Alunni stranieri a scuola

Una opportunità per crescere insieme

Da un po’ di anni il numero di alunni stranieri nelle scuole italiane è massicciamente aumentato, determinando differenti reazioni. Tra queste, anche quella di tamponare l’esodo massiccio dai Paesi d’origine di un numero elevato di cittadini stranieri, situazione che per molti rischia di mettere in crisi le istituzioni, a partire, appunto, dalla scuola.

Inizialmente, si è dibattuto sul tema dell’accoglienza, che in un Paese come il nostro, dalle profonde radici etiche e sociali, ha comunque raccolto molteplici consensi. Ma l’accoglienza trova inevitabilmente il suo pendant nel processo di integrazione, finalizzato all’inclusione.

Del resto la storia dell’umanità è storia di spostamenti, dettati dalle ragioni più diverse ma con l’unico obiettivo di migliorare la qualità della vita. Pertanto il controllo dei flussi migratori costituisce un punto nevralgico delle politiche internazionali ed oggi ha assunto dimensioni tali da rendere insufficiente ogni risposta che sia fondata sui semplici principi dell’accoglienza e dell’integrazione sociale, in vista dell’inclusione.

Cosa dice la nostra Costituzione?

La Costituzione del ’48, abolendo le differenze di etnia e di ogni altro genere fra gli esseri umani, ha posto al centro del dibattito politico e sociale il tema dei cittadini stranieri che, vivendo in un Paese diverso da quello di origine, manifestano bisogni specifici che chiedono risposte prive di qualsivoglia discriminazione.

Analogamente nelle scuole, seguendo il dettato costituzionale, non si può che agire nel rispetto di quel principio di uguaglianza che le grandi organizzazioni internazionali (esempio ONU) hanno elaborato all’indomani del secondo conflitto mondiale.

Il mero riferimento ai principi della democrazia egualitaria, però, presenta delle debolezze, specie in presenza di un imponente movimento delle popolazioni che in particolare dal Sud del mondo hanno nel tempo raggiunto i Paesi europei, per sfuggire a realtà spesso caratterizzate da autoritarismo e negazione dei diritti civili e umani.

Le risposte organizzate dei Paesi europei

Molti Paesi hanno ritenuto inadeguato il respingimento degli stranieri, divenuto problema anche a causa delle scelte politiche operate dalle democrazie europee, e sono state cercate differenti soluzioni credibili e umanitarie. Questo non ha, comunque, impedito di porre in essere forme di dissuasione dei viaggi dei migranti per cambiare le loro condizioni di vita. Si pensi al caso più eclatante, quello degli Stati Uniti, che hanno eretto nel corso degli anni un muro lungo oltre 3000 km per difendersi dall’arrivo massiccio di stranieri provenienti dal Sud e dal Centro America.

Soluzioni non diverse, per quanto di estensione meno ampia, sono state adottate in altri Paesi del mondo, a partire dal Sud-Est Asiatico, i cui cittadini non riuscendo a migrare verso il Continente Australiano, si sono orientati verso l’Europa, affrontando viaggi rischiosi e senza alcuna certezza di maggiore benessere nel mondo occidentale, dove le democrazie post-belliche lasciavano immaginare una maggiore facilità di integrazione coerentemente con i principi che garantivano idealmente i diritti di tutti.

Le ipotetiche condizioni per l’inclusione scolastica

Mettere in atto provvedimenti volti all’integrazione e all’inclusione è un problema complesso tanto che da sempre, come bene evidenzia Morin, non esistono soluzioni semplici a problemi complessi. Anche nel democratico Continente europeo, le politiche di inclusione non hanno ancora trovato un approccio unitario, forse perché l’Europa ha comunque tante anime, quante solo le storie che la caratterizzano.

Analizzando le scelte di politica scolastica del nostro Paese, in un recente passato il Ministro Gelmini nel 2010 aveva introdotto il tetto massimo del 30% di alunni stranieri in ciascuna classe. Nonostante il fallimento conclamato di questa norma, per motivi oggettivi, oggi sostanzialmente si torna a riproporla da parte di alcuni politici della Destra governativa perché le soluzioni, evidentemente, non sono state all’altezza delle esigenze e i problemi persistono.

