VET in Europa e Filiera professionalizzante in Italia

Il dibattito in corso

Nella splendida cornice di Villa Altieri a Roma, il 19 febbraio, si è svolto un interessante Convegno nazionale sul tema “La Filiera Tecnologica Professionale”.

Il Consorzio degli Istituti Professionali e il Consorzio Nazionale per la Formazione, l’Aggiornamento e l’Orientamento (CONFAO) hanno scelto di approfondire le ragioni che hanno promosso i nuovi assetti della filiera con il disegno di legge n. 924/2023.

In apertura è Gianluca Lombardo, dirigente della Direzione Generale Ordinamenti Scolastici del MIM a presentare le caratteristiche del sistema integrato di istruzione e formazione del 4+2, formula con cui  l’istruzione tecnica e l’istruzione professionale insieme a “soggetti che erogano istruzione e formazione professionale e soggetti che erogano istruzione tecnologica superiore (ITS Academy)” compongono nei territori un’offerta formativa rinnovata e coerente con le domande del mondo del lavoro.

Le scuole si interrogano sulla direzione della riforma

La nuova offerta formativa, già in campo per l’anno scolastico 2024/2025 in forma sperimentale, dovrebbe garantire con un percorso quadriennale di scuola secondaria superiore e due anni post diploma in ITS Academy tre punti di forza:

  1. la pari dignità culturale, pedagogico-formativa rispetto agli altri percorsi che restano invariati;
  2. le interconnessioni necessarie e quindi la maggiore flessibilità di un sistema integrato in rete, articolato al suo interno in “sistema degli istituti tecnici e professionali” e “sistema dell’istruzione e formazione professionale”[1];
  3. l’aver ampliato la sperimentazione dei percorsi quadriennali nella scuola secondaria superiore, valorizzando l’autonomia di ricerca e sperimentazione delle istituzioni scolastiche.

La dirigente tecnica Antonietta Zancan ha, in successione, ampiamente illustrato le novità introdotte dalla legge 99/2022 con l’istituzione degli ITS Academy, percorsi di formazione terziaria professionalizzante, e il loro stretto collegamento agli indirizzi europei recepiti dalla Misura 4 del PNRR.

Al mio contributo “Il VET europeo: obiettivi, risultati e modelli” è stato quindi affidato il compito di contestualizzare la proposta di riforma all’interno dei modelli plurali esistenti negli altri Paesi dell’UE, anche sulla base degli specifici approfondimenti tematici presenti in due pubblicazioni, edite da Tecnodid[2].

Vocational Education and Training

Quando si parla di Vocational Education and Training (VET) è doverosa una premessa articolata:

  1. il VET ha condiviso fin dall’inizio del Processo di Copenaghen (o di Bruges Copenaghen) l’obiettivo comune a tutti i Paesi Membri di una maggiore cooperazione tra i sistemi educativi nel settore dell’IFP, indispensabile a gettare le fondamenta di una migliore occupabilità dei giovani europei;
  2. con la stessa Dichiarazione iniziale, sottoscritta a Copenaghen nel 2002 dai Ministri dell’Istruzione e formazione professionale pro tempore e dalla Commissione Europea, si prospetta la necessità di basare la collaborazione sull’adozione di strumenti e quadri comuni di riferimento nonché sulla necessità di garantire la stessa qualità dell’istruzione e formazione professionale come base della sua dimensione europea;
  3. ogni riforma del settore professionalizzante deve essere adottata ai fini di aumentare la trasparenza delle qualifiche e la verifica della loro conformità a standard di qualità e riconoscimento delle competenze conseguite (standard progressivamente uniformati con l’adozione dei Quadri Nazionali delle Qualifiche referenziati all’EQF in parallelo con il sistema di classificazione delle professioni in tutta l’UE);
  4. L’obiettivo della convalida e del riconoscimento reciproco delle competenze acquisite deve essere costantemente migliorato per rispondere con efficacia all’evoluzione continua del mercato del lavoro.
  5. Il VET risponde in modo più flessibile ai principi dell’apprendimento permanente e quindi alla proposta di rientro in formazione anche da parte di chi ha abbandonato precocemente il percorso di istruzione formale.

Cosa racchiude il VET?

