Edgar Morin, il mestiere di vivere

Omaggio al padre dell’umanesimo planetario e rigenerato

“Sono vecchio, lo ammetto, ma gli spiriti bennati non perdono valore con il conto delle estati”: si schermiva così Edgar Morin in uno dei suoi fulminei pensieri sulla grande età, scritti nell’arco di un decennio quasi a voler sfidare la fretta del tempo. Nella polis digitale si divertiva a lanciare formule lapidarie e giochi di parole, affidando alla brevità della rete frammenti capaci di colpire la fantasia e l’intelligenza dei contemporanei. Quella sapienza densa e leggera, distillata giorno dopo giorno, si ritrova ora custodita tra le pagine del suo ultimo saggio, dal titolo profondamente evocativo: Semi di saggezza[1].

Pochi giorni fa si è spento, a 104 anni, l’“uomo-secolo”, l’umanista cacciatore di conoscenza, filosofo della complessità, osservatore acuto delle trasformazioni sociali e visionario interprete del cambiamento, una delle figure più prestigiose della cultura contemporanea[2].

La grande età

Ultracentenario, è riuscito ad avvertire fino all’ultimo il fascino dell’avventura terrestre e a individuare il senso dell’esistenza nel saper attendere l’inatteso e scommettere con l’ottimismo dell’azione sull’improbabile, senza nascondere i pericoli, ma al contempo senza lasciarsi paralizzare da essi.

La sua concezione della vecchiaia rimane cristallizzata in un altro aforisma, che contiene in sé la sensazione della fragilità, ma anche quella della forza e del radicamento dei valori: Invecchiando, lo stelo si infiacchisce, ma le radici si fanno più vigorose.

Consapevole che alla sua età la morte è sempre in agguato, preferivapensare alla vita e soprattutto riflettere sugli eventi del mondo: “ho compiuto un secolo e continuo l’opera di sempre, è troppo presto per liquidarmi, imbalsamarmi e chiudermi in un sarcofago”. Risolveva così la questione della propria dipartita, vivendo giorno per giorno nel suo tempo biologico, considerando la morte uno sprone alla vita e allineandosi al pensiero del premio Nobel per la medicina Rita Levi Montalcini, anche lei diventata centenaria, che ha scritto: “Dai della vita ai tuoi giorni, invece che dei giorni alla tua vita”.

Vivere e non sopravvivere, grazie allaletteratura, al cinema, alla musica, all’Amicizia e all’Amore che salvano l’esistenza: è strano sentirsi giovani quando si è anziani. È il cuore-organo a essere vecchio e stanco, mentre il cuore-sentimento non ha una ruga.

Il mestiere di vivere e invecchiare bene

Morin ci ha lasciato la sua ricetta per invecchiare bene, che consiste nel mantenere in sé la curiosità dell’infanzia, le aspirazioni dell’adolescenza e le responsabilità dell’adulto, continuando a trarre esperienza dalle età precedenti e tenere viva la fiamma dello stato poetico, intensificato dall’entusiasmo, nel significato originario di possessione da parte di un dio, senza mai anestetizzare l’incertezza e l’imprevedibilità[3]. Stupore, dunque, e curiosità polimorfa, declinata anche al plurale: innumerevoli e insaziabili curiosità dell’infanzia. E anche gioia estetica, incanto estetico, che si prova nel contemplare le bellezze della vita, i suoi tratti incantevoli e meravigliosi.

Nella sua lunga vita Morin non ha mai smarrito lo stupore di vivere e di essere un vivente, affine ad un uccello – dal passero al condor – a un ulivo, alle palme, alle foglie e alle migliaia di fili d’erba nel prato, nella loro totalità e singolarità: “e io insieme a loro a fare lo stesso mestiere di vivere, (…) in una comunione e fusione, quasi mistica, tra il mondo in me e me nel mondo”[4]. Gli aggettivi scelti per qualificare l’esistenza parlano da sé: fenomenale, strabiliante, incredibile, creatrice.

Il dispiacere di cui ha esplicitamente parlato era quello di andarsene in un frangente da lui definito piena suspense storica, cioè l’impossibilità di sapere cosa scaturirà dalle enormi crisi che oggi investono l’umanità. Non ha nascosto il timore di un lungo periodo di regressione, pur sapendo che l’improbabile può sempre sparigliare le carte e modificare il tutto, in meglio, come in peggio.

