La scuola secondaria di secondo grado, da anni, si trova di fronte a un crocevia importante: costruire un sapere capace di leggere le grandi trasformazioni in atto e di mettere in relazione conoscenze diverse. In un’epoca segnata da mutamenti rapidi e interconnessi, l’istruzione deve fornire agli studenti gli strumenti per comprendere problemi complessi, affrontare l’imprevisto e orientarsi tra risposte non sempre definitive.
Progettare percorsi formativi significa quindi imparare a collegare i fenomeni, formulare domande e cercare soluzioni senza ridurre la realtà a schemi lineari. Questa rivoluzione didattica trova il suo fondamento epistemologico nel pensiero di Edgar Morin, che invita a superare l’approccio semplificatore e a riconoscere le relazioni che tengono insieme le diverse dimensioni della realtà.
La complessità teorizzata da Morin offre così alla scuola un riferimento per preparare gli studenti alle trasformazioni del presente e alle sfide di una società sempre più interdipendente.
Il pensiero complesso di Morin come bussola didattica
Come educatori, siamo chiamati a promuovere una riforma del pensiero che aiuti gli studenti a interpretare le cose del mondo attraverso le relazioni tra i fenomeni, superando una visione lineare e predeterminata della conoscenza.
La distinzione operata da Morin, riprendendo un’intuizione di Michel de Montaigne, tra una «testa ben piena» e una «testa ben fatta» rappresenta lo spartiacque per l’innovazione didattica[1]. Una “testa ben fatta” non accumula semplicemente informazioni, ma le organizza, le collega e le utilizza per comprendere i fenomeni. Dobbiamo passare dalla frammentazione dei saperi a una conoscenza capace di mettere in relazione discipline e problemi, adottando un metodo che si costruisce progressivamente nel confronto con i punti di vista e con l’esperienza: il “cammino che si costruisce camminando”, secondo l’efficace immagine proposta da Morin.
Il pensiero semplificatore tende a scomporre la realtà in elementi separati, analizzando le singole parti come se fossero sufficienti a spiegare il tutto. Il pensiero complesso, al contrario, riconosce che ogni fenomeno si sviluppa all’interno di una rete di relazioni e che ogni risposta apre inevitabilmente nuove domande. Nei sistemi complessi, infatti, la conoscenza delle singole parti non permette di prevedere ciò che emergerà dall’insieme, poiché le diverse dimensioni interagiscono in modi spesso imprevedibili. Per la didattica significa educare gli studenti a leggere i fenomeni nella loro interdipendenza, sviluppando una comprensione più profonda dei fenomeni esistenti.
La complessità descrive una realtà costituita da sistemi in continua interazione. Dal latino complector, «ciò che è tessuto e tenuto insieme», richiama l’idea di una trama nella quale ogni elemento acquista significato attraverso le relazioni che lo uniscono agli altri. Un sistema complicato può essere ricondotto a regole e procedure; un sistema complesso richiede invece di comprendere le connessioni che ne determinano il funzionamento. Per gli studenti, comprendere la complessità significa riconoscere che la realtà è fatta di sistemi organizzati in costante interazione.
Questa prospettiva trova fondamento nelle principali acquisizioni della scienza contemporanea, che hanno progressivamente superato la visione deterministica della conoscenza e mostrato come ordine, disordine, probabilità e interazione concorrano alla comprensione dei fenomeni.
Ordine, disordine e interazione dei saperi
Al centro di questa struttura si colloca la relazione tra ordine, disordine, interazione, organizzazione[2]. Il disordine non rappresenta una semplice rottura dell’equilibrio, ma la condizione da cui possono nascere nuove forme di organizzazione e nuove possibilità di conoscenza. Per chi apprende, significa comprendere che la realtà, naturale e sociale, è un processo dinamico nel quale cambiamento e stabilità convivono e si alimentano reciprocamente. Il disordine apre possibilità inedite; l’organizzazione dà loro continuità e struttura.
Questa lettura della realtà trova applicazione in tre principi che orientano anche la progettazione didattica.
