Le parole che fanno crescere

Come il linguaggio può cambiare il processo di apprendimento

Ci sono frasi che restano. Ci sono parole che un bambino sente una volta, e che poi rimbalzano dentro di lui per anni. In classe, ogni giorno, le parole che scegliamo sono come chiavi: possono aprire o chiudere ogni porta. Possono accendere la fiducia o spegnerla, possono costruire un ponte o un muro.

Chi vive nella scuola sa che non sono i grandi progetti o le strategie complesse a fare la differenza, ma il modo in cui si parla ai bambini. Il tono che si usa, l’atteggiamento che accompagna il linguaggio.

Quando le parole diventano etichette

Un bambino comprende molto presto il clima relazionale in cui vive. Non lo coglie soltanto dai messaggi espliciti, ma soprattutto dal modo in cui gli rivolgiamo la parola, dal tono della voce, dallo sguardo e dai piccoli gesti quotidiani.

Ci sono etichette che chiudono: “È sempre distrattoâ€, “È impossibileâ€, “Non ascolta maiâ€. Sono frasi che si pronunciano, a volte senza rendersene conto, e che finiscono per definire più che descrivere. Le parole non vivono da sole. Le parole dell’adulto diventano progressivamente il filtro attraverso cui il bambino interpreta sé stesso e le proprie possibilità. Ogni bambino, giorno dopo giorno, si racconta dentro di sé attraverso le parole che riceve. Se gli diciamo “sei capaceâ€, “puoi farcelaâ€, “hai migliorato tantoâ€, gli stiamo costruendo un’immagine di sé forte e positiva. Se gli diciamo “non impari maiâ€, “sei sempre ugualeâ€, quella immagine si incrina. Il nostro linguaggio è il suo specchio. E quello che vedrà in quello specchio lo porterà con sé anche fuori dalla scuola. Carol Dweck ha mostrato come un linguaggio orientato al processo favorisca una growth mindset, cioè la convinzione che le proprie capacità possano svilupparsi attraverso l’impegno, le strategie e l’esperienza. Per questo è più efficace valorizzare il percorso (“hai trovato una strategia diversa”) piuttosto che attribuire qualità immutabili (“sei intelligente”)[1].

Thomas Gordon, in “Insegnanti efficaciâ€[2], ci ricorda la differenza tra “messaggi-tu†e “messaggi-ioâ€: il primo giudica (“sei sbagliatoâ€), il secondo comunica un bisogno o un’osservazione (“mi accorgo che fai fatica a concentrartiâ€). Eppure, nel ritmo frenetico della scuola, spesso prevalgono le etichette. Il problema è che il bambino finisce per crederci.

Carl Rogers parlava di accettazione incondizionata[3]: un bambino cresce se si sente visto e accettato, anche nei suoi errori. Quando, invece, il messaggio che riceve è “sei tu il problemaâ€, comincia a difendersi, chiudendosi o reagendo con opposizione.

Si pensi ad un bambino da tutti definito “impossibile†perché costantemente in movimento, perché reagisce sempre con rabbia a ogni richiamo. Invece di dirgli “stai fermoâ€, proviamo, per esempio, a porci in maniera diversa: “Vedo che hai tanta energia. Ti va di usarla per portare questo foglio alla maestra Giovanna per me?â€.

Questo approccio consente all’alunno di ridefinire la propria percezione di sé, transitando da una posizione di opposizione a una dimensione di responsabilità condivisa. L’assegnazione mirata di un compito trasforma la tensione in un’occasione di riscontro positivo, dimostrando come un intervento basato sull’accoglienza anziché sulla stigmatizzazione sia determinante per la distensione del clima relazionale. Il linguaggio educativo deve essere accogliente non giudicante.

