La visita della principessa Kate ha acceso un’attenzione insolita su Reggio Emilia. Lei, impeccabile come sempre, ha attraversato scuole e atelier con quel sorriso che sembra fatto apposta per mettere tutti a proprio agio. Ma la domanda resta: che cosa è venuta davvero a fare? Non una passerella, non un gesto di cortesia diplomatica. Kate è venuta a conoscere da vicino una delle esperienze educative più studiate al mondo. Ha voluto vedere con i propri occhi ciò che da anni pedagogisti, ricercatori e delegazioni internazionali raccontano: un modello di scuola dell’infanzia che ha trasformato un territorio in un laboratorio educativo globale.
E allora sì, la sua presenza ha acceso un riflettore. Ma non su qualcosa di nuovo: su qualcosa che c’era già , solido, riconosciuto, e che forse in Italia non valorizziamo abbastanza. Negli ultimi anni, infatti, non solo Kate ma gruppi provenienti da Stati Uniti, Giappone, Corea, Brasile, Scandinavia hanno attraversato gli stessi spazi, osservato gli stessi atelier, ascoltato gli stessi insegnanti. La stampa britannica ha parlato di “visita strategicaâ€, utile a ripensare le politiche per la prima infanzia nel Regno Unito. E questo dice molto: quando un Paese guarda altrove per migliorare, significa che quel “altrove†ha qualcosa di potente da insegnare.
Che cos’è davvero il Reggio Emilia Approach
Il Reggio Emilia Approach nasce nel dopoguerra, in un’Italia che voleva ricostruire non solo case e strade, ma anche un’idea di società . Loris Malaguzzi arriva in bicicletta in un borgo della campagna reggiana e trova donne e operai che stanno costruendo una scuola con ciò che resta della guerra. Non osserva: entra. E da lì inizia una storia che cambierà il modo di pensare l’infanzia.
L’idea di fondo è semplice e rivoluzionaria: il bambino è un soggetto di diritti, competente, curioso, capace di costruire conoscenza. Malaguzzi lo diceva con una frase che oggi è quasi un manifesto: “Il bambino è fatto di cento. Il cento c’è.â€.
Il bambino apprende in relazione, attraverso linguaggi molteplici: parola, gesto, disegno, luce, costruzione, movimento. E l’adulto? Non è un istruttore, ma un co-ricercatore: osserva, ascolta, documenta, rilancia.
Perché è famoso nel mondo
Il successo internazionale del Reggio Approach non è un caso. Ha ribaltato l’immagine del bambino fragile, da proteggere, proponendo invece un bambino forte, capace, dotato di una propria teoria del mondo. Le scuole reggiane sono diventate mete di studio per oltre 145 Paesi. Non è turismo pedagogico: è ricerca.
Gli atelier luminosi, i materiali naturali, le documentazioni che raccontano il pensiero dei bambini come opere d’arte: tutto questo ha affascinato studiosi e governi. John Dewey avrebbe sorriso: “L’educazione non è preparazione alla vita; è la vita stessa.â€. A Reggio Emilia questa frase sembra prendere forma concreta.
Il modello è famoso perché mette al centro la creatività come forma di conoscenza, considera l’ambiente un terzo insegnante, valorizza la partecipazione delle famiglie e costruisce un curricolo che nasce dagli interessi reali dei bambini.
Cosa lo contraddistingue davvero
A Reggio Emilia l’ambiente non è sfondo: è pedagogia incarnata. La luce naturale, l’ordine, i materiali aperti non sono estetica: sono inviti all’esplorazione. La documentazione non è un ricordo: è pensiero reso visibile, memoria viva che permette agli insegnanti di capire come ragionano i bambini.
I cento linguaggi non sono una metafora poetica, ma una dichiarazione politica: il bambino ha diritto a esprimersi in mille modi, non solo con la parola. E poi c’è la collegialità : educatori, atelieristi, cuoche, famiglie. Una scuola che funziona come un organismo, non come un edificio.
Innovazioni recenti: nuovi centri, reti e pratiche
L’approccio è andato oltre la sua storia. Negli ultimi anni si è ampliato, istituzionalizzato, diversificato, radicandosi su una fitta rete di nidi e scuole dell’infanzia che hanno ridefinito l’idea stessa di spazio educativo.
Il Centro Internazionale Loris Malaguzzi è diventato un hub di ricerca e formazione che accoglie studiosi da tutto il mondo, traducendo l’eredità del suo fondatore in un dialogo costante con le sfide contemporanee. Parallelamente, il centro Remida[1], dedicato al riciclo creativo, ha trasformato materiali di scarto in linguaggi cognitivi, anticipando temi oggi centrali come la sostenibilità e l’economia circolare.
Le pratiche quotidiane – fondate sull’ascolto attivo, sulla progettazione emergente e sull’uso dei materiali come veri e propri strumenti di pensiero – sono oggi adottate in molte scuole italiane e straniere. Al centro di questo modello resta l’intuizione profonda dei “cento linguaggi” del bambino, la convinzione che l’apprendimento non avvenga per trasmissioni lineari, ma attraverso l’esplorazione, l’espressività e la relazione costante con l’altro e con l’ambiente. Jerome Bruner lo aveva intuito: “La cultura dà forma alla mente.â€. E a Reggio Emilia la cultura pedagogica si conferma un tessuto vivo, capace di evolversi senza mai smarrire la propria matrice originaria.
