Negli ultimi anni, l’architettura della prima prova scritta di italiano dell’Esame di Stato ha mostrato una precisa e costante evoluzione metodologica. In particolare, le tracce riconducibili alla Tipologia “B” e “C” hanno fatto sempre più spesso riferimento a estratti di articoli, saggi e riflessioni di scrittori contemporanei. Questa scelta ministeriale risponde al preciso intento di coinvolgere in modo diretto i maturandi, sollecitandoli a esprimere il proprio punto di vista non su nozioni astratte, bensì su stringenti questioni valoriali e atteggiamenti esistenziali che caratterizzano il nostro tempo. La scrittura d’esame si trasforma così in un’occasione per misurare la maturità dei giovani dinanzi alla complessità del reale, spingendoli a interrogarsi sulla propria identità e sulle dinamiche della società in cui sono immersi.
2022: l’identità digitale e la comunicazione consapevole
Nel 2022 la proposta tratta dal libro “Tienilo acceso. Posta, commenta e condividi senza spegnere il cervello” di Vera Gheno e Bruno Mastroianni[1] chiedeva di riflettere sul rapporto tra identità personale e identità digitale, sull’uso dei social network, sulla reputazione online e sull’importanza di comunicare in modo consapevole. L’autrice spiega come i social siano una macchina di grossa cilindrata data in mano a inesperti che necessitano di tanta pratica per acquisire dimestichezza: bisogna tenere alta l’attenzione ai rischi, senza però categorizzare il tema con accezione esclusivamente negativa. I canali virtuali non vengono infatti demonizzati, ma descritti come veri e propri prolungamenti della nostra sfera sociale e relazionale. Di conseguenza, la traccia invitava i maturandi a riconoscere che le parole digitate in rete hanno un peso reale e che la cura della propria presenza online richiede lo stesso esercizio di responsabilità, empatia e rispetto che si riserva agli incontri nel mondo fisico.
2024: La riscoperta del silenzio come ecologia esistenziale
Nella prova del 2024 la traccia proponeva un passaggio del saggio “Riscoprire il silenzio. Arte, musica, poesia, natura fra ascolto e comunicazione” di Nicoletta Polla Mattiot e chiedeva di sviluppare un elaborato argomentativo sul valore del silenzio – come ecologia esistenziale, per conoscere sé stessi, sviluppare relazioni autentiche e liberare la creatività – e sull’importanzadell’ascolto e della comunicazione nella società contemporanea. La studiosa nutre la speranza che proprio la generazione dei diciotto-ventenni sia adatta a compiere la rivoluzione del silenzio, a fare uso di parole smerigliate dal silenzio, più autentiche, meno opache e sature, più transitive e con un po’ più di spazio per l’altro; una generazione che sia pronta a promuovere un’ecologia del silenzio per uno spazio di vita collettiva migliore[2].
Giulia, studentessa del Liceo Berchet di Milano, ha scritto nel suo elaborato d’esame: L’uomo moderno rischia di andare avanti senza sosta, di proseguire senza dubitare, tronfio sulla strada del progresso, e senza paura, senza silenzio, smarrisce il senso, in quanto rinuncia inconsapevolmente, allo spazio di riflessione esistenziale. È una perdita incommensurabile. Raramente ho conosciuto più intensamente me stessa che ritrovandomi in una silenziosa solitudine. (…) Nella quiete le parole non si “affollano” l’una sull’altra, non si rincorrono furiosamente, ma seguono un dolce ritmo, acquisiscono nitore e ogni pensiero trova il suo posto nella trama armonica del tutto[3].
2026: Il valore della costanza e della dedizione
Quest’anno la traccia che ha incontrato maggiore gradimento da parte dei maturandi – scelta secondo un’indagine campionaria del MIM in media dal 23,2% degli studenti (30,9% negli Istituti Tecnici e 37,6% nei Professionali) – ha richiesto una riflessione critica di carattere espositivo-argomentativo su un passo tratto da “Alzarsi all’alba” di Mario Calabresi[4].