Il cibo come testamento civile

Nell’ottobre 2004, in occasione della prima conferenza internazionale “Terra Madre”, Carlin Petrini intervistò Edgar Morin. Oggi che entrambi non ci sono più, questo dialogo su cibo, ambiente e globalizzazione ci consegna una sorta di testamento civile a favore di una produzione e distribuzione sostenibile del cibo[5].

Secondo Morin “Terra Madre” e “Slow Food” fanno parte delle avanguardie di cittadinanza terrestre, un circolo virtuoso dal biologico al commercio equo e solidale, che privilegia la qualità sulla quantità, contro un sistema-mondo che mantiene l’agricoltura intensiva e l’omologazione dei generi di consumo.

Una sorta di seconda elica buona, che – salvaguardando le piccole economie, la biodiversità e gli ecosistemi – prova a contrastare l’altra elica, quella dell’agricoltura intensiva e industriale, che sta depauperando gli ambienti naturali e trascinando il mondo nel baratro.

Morin aveva riconosciuto precocemente la cifra di un movimento planetario orientato alla ricerca di una nuova ruralità e di un nuovo modo di essere cittadini responsabili e solidali. La gastronomia, che ha subito un ostracismo dal mondo accademico, costituisce a suo parere una materia altamente interdisciplinare, proprio perché comprende tradizioni, aspetti relazionali e miti, e, non ultimo, il principio del piacere.

Un’arte tra etica ed estetica

Potrebbe non essere lontano il collasso vitale della nostra casa comune, l’unico ambiente in cui possiamo vivere. La Terra ci allerta e non possiamo più fare finta di niente. L’uomo superpredatore, che consuma senza sosta a ritmo inarrestabile e sempre crescente risorse non rigenerabili e che è artefice di una deforestazione senza limiti, sta andando incontro a eventi di estinzione di massa di proporzioni catastrofiche. La posta in gioco è altissima, crescente l’incertezza per il futuro di fronte a processi irreversibili di degrado.

Con una sola voce e uniti da analoghe convinzioni l’artista Michelangelo Pistoletto e Edgar Morin hanno lanciato il loro appello a implicarci, a lasciarci coinvolgere in un nuovo patto tra l’Uomo e la Terra, a un’assunzione di responsabilità per accompagnare un cambiamento sociale inedito, che abbia come obiettivo il salvataggio dell’Umanità, l’educazione a una cittadinanza terrestre in funzione di un vero umanesimo[6].

Con il suo progetto del “Terzo Paradiso” Michelangelo Pistoletto crede che si debba “affrontare le problematiche della società attraverso l’impegno dell’Arte, un’arte che unisce l’etica all’estetica”.

Quello che lei chiama il Terzo Paradiso – interloquisce Edgar Morin – io lo chiamo la metamorfosi. Direi che la forma attuale della società è inadeguata. Lei utilizza il termine paradiso. Io, invece, dico il ben vivere. Il fatto è che viviamo molto male. Il vero problema oggi è vivere bene. La civiltà distrugge la natura, la biosfera. E anche in questo caso non si riesce a controllare la distruzione. Dunque, si va verso processi di distruzione e di decomposizione che richiedono un cambiamento di strada”.

Di qui l’appello a invertire la rotta di questa nave dei folli in cui si è trasformata la società, promuovendo una coscienza ecologica su scala planetaria. È una svolta necessaria per incentivare lo sviluppo di energie pulite, per investire risorse nel risanamento delle città inquinate, per salvaguardare un’agricoltura pulita e valorizzare le filiere corte, anche attraverso il sostegno ai commerci di prossimità e la resistenza all’obsolescenza programmata dei prodotti, in favore di un nuovo artigianato.

Umanesimo rigenerato

La domanda, che riguarda ciascuno di noi e che spesso non trova spazio nei programmi di insegnamento, ma rimane smembrata e dispersa nelle discipline umanistiche e scientifiche, è che cosa significhi essere umano, cosa sia la coscienza di appartenenza all’umanità.

La convinzione che il progresso tecno-economico e il progresso umano coincidano genera spesso il delirio euforico del transumano, il mito della padronanza da parte dell’uomo non solo della natura, ma anche del proprio destino attraverso la potenza della tecnoscienza. Questo non è altro che un paradosso, perché in realtà la crescita della potenza umana va di pari passo con la crescita della sua debolezza.

