Le Linee guida per l’orientamento[1] sottolineano la necessità di promuovere percorsi continui, trasversali e personalizzati, capaci di accompagnare studentesse e studenti nella costruzione del proprio progetto di vita e sostenere lo sviluppo di competenze riflessive, decisionali e progettuali, andando oltre la tradizionale trasmissione di informazioni sui percorsi scolastici o professionali.
Per questo scopo, un approccio particolarmente significativo può essere quello del Design Thinking che, applicato ai contesti scolastici, veicola la soluzione dei problemi e il pensiero divergente, propone modalità di lavoro fondate sull’ascolto, sulla collaborazione, sulla sperimentazione e sulla costruzione condivisa di soluzioni. Consente, quindi, di ripensare l’orientamento come esperienza educativa autentica e centrata sulla persona.
Dalla standardizzazione alla personalizzazione
In molte realtà scolastiche l’orientamento continua ancora oggi a essere organizzato attraverso attività uguali per tutti: incontri informativi identici per ogni classe, test standardizzati, percorsi uniformi e, molto spesso, totalmente inadeguati rispetto ai bisogni reali degli studenti.
Il Design Thinking ribalta questa logica. Ogni gruppo classe, ogni studente e ogni contesto vengono considerati portatori di bisogni specifici che richiedono interventi progettati in modo flessibile e situato. L’attenzione si sposta così dalla semplice erogazione di attività alla comprensione delle esperienze, delle aspettative e delle difficoltà vissute dagli studenti e dalle studentesse come soggetti attivi coinvolti nella definizione dei problemi e nella costruzione delle possibili soluzioni.
Il docente come progettista di esperienze
L’utilizzo del Design Thinking nella scuola comporta anche una ridefinizione del ruolo docente. L’insegnante assume progressivamente la funzione di progettista di esperienze educative e orientative. Questo significa osservare, ascoltare, raccogliere feedback, sperimentare attività, modificarle e riprogettarle sulla base delle risposte degli studenti. Il docente-designer non ricerca soluzioni valide in modo assoluto, ma costruisce percorsi adattabili e migliorabili nel tempo.
Nel Design Thinking non è necessario progettare fin dall’inizio l’intervento perfetto: si procede attraverso sperimentazioni progressive, raccogliendo elementi utili per migliorare le attività successive. Anche gli errori o le criticità diventano occasioni di apprendimento professionale. È un approccio che contribuisce a sviluppare nei docenti atteggiamenti di flessibilità, apertura al cambiamento e attenzione ai bisogni che emergono di volta in volta.
Il Design Thinking si sviluppa attraverso un processo articolato in fasi strettamente collegate, continuamente riviste e riprogettate. L’itinerario, spiccatamente dinamico, vede le dimensioni dell’ascolto, della progettazione, della sperimentazione e della valutazione intrecciarsi e alimentarsi in modo costante.
La fase dell’ascolto (empathize): decodificare i vissuti e i bisogni
La fase embrionale del progetto si fonda sull’ascolto profondo, un esercizio di accoglienza intellettuale volto a decodificare il vissuto degli studenti. Si tratta di un atto che mira a far emergere le aspettative silenziose, le fragilità e le spinte emotive che definiscono il perimetro della loro crescita. Per attivare questa connessione, il docente dispone di un ventaglio di strumenti dinamici: dal circle time alle narrazioni autobiografiche, fino all’osservazione partecipata.
Nella scuola secondaria di primo grado, il docente potrebbe proporre, per esempio, un’attività focalizzata sul tema “Chi sono e cosa mi piace fare”. Gli studenti vengono chiamati a elaborare una mappa personale che intrecci passioni, interessi extrascolastici e quelle discipline in cui avvertono una maggiore competenza.
