Chiedo asilo: luci accese sui nidi

Emergenza prima infanzia

Si sta parlando molto in questi giorni di asili nido, cioè dei servizi educativi che accolgono i bambini prima dei tre anni. Dopo, si sa, interviene la scuola dell’infanzia che ospita oltre il 95% dei bambini in età 3-5 anni (uno dei dati più alti d’Europa). Per i nidi, invece, siamo in forte ritardo, nonostante l’incremento degli ultimi dieci anni: dai 210.541 bambini accolti nel 2008 ai 315.683 bambini accolti nel 2016[1]. L’ultimo dato nazionale è fermo al 23,8% di “copertura” per i potenziali utenti, ma con forti differenze tra le diverse regioni italiane. Si va da oltre il 30-35% in alcune aree del Centro-Nord (come Emilia-Romagna, Toscana, Umbria) a dati decisamente insufficienti (sotto il 10% o poco più) per regioni del Sud (come Campania, Calabria, Sicilia). Anche nel caso dei nidi d’infanzia, dunque, si crea una frattura nel nostro Paese, che ben conosciamo: e forse anche i risultati di apprendimento che si registrano a 14-16-18 anni ne risentono. Così si esprime il Rapporto (gennaio 2018) dell’osservatorio contro la dispersione, che propone un deciso investimento su nidi e scuole dell’infanzia di qualità. Aumenta inoltre la percentuale di bambini italiani a rischio di povertà (32,1%). Indagini accreditate mettono in evidenza che i bambini svantaggiati dal punto vista socio-culturale accumulano un ritardo nelle sviluppo delle competenze cognitive e socio-emozionali già all’età di 4 anni[2].

Il programma “zerosei” in Italia

Recentemente è stato approvato il D.lgs. 65/2017 che propone di sviluppare i servizi educativi (0-3) e le scuole dell’infanzia (3-6) con una comune prospettiva pedagogica 0-6. Questo non significa la “fusione” di nidi e scuole, ma un raccordo del progetto educativo per favorire accoglienza, apprendimento, continuità educativa, nel rispetto delle diverse identità pedagogiche delle due strutture educative. La legge mette a disposizione risorse aggiuntive (oltre 200 milioni annui), ma che non sono sufficienti per “rilanciare” un settore educativo – prima e seconda infanzia – che si stima “valere” 10 miliardi di euro, sommando tutti i costi e gli oneri pubblici e privati. Ci si appassiona ai nuovi oggetti pedagogici del sistema integrato 0-6[3], come i “poli per l’infanzia”, il coordinamento pedagogico-territoriale, le sezioni primavera, il miglioramento degli standard di funzionamento, le linee guida pedagogiche, e su questo sta lavorando l’apposita commissione scientifica per l’infanzia, pur tra alti e bassi dovuti alle turbolenze di tipo politico. La speranza è che una maggiore diffusione di asili nido (e la generalizzazione qualitativa delle scuole dell’infanzia) siano degli obiettivi su cui possono convergere tutte le forze politiche.

Ripartizione geograficaPosti per 100 bambini di 0-2 anni (%)
 PubbliciPrivatiTotale
Piemonte13,412,024,4
Valle d’Aosta25,214,739,9
Liguria14,214,628,8
Lombardia12,914,627,5
Trentino-Alto Adige16,113,930,0
Bolzano8,818,327,1
Trento23,89,233,1
Veneto10,215,325,5
Friuli- Venezia Giulia11,614,726,4
Emilia-Romagna26,19,735,7
Toscana17,916,832,7
Umbria17,719,537,2
Marche16,310,126,5
Lazio12,416,028,3
Abruzzo11,09,220,2
Molise14,07,721,7
Campania2,83,56,4
Puglia5,07,612,6
Basilicata9,44,914,3
Calabria2,16,78,7
Sicilia6,03,99,9
Sardegna11,016,927,9
Italia11,611,322,8

Fonte: ISTAT. Il dato comprende l’offerta di nidi, servizi integrativi, sezioni primavera.

