C’era una volta la scuola di “Arti e Mestieri”

L’attualità di una scelta controcorrente

Ci sono i discorsi sulla scuola, non di rado con il pennino intinto nella retorica o nella polemica, poi c’è la scuola reale, la scuola realmente vissuta, la scuola comunità. L’esperienza maturata sul campo e raccontata in questo contributo dall’autore, già dirigente scolastico dell’IIS “Francesco Alberghetti” di Imola offre la prospettiva ideale per misurarne il senso profondo[1].

La storia di questo Istituto di Istruzione Superiore affonda le sue radici nella figura del medico imolese Francesco Alberghetti[2] quando ventisettenne, animato da idealità solidaristiche, ha voluto lasciare il suo patrimonio al Comune di Imola, affinché fosse investito per le condizioni di vita del popolo attraverso la creazione di una scuola.

Fu così che, nel 1881, nacque la Scuola di Arti e Mestieri. Le arti non sono quelle racchiuse nella contemplazione dei musei o ridotte a puro ornamento. Agli albori del romanticismo, Novalis – interpretando l’arte non come un’attività separata dal mondo, ma come la capacità di agire e operare poeticamente sulla realtà – spiegava il nesso indissolubile tra l’ispirazione artistica e la concretezza dell’artigianato, inteso come il banco di prova in cui l’idea prende materia. A loro volta, i mestieri trovano qui il loro terreno generativo, richiamando l’antica radice del labor, quel lavoro che è fatica, trasformazione e insieme dignità dell’uomo.

L’origine del “Saper fare”

Nel dicembre 1881, gli iscritti alla prima classe del nascente Istituto Alberghetti erano 39 e sarebbero diventati falegnami, ebanisti, intagliatori, fabbri, tipografi, orefici, vetrai, scalpellini, orologiai, radicando, nel tessuto sociale, un saper fare, ma anche un saper essere, giunto sino ai nostri giorni. È interessante osservare come, a vent’anni dall’Unità d’Italia, nel 1881, il Comune di Imola, facendosi interprete delle volontà testamentarie del dottor Francesco Alberghetti, abbia intrapreso una prospettiva professionalizzante in controtendenza rispetto al primato liceale, di carattere umanistico-letterario, che avrebbe prevalso nel secolo successivo con la riforma Gentile del 1923. La sua è stata un’intuizione che non solo ha dato frutti da allora sino ad oggi, ma che rappresenta un fertile presagio per cercare di essere all’altezza delle esigenze del futuro. Infatti, anche in relazione ad un più attento confronto con la prospettiva europea, riaffiorano le istanze e, al contempo, le condizioni per affermare il rilievo dell’istruzione tecnica e professionale, accanto a quella liceale, confermandola non come opzione secondaria, ma come presidio strategico per il futuro dei giovani e del territorio.

Quando la scuola genera comunità

Dal 1881 la storia dei diplomati dell’Alberghetti si intreccia con il profilo stesso dell’artigianato, della piccola e media impresa e delle realtà a vocazione glocale, muovendosi tra l’iniziativa privata e la spinta propulsiva dell’economia sociale e cooperativa. In questo perimetro, il sistema territoriale e gli Enti locali hanno concorso attivamente a modellare il senso e la qualità dell’offerta formativa dell’istituto. Si è così consolidata una reciprocità generativa tra i banchi della scuola e i luoghi della produzione, in un dialogo in cui l’una interroga l’altro.

Oggi questa trama produce frutti concreti: i diplomati trovano sbocchi immediati, a conferma che il valore della preparazione sa intercettare non solo le eccellenze formali, ma sa farsi carico anche di chi, dopo le irrequietezze dell’adolescenza, trova nell’affidabilità e nella competenza tecnica la propria misura. È questo duplice e raro legame a fare dell’Alberghetti un crocevia in cui si fa scuola, si fa impresa e si rinsalda la coesione sociale. Nei fatti, l’istituto ha accompagnato da protagonista lo sviluppo economico del territorio nell’ultimo secolo, fornendo al sistema maestranze qualificate, tecnici specializzati e profili di alta responsabilità.

