Pace fra le culture

Costruire la cittadinanza partendo dalle radici dell'accoglienza

L’esperienza documentata nel volume “Pace fra le culture”[1] assume il valore di un vero e proprio fulcro d’analisi per la scuola contemporanea, restituendo l’essenza di un articolato progetto di ricerca-azione. L’iniziativa ha inteso promuovere il dialogo interreligioso e interculturale all’interno della comunità professionale e sociale dell’Istituto Comprensivo “A. Manzoni” di Reggio Emilia, attraverso il coinvolgimento attivo e sinergico di famiglie, studenti e docenti.

La scelta del titolo esplicita, con immediata chiarezza, la traiettoria ideale e la dichiarazione d’intenti dell’opera. Quello che emerge con forza dall’esperienza emiliana è un vero e proprio mandato istituzionale, una traiettoria irrinunciabile per l’intero sistema formativo. È un orizzonte che chiede di essere assunto come missione strategica di ogni istituzione scolastica impegnata a preservare, alimentare e declinare nel quotidiano i principi di un’autentica scuola aperta e democratica.

Una scuola che sostiene il dialogo

Il panorama normativo italiano in materia di intercultura si attesta tra i più avanzati in ambito europeo, eppure la prassi quotidiana ne evidenzia le profonde contraddizioni. Si assiste, infatti, alla genesi di plessi scolastici caratterizzati da una presenza di alunni stranieri che sfiora il 90%. È una polarizzazione che persiste nonostante i tentativi delle amministrazioni comunali di ridefinire i bacini d’utenza e gli stradari, scontrandosi con la tendenza delle famiglie italiane a indirizzare le iscrizioni verso istituti a bassa o nulla incidenza migratoria.

Per queste ragioni la partecipazione attiva e corale delle famiglie, sia italiane sia straniere, diventa il fulcro per scardinare i pregiudizi e per riconsiderare l’eterogeneità culturale delle classi come un autentico potenziale di crescita collettiva. Educare all’interculturalità richiede una reale disponibilità a mettersi in gioco, un’apertura alla conoscenza reciproca che sappia salvaguardare le singole identità personali e culturali, mantenendo costantemente vivo il canale del confronto.

Un simile impianto, tuttavia, non può trovare concreta attuazione senza investire in modo strutturale sulla formazione. Risulta pertanto necessario qualificare non soltanto il corpo docente, ma l’intera comunità professionale della scuola, estendendo i percorsi formativi a tutto il personale, inclusi gli addetti ai servizi di accoglienza, primi garanti dell’inclusione sin dall’ingresso nell’istituto.

Le Linee pedagogiche e la sfida dell’investimento precoce

Questo orientamento si riflette chiaramente sul piano programmatico e normativo. Una rinnovata attenzione alla dimensione multiculturale e plurilingue, condivisa dalla scuola e dalla società italiana, trova infatti un punto di riferimento fondamentale nelle “Linee pedagogiche per il sistema integrato zerosei” adottate il 22 novembre 2021. Il documento è il frutto del lavoro della Commissione ministeriale per lo zerosei, la cui presidenza era stata affidata a Giancarlo Cerini e, dopo la sua scomparsa, a Susanna Mantovani. Il richiamo a questo specifico testo normativo e pedagogico mantiene intatta la sua centralità, offrendo il quadro di riferimento attualmente in vigore, nonostante i recenti sviluppi istituzionali vedano la nuova Commissione ministeriale, insediata dal Ministero dell’istruzione e del merito, impegnata in un percorso di revisione e aggiornamento delle Linee stesse.

Nel testo delle Linee pedagogiche si afferma esplicitamente che “L’intercultura è una dimensione da costruire e il fatto che questo possa avvenire precocemente, in un ambito educativo accogliente, rappresenta un investimento strategico di enorme importanza in una società come quella attuale”. Si specifica poi che “Per i bambini cogliere ciò che tutti abbiamo in comune e ciò che ci rende unici è una prima esperienza della grande varietà della famiglia umana. Se ciascuno impara a evitare definizioni classificatorie dell’identità dell’altro questa varietà può essere esplorata, conosciuta, suscita domande e promuove il confronto e la scoperta di diversi punti di vista”.

L’infanzia è il periodo in cui maggiore è l’interesse verso ciò che è nuovo e diverso, un’età in cui la curiosità, la ricerca e l’ascolto sono attitudini peculiari e spontanee. Parliamo di caratteristiche preziose, di coordinate metodologiche ed umane che l’adulto dovrebbe tendere a mantenere sempre vive, ma che purtroppo nella maturità si tende spesso a smarrire.