Si tratta di dare una risposta ai diritti dei bambini all’educazione, di sviluppare fin dalla prima età le loro potenzialità, di venire incontro anche alle esigenze di organizzazione famigliare: una efficiente rete di nidi d’infanzia consente certamente anche ai genitori (donne e uomini) di avere opportunità nel mondo del lavoro. Un efficace welfare educativo è in grado di far fronte ai bassissimi tassi di natalità che registriamo in Italia. Certo non bastano nidi e “materne”, occorrono anche un supporto concreto alle famiglie ed una stabilità delle condizioni di lavoro e di vita.

Le Raccomandazioni europee

È la stessa Unione Europea che recentemente ha “raccomandato” ai Paesi membri di fare concreti investimenti verso i servizi educativi per l’infanzia (Raccomandazione del 22 maggio 2019), perché – questa è la tesi della Commissione – solo strutture di alta qualità pedagogica fanno bene all’educazione dei bambini. La Raccomandazione recepisce anche la ricerca sulla qualità dell’educazione e cura da zero a sei anni (ECEC) ed ha messo in evidenza quali sono i fattori di qualità per buoni nidi e buone scuole dell’infanzia, stilando una vera e propria mappa di indicatori.

Tab. 2 – Gli indicatori di qualità del Quadro Europeo Educazione e Cura (ECEC)

Rimandando a pubblicazioni specifiche[4], qui si vogliono sottolineare solo alcuni passaggi che attengono all’idea di un bambino “competente” cui assicurare un ambiente educativo che faciliti l’emergere di tutte le sue potenzialità, secondo un approccio educativo globale (olistico) che non tenga separate le diverse dimensioni del suo sviluppo, da quelle fisiche a quelle emotive, da quelle cognitive a quelle sociali. Mi piace qui ricordare la bella definizione di educatore e docente che emerge dal documento: un adulto “incoraggiante” per ricordare quale deve essere lo stile educativo più efficace; un adulto che sa leggere il mondo del bambino (il suo modo di giocare, di muoversi, di esplorare, di domandare) e sa rispondere con atteggiamenti che sono certamente di ascolto, vicinanza, accoglienza, contenimento emotivo, ma anche di distanziamento (mantenendo però una connessione cognitiva ed affettiva), per aiutare il bambino a realizzare una sempre maggiore autonomia a partire da una base sicura, cioè da una relazione stabile con l’adulto.

L’accesso all’asilo nido non è oggi garantito

Del documento europeo, tuttavia, vogliamo occuparci in questa sede del concetto di “accessibilità”, cioè della possibilità per i bambini di frequentare un buon servizio educativo (ed abbiamo visto che in Italia questa opportunità è diversa da territorio a territorio) e della possibilità per gli adulti di accedere a costi ridotti a servizi di qualità (e sappiamo invece quanto costosi siano soprattutto gli asili nido). Si è sentito risuonare, in più luoghi, lo slogan “nidi gratis per tutti” (ma forse sarebbe meglio dire: a partire dalle fasce sociali con redditi bassissimi). Lo stesso D.lgs. 65/2017 propone di far uscire la frequenza dei nidi dalle forche caudine dei servizi a domanda individuale (principio che richiede la partecipazione degli utenti almeno ad una parte delle spese) per affermare invece un diritto universale all’educazione, ivi compreso nel nido d’infanzia. Qualcuno, però, fa notare che una totale gratuità estesa a tutti farebbe – in un qualche modo – deprezzare il valore di questo bene pubblico. E che i nidi “gratis”, comunque, sarebbero pagati dalla fiscalità generale, cioè da tutti noi. Come stanno le cose? Quanto costa il nido e quante risorse sarebbero necessarie per renderlo gratuito (o quasi)?

Quanto costa l’asilo nido?

