Magnifica Humanitas

Un manifesto per l’educazione

In un’epoca dominata dall’incertezza degli avvenimenti e dall’insensatezza dei potenti, l’enciclica Magnifica Humanitas (MH) di Leone XIV, pubblicata il 25 maggio 2026, si pone, anche in ambito educativo, come bussola orientativa per tutti, credenti e non. 

Il papa, infatti, si rivolge agli uni e agli altri indicando un obiettivo universale: la custodia della persona, richiamando ogni individuo a promuovere “un’etica dell’umanoâ€.

Lo sviluppo tecnologico, infatti, non deve ridurre l’uomo a un semplice numero all’interno di sistemi sempre più sofisticati. Il valore della persona non dipende dalle sue prestazioni o dalla posizione che occupa, ma dal rispetto dei diritti che sono coessenziali alla dignità di ogni essere umano.

All’inizio di un nuovo anno scolastico il testo del papa può diventare uno strumento opportuno di accompagnamento, di riflessione e di valutazione per docenti, dirigenti e genitori.

Principi non negoziabili

I principi rilanciati da Leone XIV sono quelli, non negoziabili, del bene comune, della sussidiarietà, della giustizia sociale, dell’importanza del lavoro, della custodia del pianeta, della civiltà dell’amore. Per questo, è riduttivo rubricarla come “l’enciclica dell’intelligenza artificialeâ€. Il documento rappresenta, infatti, un richiamo per tutti coloro che “credono nella bellezza e nei valori dell’umanità e di una civiltà che si misura dalla cura e non dalla potenza (…) Il papa ricorda che la grandezza dell’uomo non risiede nella capacità di dominare o manipolare il mondo, ma nel proteggere la dignità della persona (Anelli, 2026)[1]

Oggi le tecnologie informatiche, l’intelligenza artificiale, la rivoluzione digitale, l’automazione selvaggia… risultano talmente pervasive che rischiano di alterare le relazioni tra gli individui e i popoli, anche per il fatto che i principali motori delle trasformazioni in atto non sono più gli Stati, ma attori privati, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi.

Dunque, la vera domanda non riguarda l’intelligenza artificiale in sé, ma “quale idea di uomo guiderà l’IA†(Gregis, 2026)[2]. La sfida, prima di essere tecnologica, è innanzitutto umana.

Disarmare l’intelligenza artificiale

In un passaggio della Magnifica Humanitas il papa afferma: “Vorrei, infine, usare una parola che mi sta a cuore: “disarmareâ€. Disarmare l’IA significa sottrarlaalla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. (…) Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umanoâ€.

La qualità di una civiltà, sottolinea Leone XIV, “si misura non dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire, dalla capacità di riconoscere l’altro come volto e non come funzione.

Disarmare l’IA non significa rinunciare alle risorse informatiche, ma impedirle di manipolare la coscienza dell’uomoâ€.

Come sottolinea Gabriele Benassi (Scuola 7 del 28 maggio 2026)[3], c’è un abisso incolmabile tra l’intelligenza umana e quella artificiale. Le cosiddette intelligenze artificiali, scrive il pontefice, “non vivono un’esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze. Dunque, l’IA macina dati che possono essere molto utili in molti settori, ma non favorisce una crescita interiore dell’uomo, il quale rischia di perdere “il desiderio di cercare davvero l’altroâ€.

E la scuola?

Nel capitolo quarto dell’enciclica, il papa affronta il valore dell’educazione in un mondo in cui tutto sta cambiando. Il paragrafo si intitola “Centralità della scuolaâ€, e inizia con queste riflessioni: “La scuola è il luogo in cui le nuove generazioni possono imparare a cercare e amare la verità, a interrogarsi sul senso della vita e sulla dignità di ogni persona. Per questo, sottolinea Leone XIV, i genitori desiderano che i figli crescano essendo capaci di stabilire relazioni positive e di maturare uno spirito critico in un’ottica di solidi valori.

La scuola, insieme alla famiglia, è il luogo in cui le nuove generazioni devono essere educate ad interrogarsi sul senso dell’esistenza e sull’importanza di improntare il proprio progetto di vita al principio della misura e del limite. Solo così potranno vivere pienamente come soggetti liberiâ€.

Relativamente all’uso dell’IA, egli sollecita tutti a sottoporsi ad una “sorta di digiuno†e proteggere i nostri ragazzi dalla seduzione della macchina perfetta. Oggi più che mai il pensiero umano è straordinariamente necessario. Come afferma Paolo Benanti, “Non si chiede alla tecnologia di essere meno capace, ma di essere più responsabile, non si chiede di rinunciare all’esperienza empirica, ma di riconoscere che ogni esperienza avviene sempre con qualcuno. (Benanti, 2026)[4]

Tre sfide educative

Secondo papa Leone, il mondo della scuola deve affrontare tre grandi e improrogabili sfide, che hanno a che fare con la dimensione sociopolitica, pedagogica e sapienziale.

