I cento anni di Gianni Rodari

Le cose di ogni giorno raccontano segreti a chi le sa guardare ed ascoltare

L’anno rodariano

L’anno 2020 appena finito ha visto un’esplosione di seminari, convegni, articoli, trasmissioni radiofoniche, documentari televisivi e altri vari tipi di eventi per ricordare Gianni Rodari nel centenario della sua nascita. La pandemia ha limitato lo svolgersi di attività in presenza ma, seppure in streaming, a distanza e dietro un monitor, di Rodari si è parlato tanto e le maratone di lettura delle sue Favole al telefono hanno tenuto compagnia alle ragazze e ai ragazzi italiani duranti i mesi del lockdown.

La ristampa delle opere dello scrittore, a cui si sono aggiunti albi illustrati tratti dai suoi volumi, antologie tematiche e raccolte, pubblicazione di nuovi libri che parlano di lui, ha ulteriormente contribuito a far conoscere, diffondere e valorizzare la sua opera. E, sul finire dell’anno, è arrivato in libreria un meritato riconoscimento: un volume di oltre 1800 pagine a lui dedicato nei Meridiani Mondadori, accompagnato da un quaderno illustrato a colori con le immagini più belle dei testi dell’autore nel tempo.

Se il 2020 è stato un annus horribilis per i motivi sanitari che ben conosciamo, possiamo però dire che è stato un annus mirabilis perché ha consentito di festeggiare Gianni Rodari e di rimediare alla “disattenzione” che per lungo tempo la critica letteraria gli ha riservato. E le diverse attività svolte hanno permesso a molte persone, anche lontane dall’ambiente scolastico, di conoscere o di ri-conoscere lo scrittore non solo come autore di filastrocche che compaiono sui libri di lettura scolastici, ma come intellettuale “a tutto tondo” che ha scritto per bambini e per adulti.

Rodari giornalista

Gianni Rodari è stato maestro elementare per qualche anno e poi ha intrapreso la carriera giornalistica. Ha cominciato nell’immediato dopoguerra con il settimanale “Ordine nuovo”, di cui il Partito comunista gli ha affidato la direzione, e ha collaborato successivamente con l’Unità a Milano come cronista e poi inviato speciale. Proprio all’Unità gli viene chiesto di scrivere “qualche pezzo allegro, divertente, per il giornale della domenica”, da inserire in una sorta di spazio umoristico. Il giornalista comincia a scrivere e il risultato è che le sue “storielle”, redatte come prova, sembrano più adatte ai bambini che agli adulti.  Così si decide la pubblicazione sull’Unità della domenica di una rubrica per i bambini curata da Rodari con lo pseudonimo di Lino Picco: in quello spazio trovano posto le sue prime filastrocche. È un successo. Rodari scriverà alcuni anni dopo: “Però quel lavoro mi piaceva sempre di più. Tra l’altro, con la scusa che erano “cose per bambini”, potevo farle come mi piacevano, potevo dire quel che avevo in mente nella maniera che più mi piaceva, potevo giocare con la fantasia”[1].

Giornalismo e narrazione

È il marzo 1949 quando Rodari comincia a scrivere per bambini sulla “Domenica dei piccoli”. Esattamente un anno dopo lo troviamo a Roma, chiamato a fondare e dirigere il settimanale illustrato per ragazzi “Il Pioniere”, giornale sul quale sin dal primo numero compare anche il Rodari scrittore, con le filastrocche e le storie a puntate, a cominciare da Cipollino e altri personaggi di frutta e verdura, buoni e cattivi, potenti e vittime indifese. Cipollino fa la sua “rivoluzione vegetale”, lotta per affermare il bene sul male, la giustizia sull’ingiustizia.

Da lì a poco queste avventure vegetali a sfondo sociopolitico saranno raccolte e pubblicate in un “romanzo” che, tradotto in russo nel 1953, conquisterà la Russia e i paesi dell’est.

Rodari continua dunque sulla strada intrapresa a Milano: fa il giornalista e il poeta-narratore, come lo definirà lo studioso, e suo amico, Giorgio Diamanti. Detto in altro modo da Carmine De Luca, Rodari appare un giornalista con il gusto di raccontare: “intanto avevo preso sempre più sul serio il mio nuovo lavoro. Non l’avevo scelto, mi era capitato, avevo un po’ buttato per aria i miei programmi: ma giacché mi ci trovavo, valeva la pena di farlo bene, il meglio possibile”[2].

