“Tutti parlano di pace ma nessuno educa alla pace. Si educa per la competizione e la competizione è l’inizio della guerra. Quando si educherà per la cooperazione e per offrirci l’un l’altro solidarietà, quel giorno si starà educando alla pace”. È la sintesi più nota del pensiero di Maria Montessori i cui scritti si trovano raccolti nel libro “Educazione e Pace” del 1949[1]. Il monito montessoriano ci spinge a collegare l’educazione quotidiana alle grandi sfide geopolitiche che pesano sul futuro dei più giovani. Dobbiamo stimolare nei ragazzi un’analisi profonda degli aspetti umani e civili che vadano oltre la superficie dei conflitti, educandoli a vedere nella pace non solo l’assenza della guerra, ma una pratica attiva, dinamica e solidale di stare al mondo[2].
Serve anzitutto una visione d’insieme
Il concetto di pace evoca un sistema di valori universali che spaziano dal rispetto per la vita e l’ambiente alla giustizia sociale, passando per la solidarietà, la libertà e la parità di genere. Superando il mito dell’inevitabilità del conflitto, la ricerca scientifica conferma che l’essere umano non è intrinsecamente violento. Poiché l’aggressività non è radicata nel nostro corredo genetico, ogni sforzo collettivo deve tendere alla sistematica delegittimazione di ogni comportamento aggressivo
L’obiettivo 16 dell’agenda 2030[3], “Pace, giustizia e istituzioni forti”, mira a promuovere società pacifiche e inclusive orientate allo sviluppo sostenibile, garantendo il diritto universale alla giustizia e consolidando istituzioni trasparenti e responsabili a ogni livello. Tuttavia, in netta contrapposizione a tali obiettivi, le attuali politiche governative hanno riportato in auge il ricorso alla forza bellica, diffondendo una tensione militarista in tante realtà del mondo. Tale deriva è favorita dal venir meno dei grandi testimoni del secolo scorso[4], la cui esperienza traumatica dei conflitti mondiali costituiva un argine morale e fungeva da monito contro il ritorno alle armi.
Perché la democrazia non è mai acquisita
Questa frattura tra l’aspirazione al diritto e la cruda realtà del potere non è un fenomeno nuovo, ma affonda le radici nelle contraddizioni della civiltà occidentale. Già, nell’Atene del V secolo a.C., la voce di Pericle risuonava orgogliosa nel celebrare un modello che non copiava le leggi dei vicini, ma ne era l’esempio: «Si chiama democrazia, perché l’amministrazione non risiede nelle mani di pochi, ma della maggioranza». Eppure, dietro questa splendida facciata, lo storico Tucidide ci svela il volto oscuro del potere attraverso il brutale massacro degli abitanti di Milos, una piccola isola del mare Egeo, colpevoli solo di voler restare neutrali. Fu in quella occasione che venne formulata la terribile massima che sembra tragicamente tornare d’attualità “i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono”.
Oggi, per non scivolare nuovamente nella legge del più forte, abbiamo un’ancora: la nostra Costituzione Repubblicana. Essa non è un monumento statico, ma un organismo vivo che esige di essere prima compreso nel profondo, poi attuato con coerenza e, infine, difeso ogni giorno. La partecipazione attiva e il diritto di voto sono gli strumenti con cui trasformiamo la democrazia da semplice parola a realtà quotidiana.
A chi non conviene la guerra
Oggi il campo di battaglia non ha più confini: si calcola che in una guerra su dieci vittime (morti e feriti), nove siano civili. Sono persone normali, sorprese dalla violenza mentre apparecchiano la tavola, mentre vanno al lavoro o tra i banchi di scuola; vite ordinarie spezzate in luoghi che dovrebbero essere sicuri[5].
La guerra è un inganno che non risparmia nessuno. Non conviene ai soldati, che spesso sono obbligati a combattere, trasformati in ingranaggi, anche se non vorrebbero farlo costretti a sacrificare la propria giovinezza in cambio di un ritorno incerto.
