Quali politiche per ridurre la disparità di genere

Ripartiamo dal Sistema integrato zerosei

I servizi educativi per l’infanzia e le scuole dell’infanzia costituiscono anche un sostegno alla conciliazione dei tempi di vita e lavoro dei genitori, oltre che luoghi dedicati al benessere, alla cura e all’educazione dei bambini da zero a sei anni di età. È quanto si legge nella parte seconda delle Linee pedagogiche per il sistema integrato zerosei (D.M.334/2021).

Questa consapevolezza è oggetto di riflessione nella giornata internazionale della donna che ogni anno si celebra l’8 marzo[1]: è un giorno in cui si ricordano l’importanza dei diritti delle donne e le conquiste sociali, politiche ed economiche ottenute, ma in cui si richiama anche l’attenzione sulle disuguaglianze di genere, sugli stereotipi, sulle discriminazioni e sulla violenza.

Le Linee pedagogiche dedicano a questi temi la prima e la seconda parte, con un richiamo anche alle difficoltà delle donne a mantenere l’occupabilità nel momento maternità.

Alcuni dati sul divario di genere

Alcuni dati che risalgono a qualche anno fa (2020), derivanti da una ricerca del Politecnico di Milano che ha coinvolto 2026 aziende europee, rivelano che mentre il 47% delle donne tra i 25 e i 34 anni sono laureate, contro il 36% degli uomini, il tasso di occupazione femminile è invece inferiore a quello degli uomini: 63% contro il 74%. In Italia, per le donne dai 20 ai 64 anni il tasso di occupazione scende al 55%[2] e il divario aumenta con il crescere del numero dei figli; ancora, il 30% delle donne occupate lavora part-time contro l’8% degli uomini; solo un terzo dei manager sono donne.

Questo scenario, combinato con i dati correlati agli ostacoli alla carriera per le donne, portano all’attenzione l’importanza dei servizi di welfare, la necessità di superare gli stereotipi collegati alla predominanza femminile nel lavoro di cura e l’urgenza di diffondere i servizi educativi a costi bassi e la scuola dell’infanzia per tutte le famiglie.

Le Linee pedagogiche su questo tema richiamano lo scopo fondamentale del sistema integrato zerosei nella sezione dedicata ai “diritti dell’infanzia”: “dare valore e sostenere una rete di servizi educativi e scuole dell’infanzia per tutti, capaci di innovarsi, di rispondere a nuovi bisogni, di essere luoghi di benessere, di promozione e di uguaglianza educativa, di integrazione culturale e sociale, rappresenta un contributo importante all’attuazione degli articoli 2, 3 e 31 della Costituzione”[3].

Servizi e scuole di qualità per garantire le donne e le famiglie

Per sostenere l’occupazione femminile e i progetti di vita familiare è importante che sia assicurata, in tutte le regioni, la diffusione adeguata delle scuole dell’infanzia e dei servizi per la fascia zerotre che, come è noto, secondo il benchmark di Lisbona avrebbe dovuto già raggiungere il 33% e, nel 2030, il 45%. Ma non basta, si deve anche garantire la qualità dei servizi, cioè luoghi di benessere fisico e psicologico, di crescita nelle relazioni sociali e nelle conquiste di apprendimento, calibrati sulle caratteristiche di ognuno.

Un tema direttamente collegato alla valorizzazione di genere è quello dell’accessibilità, intesa come condizione essenziale perché servizi e scuole possano essere utilizzati in forma ampia e generalizzata. Ciò implica che i servizi educativi per l’infanzia non siano più considerati “servizi a domanda individuale”[4] ma riportati nella dimensione educativa. Lo Stato può garantirli mediante il contenimento delle rette e una maggiore flessibilità per un miglior raccordo con le esigenze di lavoro e cura. Sono condizioni che consentirebbero un utilizzo più ampio da parte di famiglie meno abbienti e con più figli.