Chi era Loris Malaguzzi
Malaguzzi è una figura che sembra uscita da un romanzo civile del dopoguerra. Un uomo che non si limita a insegnare, ma costruisce comunità . Maestro, psicologo, intellettuale militante: scrive, studia, ascolta, si sporca le mani. Crede nei bambini come persone capaci di pensare, creare, immaginare fin da piccolissimi. Nel secondo dopoguerra partecipa alle prime scuole popolari autogestite e, negli anni Sessanta, contribuisce alla nascita della rete comunale di nidi e scuole dell’infanzia di Reggio Emilia. Questo sistema, laico e interamente pubblico si fonda su una trama di diritti, creatività e partecipazione democratica. Rifiutando la rigidità di un metodo predefinito e da replicare, l’esperienza reggiana sceglie di farsi prassi aperta, capace di trasformare l’intero contesto urbano in una diffusa città educativa.
Al centro del suo pensiero vi è la fiducia nei bambini come persone capaci di pensare, creare e immaginare fin da piccolissimi. La sua eredità risiede proprio in questo sguardo, racchiuso nei versi di “Invece il cento c’èâ€, manifesto contro un mondo che tenta di separare la testa dal corpo e di sottrarre novantanove linguaggi alla mente infantile.
Malaguzzi ha insegnato che i bambini non vanno preparati al futuro, perché sono già cittadini del presente. E la scuola, se vuole restare un luogo vivo, deve custodire quel centesimo linguaggio: uno spazio in cui si pensa, si crea, si sbaglia, si ride e si costruisce insieme, affinché il cento non si perda.
Il Reggio Approach nel resto d’Italia e nei documenti del MIM
Parlare del Reggio Emilia Approach nel resto d’Italia significa muoversi in un territorio sfumato, fatto più di ispirazioni che di adozioni ufficiali. Non esiste una “scuola reggiana†nazionale, né un modello imposto dall’alto. E forse è proprio questo il punto: il Reggio Approach non è un metodo da replicare in serie, ma una cultura educativa che richiede tempo, formazione, comunità , spazi pensati, collegialità . È un ecosistema, non una ricetta.
Eppure, tracce, influenze, risonanze si trovano in molte altre realtà italiane. In Toscana, Lombardia, Piemonte, Trentino, alcune scuole dell’infanzia comunali e statali hanno scelto di ispirarsi ai principi reggiani: l’ambiente come terzo educatore, la documentazione come strumento di ricerca, la progettazione come percorso aperto che si rimodula costantemente a partire dalle scoperte e dai rilanci dei bambini, il lavoro in piccoli gruppi come dimensione ideale per favorire l’interazione, lo scambio di teorie e la co-costruzione delle conoscenze. Non sempre con la stessa profondità , non sempre con atelieristi dedicati, ma con un’attenzione crescente verso un’idea di infanzia più competente e partecipativa.
Il Ministero dell’Istruzione e del Merito, dal canto suo, non ha mai adottato formalmente il Reggio Approach. Tuttavia, negli ultimi anni, nei documenti ufficiali si avverte un’eco chiara. Le Linee pedagogiche per il sistema integrato 0–6 (2021) parlano di continuità educativa, di centralità del bambino, di ambienti di apprendimento ricchi e flessibili, di documentazione come strumento professionale. Non citano Reggio Emilia, ma il dialogo è evidente. È come se il linguaggio reggiano avesse lentamente permeato il lessico istituzionale.
Anche il PNRR, con la creazione dei nuovi poli 0–6, ha spinto molte amministrazioni locali a ripensare gli spazi educativi: più luce, più atelier, più materiali naturali, più flessibilità . Non è Reggio, certo, ma è un movimento nella stessa direzione. Una sorta di “contaminazione gentileâ€, potremmo dire, che porta l’approccio reggiano fuori dai confini della sua città senza trasformarlo in un marchio.
La strada ancora da percorrere
Il paradosso è che il Reggio Approach è forse più conosciuto all’estero che in Italia. Le delegazioni internazionali arrivano con una reverenza che a volte noi non abbiamo. Ma questo non significa che in Italia non ci sia attenzione: significa che il modello reggiano, per essere autentico, richiede una scelta culturale profonda, non un’adesione formale. Richiede adulti che sappiano osservare, ascoltare, documentare. Richiede comunità che credano nei bambini. Richiede tempo, cura, responsabilità .
E allora la domanda non è “quanto è diffuso?â€, ma “quanto è compreso?â€. Perché il Reggio Approach non si misura in numeri, ma in sguardi. E ogni volta che un’insegnante decide di ascoltare un bambino prima di spiegargli qualcosa, ogni volta che un ambiente viene pensato come luogo di ricerca, ogni volta che un progetto nasce da una domanda dei bambini, lì – anche lontano da Reggio Emilia – il Reggio Approach sta già accadendo.
[1] Remida, il Centro di Riciclaggio Creativo, nasce a Reggio Emilia nel 1996 su iniziativa del Comune e delle aziende municipalizzate locali (oggi Gruppo Iren), in collaborazione con la Fondazione Reggio Children. Il progetto nasce per sottrarre allo smaltimento i materiali di scarto della produzione industriale e artigianale, ridistribuendoli gratuitamente a fini educativi. Attraverso la mediazione di atelieristi, la materia destrutturata perde la funzione originaria per trasformarsi in veicolo di esplorazione espressiva e cognitiva. L’esperienza ha dato vita a una rete internazionale che oggi conta undici centri nel mondo.