Protagonisti dell’opera non sono personaggi della grande storia, ma persone comuni, a cui l’Autore dà voce attraverso racconti dedicati al valore della fatica, della costanza e della dedizione, in un’epoca che predica scorciatoie e gratificazioni immediate.
L’accoglienza di queste tracce da parte degli stessi scrittori interpellati nel corso degli anni testimonia la riuscita di questo impianto: ognuno di loro ha espresso una profonda emozione nel vedersi inserito nella prova d’esame, cogliendovi il segno di un dialogo autentico e ravvicinato con i sentimenti, i dubbi e le speranze dei più giovani. In particolare, Calabresi ha ricordato come il suo testo sia nato proprio da un confronto diretto e costante con le nuove generazioni.
Le due facce della fatica: sfruttamento e riscatto
Lo spunto del libro di Mario Calabresi parte dal ricordo di una conversazione con la nonna, donna del Novecento che gli ha donato il racconto del tempo in cui si era imboccata la strada della liberazione da fatiche antiche e terribili, dal lavoro disumano, dalla privazione accettata come destino, dal sacrificio elevato a virtù, anche quando serviva soltanto a coprire e giustificare un’ingiustizia. L’emancipazione da questo giogo è stato uno dei progressi più grandi, peraltro non ancora compiutamente realizzato. Non c’è, tuttavia, soltanto l’oppressione dello sfruttamento, di quella fatica che opprime e cancella la dignità. Non c’è soltanto la fatica dei lavori ripetitivi e senza orario, sfiancanti e sottopagati, dei lavori precari pagati con stipendi indegni.
Nello sviluppare la traccia, Sofia, studentessa del Liceo delle Scienze Umane “Rodari” di Prato, scrive: “Chi si fa in quattro spesso è proprio colui che non è riconosciuto e rispettato. Il pensiero va a Rosso Malpelo protagonista sfruttato ed escluso della novella di Giovanni Verga”. Il celebre personaggio verghiano lavora in una cava di sabbia in durissime condizioni di sfruttamento del lavoro minorile, privo di rispetto e riconoscimento da parte della comunità e della famiglia stessa. Sofia attualizza questa figura accostandola ai braccianti-schiavi reclutati per la raccolta nei campi, vittime del caporalato, e ai rider sfruttati per consegne continue a tariffe irrisorie.
Accanto a questa dimensione di abuso, esiste però un’idea diversa della fatica, intesa come dedizione, costanza, pazienza, tenacia. È la fatica che la stessa studentessa ritrova nei medici che operano di notte per salvare vite, nelle madri che dopo giornate di lavoro domestico e professionale mantengono inalterata l’attenzione per la famiglia, o nei padri che si impegnano affinché ai figli non manchi nulla.
Il rifiuto delle scorciatoie e il valore del limite
Prevale nel nostro presente l’illusione che sia possibile raggiungere risultati, conquistare traguardi, compiere imprese annullando lo sforzo. Sembra che la parola “fatica” stia scomparendo dal vocabolario quotidiano, come se le formule magiche del tutto in fretta, del risultato immediato, del successo rapido e del denaro facile possano indurre a credere che si possa evitare la parte dura del percorso. L’appello di Calabresi è di considerare, invece, che non ci sono scorciatoie e che, se ci sono, sono un inganno: per conquistare qualsiasi risultato ci vuole impegno, tempo, tenacia, capacità di attraversare gli errori e ricominciare, al fine di cogliere la dimensione di senso di un percorso e di interiorizzarla.
Tra le figure che più hanno colpito il giornalista c’è l’atleta paralimpica Veronica Yoko Plebani, che durante un allenamento nel mare gelido disse una frase che è diventata una specie di manifesto del libro: La fatica la devi adorare. Anche nello sport paralimpico diventa fondamentale il passaggio alla cultura delle abilità. Nel raccontare le imprese di atleti e atlete, occorre quindi evitare ogni sensazionalismo: dipingere ritratti “straordinari”, “eccezionali” o “superumani” rischia di creare una distanza artificiale, come se non ci si potesse aspettare da loro risultati simili. Questo valore biologico ed esistenziale va semplicemente riconosciuto, applaudito e valorizzato per la tenacia e la capacità di adorare la fatica.