Per gli studenti più grandi, la fase di ascolto si può spostare su un piano di confronto tra pari, focalizzandosi sulla proiezione verso il domani. L’attività si può sviluppare attraverso brevi interviste reciproche incentrate su interrogativi dirimenti: “Quali paure nutri rispetto alla scelta universitaria?” oppure “Cosa ti permette di sentirti realmente competente?” Questo approccio permette di intercettare bisogni orientativi autentici, che raramente trovano cittadinanza all’interno dei perimetri della didattica tradizionale. Inserire tali pratiche significa riconoscere che la formazione non può prescindere dalla dimensione soggettiva dello studente. L’agire del docente si configura come un ponte tra il dovere formativo e la ricerca di una realizzazione personale, trasformando l’aula in uno spazio in cui la riflessione su di sé diventa il presupposto per ogni futuro apprendimento.
La fase dell’ideazione (ideate): generare possibilità e nuovi scenari
Conclusa la fase di ascolto, il gruppo converge verso la produzione di idee e la prefigurazione di scenari inediti, orientando l’attività non tanto alla ricerca immediata di una risposta univoca, quanto all’apertura di spazi di riflessione condivisa e alla generazione di traiettorie alternative. Qui risultano particolarmente efficaci metodologie come il brainstorming, i lavori di gruppo, simulazioni, lo storytelling, le mappe concettuali o anche percorsi creativi. Ad esempio, in una classe quinta della scuola primaria, gli studenti potrebbero lavorare in piccoli gruppi per progettare “la scuola ideale”, riflettendo sugli spazi, sulle attività e sulle modalità di apprendimento che li aiutano a stare bene e a sentirsi valorizzati. L’attività permette di sviluppare capacità progettuale e consapevolezza rispetto ai propri bisogni formativi. In una scuola secondaria di primo grado, invece, si potrebbe proporre un laboratorio di storytelling orientativo nel quale gli studenti immaginano e raccontano una possibile giornata del proprio futuro, descrivendo ambienti, relazioni, attività e competenze necessarie. Questo tipo di esperienza favorisce la riflessione su interessi personali, desideri e aspettative. Anche le simulazioni professionali possono rappresentare strumenti efficaci: organizzare un Debate, creare una mini redazione giornalistica o progettare un piccolo evento scolastico permette agli studenti di sperimentare ruoli differenti e riflettere sulle proprie attitudini.
La fase della prototipazione (prototype): sperimentare e costruire l’esperienza
La fase del Prototype consiste nel trasformare le idee emerse in attività concrete e immediatamente sperimentabili sul campo. Nell’orizzonte metodologico del Design Thinking applicato ai contesti formativi, il prototipo si distacca radicalmente dalla logica del prodotto definitivo o strutturato, ma si configura come un’ipotesi di lavoro aperta e intenzionalmente provvisoria. Questa dimensione di provvisorietà scientifica permette di sottoporre il percorso a una rapida validazione empirica, trasformando l’azione didattica in un cantiere di ricerca-azione in cui l’errore non è sanzionato, ma rielaborato come risorsa informativa fondamentale per l’ottimizzazione del progetto.
In ambito scolastico, un prototipo può assumere forme molto semplici. Un docente potrebbe, ad esempio, sperimentare una nuova modalità di avvio della lezione dedicando i primi cinque minuti a una domanda riflessiva collegata ai vissuti degli studenti: “Quale attività ti ha fatto sentire competente questa settimana?” oppure “Quando impari meglio?”. In una scuola secondaria di secondo grado si potrebbe invece realizzare un mini-laboratorio orientativo interdisciplinare di due ore nel quale gli studenti, divisi in gruppi, progettano soluzioni per migliorare la vita scolastica, confrontandosi poi sulle competenze utilizzate durante il lavoro. Anche il portfolio personale può essere considerato un prototipo orientativo: raccogliere elaborati, riflessioni, esperienze significative e feedback permette agli studenti di osservare nel tempo il proprio percorso di crescita. La sperimentazione consente ai docenti di osservare il coinvolgimento degli studenti, raccogliere feedback e comprendere quali attività risultano realmente significative.
