Cellulare in classe?

Come educare all’autonomia e alle responsabilità

Lo scorso 7 dicembre, nella trasmissione Porta a porta condotta, com’è noto, da Bruno Vespa, si è svolto un confronto sulla scuola al quale hanno partecipato il Ministro dell’istruzione e del merito (MIM) Giuseppe Valditara, il Presidente dell’ANP Antonello Giannelli e lo storico e editorialista del “Corriere della Sera” Ernesto Galli della Loggia.

Tanti i temi: dalla vexata quaestio sul “merito”, affidata al punto di vista di quattro studenti di diversi orientamenti, alla denatalità, dal dimensionamento delle istituzioni scolastiche al profilo di un possibile nuovo docente tutor, dal PNRR al nuovo contratto del Comparto Scuola, dalla dispersione all’orientamento, sino ai fenomeni del bullismo e del cyberbullismo.

Un dispositivo per la didattica

In particolare, è riecheggiata la disputa che si può riassumere nel quesito “cellulare sì o cellulare no?” Forse sarebbe stato meglio impostare la questione sul perché, sul quando e sul come. Siamo convinti che il problema non risieda nell’uso del cellulare, bensì nell’abuso, e su questo la competenza digitale dovrebbe soccorrerci. Se si considera il cellulare come un utile dispositivo per la didattica il problema viene subito a cadere, sarebbe identico a quello dell’uso di un libro, di un giornale attinente o non attinente all’attività didattica che si sta svolgendo in classe. Il bene o il male non sono negli strumenti che utilizziamo ma nel modo in cui li utilizziamo. È un’ovvietà che merita di essere ribadita.

Il cellulare – medium che progressivamente sta incorporando il sistema dei media: telefono, giornali, libri, radio, tv, Internet, quindi Google, posta elettronica, sms, WhatsApp, ecc. – può trasformarsi, se bene impiegato, in uno dei più potenti sussidi didattici.

Come spiegava Umberto Eco, nel mare magnum delle informazioni, la cultura consiste nella capacità di selezionarle. Il sapere non consiste nel puro e semplice possesso di nozioni ma nel saper cercare e trovare le informazioni necessarie ad affrontare e a risolvere un problema.

Uno dei pilastri dell’educazione, posto al centro delle competenze chiave per l’apprendimento permanente previste dalla Raccomandazione europea, è proprio “l’imparare a imparare”.              

La nota Fioroni

Nel corso del dibattito è stata citata la nota del Ministro Giuseppe Fioroni che risale ad oltre quindici anni fa (2007) che già allora affrontava la questione risolvendola in termini proibitori e con specifiche sanzioni[1].  Non è però da sottovalutare il fatto che nel 2007 eravamo ancora in un’era diversa dall’attuale: i social network non erano esplosi (Facebook approda in Italia nella primavera del 2008), ma soprattutto i device non costituivano ancora strumenti preziosi per la didattica.

La nota Fioroni, tuttavia, può ancora costituire un punto di partenza, specie laddove riconosce le autonomie scolastiche e le esorta ad aggiornare i Regolamenti di Istituto: “Al raggiungimento di tali finalità concorre l’autonomia scolastica, costituzionalmente riconosciuta che, avendo superato l’impostazione esclusivamente centralistica dell’educazione e della formazione del cittadino, consente alla singola istituzione scolastica di concertare, confrontarsi, costruire accordi, creare lo spazio in cui famiglie, studenti, operatori scolastici si ascoltano, assumono impegni e responsabilità, condividono un percorso di crescita umana e civile della persona”. Sempre dalla stessa nota si legge ancora: “Resta fermo che, anche durante lo svolgimento delle attività didattiche, eventuali esigenze di comunicazione tra gli studenti e le famiglie, dettate da ragioni di particolare urgenza o gravità, potranno sempre essere soddisfatte, previa autorizzazione del docente”.

Rivisitare il quadro normativo

Va anche ricordato che la materia trova la sua applicazione nel D.P.R. n. 249 del 24 giugno 1998, cioè nel Regolamento relativo allo Statuto delle studentesse e degli studenti della scuola secondaria, poi integrato dal D.P.R. n. 235 del 21 novembre 2007, con il Patto educativo di corresponsabilità.

Antonello Giannelli non ha mai mancato di ricordare come la questione della responsabilità disciplinare degli studenti di scuola secondaria di primo e di secondo grado sia stata riformulata proprio dal tale Regolamento. Ed è qui che trovano applicazione vari princìpi del diritto amministrativo oltre che una rinnovata e più moderna concezione dei rapporti tra scuola e studenti. Dall’entrata in vigore dello Statuto, l’adozione da parte di ogni Istituzione scolastica di uno specifico regolamento di disciplina è divenuta condizione di legittimità per le sanzioni irrogate. Giannelli ricorda inoltre che è stata anche prevista la costituzione di un Organo di garanzia a livello di scuola e di Ufficio scolastico regionale.