- Il principio dialogico riconosce che alcuni elementi, pur essendo tra loro opposti, restano inseparabili. Nella globalizzazione, ad esempio, competizione e cooperazione si contrappongono ma si alimentano reciprocamente. Educare alla complessità significa aiutare gli studenti a comprendere queste tensioni, senza ridurle a contrapposizioni semplificate.
- Il principio ricorsivo supera una concezione lineare del rapporto causa-effetto. Gli individui producono la società attraverso le loro relazioni e, nello stesso tempo, la società contribuisce a formare gli individui, trasmettendo linguaggio, cultura e valori. Ogni azione modifica il contesto dal quale è nata e, a sua volta, ne viene trasformata.
- Il principio ologrammatico esprime l’idea che ogni parte contiene il tutto e che il tutto si riflette in ogni parte. Ogni esperienza individuale acquista significato all’interno della comunità e, nello stesso tempo, contribuisce a trasformarla.
Questa impostazione conduce naturalmente a superare la tradizionale separazione tra le discipline. L’oggetto della conoscenza non è costituito da fenomeni isolati, ma dalle relazioni che li collegano e che uniscono l’uomo, la società e il mondo.
Progettare oltre le discipline
La traduzione pratica della complessità nella scuola avviene attraverso il superamento della settorializzazione disciplinare. La progettazione curricolare deve evolvere verso percorsi interdisciplinari e transdisciplinari per rispondere alla necessità di interpretare fenomeni che nessuna disciplina è in grado di spiegare da sola.
L’interdisciplinarità rappresenta il primo livello di questa integrazione: mette in relazione discipline diverse, favorisce lo scambio di metodi e linguaggi e consente di affrontare uno stesso problema da più punti di vista. La transdisciplinarità rappresenta il livello più avanzato di integrazione dei saperi. Non costituisce un modello facilmente trasferibile nella pratica didattica quotidiana, ma un orizzonte culturale e metodologico che orienta la progettazione educativa. Le esperienze pienamente transdisciplinari si sviluppano soprattutto nei contesti di ricerca, dove la costruzione di nuove categorie interpretative richiede il contributo di competenze scientifiche diverse. Nella scuola essa rappresenta soprattutto un criterio di riferimento, che invita a progettare percorsi sempre più capaci di collegare conoscenze, problemi e punti di vista.
Questa prospettiva richiede però un cambiamento anche nella cultura professionale dei docenti. Spesso, infatti, siamo di fronte a docenti specialisti che conoscono in profondità il proprio ambito disciplinare, ma incontrano maggiori difficoltà nel costruire collegamenti con gli altri saperi e con i problemi della realtà. Il rischio è quello di trasmettere conoscenze corrette, ma percepite dagli studenti come frammenti separati. Morin definisce questa frammentazione una “patologia del sapere”, particolarmente evidente nella scuola secondaria di secondo grado.
La scuola può muoversi su livelli diversi di integrazione disciplinare, ciascuno con caratteristiche e finalità proprie:
- l’interdisciplinarità come dialogo tra discipline;
- la polidisciplinarità come collaborazione tra più discipline attorno a un progetto comune;
- la transdisciplinarità come orizzonte interpretativo che aiuta a leggere unitariamente la realtà e la condizione umana.
Questa visione si condensa nel concetto di “unità nella diversità”. L’essere umano costituisce un’unità complessa, nella quale dimensioni biologiche, culturali, storiche e sociali si intrecciano continuamente. La progettazione curricolare è chiamata a rendere visibile questa unità, aiutando gli studenti a collegare le conoscenze e a superare la tradizionale separazione tra scienze della natura e scienze dell’uomo[3].
Percorsi didattici per la scuola secondaria
L’insegnamento deve avere come oggetto fondamentale la condizione umana e la persona. Educare alla complessità significa aiutare gli studenti a sviluppare uno sguardo critico sulla realtà, riconoscendo la propria triplice identità: individuo, membro di una società e parte della comunità umana.
I due percorsi che seguono mostrano come questi principi possano tradursi in attività didattiche interdisciplinari.
