Saman Abbas, l’atroce prezzo della libertà

Un simbolo per l’integrazione e la lotta alla violenza di genere

La comunità reggiana (e non solo) è stata particolarmente colpita dall’atroce fine della giovane pachistana Saman Abbas, ragazza diciottenne uccisa dal clan familiare per essersi rifiutata di sottostare ad un matrimonio combinato.

Il ritrovamento del suo povero corpo in un casolare abbandonato della Bassa padana e l’intera vicenda non possono essere archiviati come un fatto di cronaca. Il timore però che questo accada è molto forte.

La voce delle ragazze straniere deve diventare la voce del Paese

Il gesto compiuto da Saman esprime una forza dirompente e un coraggio difficilmente rintracciabili nelle pur dure storie di tanti migranti. L’unica sua colpa, come dicevamo, è stata quella di rifiutare un matrimonio forzato, programmato e voluto dalla famiglia.

La direttrice del quotidiano La Nazione, Agnese Pini, domenica 20 novembre 2022, ha scritto parole che tutte le persone, in particolare coloro che operano in un contesto educativo, dovrebbero fare proprie. Io dico una cosa in più: e cioè che questi giovani – che vanno a scuola con i nostri figli, che giocano a pallavolo con loro, che frequentano le stesse strade, gli stessi quartieri, gli stessi negozi – sono spesso i più soli, i più esposti e i più fragili. Ma sono anche l’unica vera chance per un’integrazione possibile, per un riscatto possibile.

Sì, il grido di Saman deve diventare la voce di tutte le donne delle seconde generazioni, ancora oggi vittime di sottoculture violente, che misconoscono i diritti fondamentali della vita dell’essere umano. La sua testimonianza ci dice che i processi di socializzazione giovanile sono molto più profondi e radicati di quanto il mondo degli adulti e di certi decisori politici vanno sbandierando.

Purtroppo… si uccide ancora “per onore”

La tragica vicenda della giovanissima pachistana rievoca, purtroppo, storie che il nostro Paese ha conosciuto e conosce da secoli. L’onore ha inciso in profondità nella cultura patriarcale italiana e la distinzione sessuale ha svolto e continua a svolgere un ruolo fondamentale in certi contesti familiari. Alla donna, scrivono, Ares Mateos e Lorena Rojas Avalos su Avvenire del 3 novembre 2022, “è affidato il compito di preservare il “sangue”, ossia la purezza della discendenza”. Nel momento in cui tale principio viene violato, la donna si ritrova in una condizione di brutale reificazione, “sottoposta a una violenza tale che non soltanto diventa un modo di marchiare il suo corpo, ma se ne cerca addirittura la distruzione”. Su questo terreno, l’Italia, ahinoi, può esibire una situazione ben poco edificante: un femminicidio ogni tre giorni!

E quello di Saman è stato unfemminicidio “per onore”. L’ha confessato il padre. “Ho ucciso mia figlia per il mio onore!”.

Ancora l’onore

L’onore appartiene a quel grappolo di parole in cui campo semantico è difficile da definire. È un complesso di opinioni culturali, di comportamenti sociali, di norme processuali e penali che indicano il convincimento di sottostare ad una convenzione sociale, quasi sempre giuridicamente fondato. Nel nostro quadro normativo, in primis nel codice Rocco (1930), l’onore giustificava il fatto che, per salvare la reputazione della famiglia, l’uxoricidio e il figlicidio rientravano in un quadro giuridico che prevedeva pene attenuate rispetto ad un analogo delitto con movente diverso. Era il caso della moglie che veniva uccisa dal marito per adulterio o del “matrimonio riparatore” per il giovane che aveva infranto la verginità della donna. Il mormorio che si determinava nell’ambiente sociale legittimava questa primitiva usanza. Pochi sanno che in Italia questo dispositivo giuridico è stato abrogato nel 1981, ben 33 anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana!

La sfida delle seconde generazioni

L’assassinio di Saman Abbas si inquadra in questa cornice culturale: un retaggio di arcaiche convenzioni supportate da pseudo concezioni culturali e tribali, infarcite da fantasticherie religiose che con la religione vera non hanno nulla a che vedere.

Saman apparteneva alla variegata realtà adolescenziale delle cosiddette seconde generazioni.Si tratta, per intenderci, dei figli di genitori entrambi stranieri, nati in Italia o giunti nel nostro Paese da piccoli per ricongiungimento familiare.

L’espressione “seconde generazioni” compare per la prima volta, nel vocabolario delle scienze sociali, agli inizi del 1900, all’interno dello scenario delineato dal paradigma dell’assimilazione e dalle sue ottimistiche aspettative suggellate dalla metafora del melting pot, il crogiolo in cui le differenze si fondono fino a scomparire[1].