Il linguaggio può ferire, ma può anche guarire

Ogni “bravo†detto nel momento giusto, ogni incoraggiamento sincero, costruisce dentro il bambino l’idea che può farcela. Albert Bandura, nella sua teoria dell’autoefficacia[4], spiega che la fiducia nelle proprie capacità si costruisce anche attraverso il feedback dell’adulto. Quando un insegnante dice “so che puoi riuscirciâ€, il bambino inizia a crederci davvero. Ma la chiave di volta è la sincerità: i bambini percepiscono profondamente quando li stiamo gratificando “a vuotoâ€. Questa prospettiva trova conferma anche nelle sintesi di ricerca di John Hattie. Nella meta-analisi Visible Learning, il feedback risulta tra i fattori che incidono maggiormente sull’apprendimento quando è tempestivo, specifico e orientato ai processi più che alla semplice prestazione. Il riconoscimento efficace non è quindi un elogio generico, ma un’informazione che aiuta l’alunno a comprendere come migliorare[5].

Gratificare non significa riempirli di elogi, ma farli sentire visti. Ogni incoraggiamento autentico funziona quando è preciso: “Sei stato bravo a non arrenderti anche se era difficileâ€, “Mi piace come hai aiutato il compagnoâ€, “Hai avuto una bella ideaâ€. Anche affidare un piccolo incarico è una forma di riconoscimento. Dire “mi fido di te per questo†significa trasmettere al bambino che è importante. E quando un bambino si sente importante, la sua motivazione si accende: comincia a voler fare bene non per paura di una sgridata, ma per piacere di riuscirci.

La calma dell’adulto come bussola

In ogni classe c’è un’energia collettiva che fluttua, cambia, sale, scende. E l’adulto ne è il termometro.

Daniel Goleman, in “Intelligenza emotivaâ€[6], parla di contagio emotivo: i bambini imparano a regolare le proprie emozioni osservando quelle degli adulti. Se l’adulto perde la calma, il gruppo la perde con lui. Se invece la mantiene, anche quando tutto sembra scivolare nel caos, l’educatore trasmette sicurezza.

La calma non è debolezza, è forza interiore. È la capacità di essere un punto fermo mentre intorno tutto si muove. Ma mantenere la calma non significa essere freddi o distaccati. Significa non lasciarsi trascinare dentro l’emozione del bambino, per poterlo aiutare a recuperare l’equilibrio.

Modulare la voce, quindi, aiuta ad essere autorevoli e non autoritari. Ma essere calmi non vuol dire essere sempre dolci. La voce dell’insegnante deve saper cambiare, variare di tono, adattarsi alla situazione. Ci sono momenti, infatti, in cui un tono pacato invita all’ascolto, e altri in cui serve una voce più ferma, decisa, per contenere un comportamento che sta superando il limite.

Janusz Korczak, grande educatore e medico polacco, scriveva che “il rispetto per il bambino non esclude la fermezza, ma la esigeâ€. La fermezza educativa con coincide con la rigidità, significa mostrare ai bambini che esiste un confine, ma che quel confine non è punitivo è lì per proteggerli. L’autorevolezza è fatta di coerenza, non di durezza. Un tono deciso, ma non arrabbiato, comunica: “so cosa sto facendo, puoi fidarti di meâ€. Un tono urlato, carico di rabbia, comunica: “non ho più il controlloâ€.

Con il tempo si impara che non serve gridare per essere ascoltati. Anzi, a volte basta abbassare la voce per ottenere attenzione. Ma quando il limite viene superato, alzare il tono con fermezza e rispetto è giusto: è un modo per dire “ti sto contenendo, non ti sto punendoâ€.

Autorevolezza e calma convivono. Un bambino ha bisogno di adulti che non incutano timore con la loro autorità, ma che lo accolgano e lo guidino con sicurezza, di adulti che sanno essere morbidi quando serve, ma anche fermi quando è necessario. È da questa coerenza che nasce il rispetto vero.

Quando l’aggressività diventa un messaggio

Ci sono giorni in cui la rabbia arriva come un’onda: un urlo, una spinta, un gesto improvviso. E il primo istinto dell’adulto è quello di bloccare l’onda e di punire.

Ma spesso dietro un comportamento oppositivo c’è solo un’emozione che non riesce a trovare parole. Daniele Novara scrive che “l’aggressività è una forza vitale che va educata, non repressaâ€[7]. Questo significa offrire canali alternativi, spazi di sfogo, momenti in cui quella tensione possa trasformarsi in energia.

