Da oltre un trentennio, la ricerca medica si sta interessando al rapporto tra i disturbi dello spettro autistico e il sistema dei neuroni specchio. Bruno Bettelheim[1] nel 1967, riferendosi agli studi sull’autismo, coniò l’espressione “fortezza vuota”, per sottolineare la tendenza di questi bambini a separarsi dal mondo e a rinchiudersi in loro stessi (autismo, dal greco autòs, significa sé stesso).
L’immagine della fortezza è sicuramente suggestiva. Discutibile, invece, l’aggettivo “vuota”, che egli abbinò all’immagine della madre, fredda e insensibile ai bisogni del bambino, la cosiddetta “madre frigorifero”. In realtà, la personalità di questi bambini racchiude pensieri, emozioni, gioie, dolori che spesso non siamo in grado di vedere, ma che non per questo non esistono.
Quando si parte con il piede sbagliato
Il termine autismo fu introdotto nel 1911 dal medico-psichiatra svizzero Eugen Bleuler (1857-1939) per indicare un comportamento presente in pazienti psicotici, caratterizzato da estraniamento, chiusura, isolamento, determinando sin dall’inizio una diagnosi sbagliata. Con questa diagnosi, infatti, l’autismo entrò a far parte delle patologie di natura schizofrenica.
Fu, invece, lo psichiatra Leo Kanner[2] nel 1943 a considerare la “prigionia” sociale del bambino autistico come uno specifico disturbo, non riconducibile a patologie psichiatriche.
Nel corso degli ultimi decenni le cause dell’autismo sono state esplorate da Eric Schopler (1927-2006)[3], Michael Rutter (1933-2021)[4] e molti altri psichiatri, tra i quali l’italiano Enrico Micheli[5], che ha confermato la natura neurobiologica dei disturbi dello spettro autistico.
Solo recentemente la ricerca ha permesso di individuare fattori genetici e ambientali, che avallano l’ipotesi di un funzionamento mentale atipico, causato probabilmente da un deficit nello sviluppo del Sistema nervoso centrale. La ricerca sui neuroni specchio si colloca in questo ambito.
Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5)
Per riuscire ad abbattere le barriere tipiche dell’autismo è importante capirne l’eziologia. Il Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-V, 2013), redatto dall’Associazione Psichiatrica Americana, stabilisce che, per una corretta diagnosi dell’autismo, è necessario prendere in esame cinque criteri:
- Comunicazione ed interazione sociale. I deficit che attengono a questa sfera della personalità possono manifestarsi in diversi modi. Per considerare soddisfatto questo criterio, devono essere compromesse in modo pervasivo e costante tre abilità:
- la reciprocità socio-emotiva;
- i comportamenti comunicativi non verbali;
- la gestione e comprensione delle relazioni.
- Comportamenti, interessi o attività ristretti o ripetitivi. Tale ambito interessa almeno due aspetti:
- movimento, uso degli oggetti e eloquio ripetitivo, quali battito ricorsivo delle mani, uso ripetitivo delle parole (ecolalia) o degli oggetti (ad esempio, mettere in fila i giocattoli);
- ritualità di comportamenti di natura verbale (domande ripetitive), non verbale (percorrere sempre la stessa strada), difficoltà ad accettare piccoli cambiamenti.
- Esordio precoce della sintomatologia. I segni clinici devono manifestarsi nel corso del primo periodo dello sviluppo, emergendo tipicamente nella prima infanzia. Tuttavia, la piena espressione dei deficit può rimanere latente o parzialmente mascherata finché le richieste del contesto sociale non superino i limiti e le reali capacità di adattamento del soggetto.
- Compromissione del funzionamento clinico e sociale. I sintomi rilevati non devono configurarsi come semplici peculiarità caratteriali, ma devono determinare una limitazione clinica significativa. Tale compromissione investe in modo diretto la sfera sociale, l’ambito scolastico o lavorativo e le altre aree fondamentali della vita quotidiana, pregiudicando l’autonomia individuale.
- Diagnosi differenziale e comorbilità. I disturbi non devono essere meglio spiegati da una disabilità intellettiva o da un ritardo globale dello sviluppo. Va tuttavia specificato che il deficit intellettivo e il disturbo dello spettro autistico possono frequentemente coesistere; in questi casi, per formulare una doppia diagnosi, la compromissione della comunicazione sociale deve risultare significativamente inferiore rispetto a quanto atteso per il livello di sviluppo generale
Va precisato che il DSM-5 ha eliminato la categoria diagnostica “Sindrome di Asperger” (inserita nella precedente versione del DSM-IV). Pertanto, il termine “disturbo dello spettro autistico” abbraccia una macro-area non sottotipizzata.
I neuroni specchio
Le neuroscienze hanno dimostrato che le attività della mente hanno origine nel cervello, anche se non è chiaro come tutto ciò avvenga. Un’ipotesi interessante circa l’eziologia dell’autismo si deve alla scoperta dei neuroni specchio (mirror neurons) fatta negli anni ’90 da un gruppo di ricercatori dell’Università di Parma, coordinato dal prof. Giacomo Rizzolatti. I “neuroni motori specchio” possiedono la peculiare caratteristica di attivarsi in modo speculare: sia durante il compimento di un movimento proprio, sia nell’osservazione del medesimo gesto eseguito da altri (Ruini, 2026)[6].
