la proposta di introdurre nelle scuole l’educazione alle relazioni.

Uno sguardo alla scuola nel tempo

Le scuole di ogni ordine e grado, fin dal dopoguerra, si sono occupate del tema delle relazioni. Lo abbiamo visto, seppure in maniera differente, nelle finalità dei tanti programmi scolastici che si sono succeduti nel tempo: nelle proposte didattiche, all’interno della gestione e conduzione, nelle varie tipologie di attività suggerite, quasi sempre in forma trasversale. Quando il modello prevalente della scuola era di tipo trasmissivo pochi erano i momenti in cui si potevano affrontare tali temi in maniera dialogica.

Dalla metà degli anni ‘70 fino agli anni ’90, con il boom economico, con la svolta storica del sessantotto, con l’apertura alla dimensione europea e internazionale è emersa la necessità di guardare alle donne in chiave diversa e in un’ottica emancipatrice. Il primo obiettivo era quello di garantire diritti pari a quelli degli uomini, a partire dal diritto di voto e del lavoro.

Da qui, la scuola ha iniziato ad occuparsi di educazione al genere, partendo dalla cura degli stili di apprendimento diversi tra maschi e femmine, dal veicolare contenuti culturali non neutri ma caratterizzati dalle specificità comportamentali dei sessi.

Un esempio importante lo troviamo negli stessi programmi scolastici: la storia, per esempio, incominciava a superare la logica della centralità delle guerre e delle conquiste (prettamente al maschile) e iniziava a considerare il ruolo delle donne e della loro incidenza nella società.

Le pari opportunità

Non a caso negli anni ’90 viene istituito, per la prima volta, il comitato per le pari opportunità[2]. La locuzione “pari opportunità”, mettendo in evidenza lo scopo istituzionale del comitato, riconosceva indirettamente la differenza di trattamento tra generi. Ma anche oggi le rilevazioni ISTAT[3] non offrono dati che possano documentare che sono state di fatto raggiunte le pari opportunità, per esempio, sui compensi del lavoro, sul numero di laureati nelle discipline STEM o sugli sbocchi occupazionali.

Tuttavia la nascita del comitato per le pari opportunità, che poi diventerà Dipartimento, ha simbolicamente significato voler dare voce alle donne e voler superare il gap sociale ed economico stratificato nel tempo.

Occorre anche riconoscere che, nella scuola, proprio dagli anni ’90, l’educazione di genere è stata sempre una tematica posta in termini prioritari tra i diversi argomenti suggeriti per i percorsi formativi.

Inoltre con l’autonomia delle scuole, ogni Istituto nell’elaborare il Piano dell’offerta formativa, (e quello triennale a partire dal 2016), è chiamata ad inserire finalità e percorsi che attengono all’educazione, al rispetto, alla equità, alla responsabilità.

Recentemente la legge 92/2019[4] ha rifocalizzato l’attenzione alla dimensione civica dell’educazione che deve essere gestita in chiave trasversale da tutti i docenti e che deve essere anche oggetto di valutazione collegiale.

Il percorso formativo

Alla luce di questo sintetico excursus, si comprende come l’educazione alle relazioni tra i generi faccia già parte della storia della nostra scuola: è collegata a scelte metodologiche oggi assai diffuse come il cooperative learning, il service learning, il debate, le attività di gruppo in genere; è codificata attraverso una progettualità intenzionale dei diversi percorsi di apprendimento.

Dare maggiore attenzione all’educazione alle emozioni e alle relazioni, può voler dire incrementare le competenze professionali dei docenti, far acquisire una maggiore consapevolezza nei confronti dei temi valoriali, prevedere la presenza di formatori esperti che aiutino i docenti a selezionare e a focalizzare le proposte di intervento nelle classi.

Educazione ai sentimenti e all’amore

La dimensione educativa della Costituzione[5] è fondamentale, ma non è sufficiente se ancora i fenomeni di violenza e di femminicidio sono così frequenti.

Servono anche servizi integrativi nella fascia della preadolescenza e adolescenza affinché le giovani generazioni imparino a vivere e a riconoscere i rapporti centrati sulla fiducia e sul rispetto e capiscano quanto siano dannosi i sentimenti di possesso e di intolleranza, e come tali sentimenti possano portare a considerare normale la limitazione dello spazio e della libertà degli altri. Su questi temi servirebbe un’educazione più profonda agli affetti, all’amore, ai sentimenti perché è nella mancanza di tale tipo di educazione che si consumano i femminicidi.