A volte basta una pausa attiva: far alzare il bambino, fargli portare un messaggio, proporgli una breve corsa nel cortile o un piccolo esercizio di movimento. Serve a fargli “uscire†dal corpo la tensione che non riesce a esprimere con le parole. Non è un premio, è un aiuto. Un bambino che agisce dando risposte disfunzionali non ha bisogno di una sanzione immediata, ma di un adulto che legga il messaggio nascosto: “non so come gestire quello che sentoâ€. Solo dopo lo sfogo arriva il momento della riflessione, del dialogo, della riparazione.

Le ricerche di Robert Pianta[8] sulla relazione insegnante-alunno mostrano che la qualità del rapporto educativo rappresenta uno dei principali fattori protettivi per il benessere e il successo scolastico, soprattutto per gli studenti più vulnerabili. Un clima relazionale positivo non elimina le difficoltà, ma rende più efficace qualsiasi intervento educativo.

Quando la scuola e la famiglia camminano nella stessa direzione

Chi lavora nella scuola sa che esistono situazioni educative particolarmente complesse. Ci sono bambini che manifestano un disagio attraverso comportamenti oppositivi, crisi intense, esplosioni di rabbia o atteggiamenti aggressivi che mettono alla prova l’intero contesto educativo. Di fronte a queste situazioni, l’insegnante può sperimentare sentimenti contrastanti. Si cercano strategie, si modificano approcci, si prova a leggere il bisogno nascosto dietro il comportamento, ma a volte sembra che nulla produca i risultati sperati. È una frustrazione che molti educatori conoscono bene: quella di non vedere cambiamenti immediati a fronte dell’impegno tenace che li coinvolgono profondamente.

Eppure, proprio nei casi più complessi, emerge con forza un elemento fondamentale: la coerenza educativa tra scuola e famiglia. Quando gli adulti riescono a costruire un’alleanza autentica, basata sul dialogo, sull’ascolto reciproco e su obiettivi condivisi, il bambino riceve messaggi chiari e stabili. Non si trova più a muoversi tra richieste contrastanti, ma all’interno di una rete educativa che procede nella stessa direzione.

Non sempre l’accordo educativo è immediato. Talvolta i due contesti educativi partono da punti di vista differenti e faticano a leggere nello stesso modo alcuni comportamenti. Quando però si riesce a costruire una visione comune, il bambino smette di ricevere messaggi contraddittori e trova negli adulti un riferimento più solido e rassicurante. In questo percorso l’autorevolezza assume un ruolo centrale. Non si tratta di autoritarismo che si impone attraverso la paura, ma della capacità dell’adulto di essere fermo, coerente e prevedibile. I bambini hanno bisogno di confini chiari, soprattutto quando faticano a regolare emozioni e comportamenti. Sapere che esiste un adulto capace di contenere, di correggere senza svalutarli e di mantenere la rotta anche nei momenti più difficili, per ogni bambino rappresenta una fonte di sicurezza fondamentale.

I cambiamenti raramente sono immediati. Spesso richiedono tempo, pazienza e un lavoro condiviso tra tutte le figure educative coinvolte. Ma quando percepisce che gli adulti collaborano e si sostengono reciprocamente, è più facile per lui trovare quella stabilità relazionale di cui ha bisogno per crescere.

Anche gli adulti sbagliano e imparano

Nella riflessione educativa c’è un aspetto che spesso viene dimenticato: anche gli adulti possono sbagliare. L’insegnante lavora all’interno di classi quasi sempre numerose, ogni bambino con bisogni, emozioni e difficoltà differenti. Non esiste una formula perfetta e non esistono risposte sempre corrette. Ci sono momenti in cui una scelta si rivela efficace e altri in cui, nonostante le migliori intenzioni, le scelte non producono gli effetti sperati.

Riconoscere questo non significa mettere in discussione la propria professionalità, ma accettare che educare sia un processo complesso che richiede osservazione continua, capacità di mettersi in discussione e disponibilità a modificare il proprio approccio.