Il VET è IFP, cioè Istruzione formazione professionalizzante di livello iniziale (scuola secondaria superiore), inserita nel post obbligo come scelta alternativa ai licei generalisti (che garantiscono l’accesso diretto all’università) più vocata invece all’accesso diretto al mondo del lavoro o a percorsi di alta formazione professionalizzante terziaria, ma sempre con caratteristiche del sistema duale rafforzato. Il VET racchiude infatti:

a) tutti i percorsi di istruzione tecnica e professionale a tempo pieno che si concludono in tutti i Paesi UE con un esame di Stato che consente l’accesso diretto all’istruzione superiore o a percorsi post diploma di durata variabile (ITS); sono quasi sempre strutturati nell’offerta formativa i passaggi dall’istruzione tecnica a quella professionale e viceversa;

b) percorsi di istruzione formazione professionale IFP con sistema duale (apprendistato) o misto che si concludono con esami che abilitano alla professione, in genere gestiti da commissioni miste interne/esterne o totalmente esterne in base ai repertori di competenze professionali. I diplomati, in genere, scelgono di proseguire negli ITS, ma anche di accedere a corsi di riallineamento brevi per affrontare gli esami di Stato e proseguire nell’istruzione superiore;

c) percorsi di istruzione professionale a ciclo breve con il conseguimento di qualifiche di tipo operativo, prevalentemente frequentati da adulti o da giovani che rientrano in formazione.

Quale problema si pone all’Italia in questo contesto?

Le ultime riforme hanno sempre e solo interessato l’istruzione professionale e l’IeFP e non in generale l’istruzione secondaria superiore, in particolare l’istruzione tecnica.

Flessibilità e passaggi sono strutturati solo tra IP e IeFP e il modello IeFP è un unicum in Europa. Una maggiore diffusione del sistema duale avrebbe bisogno di una riflessione sui risultati dell’attuale normativa sull’apprendistato formativo e la disparità di diffusione a livello territoriale.

La maggior parte delle attuali perplessità delle scuole e la richiesta di ulteriori approfondimenti parte proprio da una fotografia della mancanza di pari opportunità nei territori che la riforma rischia di esasperare anche semplicemente sic stantibus rebus, senza parlare della prospettiva possibile di una ulteriore accentuazione del ruolo autonomo delle singole Regioni.

L’idea di qualità del VET europeo e lo stato dell’arte nell’UE

Eravamo nell’ormai lontano 2009, quando una Raccomandazione del Parlamento UE licenzia il Quadro Europeo, l’EQAVET, che stabiliva in sette punti la vera garanzia della qualità del settore:

  • attrattività del sistema (sfida tuttora aperta nell’intera UE);
  • tasso di completamento dei percorsi (dispersione);
  • tasso di occupazione a breve termine;
  • tasso di utilizzo sul lavoro delle competenze acquisite (nesso tra formazione, occupabilità e rispondenza al fabbisogno del mercato del lavoro);
  • tasso di disoccupazione;
  • modalità di identificazione dei bisogni formativi del mercato del lavoro (evoluzione dei lavori = nuove competenze); 
  • sistemi di accessibilità (riconoscimento e convalida dei crediti).

Oggi possiamo affermare che quasi tutti i Paesi membri hanno referenziato i propri titoli di studio all’EQF e questo significa che quasi tutti hanno rivisto i propri curricoli sulla base dei risultati di apprendimento delle 8 competenze chiave nei Profili di uscita. La riforma dell’istruzione secondaria superiore in Italia, fatta eccezione per l’istruzione professionale, è però ancora datata 2010 né si può dire che le sperimentazioni dei percorsi liceali quadriennali abbiano prodotto una riflessione funzionale all’adozione o meno di nuovi modelli.

Il VET e l’occupabilità

Il punto è di particolare rilievo per l’IFP che conta 350 diversi profili professionali in Europa, a cui sono assegnati codici specifici con la corrispondenza di specifiche competenze professionali (per l’Italia sono 176 profili con codici ISTAT e ATECO).

Al VET oggettivamente viene affidato un contrappeso decisivo a fenomeni importanti per la coesione sociale collegati tutti alla inoccupazione/disoccupazione:

  • alla creazione di esuberi, causata dalla scomparsa progressiva di alcuni mestieri e all’avanzamento dell’automazione nel mercato globalizzato;
  • al mismatching tra istruzione formale e mondo del lavoro;
  • all’over education ovvero all’utilizzo di diplomati e laureati per lavori privi di qualificazione.

