Educazione civica: servirebbe una moratoria di un anno

[1]È di questi giorni la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Legge 92 del 20-8-2019 che introduce (o meglio, reintroduce) l’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole di ogni ordine e grado. Si tratta di un provvedimento che risponde ad una esigenza assai sentita nell’opinione pubblica, anche se si carica di attese e significati diversi. Ne è duplice testimonianza l’approvazione, quasi all’unanimità, della legge da parte del Parlamento (con l’astensione del PD nell’ultima lettura al Senato), ma anche la sua “bulimia” progettuale. Essa infatti raccoglie e propone uno svariato insieme di contenuti possibili (dalla conoscenza della Costituzione alla valorizzazione del made in Italy, passando per le competenze digitali e l’educazione a n)

Ora, risulta che – per un provvidenziale incidente di percorso – la pubblicazione della legge sulla Gazzetta Ufficiale solo il 20 agosto u.s. e la sua entrata in vigore (dopo 15 giorni) ad anno scolastico avviato, rendono necessario uno spostamento tecnico dell’introduzione dell’innovazione legislativa a partire dall’anno scolastico successivo, il 2020-21. Sembra quasi uno scherzo del destino: tanta fretta nel legislatore (con testimonianza, comunque, di buona volontà bipartisan) e poi un ritardo di pochi giorni fa slittare il tutto di un anno! Questo, ovviamente, in punta di diritto! Se il nuovo insegnamento rappresenta un risultato fortemente voluto da tutte le forze politiche, si troverà certamente un escamotage amministrativo per correre ai ripari e far decollare l’educazione civica fin dall’imminente nuovo anno scolastico 2019-20!

L’invito, però, è a soppesare bene la tecnica di introduzione di una novità legislativa nel corpo della scuola ad anno scolastico avviato. Molto spesso le riforme della scuola sono state bruciate da avvii intempestivi (ad anno scolastico inoltrato) senza dare il tempo alla scuola di prepararsi adeguatamente. Quasi come se la fragilità dei provvedimenti dovesse essere oltrepassata e metabolizzata dagli inderogabili impegni attuativi (dove le novità si applicano e non si discutono più: sono già decise). Occorre anche mettere nel conto una certa freddezza del mondo della scuola circa gli aspetti tecnici del provvedimento:

– La vastità dei contenuti proposti e la non risolta questione del rapporto tra insegnamento disciplinare e aspetti trasversali;

– Il tempo dedicato all’educazione civica (33 ore settimanali, non aggiuntive, da “ritagliare” all’interno del curricolo);

– L’affidamento dell’insegnamento ai docenti “interni” al consiglio di classe e la responsabilità del consiglio di classe;

– La delicata questione della valutazione e dei suoi effetti sulla carriera scolastica degli allievi.

Di fronte a queste condizioni, un anno di tempo in più è come una “manna” caduta dal cielo. Per preparare dignitosamente l’avvio dell’insegnamento e predisporre tutte le condizioni necessarie: culturali, organizzative, didattiche, di formazione.

Per introdurre una riforma di tale portata, che coinvolge tutta la scuola, serve una strategia diversa: quella della condivisione del senso dei cambiamenti proposti (e non c’è chi non veda come la discussione di cosa debba essere l’educazione civica nella scuola sia stata assai carente); quella della preparazione che eviti improvvisazioni (in questo caso, ancora mancano i programmi di studio); quella della formazione degli insegnanti (tutta da avviare) e, soprattutto, quella della valorizzazione di quanto di interessante già le scuole hanno realizzato sull’argomento (non si dimentichi che “Cittadinanza e Costituzione” era elemento da accertare in sede di esami di Stato).

Conosco le reazioni e i rischi. Si dirà: il solito modo della scuola italiana di non prendere sul serio le riforme approvate dal Parlamento, di tirarsi indietro in una “comfort zone” per non mettersi mai in discussione, di procrastinare le innovazioni di fronte a “ben altri” problemi della scuola…

E se invece, una volta tanto, si facesse sul serio? Con un anno di tempo per prepararsi ad una innovazione “reale” nella scuola e dedicato a prepararsi seriamente. Ma per fare cosa?

– Elaborare una proposta di curricolo “verticale”, dalla scuola dell’infanzia alle scuole superiori, per identificare i contenuti prioritari, il repertorio delle conoscenze e delle competenze, le connessioni con le diverse discipline. Questo compito spetta al MIUR e a commissioni di esperti in dialogo con la scuola;

– Raccogliere le migliori pratiche di educazione civica e alla cittadinanza, già realizzate nelle scuole, per farle diventare il “materiale didattico” ottimale per un avvio sperimentale dell’insegnamento. Il metodo della ricerca-azione è tra i più efficaci per promuovere una innovazione partecipata;

– Condividere nei consigli di classe un lavoro preparatorio d’equipe, con la supervisione di un coordinatore (da scegliere e formare): la nuova disciplina ha un quid di “disciplinare” (quello riferito alla conoscenza della Costituzione e delle leggi fondamentali, in una ottica storico-giuridica), ma anche molti addentellati con le discipline esistenti (che possono portare un contributo importante all’educazione ad una cittadinanza attiva, comprensiva dei tanti temi previsti dalla nuova legge);

– Preparare studenti e genitori al significato delle novità, rinnovare i patti di corresponsabilità educativa (da introdurre nella scuola primaria ex-novo) chiarire il rapporto tra la nuova disciplina e i comportamenti sociali e civici (anche alla luce delle nuove competenze chiave europee del 22 maggio 2018);

– Realizzare adeguate iniziative di formazione, utilizzando parte delle risorse da postare sul nuovo piano nazionale di formazione 2019-2022, che però diventerà operativo solo nel corso dell’a.s. 2019-2020.

– Studiare le modalità di valutazione del nuovo insegnamento, anche nelle sue connessioni con gli strumenti attualmente esistenti, con la certificazione delle competenze, con il sistema degli esami. Qui servirebbe, evidentemente un colpo d’ala, perché procedere con i voti in decimi e con le solite “medie” negli scrutini lascia il tempo che trova e immiserisce il tutto.

Si tratta di questioni importanti, che richiedono ben più di un anno di tempo per essere affrontate seriamente. Intanto, però, si potrebbe cominciare con il piede giusto. Non un anno “perso”, ma un anno guadagnato per un avvio graduale ma significativo di una innovazione da cui la società si aspetta molto.

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[1] Pubblicato su www.edscuola.eu del 23-8-2019