Relativamente al primo problema, nell’enciclica si denuncia la persistenza di forti disuguaglianze nell’accesso all’istruzione sia di base che dei livelli superiori. In troppi Paesi il sistema scolastico pubblico non è adeguatamente sostenuto e, quando la formazione dei giovani viene delegata ai privati, accade spesso che l’accesso dipenda esclusivamente dalla disponibilità economica delle famiglie. 

La sfida pedagogica evidenzia la fatica che molti sistemi formativi incontrano a tenere il passo con i cambiamenti tecnologici in corso e a sostenere una crescita integrale della persona.

Per tenere il passo con i veloci cambiamenti in corso, il pontefice auspica che gli insegnanti possano fruire di una formazione iniziale e in servizio sistematica e continua, facendo sì che gli studenti possano fare un uso responsabile e critico delle tecnologie informatiche.

La terza grande sfida è intellettuale e sapienziale. La conoscenza, parcellizzata e frammentata in misura crescente, determina enormi problemi riguardanti la capacità di cogliere la realtà nel suo insieme. Le persone “sanno tante cose, ma faticano a dare un orientamento alla propria vitaâ€. Occorre, pertanto, educare i giovani ad un’intelligenza creativa e critica capace di connettere le conoscenze affinché non perdano l’orizzonte di senso del proprio futuro.

Le parole dell’educère oggi

Nella Magnifica Humanitas vengono implicitamente delineati orizzonti educativi che, sulla scorta dell’insegnamento di papa Francesco, possono essere ricondotti ad alcune parole chiave.

La prima parola dell’educare (educère, trarre fuori) è la custodia dell’uomo e della sua dignità, termine quest’ultimo che ricorre nel testo circa 150 volte. Lo strapotere e la pervasività, infatti, della tecnologia rischiano di creare nuove forme di schiavitù, esclusione e svalorizzazione dell’esistenza.

La seconda, che richiama il motto di don Milani I care, è riconducibile all’importanza della cura educativa. Non si diventa uomo o donna senza che qualcuno si prenda cura di noi. Siamo, quindi, dipendenti dall’attività esterna della madre, del padre, degli insegnanti, degli educatori… Ha scritto Luigina Mortari, riprendendo il pensiero di Martin Heidegger (Essere e tempo, 1976)[5], che

attendersi nulla per sé. È, quindi, un agire gratuito, ma una gratuità che non è perdita di séâ€. (Mortari, 2002)[6]

Ma la parola chiave dell’educère, nell’epoca dell’eclisse della misura, è educare al senso del limite, che non è una “diminuzione†delle potenzialità dell’uomo; al contrario, rappresenta la condizione su cui incamminarsi per conquistare la vera libertà. Sono, invece, l’eccesso e l’esaltazione di sé che portano a molteplici forme di schiavitù e di una sorta di inebriante onnipotenza.

La torre di Babele e la saggezza di Neemia

Per esprimere l’enormità delle sfide del nostro tempo, Leone XIV ricorre a due immagini tratte dalla Bibbia: la torre di Babele e l’esperienza di Neemia.

Babele è il simbolo di una civiltà basata sull’orgoglio di bastare a sé stessa, che assolutizza il potere dell’uomo e la sua pretesa di autosufficienza. Questa protervia però porta all’incomunicabilità delle persone. L’attualità semantica della Torre di Babele risiede nel paradosso del nostro tempo: non viviamo più nella frammentazione delle lingue, ma nell’algoritmo di una Babele digitale.

L’alternativa, invece, è la scelta operata da Neemia, che privilegia il lavoro condiviso e la valorizzazione dell’impegno collaborativo. Infatti, il Libro di Neemia descrive l’azione riformatrice di questa guida del popolo ebreo che, dopo il ritorno dall’esilio babilonese (circa 445-432 a.C.), ha saputo ricostruire Gerusalemme e dotarla di possenti mura, nonostante una forte opposizione interna. I grandi obiettivi, infatti, richiedono una tessitura paziente, che va nella direzione opposta della velocità e dell’impulsività delle decisioni.

A questo proposito, il papa ci ricorda che i processi educativi hanno bisogno di tempi di maturazione, di confronto con la realtà e di un pensiero capace di “praticare la libertàâ€. La velocità e la facilità con cui si ottiene una risposta, scrive Leone XIV, “rischiano di spegnere il desiderio di porre domandeâ€.