Anche se il Ministro Valditara ha affrontato il problema promuovendo l’elaborazione di un nuovo piano, questo tuttavia non riesce a dare risposte significative al problema dell’inclusione degli alunni stranieri.

“La Scuola dei Talenti” e la dispersione scolastica

Nel suo recente volume, intitolato “La Scuola dei Talenti”, il Ministro dell’Istruzione e del Merito, prof. Valditara, dopo avere accennato alla necessità che le democrazie accolgano il pluralismo delle differenze, sposta l’attenzione su quella che, a suo giudizio, è la spia principale del fallimento dell’inclusione fino ad oggi, e cioè il tasso di dispersione scolastica. Confrontando i dati dell’ISTAT e quelli delle rilevazioni INVALSI, il Ministro conferma la difficoltà del modello scolastico italiano a realizzare un’effettiva inclusione degli studenti stranieri, che in troppi casi sono costretti ad abbandonare precocemente il percorso scolastico (pag. 78 del volume).

Le cause della dispersione scolastica sono indicate negli insuccessi relativi agli apprendimenti linguistici, particolarmente pesanti per gli immigrati di prima generazione. Il Ministro si chiede quali siano le cause dei risultati scolastici degli alunni delle grandi periferie urbane, con particolare riguardo a coloro che abitano nelle città del Nord come Milano e Torino, dove la situazione è tale che gli stranieri superano spesso il numero degli Italiani, dal momento che non esiste una legge che ostacoli la loro accoglienza.

Ci sono alcune precondizioni, dice il Ministro, che costituiscono la causa principale del ritardo nello svolgimento dei Programmi scolastici:

  • la difficoltà degli insegnanti a svolgere il loro progetto educativo con in classe studenti che non possiedono la minima conoscenza della Lingua Italiana;
  • la difficoltà degli studenti che non possiedono gli alfabeti linguistici indispensabili per comprendere ciò che viene loro proposto.

Queste situazioni non solo vanno ad incidere sugli studenti stranieri, ma si ripercuotono anche sugli apprendimenti degli stessi studenti italiani. Sta qui il nocciolo dell’insuccesso dell’integrazione e soprattutto ed è per questo che, secondo il Ministro, si creano i “ghetti etnici” che allontanerebbero l’inclusione e spiegherebbero il dilatarsi della dispersione scolastica che andrebbe anche ad incrementare la criminalità giovanile.

I dati sulla criminalità minorile

A riprova delle tesi esposte nel volume “La Scuola dei Talenti”, il Ministro cita il Rapporto della Polizia Italiana, intitolato “Criminalità minorile in Italia 2010/2022”.

Il dato preoccupante, riportato da questo Rapporto, riferito dal Ministro, è che “il 52% degli autori di reati è costituito da minori stranieri” che si organizzano in Baby Gang il cui numero è in pesante crescita nelle grandi città del Nord Italia.

Consequenzialmente il Ministro si chiede se il sistema adottato fino ad oggi dal nostro Paese in tema di inclusione vada cambiato e in che modo. E così la sua analisi lo porta a confrontarsi con gli altri Paesi dell’Unione Europea, nel tentativo di trovare una politica per una vera integrazione.

Le politiche scolastiche europee a confronto

Nei Paesi dell’Unione Europea le soluzioni trovate sono le più eterogenee e comunque tutte in linea con le tradizioni culturali delle rispettive comunità.

In alcune nazioni gli stranieri vengono inseriti nelle classi ordinarie, come in Italia; in altre invece frequentano, per un certo periodo, classi preparatorie con una proposta mirata; in altri ancora viene proposto “un approccio combinato”, dove alcune lezioni vengono svolte in classi ordinarie e in altre in classi separate. E se in alcuni Paesi sono possibili più opzioni, queste generalmente sono determinate dal possesso di un’adeguata conoscenza della lingua d’istruzione.

Il periodo di frequenza in classi separate e preparatorie, per una più efficace acquisizione degli alfabeti linguistici, varia da Paese a Paese. Può durare fino ad un anno ma, in alcune realtà, anche fino a due anni. Sono interessanti le soluzioni di alcuni Lander tedeschi che propongono ai genitori la frequenza di corsi di tedesco nelle stesse scuole frequentate dai loro figli. È una proposta che il Ministro ritiene possibile anche per la nostra realtà nazionale. Non va tuttavia sottovalutato il fatto che la varietà delle iniziative è fortemente condizionata anche dalla situazione economica dei vari Paesi per cui si spiega anche la varietà dei modelli d’integrazione.