Le risorse per gli spazi di ascolto, i servizi di psicologia, i centri con educatori specializzati sono molto limitati e molto spesso sono sostenuti solo da volontari. Sarebbe necessario costruire le condizioni affinché tutte le scuole possano fruire di tali opportunità. È una delle possibili strategie per aumentare il dialogo e per far crescere giovani più tolleranti e meno spaventati. Sono emblematiche le parole del padre di Giulia Cecchettin: “(…) insegniamo ai nostri figli il valore del sacrificio e dell’impegno e aiutiamoli anche ad accettare le sconfitte. Creiamo nelle nostre famiglie quel clima che favorisce un dialogo sereno perché diventi possibile educare i nostri figli al rispetto della sacralità di ogni persona, ad una sessualità libera da ogni possesso e all’amore vero che cerca solo il bene dell’altro”.

Rifondare le relazioni a scuola: una esperienza

Perché rifondare le relazioni a scuola? Perché occorre che a scuola si faccia un passo in avanti su questo tema. Dobbiamo costruire più opportunità di ascolto e di confronto nei nostri alunni, bisogna che imparino a riflettere sulle proprie reazioni, ai successi e agli insuccessi, alle conquiste e alle fatiche nello studio, ai sentimenti di inclusione e di esclusione nei gruppi, ecc.

Abbiamo in Italia[6] alcune esperienze in cui questi problemi sono stati affrontati inserendo figure di educatori nelle classi, inizialmente per affiancare i soggetti fragili o con disabilità, ma poi estese, su richiesta dei docenti e delle famiglie.

Queste figure non entrano nel merito della valutazione, quindi, non essendo percepite come “giudicanti” sono facilitate nell’allacciare relazioni aperte che favoriscono la libera espressione di sé. È questa una condizione chiave per incoraggiare un rapporto autentico con gli studenti. Hanno, quindi, una maggiore possibilità di intercettare le diverse modalità in cui si esplicano i processi comportamentali degli alunni e di poter anche tracciare ipotesi alternative in raccordo con la scuola e con le famiglie.

Laddove sono attive queste figure la quantità di sanzioni disciplinari risulta molto più contenuta e anche la dispersione scolastica sembra diminuire. Il segnale è chiaro: educare alle relazioni significa in primo luogo curare le situazioni di criticità, far riflettere i giovani sugli episodi sgradevoli, sulle reazioni rissose, sulle intolleranze…, significa aiutarli a gestire le proprie emozioni, a contenere le reazioni, a saper stare dentro ai gruppi.

La Direttiva “Educazione alle relazioni”

La Direttiva del 24 novembre 2023 “Educazione alle relazioni”, indicando percorsi progettuali per un’azione educativa verso la cultura del rispetto, mira a promuovere la formazione affettiva e relazionale delle nuove generazioni.

La proposta investe solo il segmento della scuola secondaria di secondo grado. Sappiamo, invece, come sia importante che tale approccio educativo inizi fin dalla più tenera età. La nostra scuola conosce, già a partire dal lontano 1991, cosa significa nell’infanzia educare al sé a all’altro. La scuola primaria e la secondaria di primo grado conoscono bene cosa sono i percorsi sulla convivenza, sull’educazione alla cittadinanza e alla Costituzione, sull’educazione civica, di più recente memoria. Anche se i docenti non mancano di trattare con progettualità dedicate questi aspetti, sarebbe auspicabile, anche per questi gradi e ordini scolastici, il coinvolgimento nel piano di formazione, previsto per il secondo ciclo, come pure poter fruire del supporto di servizi integrativi.

Sappiamo bene che le azioni preventive e precoci sono quelle che consentono di vincere le scommesse che, in questo caso, hanno come oggetto la dignità delle persone e il rispetto per i generi.


[1] Cfr. Definizione di relazione in Enciclopedia Treccani.

[2] Il Comitato per le pari opportunità (C.P.O.) nasce, all’interno del Ministero della Sanità, con decreto ministeriale del 19 aprile 1988. Oggi il “Dipartimento per le pari opportunità” è incardinato presso la Presidenza del Consiglio dei Ministeri, chiamato a coordinare le iniziative normative e amministrative in tutte le materie attinenti alla progettazione e alla attuazione delle politiche di pari opportunità.

[3] Cfr. nel sito ISTAT “Archivio generale”.

[4] Cfr. Atti e norme.

[5] Costituzione italiana, artt. 2, 3 e 13.

[6] Il riferimento è ad alcune zone della Lombardia visitate in occasione della sperimentazione INVALSI sulla valutazione delle scuole nell’autunno 2023.