Le nuove filiere professionalizzanti, adottate fin qui nell’UE:

  • fanno dialogare tra loro i diversi sistemi e affrontano la validazione dei periodi di formazione in assetto lavorativo col Learning by doing (alternanza scuola lavoro- apprendistato formativo);
  • postulano una rivoluzione metodologica anche negli altri percorsi formali di istruzione: rivendicano personalizzazione, flessibilità e continua revisione dei curricoli in base alla revisione dei profili di uscita.

Il valore aggiunto del VET nella realizzazione del Green Deal

In particolare, possiamo sostenere che c’è una via tracciata a livello europeo per la transizione verde e digitale: la nuova “Agenda per le competenze per l’Europa per la competitività sostenibile, l’equità sociale e la resilienza” del 2020.

L’analisi da cui prende le mosse l’Agenda prevedeva che secondo le stime del 2020 il PIL dell’UE sarebbe sceso di oltre il 7% nel 2020 e il tasso di disoccupazione salito al 9% rispetto al 6,6% della fine del 2019; alcuni paesi sarebbero stati colpiti in misura ancora maggiore. Dalle stime della Commissione emergeva che alcuni settori avrebbero registrato le perdite maggiori in termini di valore aggiunto lordo reale nel 2020, comprese tra il 20% e il 40% rispetto ai livelli del 2019. Determinati settori avrebbero potuto inoltre far registrare un calo del fatturato di oltre il 70% nel secondo trimestre del 2020. La ripresa sarebbe stata più difficile nei Paesi e nelle Regioni le cui economie dipendevano fortemente da tali settori.

Prima ancora che la guerra russo-ucraina o altri fattori di geopolitica rendessero più complicata una previsione di ripresa post pandemica, la Commissione individuava nell’istruzione professionalizzante lo snodo tra apprendimento permanente e occupazione in Europa e, contestualmente, un indicatore credibile del reale investimento sullo sviluppo del capitale umano.

La Raccomandazione per una nuova cultura dell’IFP/VET

Sempre nel 2020 esce anche la Raccomandazione, in cui l’apprendimento permanente e l’occupazione vengono connesse alla qualità specifica dell’offerta formativa di questo settore formativo, più di altri connesso all’acquisizione delle nuove competenze per i nuovi lavori, capace di costruire la resilienza necessaria e l’equità sociale indispensabili in epoche di transizione.

L’IFP da sempre è stato considerato il settore in cui dovrebbe essere più facile attrarre e/o reinserire un numero elevato di cittadini europei altrimenti destinati alla marginalizzazione sociale e alla povertà, perché disoccupati o inoccupati; un’arma potente contro la dispersione scolastica prima e l’espulsione dal mondo del lavoro poi.  Una nuova cultura dell’istruzione professionalizzante, a parere della Commissione Europea, dovrebbe prevedere in via prioritaria uno sviluppo in alto delle competenze da far acquisire ai suoi studenti grazie ad un aumento di utilizzo del sistema duale, finora troppo appiattito su un apprendistato formativo nella fase iniziale del percorso di istruzione formale del VET. Quello che serve è piuttosto la creazione di filiere virtuose per l’innalzamento delle competenze professionalizzanti realizzando percorsi terziari appositamente costruiti in sinergia con il mondo del lavoro e la ricerca universitaria. 

I nuovi target da raggiungere entro il 2030

Gli obiettivi posti ai sistemi educativi dei 27 Paesi UE sono particolarmente impegnativi per alcuni di essi (tra cui l’Italia) e già superati per altri:

  • almeno l’82% dei diplomati IFP/VET dovrebbe risultare occupato a breve termine;
  • la percentuale di diplomati occupati dovrebbe essere almeno dell’82%;
  • il 60% dei neodiplomati dell’IFP dovrebbe beneficiare del sistema duale. Questo obiettivo si riferisce a tutte le forme di apprendimento basato sul lavoro;
  • l’8% dei discenti nell’IFP dovrebbe beneficiare di una mobilità per l’apprendimento all’estero.