L’intuizione di Giancarlo Cerini è stata quella di vedere nello zerosei un laboratorio di democrazia e di equità. Investire nei primi anni di vita è la strategia più efficace per contrastare le disuguaglianze iniziali, a partire da quella linguistica e la dispersione scolastica implicita.

È compito degli amministratori e delle scuole e di chiunque abbia a cuore la tenuta del livello culturale del nostro paese far comprendere a tutte le famiglie e in particolare a quelle di origini straniere l’importanza della frequenza dei servizi educativi zerosei.

Il nodo dell’inclusione

Il valore formativo della scuola dell’infanzia riveste un’importanza notevole nel percorso di crescita e non può essere in alcun modo sottovalutato o considerato marginale, come purtroppo talvolta ancora accade nelle rappresentazioni sociali. I dati attuali costringono a registrare con preoccupazione una flessione nella frequenza di questo segmento educativo, un fenomeno che investe in particolar modo i bambini con background migratorio. Per questi ultimi, si rileva frequentemente il ricorso alla pratica dell’anticipo scolastico nella scuola primaria, una scelta che rischia di privare gli alunni di un segmento insostituibile di socializzazione e di consolidamento dei prerequisiti cognitivi e relazionali.

Per garantire un’autentica inclusione, appare pertanto prioritario rimuovere gli ostacoli di natura economica che limitano il pieno accesso all’offerta formativa. Un indicatore critico di tale disagio è rappresentato dalla diffusa tendenza, da parte di nuclei familiari più fragili, a ritirare i bambini prima del servizio mensa per evitare i costi della retta.

Il momento del pranzo, al contrario, non soddisfa unicamente un bisogno primario, ma si configura come uno spazio pedagogico di straordinaria valenza, un’occasione formidabile per l’educazione all’autonomia, alla condivisione e allo scambio interculturale. Risulta quindi indispensabile che le istituzioni e le autonomie locali compiano ogni sforzo programmatico e finanziario per garantire l’accesso universale alla mensa scolastica, tutelandone la funzione democratica ed emancipatoria.

La scuola come luogo di pacificazione sociale

La scuola è il luogo dove le culture e le religioni si intersecano, dialogano e si incontrano grazie all’interazione tra bambini e bambine capaci di sentirsi molto più uguali tra loro di quanto non accada per gli adulti e di avvertire le reciproche affinità in modo assai più nitido.

Giancarlo Cerini, nel testo “Atlante delle riforme (im)possibili” affermava “La scuola non è un semplice comparto della pubblica amministrazione da ristrutturare frettolosamente, ma un fenomeno culturale a larga diffusione sociale, l’istituzione che accoglie e forma tutti i futuri cittadini, un luogo di pacificazione sociale (tra generazioni, ceti sociali, etnie, culture). Attorno alle sue sorti dovrebbe manifestarsi una concordia nazionale, scattare un’empatia tra i decisori politici e coloro che costruirono giorno dopo giorno questo delicato servizio. Serve uno scatto di generosità per mettere in cima alle priorità il diritto all’istruzione sancito dalla Costituzione

A fronte di una complessità multiculturale con cui l’istituzione scolastica si confronta ormai da lungo tempo, questa riflessione richiama con forza l’urgenza di una comunità educante che sia autenticamente democratica e sorretta da una costante intenzionalità pedagogica. La scuola resta il presidio più importante per la democrazia dove contemporaneamente il rigore per l’istruzione si concilia con l’ambiente privilegiato per l’inclusione e l’accoglienza. La scuola si conferma così il baluardo fondamentale a tutela dei valori democratici, un laboratorio in cui il rigore dell’apprendimento formale si salda organicamente con la cura dell’ambiente relazionale, orientato all’accoglienza e all’inclusione. Una scuola “senza stranieri”, così come una scuola “senza disabili”, si tradurrebbe in un impianto artificiale, un luogo che non riflette la società reale la quale è strutturalmente ridefinita dal pluralismo etnico e culturale pur con le dovute differenziazioni e densità che caratterizzano i diversi contesti territoriali del Paese.

La cornice storico normativa dell’intercultura

La scuola “aperta a tutti” della nostra Costituzione permette un costante dialogo nell’ottica del confronto e di un arricchimento reciproco. Quale migliore laboratorio di ricerca di quello che prevede la compresenza di culture diverse?