La guerra non conviene a chi è già fragile: i poveri perché diventano ancora più poveri e la miseria si fa insostenibile; i malati perché gli ospedali diventano traguardi irraggiungibili e i farmaci beni introvabili. Ma il furto più grave la guerra lo commette contro i bambini. A loro non strappa solo il gioco, ma l’orizzonte: li costringe a guardare la morte negli occhi, nega loro il diritto di imparare e, nel peggiore dei casi, sostituisce i libri con un fucile, uccidendo l’adulto che avrebbero potuto diventare.
A chi conviene la guerra
Le guerre sono giganteschi affari, alimentano un mercato che non si ferma mai: prima fornendo i soldati di armi, protezioni e uniformi; poi, una volta che il conflitto ha raso al suolo case, ospedali e infrastrutture, aprendo la fase della ricostruzione. È un ciclo economico cinico, dove la distruzione genera nuovi profitti e fiumi di miliardi per ricostruire ciò che le stesse armi hanno abbattuto.
La guerra conviene a chi detiene il potere, a chi decide il destino degli altri senza subirne le conseguenze. Per queste élite, il conflitto diventa un formidabile acceleratore di odio verso un nemico esterno. Attraverso la costruzione del “nemico”, i governanti allontanano l’attenzione pubblica dalle gravi carenze interne: la retorica della guerra diventa così un paravento per giustificare l’assenza di investimenti in scuole, ospedali e politiche del lavoro, trasformando i diritti dei cittadini in promesse dimenticate.
Fermare un meccanismo generatore di odio
La guerra è un’esperienza brutale che costringe persone comuni a marciare verso un destino di morte. Per spingere gli individui ad accettare l’orrore del fronte, viene spesso inoculato il veleno dell’odio: attraverso la propaganda, il nemico viene spogliato della sua umanità e dipinto come il male assoluto. In questo processo di manipolazione, si realizza quanto intuito già da Eschilo, drammaturgo greco, 2500 anni fa, secondo cui “in guerra, la verità è la prima vittima”. Senza il sacrificio della verità, infatti, sarebbe impossibile trasformare un proprio simile in un mostro da abbattere
Dietro lo schermo ideologico, si celano quasi sempre motivazioni ben più materiali. I conflitti esplodono per il controllo di rotte commerciali strategiche, per l’annessione di territori confinanti o per l’accaparramento di risorse preziose, come giacimenti petroliferi e miniere. Si combatte per il profitto, ma questa è una confessione che i potenti non fanno mai, preferendo mascherare l’avidità economica con il paravento della necessità o dell’onore.
Molte guerre, infatti, sono nate da una menzogna programmata, trovando poi nel clima bellico l’ambiente ideale per una proliferazione di falsità alimentate dal terrore. Quando l’essere umano è smarrito e vulnerabile a causa della paura, perde le proprie difese critiche, diventando facile preda della manipolazione. Questo meccanismo infernale può essere spezzato solo denunciando l’assurda logica del conflitto e rivendicando la pace attraverso l’esercizio del dubbio, il mantenimento della lucidità e, soprattutto, la custodia della memoria. Studiare la storia, in particolare quella degli ultimi centodieci anni perché segnati da una capacità distruttiva senza precedenti, resta l’unico antidoto per non restare intrappolati nelle narrazioni che trasformano la guerra in una tragica necessità.
Occorre fare scelte controcorrente
I dati, presentati dalla Armed conflict location and event data[6] (ACLED), tra le fonti più accreditate per lo studio dei fenomeni bellici, riaccendono un interrogativo di fondo: è ancora possibile vivere insieme? C’è ancora spazio per un “noi” nella post-modernità dei tanti “io” atomizzati? Negli ultimi cinque anni, l’intensità dei conflitti nel mondo è raddoppiata: oggi, oltre un miliardo di persone – un abitante su otto del pianeta – vive in zone dilaniate dai conflitti. È una violenza che muta forma ma non rallenta, segnando un +25% anche nelle dinamiche politiche interne alle nazioni.
