Esiste una singolare distanza tra la consapevolezza scientifica, ormai unanime nel riconoscere nei primi anni di vita il baricentro dello sviluppo umano, e la fatica con cui le politiche pubbliche traducono questa evidenza in scelte di sistema organiche. Il consolidamento di una reale continuità educativa nel segmento zerosei risente ancora di interventi frammentati, faticando a trovare una stabilità che superi la logica dell’emergenza. Ancorare lo sviluppo dei servizi per l’infanzia a una visione d’insieme rappresenta una priorità per la scuola di domani, soprattutto per evitare che le disuguaglianze sociali si cristallizzino prima ancora dell’ingresso nella scuola dell’obbligo.
l recente Rapporto GEM 2026 (Global Education Monitoring) dell’UNESCO[1], dedicato ai temi dell’accesso e dell’equità, offre un quadro di riferimento globale che interroga direttamente le nostre priorità. Il documento ricolloca lo zerosei al centro del dibattito internazionale, definendolo non come un segmento isolato o puramente assistenziale, ma come la prima, reale leva strategica per garantire la giustizia sociale e il diritto all’apprendimento delle diverse comunità.
Il rapporto mondiale sullo stato dell’educazione
Il riconoscimento dello zerosei come leva potente, eppure storicamente sottovalutata dai decisori politici, costituisce il nucleo centrale dell’analisi. Le evidenze scientifiche continuano a documentare benefici profondi, che superano la sfera prettamente cognitiva per abbracciare lo sviluppo affettivo, sociale e la capacità di autoregolazione dei comportamenti. Questa solida base teorica si scontra però con una mappa globale dell’esclusione ancora drammatica: duecentosettantatré milioni di bambini nel mondo restano privi di istruzione, e tredici milioni di questi vivono in territori dilaniati dai conflitti.
Al tempo stesso, la pianificazione di politiche mirate ha prodotto avanzamenti significativi dall’inizio del millennio. Dal 2000 a oggi si registra un incremento imponente degli alunni scolarizzati, con centoventicinque milioni di iscritti in più nella scuola primaria, settantotto milioni nella secondaria di primo grado e centoventuno milioni nel secondo grado.
L’espansione si muove tuttavia su ritmi talmente lenti e disomogenei da costringere l’UNESCO a una proiezione allarmante: se non si imprimerà una forte accelerazione alle politiche educative, il traguardo della frequenza universale della scuola secondaria superiore sarà raggiunto su scala globale soltanto nel 2105. Una simile dilatazione temporale, che sposta l’obiettivo di quasi un secolo, richiama l’urgenza di riforme strutturali a medio e lungo termine, indispensabili per accelerare la crescita della scolarizzazione e garantire ai giovani le competenze culturali necessarie all’inserimento sociale e professionale.
Lo zerosei nel panorama internazionale
La letteratura neuroscientifica offre evidenze inoppugnabili: entro i primi cinque anni di vita, il cervello sviluppa l’85% delle sue connessioni neuronali. Questa fase rappresenta una finestra biologica di opportunità irripetibile; trascurare tali stimoli significa disperdere potenzialità che difficilmente ritroveranno terreno fertile. Lo sviluppo delle competenze, siano esse cognitive o socio-emotive, avviene precocemente e costituisce il substrato su cui si edificano i successi dei percorsi educativi futuri.
Ciononostante, il Rapporto evidenzia come dal 2015 la curva di crescita della partecipazione ai servizi della prima infanzia abbia subito una contrazione, che l’impatto della pandemia ha drammaticamente amplificato. I dati globali dimostrano che la radice del problema è anzitutto economica. Se infatti una parte dei paesi monitorati ha blindato l’accesso garantendone la gratuità, sul versante opposto permane lo zoccolo duro di quei governi – ancora troppo numerosi – che riservano a questo segmento meno dell’1% del PIL, lasciando la gestione di questo segmento fondamentale nelle mani del settore privato e non statale.
Il confronto internazionale convalida l’efficacia di traiettorie virtuose incentrate sull’investimento pubblico. Il Rapporto documenta come le riforme strutturali coordinate a livello centrale siano la chiave per abbattere le disuguaglianze; tra le esperienze più significative, spiccano i casi dell’Uzbekistan, capace di raddoppiare le iscrizioni in soli sei anni grazie a sussidi e finanziamenti diretti, e la strategia intrapresa dalla Turchia, che ha potenziato le infrastrutture e le risorse finanziarie dedicate generando un incremento stabile della regolarità delle frequenze.
Cosa succede in Italia: tra divari e investimenti
Il posizionamento dell’Italia risente in modo determinante dell’entità delle risorse finanziarie destinate alla prima infanzia. La spesa pubblica nazionale si attesta allo 0,46% del PIL, una percentuale inferiore sia alla media dei paesi OCSE, pari allo 0,6%, sia ai livelli dei dieci sistemi europei più virtuosi, che investono quote comprese tra l’1% e il 2%. L’incidenza di questo minore investimento si riflette direttamente sulla disponibilità dei servizi: i dati statistici indicano che un incremento anche contenuto della spesa pubblica, ad esempio dallo 0,25% allo 0,50% del PIL, produce un raddoppio immediato della frequenza e dell’accesso precoce, confermando il valore strategico delle scelte di bilancio.
