Guardare oltre la maschera dei riti formali

L’opera di Banksy come spunto contro la scuola dell’adempimento

Nella primavera del 2026, lo street artist Banksy ha installato nottetempo una scultura in Waterloo Place, in pieno cuore cerimoniale di Londra, a pochi passi da Buckingham Palace. L’opera raffigura un uomo in abito formale che avanza fiero con una bandiera che gli copre interamente il volto, mentre un piede esce già oltre il bordo del piedistallo. La scultura è stata accolta come una potente metafora politica sulla cecità dei simboli istituzionali. Quella stessa immagine, tuttavia, parla anche alla scuola. Parla a chi, ogni giorno, governa istituzioni complesse, regge protocolli e procedure, custodisce mandati pubblici. Può diventare, così, occasione di una riflessione collettiva del Collegio dei docenti sulla differenza, oggi cruciale, tra una visione educativa lucida e una visione meramente burocratica della scuola.

Il contesto: Waterloo Place e i monumenti della certezza

Waterloo Place non è uno spazio qualsiasi. Si tratta di una piazza cerimoniale progettata nell’Ottocento per celebrare l’imperialismo e la dominazione militare britannica, popolata da statue e memoriali che incarnano la grammatica visiva del potere pubblico: la statua equestre di Edoardo VII, sovrano dell’impero al suo apogeo; il monumento a Florence Nightingale, pioniera dell’assistenza infermieristica; il memoriale ai caduti della Guerra di Crimea; la Colonna del Duca di York. Sullo sfondo si staglia l’Athenaeum Club, simbolo dell’élite culturale e politica vittoriana. È una galleria di certezze in bronzo: vittoria, sacrificio, permanenza istituzionale, autorità dinastica.

«C’era un piccolo spazio vuoto», ha commentato laconicamente l’artista a proposito della scelta del luogo. In quel vuoto cerimoniale, posto in dialogo serrato con le opere circostanti, Banksy ha collocato una figura che ne rovescia interamente la retorica, introducendo, laddove tutto parla di stabilità, una postura di disorientamento e di instabilità imminente.

L’opera: un uomo, una bandiera, un passo nel vuoto

La scultura raffigura una figura maschile in abito formale, sospesa nell’atto di avanzare: un piede ancora ancorato al piedistallo, l’altro già oltre il bordo, nel vuoto. La postura è sicura, decisa, fiera; il portamento è quello di chi non sembra dubitare della direzione che sta prendendo. Una grande bandiera, mossa da un vento che lo spettatore non sente, copre interamente il volto del personaggio, ondeggiando alle sue spalle come animata da una forza autonoma. Tre elementi compongono dunque un messaggio coeso:

  • la postura comunica l’assenza di dubbio;
  • la bandiera, stretta orgogliosamente, si rivolta contro chi la regge e acceca proprio colui che pretende di mostrarla al mondo;
  • il piede già oltre il bordo segnala che la caduta non è un’ipotesi, ma un esito imminente e non visto.

Banksy mette in scena, con precisione chirurgica, l’immagine di un’autorità che procede con convinzione proprio mentre perde la capacità di guardare.

Il significato: una metafora istituzionale prima che politica

La lettura politica dell’opera è immediata. Banksy ha indicato esplicitamente nella crescita dei nazionalismi e nella deriva autoritaria delle democrazie contemporanee il bersaglio della sua satira. La bandiera – simbolo per eccellenza dell’identità, dell’appartenenza, del mandato pubblico – non è qui mostrata al mondo: è il mondo che essa impedisce di vedere a chi la porta. La stessa figura, tuttavia, regge una lettura istituzionale più ampia. I simboli, le insegne, i ruoli formali e le procedure amministrative possiedono, in ogni organizzazione pubblica, una doppia natura: sono strumenti necessari di riconoscimento, garanzia di trasparenza e di legittimità; ma, se indossati senza vigilanza critica, possono diventare schermi che ostacolano la percezione del reale. La metafora di Banksy chiama in causa, dunque, anche chi opera nei sistemi pubblici di istruzione, di sanità, di amministrazione: ogni volta che la forma satura lo sguardo, la sostanza rischia di non essere più vista.

