Perché un libro sulla rivoluzione digitale interessa oggi la scuola? Perché i ragazzi che siedono ogni giorno nelle nostre aule sono la prima generazione cresciuta dentro l’universo dei social network e dell’intelligenza artificiale. Comprendere come sono cambiate le tecnologie significa comprendere anche come stanno cambiando i processi educativi, l’informazione, le relazioni e la costruzione del pensiero critico.
È da questa prospettiva che assume particolare interesse il libro di Riccardo Luna Qualcosa è andato storto. Come i social network e l’intelligenza artificiale ci hanno rubato il futuro[1]. Giornalista esperto di innovazione, tecnologia e sostenibilità, Luna segue da oltre trent’anni la trasformazione digitale della società e propone una riflessione critica sulle promesse della rivoluzione digitale e sulle responsabilità che oggi coinvolgono anche il mondo della scuola.
L’itinerario professionale di Riccardo Luna racconta, forse meglio di molti studi, il passaggio dall’entusiasmo per la rivoluzione digitale alla consapevolezza dei suoi effetti più problematici. È un percorso che interpella direttamente anche la scuola, chiamata oggi a educare a un uso critico, responsabile e consapevole delle tecnologie.
Le promesse della rivoluzione digitale
La prima uscita a San Francisco dell’edizione americana di WIRED, il giornale dedicato all’innovazione e alle idee che cambiano il mondo, risale al 1992. Quando, nel 2009, Riccardo Luna incontra a San Francisco Louis Rossetto, fondatore di WIRED USA, nasce il progetto dell’edizione italiana della rivista. L’obiettivo era raccontare una rivoluzione tecnologica che appariva capace di migliorare la qualità della vita e di aprire scenari fino ad allora impensabili.
Per molti anni WIRED Italia diventa il simbolo di questo entusiasmo. Le sue pagine documentano innovazioni che sembrano anticipare il futuro: edifici sostenibili, materiali intelligenti, nuove applicazioni della medicina rigenerativa e tecnologie capaci di rendere più sicuri i trasporti. Altri esempi, altrettanto significativi, testimoniano la straordinaria fiducia riposta nelle potenzialità della ricerca e dell’innovazione[2].
Riccardo Luna ha diretto WIRED Italia dal 2009 al 2011, ma la rivista continua a raccontare l’evoluzione della rivoluzione digitale fino al giugno 2026, quando conclude la propria esperienza editoriale con un numero dedicato ai giovani protagonisti della ricerca scientifica e dell’innovazione. È una chiusura simbolica, che conferma la fiducia nelle potenzialità della scienza anche in un momento attraversato da crescenti interrogativi sul futuro del digitale
L’idealizzazione del digitale
Per alcuni anni Internet è stato considerato uno strumento capace di favorire la pace, la partecipazione democratica e la diffusione della conoscenza. La rete sembrava poter abbattere barriere geografiche, culturali e sociali, offrendo nuove opportunità di dialogo e di libertà.
Anche Riccardo Luna partecipa a questa stagione di entusiasmo. Nel 2009 promuove la candidatura di Internet al Premio Nobel per la Pace, sostenendo una campagna internazionale che raccoglie il consenso di autorevoli personalità del mondo della cultura e della scienza[3].
Negli stessi anni il giurista Stefano Rodotà propone di inserire nella Costituzione il diritto di accesso a Internet, attraverso un nuovo articolo 21-bis. L’obiettivo era riconoscere l’accesso alla rete come un diritto fondamentale della persona e rafforzare le garanzie di partecipazione democratica nell’era digitale. La proposta non è stata recepita dal legislatore, ma ha contribuito ad alimentare il dibattito sul riconoscimento dell’accesso a Internet come diritto fondamentale della persona.
L’idea che Internet rappresentasse un bene comune trova allora ampio consenso. Personalità provenienti da ambiti diversi – dalla politica alla cultura, dalla Chiesa al mondo dell’informazione – ne sottolineano il valore come strumento di libertà, conoscenza e partecipazione[4].
Internet e la fine dell’ottimismo
Col passare degli ultimi anni le magnifiche sorti del digitale hanno progressivamente lasciato spazio a una lettura più problematica. Internet, nato come promessa di conoscenza, condivisione e partecipazione democratica, ha progressivamente rivelato anche le distorsioni di un modello dominato dagli interessi delle grandi piattaforme e dalla logica dell’engagement.
È questa la tesi che Riccardo Luna sviluppa nel volume Qualcosa è andato storto. Come i social network e l’intelligenza artificiale ci hanno rubato il futuro. Ripercorrendo le tappe della rivoluzione digitale, l’autore mette in luce come le fake news, la polarizzazione del dibattito pubblico, gli algoritmi che premiano i contenuti più divisivi e il potere delle big tech abbiano progressivamente incrinato quella fiducia iniziale. Nella postfazione al volume, Paolo Benanti[5] osserva che le informazioni false si diffondono più rapidamente di quelle vere perché suscitano emozioni più intense e favoriscono il coinvolgimento degli utenti.
I giovani al centro della sfida educativa
Le conseguenze di questo cambiamento investono direttamente le nuove generazioni. I ragazzi di oggi sono i primi ad essere cresciuti dentro un ambiente digitale che condiziona l’accesso alle informazioni, le relazioni sociali e la costruzione dell’identità personale.