I dati di Eduscopio

I trentanove iscritti del 1881, nell’organico di diritto dell’a.s. 2026/2027, sono diventati 1.622, con un incremento di 51 nuovi studenti, nelle prime classi, rispetto all’a.s. 2025/2026. A certificare la solidità di questa scuola sono i dati elaborati da Eduscopio per la Fondazione Agnelli: per l’IPIA l’indice di occupazione si attesta sull’86%, con un’attesa media di ottantasei giorni per il primo contratto significativo e una distanza casa-lavoro contenuta in sette chilometri. Sul fronte dell’ITI, l’inserimento lavorativo si compie in 107 giorni a una distanza media di 5 chilometri. A completare il quadro, il Liceo scientifico delle scienze applicate conferma da un biennio il primato nell’area metropolitana bolognese.

Emerge qui con forza il fenomeno della fidelizzazione territoriale, che fa da contrappunto luminoso a un’emorragia nazionale: nell’ultimo anno censito, infatti, circa 78.000 giovani italiani – tra formati, diplomati e laureati – hanno lasciato il Paese, sancendo una perdita umana, culturale e professionale incalcolabile che rende queste radici locali ancora più preziose.

Dal primato dei Licei al ripensamento della filiera professionalizzante

Il filo che unisce la comunità dell’Alberghetti ai dati nazionali non si spezza, ma si allarga a interrogare le radici profonde della nostra architettura formativa. L’influsso del neoidealismo sul sistema scolastico italiano – legato alle figure di Benedetto Croce e Giovanni Gentile, entrambi ministri della Pubblica Istruzione rispettivamente nel governo Giolitti e nel primo gabinetto Mussolini – continua a proiettare la sua ombra sul persistente e sproporzionato rilievo accordato ai Licei. A certificarlo sono i dati sulle iscrizioni alle classi prime per l’anno scolastico 2026/2027, che vedono i Licei al 55,88% (a fronte del 56% precedente), gli istituti tecnici al 30,8% (rispetto al 31,35%) e gli istituti professionali al 13,3% (in lieve crescita dal 12,7%[3].

Da un anno all’altro i movimenti tra i diversi indirizzi restano dunque inconsistenti. Quel 56% circa di opzioni per i licei si scontra con un’Italia fanalino di coda in Europa per il conseguimento delle lauree, ferma a circa il 31% contro una media comunitaria che ha superato il 44%, penultima davanti alla sola Romania. È dentro questa tenaglia culturale che l’eccezione dell’Alberghetti rivela il suo vero valore: un argine vivo e operoso contro l’inerzia di un modello che fatica a riconoscere nella tecnica e nel lavoro la dignità piena di un nuovo umanesimo.

Il fraintendimento della scuola-azienda

Considerare l’esigenza di promuovere la filiera tecnico-professionale non significa affatto assecondare ideologie aziendalistiche. Paragonare la scuola ad un’azienda – al di là della libertà nel far ricorso all’estro metaforico – costituisce un rilevante fraintendimento sotto il profilo non solo educativo, ma anche strutturale. La scuola, come ha evidenziato nell’ambito amministrativo-contabile il Decreto Interministeriale n. 129 del 28 agosto 2018, possiede un bilancio, il Programma Annuale, che è interamente dedicato alla realizzazione dell’offerta formativa, ed è un bilancio di competenza e non di cassa. Il che sta a significare che la scuola non ha un fatturato, e tanto meno produce oggetti, né seriali né standardizzati. Al contrario, l’azione educativa promuove soggetti, dotati ciascuno di un profilo unico e irripetibile.

La vocazione sociale e la misura del capitale umano

La scuola possiede una propria peculiare ispirazione e i suoi inconfondibili esiti, tanto più se si adopera con convinzione per questa prospettiva: formare persone. Ciò avviene dotando ciascuno studente di una solida cultura generale, di una formazione alla cittadinanza attiva e consapevole e di un profilo professionale. Si tratta di tre aspetti intimamente interconnessi. La missione della scuola risulta perciò più prossima a quella dell’impresa sociale non profit, inserita in un contesto di economia sociale di comunità. Non profit significa svolgere un’attività volta a reinvestire gli utili, potendo trattarsi di un’impresa piccola o grande, dotata di risorse economiche rilevanti oppure limitate. Ne sono un esempio le Fondazioni di origine bancaria, e a suo modo lo è la scuola, la cui peculiare produttività è riferita unicamente al capitale umano.