Di fronte all’interrogativo prepotente sulla condizione dell’uomo – homo complexus – e sul suo destino, sulla modificazione radicale del mondo come finora lo abbiamo conosciuto, Edgar Morin individua un bisogno di umanesimo rigenerato, auspica un risveglio delle menti, delle coscienze e delle energie. Fa un appello convinto a cambiare strada nella direzione di un umanesimo universale, di una comunità di destino planetaria, capace di ripensare e trasformare una concezione di sviluppo, che è in realtà sottosviluppata.

La via dei quattro principi

Qualsiasi speranza umanistica deve tenere conto delle ambiguità, dell’instabilità e delle versatilità umane e deve nutrirsi di quattro principi essenziali. Il primo è quello del sorgere dell’improbabile, perché anche davanti a venti contrari tutto è possibile e la Storia ce lo dimostra. Il secondo è il principio di rigenerazione permanente, cioè quelle qualità generatrici presenti in ogni società umana, allo stato latente o inibite. L’inseparabilità tra rischio estremo e possibilità estrema è il terzo principio, seguito dal quarto che è l’aspirazione millenaria dell’umanità a un’altra vita. Ogni riforma personale, incardinata su questi quattro principi di speranza, deve rispondere anche a altrettanti imperativi fondamentali:

  • conoscere secondo la conoscenza complessa che collega i saperi per cogliere i problemi fondamentali e globali;
  • pensare secondo la ragione sensibile, che pratica la dialettica permanente ragione/passione;
  • agire secondo il principale imperativo etico della responsabilità/solidarietà;
  • vivere secondo il bisogno poetico d’amore, di comunione e di incanto estetico.

Contro il naufragio, un messaggio di speranza

Per muoversi in questa direzione, la leva fondamentale diventa la democrazia partecipativa, da attuare attraverso tre consigli: uno dedicato all’ecologia, per le riforme ambientali e sociali; uno orientato al futuro, per elaborare ipotesi in prospettiva; e un consiglio dell’età, per definire le politiche più efficaci per i giovani e la grande età[7]. Sono proprio la tutela della casa comune, insieme a una visione prospettica e intergenerazionale, i temi cardine su cui si fonda la sua missione di studio e di lavoro, e sui quali oggi Morin ci invita, con forza, a interrogarci e ad agire. In “Semi di saggezza” Morin si identifica in un albero, che grazie al vento disperde i suoi semi: “Sono come un albero. Il vento disperde i semi che spando. A volte ricadono su terreni aridi; in altri casi germoglieranno lontanissimo da qui”.

È necessario e fecondo, in questo nostro travagliato presente, che i semi di questo umanesimo illuminato e emancipatore del Maestro Morin volino, si disperdano e mettano radici in terreni rugiadosi e fertili. L’utopia di un mondo migliore va praticata attraverso una rigenerazione permanente, nella consapevolezza che nessuna conquista di civiltà è definitiva. Davanti al rischio della regressione, alla deriva di un Titanic lanciato verso l’iceberg, l’unica risposta possibile resta la resistenza, intesa come punto di partenza per un futuro nuovo.

Morin ci lascia così con un messaggio di speranza, ricordandoci che “non si combina nulla senza speranza, murandosi nella malinconia, nella stizza e nella rassegnazione”.


[1] E. Morin, Semi di saggezza, Raffaello Cortina, 2025.

[2] R. Bramante, Edgar Morin, l’umanista cacciatore di conoscenza. Saperi, etica, fraternità: riflessioni per la società attuale, in Scuola7, 6 ottobre 2024.

[3] E. Morin, Sull’estetica, Raffaello Cortina, 2019.

[4] E. Morin, Ancora un momento. Testi personali, politici, sociologici, filosofici e letterari, Raffaello Cortina, 2024.

[5] Dialogo pubblicato il 4 maggio 2004 su La Stampa e riproposto in questi giorni.

[6] E. Morin – M. Pistoletto, Attiviamoci. Impliquons-nous, Dialogo per il secolo, New Press, 2020.

[7] E. Morin, Cambiamo strada. Le 15 lezioni del coronavirus, Cortina Editore, 2020; E. Morin, I ricordi mi vengono incontro, Cortina Editore, 2020.