A Roma, oltre a lavorare al Pioniere e a dirigere, successivamente, il periodico “Avanguardia” per i giovani della Federazione giovanile comunista italiana, Rodari collabora con la redazione romana dell’Unità. Non sono soltanto i temi di tipo sociale e politico ad appassionarlo; comincia infatti a manifestare attenzione, nei suoi articoli, ai problemi legati all’educazione, alla scuola, ai metodi educativi.

Gli anni a “Paese Sera”

Alla fine degli anni ’50 il giornalista passa a “Paese Sera”, dove rimane per venti anni, fino a poco prima della sua morte. Il giornale, se pure di sinistra, era indipendente e Rodari aveva maggiore libertà di espressione. Carmine De Luca, grande “rodarologo” nonché suo amico, scrive in proposito che nel quotidiano romano “Paese Sera” Rodari “probabilmente vede un’impostazione più consona alla propria scelta e convinzione che le battaglie politiche vanno condotte mediante una chiara informazione sui fatti e un preciso e rapido commento sulle notizie”[3].

È Rodari stesso, tra l’altro, a chiarire che ormai la gente “non si accontenta più del particolare sensazionale, della narrazione concitata: vuole conoscere l’intimo processo dei fatti, scavarli a fondo”. E questo aumentato livello di attenzione che i lettori danno ai fatti ha, secondo lui, un riflesso politico e sociale, perché indica che “la democrazia sta diventando costume per milioni di individui, a dispetto delle sovrastrutture politiche”[4].

Nel 1960 Rodari, ormai scrittore per ragazzi oltre che giornalista, comincia a pubblicare i suoi libri con l’editore Einaudi, a partire da “Filastrocche in cielo e in terra”, e viene così conosciuto dal grande pubblico italiano. Nel contempo scrive anche per “La Via Migliore”, giornale per ragazzi dell’Associazione delle Casse di risparmio, e per il “Corriere dei Piccoli”, e dirige per dieci anni il mensile “Il giornale dei genitori”.

A Bologna, nel 1970, gli viene consegnato il premio internazionale Andersen, un riconoscimento davvero prestigioso: fino ad ora è stato l’unico scrittore italiano per l’infanzia del 900 ad averlo ricevuto. Lo scrittore morirà nel 1980.

Sul crinale del paradosso

Saperne di più sulla vita di Gianni Rodari ci aiuta a capire meglio la sua opera letteraria. Come ha ben sottolineato il linguista Tullio De Mauro, c’è una profonda relazione tra il Rodari che si impegna in un giornalismo veramente informativo e democratico, e il Rodari scrittore d’invenzione: “Rodari scrittore lavora in presa diretta con la realtà. La sua invenzione, nelle filastrocche, nei nonsenses, nei racconti, parte e torna sempre ai dati dei fatti comuni e del comune linguaggio. Egli scopre il volto segreto, a volte tenero, a volte ridicolo, delle cose e abitudini d’ogni giorno: qui è la sua invenzione”[5].

Le parole di De Mauro ci riportano immediatamente all’incipit del testo “Ci vuole un fiore”, filastrocca rodariana cantata da Sergio Endrigo:

Le cose d’ogni giorno

Raccontano segreti

A chi le sa guardare

Ed ascoltare

La lingua colloquiale che lo scrittore usa nelle sue produzioni letterarie, con un vocabolario fatto di parole comuni, è una logica conseguenza dello stile, sempre attento al lettore, usato nel suo giornalismo, con linguaggio semplice ma efficace per farsi capire da tutti. Non dimentichiamo che il lavoro di giornalista lo aveva portato a ricoprire vari ruoli: cronista e capo cronista, articolista di terza pagina, inviato speciale, curatore di numerose rubriche, recensioni nei supplementi dedicati ai libri e autore di circa 4.500 corsivi sulla prima pagina di Paese Sera, firmati con lo pseudonimo di Benelux.