Queste bambine e questi bambini, quando raggiungono l’adolescenza, si trovano spesso a sperimentare vissuti conflittuali riguardanti il rapporto con le proprie origini. Il processo di costruzione dell’identità personale, già complesso anche per i ragazzi italiani, lo diventa ancor di più per chi deve scegliere tra due stili di vita: della famiglia d’origine o della comunità accogliente. Inoltre, l’adolescente, figlio di immigrati, vive spesso un rapporto conflittuale con i genitori, in quanto questi ultimi vedono l’integrazione come un tradimento delle originarie tradizioni culturali.

Il rifiuto della coercizione

La bambina Saman è arrivata in Italia vestendo i panni di una tradizione culturale primitiva e oscurantista. A contatto però con la nostra realtà ha conosciuto un livello di acculturazione “superiore” a quello dei familiari, i quali si sono proposti come un modello debole all’interno del suo nuovo vissuto.

Più in generale, negli adolescenti di seconda generazione si determina una “dissonanza generazionale” tra modelli di vita dello Stato di provenienza e quelli del Paese di accoglienza. Nel caso di Saman questo dissidio è sfociato in un conflitto aperto con la famiglia composta, oltre che dai genitori, da cugini, zii, parenti, tutti ugualmente in grado di prendere decisioni sulla sua sorte o quanto meno di condizionarla.

La difficoltà principale relativa alla costruzione dei processi identitari degli adolescenti stranieri sta proprio nel trovare un equilibrio tra il senso di appartenenza e il senso di differenziazione. In Saman è sicuramente prevalso il secondo e questo ha scatenato la reazione del clan patriarcale.

Doppia separazione, doppia fragilità

Il difficile equilibrio tra appartenenza e differenziazione può causare una “doppia separazione”, sia dalla famiglia (Saman se n’era andata), sia anche dalle pratiche della propria terra (il rifiuto di un matrimonio deciso contro la sua volontà). Di conseguenza, la ragazza è andata incontro ad una “doppia fragilità”, recisa in modo traumatico dalla pseudocultura delle sue origini.

Per lei, come per tutti gli adolescenti stranieri (ma anche italiani), è particolarmente importante incontrare contesti accoglienti in grado di facilitare l’elaborazione di vissuti spesso laceranti.

La scuola, in particolare, primo luogo di socializzazione allargata dei minori, deve farsi promotrice di progetti e iniziative capaci di raccogliere emozioni e confidenze, senza che le ragazze che si dispongono a tali intime aperture incorrano nel timore di essere giudicate. Fortunatamente in molte realtà è già così.

Saman, cittadina italiana

Per Saman Abbas si propone da più parti una cittadinanza alla memoria. Non si può non essere d’accordo, a condizione che questa meritoria azione vada oltre un riconoscimento meramente formale. Saman non aveva la cittadinanza italiana. Lei l’avrebbe voluta, perché ha frequentato le nostre scuole. Se fosse stata italiana, questa tragedia, forse, si sarebbe potuta evitare. Ma legge del nostro Paese del 5 febbraio 1992, n. 91 fa prevalere ancora il “diritto del sangue” (ius sanguinis). Si tratta di una norma di ben 30 anni fa; nel frattempo l’Italia è completamente cambiata.

Sappiamo bene che la scuola italiana è piena di Saman, ma molti (troppi) preferiscono volgere lo sguardo altrove. Si preferisce che spose-bambine improvvisamente scompaiano dalle nostre classi per finire nel “tritacarne” di sotto-culture feroci.

Personalmente mi auguro che le spoglie di Saman possano riposare in Italia in un luogo facilmente accessibile a tutti, in modo che la sua testimonianza venga costantemente alimentata e riconosciuta. Il sacrificio di questa ragazza, infatti, va oltre la comunità d’appartenenza. La storia di Saman deve essere vicina alle scuole, alle famiglie e all’intero Paese, perché è il simbolo del riscatto delle donne di una generazione difficile, i cui reali problemi però riguardano tutti. La sua testimonianza può aiutare italiani e stranieri a costruire nuovi orizzonti di vita e ad uscire dalla caverna di platoniana memoria in cui molti si rintanano, pensando ingenuamente di trovare un riparo sicuro.


[1] Zanfrini L. Cittadini di un mondo globale. Perché le seconde generazioni hanno una marcia in più, in Studi Emigrazione, rivista trimestrale n. 209, 2017. Rondanini L., Saman Abbas: l’inclusione, conquista incompiuta, Grandangolo, Erickson, Trento, 2021.