È innegabile che la guerra eserciti un richiamo spesso superiore alla pace, alimentata dai profitti di pochi a scapito del benessere di intere popolazioni. La vera sfida, faticosa e controcorrente, consiste nell’abitare il presente in modo autenticamente non violento, impegnandosi a costruire la pace attraverso il dialogo e l’ascolto necessari a comprendere le diversità e a perseguire la riconciliazione. Troppo spesso i conflitti si concludono con semplici “armistizi”, impropriamente definiti pace; tuttavia, laddove restano macerie e lutti, sopravvivono anche risentimento e odio[7].
«Se vuoi la pace, prepara la pace»
Il “Tavolo Giustizia e Solidarietà” raccolto attorno all’Arcidiocesi di Genova ha diffuso un appello che risponde anche alle attese di quei tanti cristiani scandalizzati da una guerra tra fratelli nella fede e sordi ai ripetuti richiami dei Papi: “Anzitutto si dimentica che la Chiesa Cattolica ammette solo la liceità della guerra difensiva! Questo comporta precise conseguenze: prima di tutto stabilire in quali condizioni una guerra possa definirsi difensiva; non è sufficiente, infatti, sostenere che si interviene come risposta ad una aggressione, bisogna aver provato ogni altra via di mediazione senza aver ottenuto risultati. In ogni caso la guerra di legittima difesa diventa illegittima «quando i danni che essa comporta non sono paragonabili con quelli dell’ingiustizia tollerata» (Radiomessaggio Pio XII, 1954).
La corsa agli armamenti subisce una «condanna senza riserve» e viene definita «un pericolo, un’ingiustizia, un errore, una colpa, una pazzia» (Cfr. Commissione giustizia e Pax, Santa Sede e il disarmo, 3 giugno 1976). «Il commercio delle armi è un peccato grave» (Papa Benedetto XVI, Cfr. La stampa, 15 settembre 2012). “Continuiamo con tutte le forze ad appellarci con la preghiera al Re della Pace perché faccia ragionaregli uomini e li convinca a deporre le armi. Contemporaneamente intendiamo iniziare un cammino che porti il mondo lontano dalla continua violenza e, Dio non voglia, dall’olocausto nucleare”[8].
Fraternità e nuovi stili di vita
Si tratta di superare ogni pericolosa rassegnazione e recuperare un orizzonte di senso che ci guidi ad una “fraternità e sorellità”[9] universali. L’imperativo è restare umani e/o tornare ad esserlo. La fraternità suggerisce il recupero di tante buone abitudini nelle relazioni umane, sociali, ecologiche e cosmicheche possono aiutare a vivere con uno stile nuovo, più autentico e profondo. Alcuni suggerimenti[10].
- Salvare il saluto e superare le relazioni anonime. Il sociologo Ilvo Diamanti ha scritto nel Sillabario dei tempi tristi, che il saluto serve a stabilire una relazione, un legame, e l’altro che riceve il saluto diventa un “prossimo” oppure qualcuno che “ri-conosci” anche se non lo conosci.
- Salvare il sorriso. C’è una sapienza popolare largamente condivisa che afferma “Il sorriso costa poco e vale molto”. Nessuno è così ricco da non poterlo ricevere, né così povero da non poterlo dare. Nell’incertezza, dà fiducia, nell’insicurezza, dà coraggio, nella sofferenza, dà sollievo.
- Guardare negli occhi l’altro.
- Dare la mano: superata la soglia dell’incontro mediante il saluto, si entra nella dimensione della condivisione, cominciando con un gesto semplice ma molto significativo, come stringersi la mano.
- Sradicare la violenza e l’aggressività che stanno contaminando sempre più le relazioni umane oltre a quelle sociali e istituzionali; recuperare la pace relazionale e costruire le vere condizioni per l’incontro e il dialogo.