La situazione interna presenta dinamiche fortemente asimmetriche tra i diversi segmenti dello zerosei. Nella scuola dell’infanzia si registra un consolidamento strutturale importante, con un tasso di iscrizione che raggiunge il 94%, superando la media europea. La vera criticità si concentra nella fascia zero-tre anni, dove la copertura dei nidi e dei servizi integrativi si ferma al 31,5% (a fronte di un parametro medio UE del 45%) ed è segnata da profonde disparità territoriali tra le regioni del Nord, del Centro e del Sud.
In un contesto in cui la spesa pubblica destinata allo zero-tre non mostra segnali di crescita, le prospettive di espansione sono state ulteriormente condizionate dalla revisione degli obiettivi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Il target iniziale del PNRR è stato infatti rimodulato al ribasso, riducendo la previsione da 264.000 a 150.000 nuovi posti. Tale contrazione rischia di rallentare i tempi di risposta alle sfide globali sull’equità e sull’inclusione, ribadendo l’urgenza di invertire la rotta attraverso una programmazione economica stabile, in grado di sostenere l’ampliamento e il consolidamento del sistema integrato.
L’equità come motore di sviluppo e mobilità
L’accesso universale ai servizi zerosei si configura come la leva più efficace per attenuare le disparità cognitive e relazionali prima che si traducano in divari sociali strutturali. I dati comparativi europei[2] documentano in modo inequivocabile il peso dei fattori di sfondo: la nascita in contesti familiari caratterizzati da bassi livelli di scolarizzazione esercita un’influenza persistente sugli esiti degli apprendimenti. In Italia, tale condizionamento si estende ben oltre il percorso di studi; anche quando i figli delle fasce di popolazione meno abbienti conseguono un diploma o una laurea, l’inserimento professionale risente di una debolezza strutturale, traducendosi frequentemente in occupazioni sottoqualificate o prive di una reale discontinuità rispetto alla condizione di partenza. La scarsa permeabilità del sistema economico comprime la mobilità sociale e incide profondamente sulle aspettative di vita delle nuove generazioni, alimentando una diffusa percezione di incertezza.
Intervenire tempestivamente fin dai primi mille giorni di vita rappresenta l’unica strategia praticabile per scardinare questi automatismi. Restituire efficacia ai sistemi educativi significa, in ultima analisi, rimettere in moto un ascensore sociale fermo da troppo tempo, offrendo a ogni bambino la possibilità di sviluppare appieno le proprie potenzialità indipendentemente dal contesto di nascita[3].
Prospettive di policy e orizzonti futuri
La costruzione di percorsi virtuosi rivolti alle nuove generazioni richiede, in linea con gli orientamenti della Commissione Europea, un presidio costante su alcune aree strategiche interconnesse. Accanto al consolidamento del sistema integrato zerosei, l’azione istituzionale deve focalizzarsi sullo sviluppo delle competenze di base, sull’alfabetizzazione digitale e la media literacy, nonché sulla promozione della cittadinanza e della resilienza democratica. Si tratta di un quadro d’insieme che chiama in causa l’equità educativa, la valorizzazione del personale docente, l’investimento nelle discipline STEM e la cura dei percorsi di formazione scuola-lavoro, intesi come snodi cruciali per le competenze del futuro.
Questo approccio si inserisce nella traiettoria delineata dal Global Education Monitoring Report, che inaugura una serie di tre volumi concepita come un vero e proprio “conto alla rovescia” verso il 2030. L’obiettivo è monitorare i progressi compiuti dai diversi Paesi nel raggiungimento del Goal 4 dell’Agenda delle Nazioni Unite[4] per un’istruzione di qualità, equa e inclusiva. Se l’analisi attuale si concentra sui nodi dell’accesso e dell’equità, l’appuntamento successivo esaminerà i parametri della qualità e dell’apprendimento, mentre la terza relazione approfondirà il tema della rilevanza dell’educazione. Nel loro insieme, questi documenti offriranno una mappatura accurata della capacità dei sistemi educativi di generare conoscenza e preparare gli studenti a orientarsi in una realtà complessa, definendo i contorni del dibattito internazionale oltre la scadenza del 2030.
[1] GEM ossia Global Education Monitoring: Rapporto UNESCO sul Monitoraggio dell’Educazione Globale 2026: Accesso ed equità.
[2] Migliorare la qualità e l’equità dell’istruzione e della formazione. Tutti i cittadini dell’UE hanno diritto a un’istruzione, una formazione e un apprendimento permanente inclusivi e di alta qualità.
[3] OECD. Uno sguardo sull’istruzione 2025: Italia.
[4] United Nations. Obiettivo 4. Garantire un’istruzione di qualità inclusiva ed equa e promuovere opportunità di apprendimento permanente per tutti.




