Calo demografico: fra dieci anni a rischio 55.000 cattedre?

La ricerca della Fondazione Agnelli

Sta facendo discutere, e soprattutto sta destando non poca preoccupazione, il rapporto della Fondazione Agnelli (FGA) pubblicato il 12 aprile scorso, dal titolo “Scuola. Orizzonte 2028. Evoluzione della popolazione scolastica in Italia e implicazioni per le politiche”[1].

Quello che emerge dalle proiezioni della fondazione, basate sui dati Istat sull’evoluzione demografica, è uno scenario quasi apocalittico non riscontrabile in nessun altro paese europeo: fra un decennio la popolazione studentesca dai 3 ai 18 anni potrebbe scendere dagli attuali 9 milioni a 8 milioni circa. Un milione di studenti in meno, che tradotto in cattedre significa la perdita di oltre 55.000 posti.

I primi e più consistenti effetti del calo delle nascite si riflettono, ovviamente, sulle scuole dell’infanzia e primarie, dove entro il 2028 si perderanno rispettivamente 6.300 sezioni e 18.000 classi, mentre i tagli nelle scuole secondarie di 1° e 2° grado saranno in  totale di 12.400 classi.

Il fenomeno, purtroppo, investirà progressivamente tutte le regioni, comprese quelle del Nord, e ciò provocherà, inevitabilmente e presumibilmente, un “raffreddamento della mobilità territoriale dei docenti, poiché diminuiranno le opportunità di trasferirsi dal Sud al Centro-Nord per entrare in ruolo”.

Uno sguardo al passato

Che in Italia ci fosse una contrazione della popolazione, soprattutto in età scolare, era cosa nota. Chi lavora nelle scuole ricorda che rispetto a un trentennio fa le sezioni della scuola primaria o della scuola media in tanti casi si sono dimezzate.

Se prendiamo i dati ISTAT[2] di quindici anni fa, ci accorgiamo, a consuntivo, che la situazione odierna non è meno catastrofica rispetto alle proiezioni del prossimo decennio. Rispetto all’a.s. 2003/2004 gli studenti passano da 11.496.868 a circa 9.000.000 (dei quali 740.000 con cittadinanza non italiana), mentre gli insegnanti passano da 953.000 a 729.668 (di cui 126.317 uomini e 603.351 donne), con una perdita di quasi 2 milioni e mezzo di allievi, di circa 70.000 classi, e con un calo di circa 230.000 posti di insegnante. Solo nell’ultimo triennio la popolazione scolastica è diminuita di quasi 100.000 unità.

Le ragioni di questa contrazione demografica vanno ricercate, secondo il rapporto della FGA, nella diminuzione del numero delle madri potenziali e del loro tasso di fecondità, in particolare delle donne straniere. Ma conta anche la riduzione dei flussi migratori internazionali, con un saldo migratorio con l’estero sceso dal 7,5 per mille nel 2007 al 3 per mille nel 2017.

Gli effetti sugli organici nel 2028

La variazione nel numero degli alunni e delle classi si traduce in variazione nel numero di posti, 55.000 in meno secondo le stime della Fondazione Agnelli, in un rallentamento del turn over, e “a soffrirne – afferma il Direttore Gavosto – sarà il rinnovamento del corpo docente e probabilmente anche la capacità di innovazione didattica dell’intero sistema d’istruzione”.

A regole vigenti – e prescindendo quindi da altri elementi, ad es. allievi con disabilità, scuole di montagna, ecc. – le previsioni per il prossimo decennio si traducono a livello nazionale indicativamente in:

Grado di scuolaVariazione nel numero
di posti/cattedre
Scuola dell’infanzia-12.600
Scuola primaria-22.100
Scuola secondaria di I grado-15.700
Scuola secondaria di II grado-5.200
TOTALE-55.600

Quali scelte di politica scolastica per i prossimi governi?

Una situazione del genere propone problemi e sfide nuove alle politiche scolastiche dei governi futuri, che dovranno saper tenere conto delle onde lunghe dei cambiamenti demografici.

Una prima alternativa, secondo il direttore della Fondazione, è prendere atto della riduzione degli organici determinata dal declino demografico, che comporterebbe un risparmio di quasi 2 miliardi di euro annui, ma con la conseguente minore capacità di rinnovamento del corpo docente.

E se fosse, invece, l’occasione per reinvestire i risparmi rivenienti dalla contrazione delle classi e degli insegnanti in una “buona scuola” e “di qualità”?

Il calo demografico potrebbe rappresentare l’opportunità di ridurre le classi pollaio, così come sta avvenendo in Francia con la “riforma Macron”, che ne prevede il dimezzamento nelle aree più problematiche. In questo modo, dopo dieci anni, il “famigerato” Piano programmatico del 2008 potrebbe essere un lontano ricordo, e la lotta alla dispersione scolastica, soprattutto nel sud d’Italia, un obiettivo più realizzabile.

Un’altra possibilità sarebbe quella di aumentare il numero medio di insegnanti per classe, come avvenne nel 1990 con l’introduzione del modulo didattico alle scuole elementari (L. 148/1990), favorendo lo sviluppo di forme di co-progettazione interdisciplinare anche ai gradi superiori.

Un’ultima ipotesi, che emerge dal rapporto della Fondazione Agnelli, sarebbe una maggiore diffusione della scuola nel pomeriggio, con più possibilità di scelta del tempo pieno/prolungato, attività integrative, supporto ai percorsi personalizzati e contrasto all’abbandono.

Insomma, di necessità virtù: sarebbe l’occasione per invertire quelle ormai ben note logiche relative a dimensionamenti, accorpamenti, razionalizzazioni, tagli e spending review, che hanno investito in questi anni la scuola.

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[1] http://www.fondazioneagnelli.it/2018/04/12/scuola-orizzonte-2028/

[2] http://dati.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=DCIS_SCUOLESECOND2#