Anche il D.lgs. 65/2017 considera obiettivi strategici l’estensione dei servizi educativi per l’infanzia, la frequenza delle scuole dell’infanzia richiamando sia alla dimensione quantitativa sia a quella qualitativa. Nel testo degli Orientamenti nazionali per i servizi educativi per l’infanzia si legge: “la disponibilità di un servizio di buona qualità, cui affidare con fiducia il proprio bambino, è (…) un elemento fondamentale per garantire alle donne la possibilità di riprendere o intraprendere un’attività lavorativa dopo essere diventate madri. È un importante strumento per raggiungere la parità di genere ed elevare le condizioni economiche delle famiglie. Tra i genitori si è diffusa anche la consapevolezza di ciò che il servizio educativo per l’infanzia può offrire ai propri bambini in termini di opportunità educative e di socializzazione”[5].

Sostenere le politiche educative

Nelle società industrializzate l’occupazione femminile fornisce innumerevoli vantaggi alla collettività in termini di innovazione, di valorizzazione dei talenti, di miglioramento delle performance economiche di un paese. Accrescere l’occupazione femminile diventa un fattore di crescita del PIL, quindi di crescita di qualità e di vitalità. Ma ciò è possibile se ci sono misure di sostegno alle famiglie e alla natalità

Oggi ci troviamo di fronte a dati impressionanti: nel 1964 in Italia si registravano 1.035.207 nascite, nel 2022 se ne sono contate 393.000. Tradotto in percentuale, a confronto con altre realtà in cui sono state messe in atto politiche di sostegno per la natalità, i dati dell’indice TFT (tasso di fecondità totale, basato sul numero dei figli per donna) parlano chiaro: il numero medio di figli per donna è dell’1,24% in Italia; 1,51% nella provincia autonoma di Trento; 1,53% in Germania e 1,83% in Francia[6]. Nella ricerca compiuta dalla Fondazione della Magna carta, da cui si sono ricavati i dati sopra descritti, emerge che il desiderio di genitorialità in Italia, rimasto pressoché immutato nel corso del tempo, non trova la possibilità di essere sostenuto ed incrementato.

Come intervenire e con quali strategie

Molte sono le modalità di intervento per valorizzare il lavoro femminile e per sviluppare il ruolo maschile nella cura dei figli. Ci sono i congedi parentali condivisi, c’è l’incremento dei servizi educativi per l’infanzia a costi non elevati e diffusi, c’è il lavoro con flessibilità di orario e lo smart working, inteso come lavoro intelligente in cui venga messa al centro l’attività compatibile con il lavoro da remoto.

Lo Smart Working è un modello organizzativo in grado di portare notevoli vantaggi alle organizzazioni che lo adottano. Si hanno benefici in termini di produttività e di raggiungimento di obiettivi, ma anche di welfare aziendale e di qualità della vita del lavoratore[7]. Interessante è la “Family audit”[8], uno strumento manageriale a disposizione delle organizzazioni, pubbliche e private, che intendono certificare il proprio impegno per l’adozione di misure volte a favorire la conciliazione tra vita e lavoro, le pari opportunità e più in generale il benessere organizzativo. È stata ideata a Trento dove, non a caso, c’è un dato di natalità percentualmente superiore a quello nazionale. La Provincia autonoma di Trento svolge il ruolo di Ente di certificazione.

Investire nella conciliazione vita-lavoro è una strategia a medio-lungo termine che si persegue nella convinzione che costituisca un volano efficace per la crescita delle aziende, per l’aumento della produttività, per la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e per la natalità.

Oltre a questo strumento, sicuramente importante, occorre tuttavia realizzare ulteriori misure atte a superare gli stereotipi e a incrementare il mantenimento del lavoro femminile anche di fronte alla nascita dei figli e alle primarie esigenze di assistenza e cura nei primi anni di vita.

Non da ultimo va anche considerata la necessità di mettere mano al divario salariale tra le retribuzioni maschili e femminili. Oggi, a parità di lavoro reso in Italia, oltre ad un numero sempre minore di donne nelle posizioni apicali nonostante il livello di laureate sia maggiore di quello dei laureati, resta un divario salariale pari al 20%.