Anche la scuola ha le sue bandiere

Trasferita nel contesto scolastico, l’immagine della bandiera che copre il volto assume un’efficacia inquietante. Le “bandiere†della scuola sono molte: circolari, protocolli, modulistica, sigle, format ministeriali, piattaforme di rendicontazione, indicatori di sistema. Non sono ostacoli da eliminare, anzi, sono il tessuto connettivo che rende possibile l’azione amministrativa, garantiscono l’equità di trattamento e proteggono dall’arbitrio. Diventano, però, strumenti problematici quando colmano lo sguardo dei docenti, dei dirigenti, delle famiglie, dei collaboratori scolastici e, soprattutto, degli studenti. La domanda non è se ridurre la burocrazia, ma quale relazione manteniamo con essa. La procedura serve la decisione educativa o la sostituisce? Il documento racconta un percorso o lo riassorbe? L’adempimento accompagna la cura o la rimpiazza? In gioco, qui, non è una questione organizzativa: è la natura stessa dello sguardo professionale che la comunità scolastica esercita sui propri destinatari.

Domande per il Collegio dei docenti

Da queste premesse discendono alcune domande, pensate non per ottenere risposte univoche ma per aprire, in sede di Collegio, un confronto autentico sullo sguardo educativo della comunità professionale. Quali sono, oggi, le «bandiere» che la scuola tiene strette? Quali continuano a permettere di vedere e quali iniziano, viceversa, a coprire il volto a chi le porta? Quanto del tempo professionale è dedicato alla forma e quanto alla sostanza? Siamo in grado di distinguere gli adempimenti necessari da quelli che servono solo ad evitare l’assunzione di responsabilità educativa? Quali sono i «bordi» oltre i quali stiamo già camminando? Di fronte alla dispersione scolastica, alle fragilità relazionali, alle disuguaglianze di partenza, alla solitudine professionale dei docenti, la documentazione che produciamo ci aiuta davvero a vederli, o ci permette di non guardarli? Quando è l’ultima volta che abbiamo guardato un alunno oltre la sua scheda? Oltre il PDP, il PEI, la valutazione, la certificazione: cosa abbiamo visto, che la documentazione non diceva, e cosa abbiamo deciso di fare di quella visione?

Tre principi guida per una scuola che guarda

Sulla base di queste domande, l’opera di Banksy suggerisce tre principi guida che possono orientare il lavoro collegiale di una comunità scolastica.

  • Lucidità prima della procedura.Ogni atto amministrativo è al servizio di una scelta educativa, mai il contrario. Prima della modulistica viene la domanda sostanziale: che cosa si sta davvero decidendo, per quali alunni, per quali famiglie, con quali conseguenze? La procedura è lo strumento, non il fine.
  • Volti, non sigle. Bambini, ragazzi, docenti, famiglie non sono mai codici, livelli, categorie. Ogni documento prodotto – dal Piano Triennale dell’Offerta Formativa al Piano Educativo Individualizzato, dalla relazione finale al verbale del Consiglio di classe – deve poter essere ri-tradotto in nomi propri e in bisogni reali. Se non lo è, qualcosa sta già coprendo il volto a chi guarda.
  • Il coraggio di guardare il bordo. Una scuola lucida non distoglie lo sguardo da ciò che non funziona. Dispersione, divari, fatica dei docenti, fragilità relazionali, conflitti con le famiglie: nominare il bordo è il primo gesto necessario per non caderci dentro. La negazione amministrativa del problema è essa stessa una bandiera sul volto.

Per concludere: il piccolo spazio vuoto

«C’era un piccolo spazio vuoto»: così Banksy ha motivato la propria scelta. Anche la scuola, ogni giorno, incontra i propri “piccoli spazi vuotiâ€: i momenti in cui una procedura non basta, in cui un protocollo non risponde, in cui il volto di un alunno chiede qualcosa che nessun modulo prevede. In quegli interstizi non è possibile permettere che la bandiera della burocrazia copra interamente lo sguardo. È lì – nello scarto tra ciò che si dovrebbe fare e ciò che si sceglie di fare – che si decide la qualità educativa di un’istituzione; ed è lì che il Collegio dei docenti diventa, ogni volta, una comunità professionale che guarda.