L’errore, quando viene accolto come occasione di riflessione, diventa, anche per l’adulto, una risorsa. È proprio attraverso la condivisione e il confronto costruttivo con i colleghi, con le famiglie e con le altre figure educative che si innestano e costruiscono nuove possibilità di intervento potendo usufruire di una lettura più profonda dei bisogni dei bambini. Educare significa accompagnare la crescita degli altri, ma anche continuare il percorso evolutivo come adulti e come professionisti. Non serve dire le stesse parole, ma trasmettere la stessa intenzione educativa: coerenza, fiducia, rispetto. Il bambino ha bisogno di sentirsi accolto e sostenuto da un gruppo di adulti che parlano la stessa lingua educativa.

La voce che lascia traccia

A fine scuola, quando le voci dei bambini si spengono e l’aula si svuota, spesso tornano in mente le parole pronunciate durante la giornata. Alcune fanno sorridere, altre lasciano un piccolo nodo in gola, perché le parole non volano via, ma restano.

Ogni “bravoâ€, ogni “sono fiera di teâ€, ogni “oggi non è andata bene, ma domani ce la facciamo insieme†diventa un seme. E, piano piano, quei semi germogliano nei comportamenti, nella fiducia, nel modo in cui i bambini guardano sé stessi. Educare non è solo insegnare a leggere o a scrivere. È insegnare a sentirsi visti. La voce dell’adulto – ma anche lo sguardo, il gesto, la postura – se usata con consapevolezza, può essere il primo passo verso quel miracolo silenzioso che è la crescita.

Anche le più recenti indagini dell’OCSE dedicano crescente attenzione al benessere scolastico come condizione dell’apprendimento. Il senso di appartenenza, la qualità delle relazioni con gli insegnanti e il clima di classe risultano strettamente collegati alla motivazione, all’impegno e ai risultati degli studenti.

Non possiamo cambiare tutti i comportamenti, ma possiamo cambiare il modo di leggerli. Non possiamo sempre evitare le crisi, ma possiamo scegliere i linguaggi che usiamo quando interveniamo durante le crisi, perché ogni parola che pronunciamo in classe è un messaggio che costruisce identità e saperi.

Forse, la più grande responsabilità di chi educa è proprio questa: imparare a usare ogni risorsa non solo per spiegare, ma per illuminare il cammino della scoperta dando senso a quel legame profondo che aiuta a capire e a migliorarsi.

Le parole dell’insegnante sono parte integrante dell’ambiente educativo. Ogni parola può confermare un’etichetta oppure aprire una possibilità. È in questa scelta quotidiana che la competenza comunicativa diventa autentica cura pedagogica.


[1] Carol Dweck è una nota psicologa e professoressa americana, famosa in tutto il mondo per aver ideato la teoria della mentalità di crescita (growth mindset). Insegna psicologia alla Stanford University e ha lavorato anche a Columbia e Harvard.

[2] Thomas Gordon, Insegnanti efficaci: Pratiche educative per insegnanti, genitori e studenti, Giunti, 1974.

[3] Carl Rogers, La terapia centrata sul cliente, teoria e ricerca, Martinelli 1970.

[4] Albert Bandura, Autoefficacia. Teoria e applicazioni, Erickson, 2000.

[5] John Hattie, Apprendimento visibile, insegnamento efficace. Metodi e strategie di successo dalla ricerca evidence-based, Erickson, 2016.

[6] Daniel Goleman, Intelligenza emotiva. Che cos’è e perché può rendere felici, Rizzoli, 1999.

[7] Daniele Novara, Non è colpa dei bambini. Perché l’aggressività è una risorsa, BUR, 2017.

[8] Robert C. Pianta è professore di Psicologia e direttore del Center for Advanced Study of Teaching and Learning presso l’Università della Virginia. Si occupa in particolare del ruolo svolto dai contesti sociali nel favorire o nel ridurre la probabilità di esiti insoddisfacenti del processo evolutivo.