La fase della verifica (test): valutare i processi e riprogettare i percorsi
L’ultima fase riguarda la verifica delle attività sperimentate e la successiva riprogettazione. Attraverso momenti di confronto, questionari, osservazioni o riflessioni condivise, docenti e studenti analizzano ciò che ha funzionato, le difficoltà incontrate e gli aspetti da migliorare.
Ad esempio, al termine di un laboratorio orientativo, gli studenti potrebbero essere invitati a completare alcune domande riflessive:
- “Che cosa ho scoperto di me?”
- “Quale attività mi ha coinvolto maggiormente?”
- “Quali difficoltà ho incontrato?”
- “Che cosa vorrei approfondire ancora?”
Questi momenti favoriscono lo sviluppo di competenze metacognitive e aiutano a riconoscere i propri processi di apprendimento. Anche la condivisione tra docenti assume un ruolo importante: presentare un’attività sperimentata durante un dipartimento disciplinare, documentare un percorso attraverso un portfolio digitale o confrontarsi in piccoli gruppi di lavoro permette di costruire pratiche orientative più consapevoli e collaborative.
Ricadute nella pratica scolastica
L’applicazione del Design Thinking alla progettazione orientativa può incidere in modo significativo sulla pratica didattica quotidiana, trasformando non soltanto le modalità di insegnamento, ma anche la relazione educativa e il modo stesso di intendere l’orientamento scolastico. Si tratta di esperienze educative concrete nelle quali studentesse e studenti sono chiamati a riflettere sui propri interessi per scegliere i percorsi futuri. Anche le domande aperte, i momenti di riflessione, la conversazione in classe possono diventare occasioni orientative significative.
Dal punto di vista educativo, questo approccio contribuisce allo sviluppo di competenze trasversali: collaborazione, pensiero critico, problem solving, creatività, capacità decisionale e adattabilità. Parallelamente, favorisce metodologie laboratoriali e collaborative nelle quali il confronto tra pari, la sperimentazione e la condivisione di idee assumono un ruolo centrale. Anche l’errore perde la sua dimensione valutativa e diventa occasione di revisione, miglioramento e apprendimento.
In un tempo caratterizzato da percorsi sempre meno lineari e da trasformazioni continue, il Design Thinking offre, dunque, alla scuola strumenti utili per accompagnare studenti e studentesse nella costruzione consapevole del proprio futuro.
[1] Il quadro normativo fondamentale relativo all’orientamento è:
- Decreto Ministeriale 22 dicembre 2022, n. 328. È l’atto di nascita della riforma: adotta ufficialmente le Linee guida per l’orientamento. Introduce l’obbligo dei moduli curricolari di orientamento formativo (almeno 30 ore annue) per tutte le classi delle scuole secondarie di primo e secondo grado, l’istituzione dell’E-Portfolio personale e la nascita delle figure del Docente Tutor e del Docente Orientatore.
- Decreto Ministeriale 5 aprile 2023, n. 63. Fissa i criteri per la ripartizione delle risorse finanziarie destinate alle istituzioni scolastiche per remunerare e valorizzare le nuove figure professionali (Tutor e Orientatore), attingendo anche ai fondi stanziati dalla Legge di Bilancio per il contrasto della dispersione scolastica.
- Decreto Ministeriale 2 febbraio 2024, n. 19. Delinea in modo concreto le azioni per l’integrazione tra l’orientamento scolastico e quello professionale, rafforzando la cooperazione strategica tra il sistema d’istruzione, gli attori del territorio e il mercato del lavoro.
- Decreto Ministeriale 14 novembre 2024, n. 229. Regolamenta l’adozione del modello nazionale di consiglio di orientamento, volto a standardizzare e rendere omogeneo il documento che le scuole secondarie di primo grado rilasciano agli studenti al termine del ciclo, per supportare la scelta del percorso successivo.