La responsabilità individuale e collettiva

Per chi fa impresa, per chi innova, per chi cura, la parola che deve animare il loro impegno è la piena assunzione di responsabilità.  Significa (lo afferma Jacopo Murzi), “scegliere un progresso che non metta in secondo piano la persona, ma la accompagni nel suo percorso; che non amplifichi le disuguaglianze, ma le riduca; che non impoverisca la libertà, ma la custodisca. (Murzi, 2026)[7].

Le mura di Gerusalemme costruite da Neemia poggiano sul valore del lavoro condiviso e sul raggiungimento del bene dell’intero popolo. Per queste ragioni, nell’enciclica il papa invita ad evitare la “sindrome di Babele†che porta a celebrare il potere del più forte, a scapito di una comune e responsabile condivisione.

Il “principio di responsabilità†(Hans Jonas, 2009)[8] può essere declinato su un duplice piano: individuale e collettivo. Il primo si coltiva creando condizioni perché il giovane possa fare esperienze del proprio agire responsabile. È l’arte delicata di essere abbastanza vicini da intervenire e abbastanza lontani da sperimentare un’autentica scelta. La dimensione collettiva, invece, chiama in causa l’intera comunità educante (famiglia, scuola, società civile, religiosa…) e il rapporto con gli altri. I ragazzi crescono nell’intreccio di queste relazioni multiple, che devono sapersi coordinare senza confondersi.

Per una pedagogia del bene comune

La ricerca del bene, in una società ripiegata spesso sull’esasperazione degli individualismi, non è solo un principio della dottrina sociale della Chiesa, ma una finalità che riguarda l’intera umanità.  In particolare, il bene comune non è “la somma dei vantaggi dei singoli†ma la condivisione di un progetto che determina un plus arricchente per i singoli e per l’intera società. Afferma Leone XIV: “È la ricerca del bene comune che dà vita a un popolo, inteso non come semplice somma di individui, ma come realtà viva in cui le persone imparano a riconoscersi legate le une alle altre e corresponsabili della res pubblicaâ€.  

Al contrario, l’enfasi posta unicamente sulle libertà soggettive può arrivare a fare dell’io l’unico metro di giudizio di ciò che è vero, buono e bello. L’altro, il noi, l’umanità sono collocati fuori dalla visione personale, ridotti a “oggetto†o comunque a “protesi†dell’io.

La costruzione del bene comune si fonda sul principio della “destinazione universale dei beniâ€. Il papa ci ricorda che le risorse della terra (il suolo, l’acqua, l’aria, l’ambiente, …) sono donate da Dio all’intera famiglia umana. Devono, pertanto, essere preservate come facciamo quando riceviamo un regalo.

Leone XIV conclude l’enciclica con l’invito a investire nell’educazione, che inizia dal paziente impegno di ciascuno. In particolare ci esorta a vivere il digitale “in modo umano†e ammonisce gli adulti a riscoprire la vocazione di essere “artigiani dell’educareâ€. Questo insegnamento costituisce uno dei servizi più preziosi in vista della costruzione del bene comune.

Sostiene Marco Rossi-Doria che coloro che guardano all’educare, devono “nutrire rispetto per le nuove generazioni e perciò porsi in una posizione intellettualmente ed emotivamente onesta†(2026)[9]. Questo vale soprattutto per il nostro Paese che protegge eccessivamente i giovani, senza farli realmente crescere. E molti di loro, quelli che possono, dopo aver completato gli studi, lasciano l’Italia per andare altrove. 


[1] Anelli F., La cura è relazione, non calcolo. Così Leone XIV parla ai medici, in Avvenire, 30 maggio 2026.

[2] Gregis A., La macchina velocizza i nuovi farmaci. Ma alla guida restano i ricercatori, Avvenire, 6 giugno 2026.

[3] Benassi G., La “Magnifica Humanitas†di Leone XIV. La coscienza e la dottrina sociale nel tempo degli algoritmi, 28/05/2026, Scuola7-479.

[4] Benanti P., Traversare e andare incontro all’IA. Il gesto di Damietta otto secoli dopo, Avvenire, 28 giugno 2026.

[5] Heidegger M., Essere e tempo, Longanesi, Milano, 1976.

[6] Mortari L., Aver cura della vita della mente, La Nuova Italia, Firenze, 2002.

[7] Murzi J., Pazienti, non “parametri biologiciâ€. Va preservata l’umanità della cura, Avvenire, 6 giugno 2026.

[8] Jonas H., Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 2009.

[9] Rossi-Doria M. (2026), Scuola, educare quando tutto sta cambiando, Vita e pensiero, Milano.