Anche i contenuti di filastrocche e storie sono tratti dalla vita quotidiana e derivano dall’esperienza giornalistica che ha portato Rodari ad occuparsi di temi di tipo civile e sociale che investono la quotidianità e/o sono problemi per il mondo intero: il lavoro, la responsabilità, la solidarietà, l’uguaglianza, il progresso scientifico e tecnologico, la fame, la guerra, l’ambiente… Il tutto affiancato alla curiosità intellettuale dello scrittore, sempre attento al dibattito politico e culturale.

Mario Di Rienzo scrive in proposito: “I suoi racconti, le sue filastrocche, le sue storie hanno sempre un’intelaiatura e uno sviluppo che viaggia lungo il crinale del paradosso, dell’inverosimile, del surreale, addirittura del comico ma, gratta gratta, alla fine, si avverte prepotente la natura civile che li anima. Rodari non dimentica mai la realtà delle cose, i condizionamenti sociali con le sue ingiustizie e i suoi fermenti civili. I suoi scritti inducono sempre a pensare, riflettere”[6].

Ironia e fantasia

Già nella scrittura giornalistica di Rodari emerge come caratteristica costante il “piacere di raccontare”, che Carmine De Luca identifica con la “tendenza a dare una vernice di ironia o di fantasia a vicende reali […] Lo stile brillante e ironico riesce a manifestarsi finanche trattando di una materia vile come la “tredicesima”.

Ma anche con la “cambiale” la sua fantasia si scatena. In un’inchiesta del 17 febbraio 1957 sull’Unità di Roma, dal titolo “Sua Maestà la cambiale”, Rodari scrive: “Se improvvisamente tutto ciò che è pagato in cambiali o meglio, tutto ciò che è stato acquistato, fabbricato e costruito con cambiali non ci fosse più. Una buona parte delle automobili in circolazione sparirebbe […] Vedremmo per le strade, e l’immagine non è nuova ma vale la pena ripeterla, dignitosissimi signori in camicia e mutande, e forse in pantaloni se hanno già pagato la prima rata al sarto; eleganti signore zoppicherebbero, in sottoveste, su una sola scarpina dall’aereo tacco”[7].

Sembra di leggere le tante “ipotesi fantastiche” usate da lui come tecniche per fare scrivere storie ai bambini:

Che cosa succederebbe se la Sicilia perdesse i bottoni?

E se un coccodrillo bussasse alla vostra porta e vi chiedesse un po’ di rosmarino?

E se invece dei capelli sulla testa ci spuntassero i fiori?

Sicilia e bottoni, coccodrillo e rosmarino, capelli e fiori…tutti elementiche offrono spunti per le storie: basta usare la fantasia per dar vita, giocando con le parole, ad associazioni impreviste.

Attenzione al nemico!

Ironia, fantasia, immaginazione e creatività, gioco con la lingua… sono tutti “pilastri” che Rodari ci ha lasciato in eredità, insieme ad un messaggio molto importante: dobbiamo stare attenti a un nemico sempre vigile: il tran tran! Ce ne ha dato anche la definizione, ricavata dal dizionario Palazzi di allora:

Trantran = andamento uguale e consueto di vita, di lavoro e simili: si torna in ufficio e si comincia il solito «trantran».

Un cartello sbagliato alla fermata del tram con la scritta “ATTENTI AL TRAN” è un errore per un professore che lo legga, ma per Rodari il trantran è ancora più pericoloso: 

“Il tram è pericoloso, ma il “trantran” è più pericoloso ancora. Il tram può spezzare una gamba, ma il “trantran” può uccidere il pensiero. Non è peggio?”[8].


[1] Il Pioniere dell’Unità, 4 marzo 1965.

[2] Ibidem.

[3] C. De Luca, Gianni Rodari. La gaia scienza della fantasia, Abramo, Catanzaro, 1991.

[4] Ibidem.

[5] T. De Mauro, Prefazione, in G. Rodari, Il cane di Magonza, a cura di Carmine de Luca, Editori Riuniti, Roma, 1982.

[6] M. Di Rienzo, Gianni Rodari scrittore non manipolabile, in “Saperi artistici e mutamenti sociali: attualità di Gianni Rodari”, a cura di M. Piatti, Ediz. Del Cerro, Pisa, 2007.

[7] C. De Luca, cit.

[8] G. Rodari, Il libro degli errori, Einaudi, Torno, 1964.