Questa capacità di “rispecchiamento” getta un ponte tra percezione e azione, tra osservazione ed esecuzione, facilitando non solo l’apprendimento motorio ma anche la dimensione dell’empatia (Tedeschi, 2026)[7]. Proprio la carenza di tale tendenza imitativa e di sintonizzazione nelle interazioni faccia a faccia – come evidenziato da numerosi studi sui soggetti autistici –corrobora il legame tra funzionalità neurologica e sviluppo delle abilità relazionali.
Gli “specchi infranti”
Dunque, tra le basi neurobiologiche relative alle interazioni sociali dei bambini con disturbo dello spettro autistico si è fatta strada la teoria degli “specchi infranti”, che offre nuove prospettive nella lettura dei comportamenti di questi soggetti. Secondo le ricerche avviate dal gruppo del professor Rizzolatti, i disturbi legati all’autismo sarebbero causati da una ipoattivazione dei neuroni specchio.
Emergerebbe dunque un deficit di rilievo, poiché tali neuroni costituiscono uno dei meccanismi cardine per lo sviluppo delle interazioni sociali. Essi consentono, infatti, di interiorizzare i gesti e gli stati mentali altrui come se fossero propri. Coerentemente con la teoria degli “specchi infranti”, una disfunzione legata a questo sistema renderebbe i soggetti autistici impossibilitati a partecipare pienamente all’esperienza interiore dell’altro, incluse intenzioni, credenze e aspettative. Pur riscuotendo interesse, tali posizioni scientifiche rimangono al centro di un dibattito aperto e non vanno pertanto assunte in termini assoluti.
L’importanza dell’imitazione
In particolare, il sistema specchio restituisce una “copia mentale” delle azioni osservate; per questo, è plausibile che questo processo possa essere considerato la base neurale dell’imitazione, attraverso la quale i bambini imparano a relazionarsi con gli altri.
Nello specifico, il “meccanismo specchio” gioca un ruolo fondamentale non solo per quanto concerne l’imitazione, ma interessa anche lo sviluppo del linguaggio, delle emozioni e del comportamento sociale.
L’assenza di attivazione dei neuroni specchio nei bambini con disturbi dello spettro autistico avalla l’ipotesi che tale disfunzione possa essere la causa di comportamenti tendenti all’isolamento e all’incapacità di comunicare, perché, come è stato detto, i neuroni specchio, secondo i ricercatori dell’Università di Parma, giocano un ruolo di primaria importanza anche nella costruzione delle relazioni empatiche, permettendo di leggere le motivazioni e i desideri degli altri.
In ragione del fatto che i neuroni specchio influenzano proprio tale dimensione, questi studiosi si sono interrogati sulla possibilità che una loro disfunzione possa essere alla base delle peculiarità relazionali tipiche dell’autismo.
[1] Bruno Bettelheim, psicopatologo e filosofo, è nato a Vienna nel 1903. Emigrò nel 1939 negli Stati Uniti, dopo essere stato prigioniero per un anno nei campi di concentramento di Dachau e di Buchenwald. È morto suicida nel 1990.
[2] Leo Kanner (1894-1981), psichiatra austriaco naturalizzato statunitense. Studiando 11 bambini (9 maschi e 2 femmine), definì i tre aspetti dell’autismo, validi tutt’oggi: il comportamento di isolamento da tutto ciò che viene dall’esterno; il desiderio della ripetitività; gli “isolotti” di capacità (la buona intelligenza mnemonica e numerica).
[3] Eric Schopler, psicologo tedesco naturalizzato statunitense, ha messo a punto Il metodo TEACCH, acronimo di “Treatment and Education of Autistic and Communication Handicapped Children”. Tale metodo prevede la presa in carico globale in senso sia “orizzontale” che “verticale”, cioè in ogni momento della giornata e in ogni periodo dell’anno e della vita, delle persone con autismo.
[4] Michael Rutter, psichiatra infantile inglese, influenzò fortemente la decisione di includere nel DSM-III (1980) la categoria di “autismo infantile” definendolo come un disturbo generalizzato dello sviluppo.
[5] Enrico Micheli (1950-2008) è stato uno psicologo e psicoterapeuta italiano. Ha introdotto nel nostro Paese l’approccio cognitivo-comportamentale e psicoeducativo per l’autismo, contribuendo alla fondazione del centro pilota del CTR dell’Ospedale S. Paolo di Milano. È scomparso nel 2008 in un incidente in montagna.
[6] Marco Ruini, Neuroni motori e intersoggettività. Il sistema motorio che pensa: neuroni specchio, cognizione e limiti dell’empatia, in Anemos, trimestrale interdisciplinare per l’integrazione tra neuroscienze e altre discipline, gennaio-marzo 2026.
[7] Claudio Tedeschi, L’artrosi in movimento, in Anemos, trimestrale interdisciplinare per l’integrazione tra neuroscienze e altre discipline, gennaio-marzo 2026.
