Scuola progressista e danno pedagogico

Alla ricerca delle cause vere

Cala il sipario su un anno di scuola, il terzo dell’era Covid. Con la fine dell’anno scolastico ritornano momenti di coesione scuola-famiglia, tratti di polemiche, affaticamento dei docenti, gestione della migliore collegialità e poi… 30 e 31 maggio, 1, 3, 6, 7, 8, 9 giugno 2022… migliaia di insegnanti inseguono decine di migliaia di alunni; decine di migliaia di alunni cercano migliaia di insegnanti… Tutti pensano alla valutazione come una sorta di “attimo fuggente”.

Ma la valutazione non è “per legge e per scienza pedagogica” un processo che contribuisce alla progressiva dimensione dell’apprendimento inteso sempre come miglioramento?

Dammi solo un minuto… 

Tra le mura delle scuole si continua a parlare di valutazione formativa e valutazione sommativa come se fossero antagoniste o protagoniste sullo stesso piano. Il dibattito si accende quando i docenti, nei Consigli di classe, riescono a trovare il tempo di parlare dei grandi progressi di Gianluca o delle vicende tormentate di Alessia e, a volte, scoppia la critica alla pedagogia dell’inclusione che qualcuno addirittura modernizza come una “trovata americana” o peggio come l’avvento inutile di una scuola progressista vero e proprio danno per intere generazioni.

Il danno scolastico

È quanto teorizzato anche da illustri studiosi: “il paradossale e tragico abbaglio della scuola democratica, che, nata per salvare i più deboli, oggi di fatto ne annega le speranze”[1].

Sì, c’è un danno scolastico, ma è quello del gran numero di ragazzi e perfino di bambini che “perdiamo” in termini di inclusione, socializzazione, motivazione. Ma non è certamente colpa della scuola democratica voluta da Lorenzo Milani. Storicamente è stato dimostrato proprio l’inverso. A volte le semplificazioni giornalistiche sembrano fatte a posta per colpire l’immaginario collettivo e dare un ulteriore colpo ad una scuola che invece resiste e continua a lottare contro le disuguaglianze e contro ogni avversità.

Bisognerebbe rileggere e approfondire, con gli occhi della modernità, gli studi di Bronfenbrenner e il suo approccio ecosistemico nel capire meglio l’apporto dei condizionamenti sociali e culturali per lo sviluppo di ciascuno di noi. Si capirebbe meglio quanto diventi paradossale ritornare ad una scuola che è stata per molti ragazzi umiliante, che ha angosciato e traumatizzato per decenni migliaia e migliaia di studenti meno fortunati.

La tesi che una scuola severa, tradizionale e selettiva migliori i risultati di apprendimento è tutta da dimostrare. Qui si dimenticano, per esempio, le crisi motivazionali delle ultime generazioni o si collegano i risultati negativi ad un permissivismo demagogico che, sappiamo, veicolato, a volte, dagli stessi genitori, gestito sapientemente a livello mediatico, collegato molto spesso a nuovi modelli sociali maggiormente attrattivi e di successo.

Contro un approccio semplicistico

È proprio l’approccio semplicistico, apparentemente inoffensivo, che trae in inganno e rischia di una deriva autarchica della democrazia nella scuola. La difesa ad oltranza di una promozione facile è stata, tra l’altro, garantita da alcune Agenzie formative di dubbio spessore che hanno permesso un facile recupero di crediti.

Le scelte istituzionali della scuola sono andate sul modello opposto. Già il DPR 122 del 22 giugno 2009 aveva formalizzato la prima importante definizione di valutazione attenta al «processo di apprendimento» con «finalità formativa e individuazione delle potenzialità e delle carenze di ciascun alunno». Da qui la promozione di processi di autovalutazione da parte degli alunni, importanti per arrivare al successo formativo.

Il fulcro si sposta progressivamente verso lo studente, verso la valorizzazione delle personalità, verso il suo protagonismo dentro una strategica “regia didattica” e un ambiente di apprendimento sempre più stimolante e sempre più adeguato alle esigenze di ciascuno.

Questo processo non è forse molto chiaro a chi ha conservato del modello scolastico solo la visione “verticale” del rapporto docente alunno, e a chi considera ancora la scuola solo come luogo di trasmissione delle conoscenze e non contesto articolato per la costruzione del sapere.

Le finalità della valutazione nel Decreto 62/2017

Poi lentamente, non senza ostacoli ed indugi, arriva il decreto legislativa 62/2017 che all’art. 1 c. 1 recita: «La valutazione ha per oggetto il processo formativo e i risultati di apprendimento delle alunne e degli alunni, delle studentesse e degli studenti delle istituzioni scolastiche del sistema nazionale di istruzione e formazione, ha finalità formativa ed educativa e concorre al miglioramento degli apprendimenti e al successo formativo degli stessi, documenta lo sviluppo dell’identità personale e promuove l’autovalutazione di ciascuno in relazione alle acquisizioni di conoscenze, abilità e competenze».  È un articolo impegnativo, ma che non lascia ombra di dubbio sulle finalità della valutazione. Eppure non c’è da esultare se si analizzano le vicende concorsuali di vari settori pubblici.  

Valutazione e quiz

Per la selezione dei docenti (ma forse anche per quella dei dirigenti scolastici e tecnici) si sta privilegiando l’uso dei test: solo conoscenze in pillole e abbandono di altri sistemi più speculativi. Sarebbe stato utile, per migliorare la qualità del reclutamento, modificare sicuramente le prove di accesso alla professione, ma nell’ottica di una ricerca attitudinale e motivazionale. Sarebbe stato utile costruire percorsi stimolati e impegnativi sul piano della ricerca pedagogica e metodologica. La logica dei quiz frena le idee e le speranze di giovani e brillanti laureati che, magari, avrebbero optato per l’insegnamento e avrebbero portato nella scuola nuove passioni e nuove motivazioni.