Il Regolamento di Istituto

Per prima cosa, dunque, per evitare possibili equivoci, è bene riaffermare il valore dell’autonomia scolastica, ergo il rilievo del Regolamento di Istituto. Non c’è questione disciplinare che non comporti il presupposto, trasparente e chiaro, di regole da rispettare. Nulla poena sine lege. Nella scuola costituzionale di diritto il provvedimento disciplinare si giustifica attraverso evidenze, verifiche, accertamento dei fatti, critica dell’errore, rispetto dell’errante, diritto alla difesa, appropriatezza delle procedure e degli adempimenti, proporzionalità, imparzialità, serenità, ponderazione, senza mai trascurare la missione fondamentale della scuola: quella educativa. I “lavori socialmente utili” sono da tempo vissuti come best practices purché sia restituito alla comunità scolastica qualcosa di corretto, positivo, costruttivo. Ma sappiamo anche che richiedono impegno e responsabilità congiunte da parte delle scuole, delle famiglie, del territorio con tutte le sue articolazioni.

La responsabilità educativa dei genitori

Torniamo alla domanda: ma i cellulari possono entrare in classe? È recente la notizia di una rissa scoppiata in un Liceo di Latina tra i genitori di una studentessa e il Dirigente scolastico reo di avere messo al bando gli smartphone nel suo istituto. Ma qui dobbiamo farci domande anche sulle responsabilità e sulle capacità educative delle famiglie.

Proviamo a ragionare Costituzione alla mano. Nel Titolo II, Rapporti etico-sociali, l’art. 30 tratta proprio della responsabilità educativa dei genitori, i quali la delegano alla scuola, che condivide con i loro figli un tempo limitato, circoscritto ad una porzione della giornata. Prima, dopo ma anche durante il tempo-scuola c’è la responsabilità educativa dei genitori.  Non a caso l’art. 30 viene prima dell’art. 33: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”, e dell’art. 34 (primo comma) icasticamente espresso in sei parole e reso con una frase tanto incisiva quanto semplice e chiara: “La scuola è aperta a tutti”.  

Viene quindi da pensare che, forse, tra il “sequestro” mattutino dello smartphone e il delirio compulsivo che può demolire qualsiasi impegno didattico del docente, si può cercare una terza via, quella del dialogo e della responsabilità.

Autonomia e responsabilità

Ne consegue che i cellulari possono entrare in classe se servono alla didattica, se non servono si spengono come al cinema, o restano negli zaini. I ragazzi lo sanno, perché questa cosa gli è stata insegnata, si tratta semplicemente di rispettare la regola. Certo, questo richiede un po’ più di controllo da parte degli insegnanti, un po’ più di attenzione, un po’ più di dialogo, elementi sempre auspicabili a prescindere dal tema “cellulare”. 

La scuola deve educare alla responsabilità. Per questo l’ipotesi ventilata di imporre con una circolare la consegna o il ritiro degli smartphone comporta qualche ulteriore riflessione: le responsabilità educative fanno parte delle competenze specifiche dei docenti e risiedono nell’autonomia delle scuole.

Di secondaria importanza sul piano educativo, ma primaria su quello delle responsabilità amministrative e patrimoniali, resta il fattore rischio nel caso in cui un qualsiasi device venga danneggiato durante la custodia della scuola. Un Dirigente si troverebbe anche ad affrontare un ulteriore e fastidioso problema.

Coscienza e maturità

Quando, all’inizio del corrente anno scolastico, non senza enfasi mediatica, è emersa l’idea, caldeggiata da un istituto scolastico privato, del sequestro dei cellulari, saggiamente il Prefetto di Bologna ha precisato che “l’autonomia scolastica va sempre rispettata in tutte le sue manifestazioni”; osservando poi che: “Sarebbe opportuno che gli studenti mantenessero il cellulare e sapessero usarlo, che avessero la coscienza e la maturità di sapere quando il cellulare può essere usato e quando invece può essere non usato”. 

Ancora: “Un po’ quello che avviene per noi quando partecipiamo a un convegno o a una riunione – ha spiegato – certo non ci mettiamo lì con il telefonino e se ci arriva una telefonata o un messaggio lo rinviamo a un momento successivo. Credo che bisogna lavorare su questo, sull’educazione all’uso del cellulare”.

Meglio non si poteva dire. Ci sono profili istituzionali dotati di una coscienza educativa che fa ben sperare a favore dell’equilibrio con cui certe questioni devono essere poste, non per essere ignorate, ma per essere efficacemente risolte.

Perché un cellulare non entri in classe una soluzione, non priva di una certa radicalità, in fondo, ci sarebbe: basterebbe che rimanesse a casa. Un nuovo Patto educativo di corresponsabilità potrebbe considerare una soluzione del genere, sarebbe un’occasione per evitare fraintendimenti.


[1] Nota 30 del 15 marzo 2007, Linee di indirizzo ed indicazioni in materia di utilizzo di telefoni cellulari e di altri dispositivi elettronici durante l’attività didattica, irrogazione di sanzioni disciplinari, dovere di vigilanza e di corresponsabilità dei genitori e dei docenti.