Luna richiama l’attenzione sul fatto che gli adolescenti si confrontano ogni giorno con piattaforme progettate per catturare l’attenzione e prolungare il tempo di permanenza online. La dipendenza dai social, l’esposizione continua a contenuti selezionati dagli algoritmi, la diffusione dell’hate speech e delle fake news, insieme ai riflessi sul sonno, sul benessere psicologico e sui comportamenti alimentari, delineano un quadro che interpella direttamente la scuola.
Educare al pensiero critico significa oggi anche insegnare a riconoscere i meccanismi che governano le piattaforme digitali, a valutare l’attendibilità delle fonti, a distinguere i fatti dalle opinioni e a utilizzare le tecnologie con responsabilità. È una competenza che attraversa tutte le discipline e rappresenta una delle condizioni per l’esercizio di una cittadinanza consapevole.
Ripartire dalle responsabilità
Riccardo Luna non propone di rinunciare all’innovazione tecnologica. “Il problema, osserva, non è la tecnologia in sé, ma l’uso che ne è stato fatto e il modello economico che ha trasformato l’attenzione delle persone nella principale risorsa da conquistare”. Invita piuttosto a ricostruire una cultura digitale fondata sulla responsabilità, sulla qualità dell’informazione, sulla gentilezza nelle relazioni e sulla capacità di contrastare i “contenuti incendiari” alimentati dagli algoritmi. “Ci siamo infilati in un tunnel, ma non dobbiamo sentirci spacciati”, scrive nel libro, indicando la necessità di recuperare la capacità di governare il cambiamento anziché subirlo.
Per la scuola questa prospettiva rappresenta una sfida educativa di primaria importanza. Formare cittadini digitali significa aiutare gli studenti a utilizzare le tecnologie senza subirle, sviluppando autonomia di giudizio, senso critico e attenzione all’altro. Significa anche educarli a riconoscere i meccanismi con cui vengono selezionate le informazioni, a verificare l’attendibilità delle fonti e a costruire relazioni rispettose anche negli ambienti digitali. In un tempo in cui la connessione è continua, la responsabilità educativa consiste anche nel coltivare quelle competenze umane che nessun algoritmo può sostituire[6].
[1] R. Luna, Qualcosa è andato storto. Come i social network e l’intelligenza artificiale ci hanno rubato il futuro, Solferino, 2025.
[2] Tra le numerose innovazioni raccontate negli anni da WIRED Italia figuravano, ad esempio, progetti di architettura sostenibile e dinamica, tecnologie per la prefabbricazione a basso impatto ambientale, edifici integrati con impianti eolici, materiali intelligenti come pneumatici dotati di sensori, protesi biocompatibili ottenute grazie all’ingegneria dei tessuti e soluzioni alimentari sviluppate per contrastare la denutrizione infantile nei Paesi più poveri. L’insieme di queste esperienze contribuiva a rappresentare la tecnologia come uno strumento capace di migliorare la qualità della vita e di affrontare alcune delle principali sfide dell’umanità.
[3] La campagna viene lanciata nell’ambito della conferenza internazionale Science for Peace, promossa dalla Fondazione Veronesi presso l’Università Bocconi. Tra i principali sostenitori figurano Shirin Ebadi, Premio Nobel per la Pace nel 2003, che individua nella rete uno strumento di dialogo e di promozione dei diritti umani, e Umberto Veronesi, secondo il quale Internet rappresenta una lingua universale capace di favorire la pace e la cooperazione tra i popoli.
[4] L’idea di Internet come bene comune trova, in quegli anni, numerosi sostenitori. Liu Xiaobo, Premio Nobel per la Pace 2010, definisce Internet «un dono di Dio alla Cina» per il suo potenziale di libertà; Ai Weiwei richiama il valore della rete nella difesa dei diritti civili; Papa Francesco, nel Messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali del 2014, presenta Internet come uno strumento capace di favorire incontro e solidarietà, pur richiamando l’esigenza di un’informazione affidabile; Barack Obama riconosce infine il ruolo decisivo svolto dalla rete e dai social network nella trasformazione della comunicazione politica. Solo negli anni successivi questo diffuso ottimismo lascia progressivamente spazio a una valutazione più critica degli effetti del digitale.
[5] Paolo Benanti (1973), francescano del Terzo Ordine Regolare, è docente di Teologia morale ed Etica delle tecnologie presso la Pontificia Università Gregoriana. I suoi studi riguardano in particolare l’etica dell’intelligenza artificiale, la robotica e l’impatto delle tecnologie digitali sulla società. È componente di organismi nazionali e internazionali dedicati alla governance dell’IA e, dal 2023, presiede la Commissione governativa italiana per l’informazione. Nei suoi lavori richiama l’esigenza di orientare lo sviluppo tecnologico secondo criteri di responsabilità, trasparenza e tutela della dignità della persona.
[6] Sul valore etico del linguaggio e sulla responsabilità della comunicazione nell’ecosistema digitale si vedano anche di R. Bramante: Valore etico della comunicazione. Per la tutela della democrazia, in ArcipelagoMilano, 26 maggio 2026; Linguaggio d’odio sui banchi del Consiglio comunale, in ArcipelagoMilano, 20 febbraio 2024.