Qualcuno si sta ponendo il dubbio che forse non va bene così ma mentre si indugia aumenta il danno contraddicendo, contestualmente, anche le stesse indicazioni europee volte a migliorare la qualità del sistema scolastico.

Forti, fragili e mezzani…

«Viviamo in un’epoca in cui si è titolati a vivere solo se perfetti. Ogni insufficienza, ogni debolezza, ogni fragilità sembra bandita. Ma c’è un altro modo per mettersi in salvo, ed è costruire, come te, Giacomo, un’altra terra, fecondissima, la terra di coloro che sanno essere fragili». Così Alessandro D’Avenia (“L’Arte di essere fragili”) pone questa provocazione in mezzo alle tematiche dell’inclusione di chi non viene ascoltato e a volte neppure visto. Un po’ come per “Lezione sull’Arte” del prof. Fiorito (film il rosso e blu) la pedagogia sembra vivere di più fuori dalle aule e dagli edifici scolastici che dentro la scuola. Il mondo della cultura si pone le domande sull’essere e sul divenire e, di volta in volta, riesce a comunicare alla gente le contraddizioni, non tanto della scuola, ma di un intero Paese. Lo stesso D’Avenia non esita a vestirsi da alunno che torna a scuola dopo le vacanze e provoca, cercandola, una reazione umana di chi “è in cattedra” e forse sa di sapere ma sa anche di non saper fare e non saper essere.

«Che cosa avrei voluto sentirmi dire il primo giorno di scuola dai miei professori o cosa vorrei che mi dicessero se tornassi studente? Il racconto delle vacanze? No. Quelle dei miei compagni? No. Saprei già tutto. Devi studiare? Sarà difficile? Bisognerà impegnarsi di più? No, no grazie. Lo so. Per questo sto qui, e poi dall’orecchio dei doveri non ci sento. Ditemi qualcosa di diverso, di nuovo, perché io non cominci ad annoiarmi da subito, ma mi venga almeno un po’ voglia di cominciarlo quest’anno scolastico. Dall’orecchio della passione ci sento benissimo» (“L’Arte di essere fragili”).

Proattiva al massimo che si può, valutare così

La forza di un salto è, forse, nella sapiente costruzione di un efficace ambiente di apprendimento fertile ricco di esperienze di ricerca e di partecipazione in una dimensione ecosistemica (Bronfenbrenner) con dentro un diffuso potenziamento umano fatto di serenità di tutti e di ciascuno (piramide di Maslow ed autorealizzazione). La valutazione proattiva significa mettere al centro la persona che impara rimanendo “noi” persone (ecologia dello sviluppo, autorealizzazione).

Mille e più progetti, mille foto selfie con l’arrivo dell’immancabile assessore, non rendono una sana esperienza condotta serenamente da una maestra lenta come una lumaca efficace (Zavalloni) ed attenta a non investire lo spazio fisico, temporale ed emotivo delle bambine e dei bambini che vivono con lei importanti e significativi momenti di vita.

La proattività umana e pedagogica è semplice: riesce a costruire in silenzio progressive quanto diffuse dimensioni di felicità nel crescere e nell’imparare. Non il prodotto ma il processo, non il “quizzolo” ma la dimensione umana nella sapiente regìa di chi è consapevole per studio ed esperienza umana fatta tra le moltitudini dei piccoli e dei grandi.

Dimensioni umane: si può, senza decreto e già da settembre

Un’onda che lentamente bagna asciugamani sotto l’ombrellone, bambini che costruiscono improbabili castelli e mura di sabbia, mamme finalmente serene vedendo che il fare dei loro bambini non li fa sentire in disagio, buste con libri e compiti rubati dal pirata blu che li porterà nella soffitta dei pessimisti cosmici, variopinti arcobaleni che appaiono all’alba pur in assenza di temporali. È estate e la scuola si ferma, i docenti, meritatamente, si riposano e sognano che le carte siano di meno, pur consapevoli che, forse, dovranno ubbidire ancora… ma a chi e come e perché? E le persone?

Valutiamo
ChiPersone
CosaDimensioni e relazioni
ComeDinamicamente
QuandoSempre
PerchéOrientare e promuovere

E i bambini che nel tempo di pochi anni forse dimenticheranno i nostri volti e ricorderanno solo gli errori ed i paragoni con “quelli più bravi”? E i ragazzi che neppure ci salutano vedendoci per strada? Ma chi ce lo fa fare?

Estate, tempo di riposo e… di futuro

Estate 2022: un po’ di caldo, un po’ di sole, qualche lettura leggera in cui forse sarà più facile ritrovare l’arte del proprio lavoro, di un mestiere che è fatto di mediazione, di un miracolo che si realizza negli incontri tra le persone.

Sarà una storia d’amore, un romanzo storico, una vicenda strana tra pericoli e avventure di cielo e di mare; sarà la musica dei Pooh o l’ultimo concerto dei Queen, saranno i riflessi del sole calato sulla linea dell’orizzonte che giocano a colorare il bagnasciuga di strisce viola e giallo dorato, sarà il sano riapparire della nostra umanità…

Sarà che ci tuffiamo increduli ed infreddoliti alle 20 di sera consapevoli che saremo più forti nel nostro lavoro se pensiamo a noi stessi come persone che vanno a scuola per essere felici e per realizzarsi. Alla faccia della nota del Ministero n. 123 del 17 agosto 2054.


[1] M. Mastrocola, L. Ricolfi, “Il danno pedagogico. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza”, La nave di Teseo, 2021.