Oltre trent’anni fa, in una storica circolare del Ministero dell’istruzione – la CM 2 marzo 1994, n. 73, dal titolo “Dialogo interculturale e convivenza democratica: l’impegno progettuale della scuola” – si rintracciavano già le fondamenta di questa visione. L’indicazione di allora esprimeva con chiarezza la necessità di orientare l’azione delle scuole verso il riconoscimento che “i valori che danno senso alla vita non sono tutti nella nostra cultura, ma neppure tutti nelle culture degli altri: non tutti nel passato, ma neppure tutti nel presente o nel futuro”.

Un simile assunto richiama la necessità di valorizzare le singole specificità attraverso la ricerca di tratti comuni, evitando qualsiasi forma di isolamento a danno delle ragazze e dei ragazzi con background migratorio.

Il manifesto di Alexander Langer

Il cammino dell’intercultura trova un solido ancoraggio etico e concettuale nel pensiero di Alexander Langer – saggista, ambientalista e pacifista – che nel 1994 ha consegnato alla riflessione pubblica un prezioso vademecum: i “Dieci punti per l’arte del vivere insieme”. Le radici di questo manifesto affondano anche nei significativi incontri fiorentini di Langer con personalità del calibro di padre Ernesto Balducci, Giorgio La Pira e Don Lorenzo Milani, figure che hanno profondamente segnato la sua dedizione alla causa del dialogo e della pace.

Il decalogo assume la compresenza plurietnica come la norma della società contemporanea. L’alternativa radicale che si profila è netta: l’esclusivismo etnico o, al contrario, una complessa e mai scontata dinamica relazionale. Questa prospettiva impone un legame indissolubile tra la tutela delle singole identità e la qualità del tessuto sociale, rifiutando con fermezza tanto le derive dell’inclusione forzata – che si traducono nel divieto di espressione delle proprie lingue o fedi – quanto le logiche dell’esclusione violenta, quali l’emarginazione e la ghettizzazione.

La conoscenza reciproca, il dialogo e l’interazione costante si configurano come gli unici strumenti in grado di generare una mutua e profonda comprensione. Langer sottolinea l’importanza strategica di figure chiave: mediatori culturali, costruttori di ponti, saltatori di muri ed esploratori di frontiera. Un’esigenza che si traduce nel richiamo a quelli che l’autore definisce “traditori della compattezza etnica”, intesi non come transfughi o rinnegati, ma come menti libere capaci di scardinare i blocchi identitari contrapposti. La precondizione assoluta per l’efficacia di questo approccio resta la messa a bando rigorosa di ogni forma di violenza, ponendo la convivenza stessa come l’autentica parola chiave dell’intero impianto: un’arte e una cultura che rappresentano l’unica alternativa realistica al riemergere delle barbarie etnocentriche.

Le sfide del “Centro studi Giancarlo Cerini” e dell’associazionismo

L’impegno del “Centro Studi Giancarlo Cerini”, sin dalla sua fondazione nel 2022, si intreccia in stretta correlazione con la missione del ricco panorama associazionistico che ha visto lo stesso Cerini come figura di riferimento, in primo luogo il CIDI ma senza dimenticare l’ANDIS con i suoi storici appuntamenti annuali che prendono spunto dal pensiero di Cerini. La sfida fondamentale non risiede nel relegare il suo patrimonio intellettuale così fecondo in uno statico archivio della memoria, né nel trasformarlo in un puro oggetto di studio accademico. L’obiettivo prioritario è, al contrario, quello di diffondere e rendere vivo tale pensiero, preservandone la forza propulsiva e la capacità di agire concretamente dentro le aule, orientando le scelte e le pratiche quotidiane di chi la scuola la vive e la costruisce ogni giorno. In questo quadro, le iniziative promosse sul territorio, la documentazione raccolta nel portale del Centro Studi – che testimonia i progetti realizzati e le numerose intitolazioni di scuole, laboratori e strutture per l’infanzia – e le stesse occasioni di confronto e di approfondimento odierne rappresentano la testimonianza più evidente e concreta di un cammino in costante evoluzione.


[1] Il presente contributo riprende e amplia la relazione presentata dall’autrice, Loretta Lega, in occasione del Seminario nazionale “Il mondo in una classe”, svoltosi a Firenze il 17 aprile 2026.