Percorso 1: Media, Internet e natura del linguaggio
Il percorso propone di analizzare Internet non soltanto come tecnologia, ma come espressione della complessità delle relazioni umane. Riprendendo la metafora di Esopo[4], la rete viene letta come la lingua: può diffondere conoscenza o disinformazione, solidarietà o odio. L’analisi dei contenuti digitali permette agli studenti di riflettere sulle responsabilità individuali nell’uso della rete e sul rapporto tra libertà, informazione ed etica. Internet diventa così un esempio concreto del principio ologrammatico: ogni persona può accedere al patrimonio informativo dell’intera comunità globale, ma ogni azione individuale contribuisce anche a modificarlo
Percorso 2: La condizione umana tra sapiens e demens
Il percorso integra scienze, letteratura e filosofia per approfondire la complessità della persona. Morin ricorda che ogni essere umano è, nello stesso tempo, homo sapiens e homo demens: razionalità, emozioni, immaginazione e fragilità convivono nella stessa persona. La riflessione aiuta gli studenti a comprendere come fenomeni quali il razzismo e la xenofobia nascano spesso dalla semplificazione della realtà e dal rifiuto della complessità umana. L’obiettivo educativo è riconoscere che ragione ed emozione concorrono entrambe alla costruzione della conoscenza e delle relazioni con gli altri.
Questi due esempi possono essere sviluppati attraverso ulteriori approfondimenti dedicati all’identità planetaria, alla scienza come sapere aperto al confronto critico e all’etica della solidarietà, intesa come passaggio dall’individualismo alla responsabilità condivisa.
Verso un umanesimo planetario ed etico
La riforma del pensiero è la condizione necessaria per costruire un’etica complessa fondata sulla responsabilità e sulla solidarietà[5]. L’educatore accompagna gli studenti ad affrontare il cambiamento e a orientare le proprie scelte. La scuola è il luogo in cui si impara a riconoscere la persona nella sua interezza, oltre il dato statistico ed economico, o risorsa da utilizzare.
L’umanesimo planetario riconosce l’umanità come una comunità legata da un destino comune. Educare a questa consapevolezza significa aiutare gli studenti a cogliere ciò che unisce persone, culture e popoli, valorizzandone al tempo stesso le differenze. Le crisi del presente possono aprire possibilità di cambiamento, quando vengono comprese attraverso domande capaci di collegare fenomeni, responsabilità e conseguenze.
La conoscenza acquista così il valore di una ricerca continua, che interroga la realtà e orienta l’azione. La scuola può accompagnare gli studenti verso questa coscienza planetaria, formando persone capaci di comprendere il mondo e di assumersi la responsabilità di trasformarlo.
[1] Edgar Morin, La testa ben fatta, Raffaello Cortina Editore, Milano 2000.
[2] Edgar Morin, Il metodo. Ordine, disordine, organizzazione, Feltrinelli, Milano 1994.
[3] Edgar Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Raffaello Cortina Editore, Milano 2002.
[4] La metafora richiama un celebre episodio della tradizione attribuita a Esopo. Il padrone Xanto gli ordinò di preparare prima il cibo migliore e poi il peggiore. In entrambe le occasioni Esopo servì la lingua, spiegando che essa è il migliore degli strumenti quando favorisce la verità, l’amicizia e la giustizia, ma può diventare il peggiore quando alimenta menzogna, odio e violenza. L’aneddoto insegna che il linguaggio è moralmente neutro: il suo valore dipende dall’uso che ne fa chi parla. La metafora si presta oggi a interpretare anche Internet e i social media, strumenti che possono diffondere conoscenza e solidarietà oppure disinformazione e ostilità. Si veda Romanzo di Esopo, a cura di Laura Michelacci, Edimedia, Firenze, 2017.
[5] Si veda anche l’articolo di Agata Gueli, Una testa ben fatta per sfidare la complessità. Il filosofo Edgar Morin compie 103 anni, su Scuola7, n. 392, 14 luglio 2024.