L’esperienza in Portogallo

Interessanti sono le misure approvate in Portogallo[9] per ridurre le disparità di genere, per aumentare l’occupazione femminile e la natalità. I dati del Portogallo sono simili a quelli dell’Italia, per questo possono costituire spunti di riflessione e fornire proposte concrete per migliorare le scelte già avviate in Italia per portare a sistema il sistema integrato zerosei.

I primi interventi che il governo portoghese ha messo in atto sono stati:

  1. inserire quote rosa per i ruoli manageriali delle donne, affinché tali incarichi non restino predominio degli uomini;
  2. obbligare le aziende a condividere dati affinché sia rispettato un buon rapporto di genere. Le aziende che rispettano l’equilibrio di genere ricevono agevolazioni finanziarie e una certificazione specifica; quelle che invece registrano un divario vengono richiamate a presentare al Governo un piano di rientro per superare tale differenza;
  3. ricercare donne con competenze digitali e scientifiche, incentivando così lo studio delle STEM e accelerando un cambiamento di mentalità.

Sul piano degli interventi di conciliazione vita-lavoro è stato garantito, dallo scorso anno, l’accesso al Nido gratuito. Inoltre il congedo parentale, se condiviso tra madre e padre, consente il part-time ad entrambi e viene pagato di più se coinvolge anche i padri.

Gli interventi sulla conciliazione proseguono fino agli 8 anni di età, con la possibilità di fruire dello smart working e della flessibilità di orario sempre se la gestione dei figli è condivisa tra genitori. Infine, sono intervenuti anche sulle casalinghe, introducendo una forma di regolarizzazione lavorativa per cui molte donne si sono viste riconoscere il lavoro di cura domiciliare.

Sono misure che si stanno rivelando efficaci per superare gli stereotipi di genere. Per esempio, un segnale di miglioramento è rinvenibile nella modificazione del divario salariale che dal 16% è passato all’11%. È stato rilevato, inoltre, un leggero aumento delle donne occupate che in Portogallo rappresentano il 53% della forza lavoro. Sono innovazioni, insomma, che stanno lentamente cambiando la vita del Paese.


[1] Sembra che la data dell’8 marzo sia stata scelta per commemorare la morte di alcune operaie in un incendio nella fabbrica Cottons avvenuto l’8 marzo del 1908 a New York. Ma in realtà, in quella data non risulta esserci stato un incendio. Ce ne fu uno invece il 25 marzo 1911 che causò 140 vittime. Secondo un’altra leggenda, la Giornata internazionale della donna sarebbe invece nata per ricordare la dura repressione di una manifestazione sindacale di operaie tessili organizzata sempre a New York nel 1857. Fu, comunque, nel 1975, in coincidenza con l’anno internazionale della Donna, che le Nazioni Unite celebrarono, per la prima volta nella storia, l’8 marzo come giornata internazionale dedicata alla Donna. 

[2] Vedi anche “Le politiche pubbliche in Italia. L’occupazione femminile”, Dicembre 2023. Camera dei Deputati.

[3] D.M. 334/2021 già citato, parte I, punto 1.

[4] D.M.334/2021 già citato, parte I, punto 6.

[5] D.M.43/2022 Orientamenti Nazionali per i servizi educativi per l’infanzia, cap.1, parte IV.

[6] Fondazione Magna Carta. Per una primavera demografica. Natalità: una analisi comparata fra Francia e Germania. 16 maggio 2023 – Come gli altri Stati europei stanno affrontando l’inverno demografico.

[7] Smart Working, cos’è e come funziona in Italia.

[8] Cfr: “Come intraprendere il percorso di certificazione Family Audit”, Provincia autonoma di Trento.

[9] Tutti i dati sono stati raccolti da un’intervista con Ana Mendes Godinho (giurista e politica nonché dal 2019 Ministra del lavoro, della solidarietà e della previdenza sociale del Portogallo) durante un incontro pubblico sulla disparità di genere e conciliazione vita lavoro tenuto a Verona il 9.03.2024 alla Società Letteraria.