Questo orizzonte non implica in alcun modo l’assecondare schemi di comportamento organizzativo arcaici, anacronistici o desueti. Al contrario, l’istituzione scolastica deve abbracciare i modelli più avanzati, valorizzando quella competenza imprenditoriale intesa come attitudine a trasformare idee e opportunità a favore degli altri. Parte integrante ma distinta della comunità, la scuola deve stare in società custodendo uno sguardo proprio, capace all’occorrenza di distanziarsi da una realtà sociale che rischia di farsi diseducativa.

Al servizio dell’offerta formativa

Occorre rimettere al centro ciò che realmente conta: il progetto educativo, l’offerta formativa e l’esperienza didattica, orientando l’assetto organizzativo affinché sia coerente al servizio che deve rendere. Nondimeno, tra l’enunciazione dei buoni propositi e la prassi quotidiana si apre una frattura: si finisce infatti per accumulare adempimenti e procedure in uno stillicidio burocratico spesso privo di una reale necessità.

La vera rivoluzione copernicana risiede nel ribaltare questo schema ponendo il bisogno formativo a fondamento dell’istituzione: non l’offerta piegata agli automatismi organizzativi, ma l’organizzazione plasmata su un bisogno che è in continuo divenire. Il nodo essenziale risiede sempre in ciò che accade nell’incontro vivo tra docenti e studenti, in quel flusso sottile di ciò che passa e di come passa: è custodita qui la scommessa irriducibile della relazione educativa.

Il tempo della vita reale

In coerenza con questo orizzonte, tradurre in prassi effettiva i principi dell’innovazione amministrativa, fondati su semplificazione, snellezza, speditezza, nel pieno rispetto dei ruoli, richiede consegne chiare e restituzioni rendicontate, considerando che ogni appesantimento procedurale costituisce una sconfitta rispetto alla missione istituzionale. Se la dimensione slow rappresenta un valore da custodire, pur in un contesto che talvolta la evoca con eccessiva enfasi, il tempo che siamo chiamati a vivere manifesta al contempo una natura quick, esigendo istruttorie celeri, processi dinamici e risposte tempestive. Il tempo della vita reale si configura dunque come un fecondo mix che orienta l’agire amministrativo, specialmente nella scuola del nostro presente.

Senza cedere a posizioni demagogiche nei confronti della burocrazia – la cui funzione, richiamando Max Weber, è costitutiva della Pubblica Amministrazione – non vi è dubbio che l’architettura normativa debba porsi interamente al servizio dell’impegno educativo, e mai viceversa. Proprio per questo, la rotta conclusiva invoca una decisa sterzata: meno carta, limitata allo stretto indispensabile, e una più solida educazione al digitale, così da arginare la proliferazione di sondaggi e rilevazioni per concentrare ogni energia sul progetto formativo, riducendo gli adempimenti formali a favore di un’attenzione autentica e viva verso le nuove generazioni.


[1] È da poco uscito, per i tipi dell’editore Nuovo Diario Messaggero di Imola, un libro dal titolo “C’era una volta una Scuola di Arti e Mestieri, c’è ancora e guarda al futuro. Diario di bordo 2022-2026”, una specie di rendiconto dei quattro anni che l’autore, Marco Macciantelli, ha vissuto come dirigente scolastico dell’IIS “Francesco Alberghetti” di Imola.

[2] Francesco Alberghetti, medico e filantropo imolese, nato il 7 ottobre 1762 e morto il 12 marzo 1851. È ricordato per il lascito testamentario che permise la realizzazione di due fra le scuole professionali più importanti della città: la Scuola d’Arti e Mestieri (oggi Istituto Tecnico Industriale) e la Scuola pratica di Agricoltura (oggi Istituto Agrario). Tale lascito, ispirato alle idee liberali del tempo, intendeva promuovere il riscatto economico e culturale delle classi più povere attraverso lo sviluppo delle arti e dei mestieri.

[3] Cfr. Gianna Fregonara e Orsola Riva “Corriere della Sera” del 3 marzo 2026, pag. 29.