La fatica dei legami: verso una responsabilità affettiva
La riflessione sui percorsi di crescita assume una curvatura squisitamente esistenziale quando si sposta sul terreno degli affetti e delle relazioni umane. Sofia, che frequenterà la facoltà di Scienze dell’Educazione, ha letto il libro del filosofo e sociologo Zygmunt Bauman “Amore Liquido” e lo cita nella sua argomentazione: nelle relazioni le persone non fanno più fatica, non sanno imparare cosa sia l’amore, perché scappano al primo problema di coppia che si presenta, giustificando il tutto con “non è scattata la scintilla”. L’amore, ricorda Baumann, richiede invece una costruzione costante: va custodito nonostante tutte le intemperie della relazione, poiché esige la stessa dedizione necessaria per ogni traguardo da raggiungere nella vita. Del resto, come scrive il sociologo: “Lungo la strada dell’individualizzata società liquido-moderna gli impegni a lungo termine sono sempre più rari, il coinvolgimento durevole un’eccezione e l’obbligo di reciproca assistenza ‘qualunque cosa accada’ una prospettiva né realistica né ritenuta meritevole di grandi sforzi”[5].
Sulla stessa lunghezza d’onda Federico, studente dell’Istituto Tecnico “Guala” di Bra, che ha scelto di richiamare i versi della poesia “Considero valore” di Erri De Luca, esaminata in classe: “Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano. (…) Considero valore tutte le ferite (…) Considero valore (…) provare gratitudine, senza ricordare di che”[6].
Il tempo della pazienza e della cura
Nel nostro tempo, che tende a rimuovere la dimensione della pazienza e della cura all’interno di ogni storia di coppia, si è per lo più spinti a liberarsi rapidamente di ciò che non funziona, piuttosto che considerare la crisi come una possibilità di crescita. L’immagine di «due vecchi che si amano» diventa così una testimonianza potente: incarna l’idea che proprio nella tensione tra crisi e trasformazione l’amore si evolve e può permanere.
L’orizzonte si allarga così verso un invito essenziale a riscoprire la responsabilità affettiva. È una dimensione che non offre gratificazioni immediate o superficiali, ma che schiude le porte a una serenità profonda, edificata giorno dopo giorno attraverso l’impegno condiviso e l’attenzione costante verso l’altro.
Questa cura reciproca trova la sua perfetta sintesi poetica nei versi di Vivian Lamarque, tratti dalla raccolta “L’amore da vecchia”, che sigillano l’intero articolo con una nota di speranza e di straordinaria delicatezza: “Che anche lei la cicatrice / persino lei la cicatrice / possa un giorno diventare felice / quasi felice”[7].
[1] Vera Gheno, sociolinguista, traduttrice e saggista, ha collaborato per vent’anni con l’Accademia della Crusca; insegna all’Università di Firenze ed è una delle voci più autorevoli nel dibattito sulla comunicazione digitale e l’evoluzione della lingua italiana. Bruno Mastroianni, filosofo, giornalista e social media manager, è esperto di comunicazione in rete e docente universitario; cura la comunicazione di emittenti televisive e istituzioni culturali ed è l’ideatore del concetto di “disputa felice” applicato ai conflitti digitali.
[2] N. Polla-Mattiot, Il silenzio è rivoluzione. Ascoltare il suono segreto della vita, Einaudi, 2026. R. Bramante, Il potere rivoluzionario del silenzio come scelta di comunicazione. Salvarsi dal “frastuono” del mondo, in ArcipelagoMilano, 3 marzo 2026.
[3] N. Polla-Mattiot, Op. cit., p. 8.
[4] M. Calabresi, Alzarsi all’alba, Ed. Mondadori, Milano, 2025, pp. 10 -11.
[5] Z. Bauman, Amore liquido, Laterza Editori, 2006.
[6] E. De Luca, Opera sull’acqua e altre poesie, Einaudi, 2017.
[7] V. Lamarque, L’amore da vecchia, Mondadori, 2022.