Queste piccole “manovre di umanità” non sono semplici regole di cortesia, ma atti di resistenza civile. Attraverso la cura delle relazioni minime possiamo sperare di ricostruire quel tessuto sociale capace di ripudiare la violenza e di rendere la pace non solo un’aspirazione, ma una pratica quotidiana. Come suggerisce Nico Piro, se la guerra è un prodotto sponsorizzato dal profitto, questa “pace relazionale” è l’unica forza che non ha bisogno di sponsor perché nasce gratuitamente dalla nostra volontà di restare umani.
[1] Si tratta di una raccolta delle conferenze tenute da Maria Montessori tra il 1932 e il 1939 (pubblicata integralmente in Italia nel 1949).
[2] Vedi anche di Luciano Rondanini, Educare alla pace in mondo di guerra, Scuola7, n. 368; di Rita Patrizia Bramante, Studiare, leggere, giocare per la pace. Costruire insieme un mondo non violento, Scuola7, n. 419.
[3] Adottata dalle Nazioni Unite nel 2015, l’Agenda 2030 è un programma d’azione articolato in 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals – SDGs). Sottoscritta da 193 Paesi, mira a promuovere il progresso ambientale, sociale ed economico su scala globale entro il decennio 2020-2030.
[4] È bene conoscere ed approfondire le biografie di alcuni emblematici obiettori di coscienza e costruttori di pace (Gandhi, Capitini, Pinna, Mazzolari, Milani, Gozzini, Dolci) e di attivisti per i diritti umani quali Mandela, King, Tutu e Yunus.
[5] Cfr. N. Piro, Se vuoi la pace, conosci la guerra, HarperCollins, Milano 2024. Il volume, destinato alle nuove generazioni, analizza criticamente i meccanismi della propaganda bellica e l’impatto reale dei conflitti sui civili. Nico Piro (1971) è inviato speciale del TG3, giornalista ed esperto di aree di crisi (in particolare dell’Afghanistan). La sua analisi nasce dall’esperienza diretta sui campi di battaglia, da cui deriva una visione della pace non come ideale astratto, ma come necessità pragmatica e unica salvezza globale.
[6] L’Armed Conflict Location & Event Data Project (ACLED) è un’organizzazione non governativa statunitense, senza scopo di lucro, che raccoglie, analizza e mappa in tempo reale dati su conflitti, violenza politica e proteste in tutto il mondo. Fornisce informazioni dettagliate su date, attori, località, tipologie di eventi e numero di vittime, coprendo conflitti globali e rendendo i dati liberamente accessibili.
[7] In merito all’attuale conflitto in Medio Oriente, si osserva come il mancato rispetto delle risoluzioni ONU dal 1948 abbia esacerbato le tensioni nelle aree dei profughi palestinesi. Organizzazioni come Amnesty International segnalano violazioni sistematiche nei territori occupati, finalizzate alla pressione demografica sulla Striscia. Significative, inoltre, le voci interne al dibattito israeliano che avvertono sul rischio di un ‘suicidio’ dello Stato democratico, causato da una politica che radicalizza il conflitto anziché risolverlo.
[8] Cfr. Il Secolo XIX 27 dicembre 2024. Nel testo sono riportati alcuni stralci del documento.
[9] Cfr. Edgar Morin, La fraternità, perché? Resistere alla crudeltà del mondo (Ed. AVE). “Libertà, Uguaglianza, Fraternità: questi tre termini sono complementari, eppure non si integrano automaticamente tra loro. Perché la libertà, soprattutto economica, tende a distruggere l’uguaglianza, come vediamo oggi con l’espansione di questo liberalismo economico che provoca enormi diseguaglianze. Al tempo stesso, imporre l’uguaglianza mette a rischio la libertà. Il problema è, allora, di saperle combinare”.
[10] Adriano Sella, educatore, scrittore e conferenziere, è impegnato nella promozione di nuovi stili di vita, della giustizia e della pace. A Vicenza ha promosso e continua a coordinare il movimento Gocce di Giustizia e la Rete Interdiocesana Nuovi Stili di Vita (circa 90 diocesi in rete).