Occorre, inoltre, curare in modo particolare il rapporto tra IFP/VET e apprendimento permanente/istruzione degli adulti, monitorando altri target di riferimento:

  • 120 milioni di adulti nell’UE dovrebbero partecipare ogni anno all’apprendimento, pari al 50% della popolazione adulta;
  • 14 milioni di adulti scarsamente qualificati nell’UE dovrebbero partecipare ogni anno all’apprendimento, pari al 30% del totale della categoria;
  • 230 milioni di adulti, pari al 70% della popolazione adulta dell’UE, dovrebbero avere almeno le competenze digitali di base;
  • 2 milioni di persone in cerca di lavoro, o una su cinque, dovrebbero avere un’esperienza di apprendimento recente, pari a circa 40 milioni di attività̀ di apprendimento per questo gruppo nell’arco di cinque anni.

Dichiarazione di Osnabruck

Questi obiettivi sono riassunti nella Dichiarazione di Osnabruck con quattro specifiche visioni e funzioni dell’IFP, collegate ad azioni puntuali da realizzare, di cui si riportano solo le principali:

OBIETTIVOAZIONI
Resilienza ed eccellenza tramite un’IFP di qualità, inclusiva e flessibile• Sostegno allo sviluppo di infrastrutture digitali per finalità di apprendimento e insegnamento nell’IFP, incluse l’intelligenza artificiale e le tecnologie basate sulla realtà aumentata e virtuale.
• Rafforzamento dell’apprendimento basato sul lavoro e degli apprendistati tramite l’attuazione del quadro europeo per apprendistati efficaci e di qualità.
• Sviluppo dei sistemi di fabbisogno delle competenze a livello nazionale e regionale, che comprendano l’anticipazione del fabbisogno di competenze.
Istituzione di una nuova cultura dell’apprendimento permanente – importanza di un’IFP continua e della digitalizzazione• Valorizzazione dell’orientamento sulla base del bilancio delle competenze.
• Incentivi per la fornitura di migliori competenze da parte dei datori di lavoro.
• Convalida dell’apprendimento precedente e approcci pubblici mirati per coinvolgere le persone inattive e disoccupate, le persone che non studiano, non cercano lavoro o non seguono una formazione professionale o quelle a rischio disoccupazione.
• Conferimento di credenziali e certificati di IFP continua, spianando in tal modo la strada alla possibilità di conseguire qualifiche complete.
• Promozione del collegamento delle piattaforme o delle banche dati di IFP nazionali a Europass.
Sostenibilità, un filo verde nell’IFP• Creazione di incentivi per rendere verdi i programmi di IFP.
• Definizione delle competenze da integrare nei curricoli IFP alla luce della transizione verde.
Settore europeo dell’istruzione e della formazione e dimensione internazionale dell’IFP• Elaborazione di strategie di internazionalizzazione dell’IFP.

Qualche evidenza dall’esame delle soluzioni adottate nei Paesi UE

Proprio alla luce delle indicazioni europee, le riforme del settore sono state generalmente collegate ad azioni sistemiche e organiche tese alla rivisitazione dell’obbligo e dell’impianto dell’apprendimento permanente.

Se si riforma il VET iniziale, si mette mano contestualmente al VET continuo (educazione degli adulti) e al VET di eccellenza (ITS).

Pone qualche problema la realizzazione della pari dignità dei percorsi tra istruzione professionale a tempo pieno e il sistema duale. In alcuni casi si risolve con la doppia certificazione finale: una per l’accesso all’istruzione terziaria e l’altra per i percorsi ITS. Altri Paesi lasciano completamente separati i percorsi delle alte qualificazioni professionali dai percorsi terziari, recuperabili solo in apprendimento permanente e/o con l’istruzione degli adulti.

In genere il VET è più attrattivo dove la scelta dello studente avviene con piena consapevolezza e sulla base di un bilancio attento delle proprie competenze e vocazioni, scelta da effettuare comunque dopo il compimento dell’obbligo scolastico possibilmente lungo e che assicuri solide competenze di base.


[1] A questo proposito il testo del disegno di legge ribadisce la possibilità di passaggi sia “orizzontali” che “verticali” tra i percorsi, in modo da consentire un agevole cambio di indirizzo all’interno di un sistema o il passaggio ad altro sistema (attualmente previsto solo dall’IeFP all’IP).

[2] L. Maloni-R. Seccia, Istruzione e formazione in Europa, Tecnodid, 2023.