La valutazione linguistica per progettare l’integrazione

In ogni caso secondo il Ministro, fatta salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche, il punto di partenza per un approccio integrativo resta la valutazione linguistica dell’allievo per stabilire, se e come intervenire per garantire la qualità dell’integrazione. A seguito di questa valutazione le scuole predisporranno un Piano Didattico Personalizzato (PDP) da verificare ed eventualmente aggiustare nell’arco del tempo.

Tale Piano parte dal presupposto, sempre secondo le ipotesi del Ministro, che “l’inclusione effettiva degli alunni stranieri si raggiunge attraverso l’acquisizione di adeguate competenze linguistiche e non solo attraverso la cura della sfera socio-emotiva”.

L’integrazione degli stranieri nella nostra realtà nazionale costituisce un problema particolarmente avvertito sia nelle metropoli lombarde e piemontesi sia pure in alcune aree del Mezzogiorno, dove si riscontra un alto tasso di dispersione e di criminalità.  il Progetto di Valditara vuole essere un Programma simile ad “Agenda Sud”, e dovrebbe partire dall’anno scolastico 2024/2025 utilizzando una parte di risorse europee (Fondi PON).

Più investimenti e non scorciatoie

Lo stato delle cose sul problema degli stranieri è stato efficacemente sintetizzato da Maurizio Ambrosini, un giornalista che si è occupato del caso, offrendoci dati incontrovertibili analizzati in un articolo comparso sul quotidiano “Avvenire” il 30 marzo 2024.

Gli alunni stranieri iscritti nelle scuole del nostro Paese sono 870.000 (10,6% della popolazione scolastica complessiva). I problemi di questa popolazione riguardano l’abbandono scolastico, il ritardo scolastico, le difficoltà di apprendimento. Perciò, a giudizio del giornalista, occorre investire maggiormente in interventi di sostegno e di accompagnamento. A suo parere il principale ostacolo all’integrazione resta il deficit di competenza linguistica. Tuttavia questa componente del problema oggi sarebbe in via di superamento, poiché circa i 2/3 degli alunni stranieri frequentanti è nata in Italia e qui sono stati alfabetizzati.

Allo stato attuale gli stranieri costituiscono l’83% nella Scuola dell’Infanzia, il 73% nella Scuola Primaria e il 67% nella Scuola Secondaria di I grado. Un grosso problema rilevato va riconosciuto nel fatto che tutta questa popolazione scolastica in famiglia o parla la lingua d’origine o un italiano molto modesto, poco funzionale alle esigenze della scuola. Un dato incoraggiante, secondo Ambrosini, è poi quello costituito dal fatto che gli stranieri nati e alfabetizzati in Italia, oggi frequentano un Liceo.

Un altro problema dirimente è quello che riguarda la concentrazione degli stranieri in certe classi. Non è questa una scelta loro imputabile: sono le carenze di case in certi quartieri, la fuga delle famiglie italiane da certe scuole dove gli stranieri sono prevalenti, fino a riguardare le stesse scelte dei responsabili scolastici, talora costretti a iscrivere i nuovi arrivati anche là dove c’è esubero di presenze.

Le possibili soluzioni

Secondo il punto di vista del giornalista il problema vero sarebbe quello di scegliere e di investire di più sull’accompagnamento educativo, sul rinforzo linguistico, sulla composizione e compensazione di altre lacune; questo comporta però la necessità di incrementare il numero degli insegnanti specializzati, dei mediatori culturali, delle risorse per l’educazione extrascolastica, a cui dovrebbero orientarsi le stesse amministrazioni del territorio. In definitiva ciò che servirebbe è una “svolta” nelle politiche fin qui attuate.

Il Piano di Valditara sembra non limitarsi soprattutto limitarsi al numero delle presenze di alunni stranieri nelle classi, che, come è noto, è un problema affrontato, senza successo nella storia dell’inclusione della nostra scuola[1].


[1] Cfr. Luciano Rondanini, Tetto per gli alunni stranieri? Il nostro modello inclusivo, in Sciuola7-381 del 29 aprile 2024.