Non è facile entrare nel merito di queste cifre, perché i regolamenti sono diversi da comune a comune e per i nidi c’è una forte presenza del settore privato: il rapporto è 50,6 a 49,4 a favore del pubblico (in genere comunale). Abbiamo poi anche da considerare, come offerta per i bambini al di sotto dei tre anni le sezioni primavera e gli anticipi (spesso l’anticipo viene “spinto” dai minori costi rispetto alla frequenza del nido, ma anche perché di fatto in certe realtà non si trovano servizi educativi ad hoc). Comunque, in base, a calcoli fatti dal Senato della Repubblica (Ufficio Valutazione Impatto)[5] un bambino che frequenta il nido costa all’incirca 7.962 euro all’anno. Non spaventiamoci, anche un allievo della scuola primaria o secondaria ha un costo che si aggira attorno ai 7.000 euro annui. Lo stesso Ufficio stima che mediamente il contributo dei genitori oscilli attorno al 20% del costo (noi riteniamo più verso il 25%, stante la previsione della legge “zerosei” di non oltrepassare comunque la soglia del 30%). Un calcolo approssimato consente di stimare in circa 2.000 euro all’anno il contributo che lo Stato dovrebbe versare per ogni bambino, per abbattere il contributo dei genitori. È una stima al ribasso, perché le rette dei nidi sono molto oscillanti, da 150 a 500 euro mensili, spesso in relazione alle fasce di reddito.

Nidi gratis per tutti?

Dunque lo slogan “nido gratis” per tutti (intendiamoci: per tutti coloro che ne usufruiscono, perché il 75% dei bambini non ne usufruisce) ha un costo annuo stimabile pari a 181.000 bambini (quelli che frequentano i nidi pubblici) per 2.000 euro ciascuno, cioè circa 360 milioni. Se poi si volesse estendere un contributo analogo anche per i bambini frequentanti i nidi privati (è evidente che ci sono problemi giuridici e politici enormi) occorre aggiungere altri 340 milioni (per coprire i 176.000 bambini frequentanti il privato). È una cifra ingente, pari ad oltre 700 milioni, se paragonata al fondo di dotazione della legge zerosei (che è di 239 milioni per il 2019 e similmente per quelli successivi). Intanto, però si può iniziare di qui: già oggi una parte dei fondi assegnati dallo Stato ai Comuni per lo “zerosei” (oltre ai contributi regionali per i Comuni) è dirottato verso l’abbattimento delle rette per i genitori. In alcune regioni (come la Lombardia, si aggiungono anche Fondi europei).

Ampliare la rete delle strutture educative

Bene. Ma resta il problema che abbiamo posto all’inizio della nostra riflessione: come aumentare il numero dei posti per i bambini al di sotto dei tre anni? Come ampliare la rete attuale dei nidi (che sono circa 10.000) e dei cosiddetti servizi integrativi (che sono circa 2.000)?

TipologieStataliComunali/PubblichePrivateTotale
Asili nido===4.1166.44310.559
Servizi integrativi===4782.0732.551
Scuole dell’infanzia13.4241.9548.13723.515
Totale13.4246.54816.65336.625

Fonte: Istituto degli Innocenti, Firenze, 2017 (op.cit.).

La carenza di strutture educative per accogliere bambini al di sotto dei tre anni è il vero nodo italiano. Occorre guardare lontano, all’Europa del nord, mettersi di buona lena ad ampliare il servizio educativo. Certamente occorre costruire nuovi nidi là dove non ci sono (e non sarà facile: la legge istituiva dei nidi è del lontano 1971). Si può stimare che per costruire un nuovo nido, che di norma accoglie 60 bambini dai 3 mesi ai 3 anni, occorrano all’incirca 2,5 milioni di euro. Un programma ambizioso di 1.000 nuovi nidi (era lo slogan di Renzi e in parte di Salvini) richiederebbe un fondo di 2,5 miliardi (oltre ai successivi costi di gestione, già menzionati). E non basterà certo mettere una tassa sulle merendine, perché in gioco è una riflessione molto più profonda sull’equità fiscale nel nostro paese e sul ruolo della tassazione pubblica (che non può sempre essere equiparata ad una rapina).

Sarà anche importante verificare come utilizzare il surplus di risorse che si potrebbe determinare “approfittando” del calo demografico di qui al 2018. Secondo le proiezioni più attendibili avremo, per la sola scuola dell’infanzia, un -14% al Nord, un -14% al Centro e un -17% al Sud.[6]

Studiare soluzioni innovative

Cambia anche la domanda educativa dei genitori. Non è detto che il nido classico (un triennio dai 3 mesi ai 3 anni) sia la soluzione più adeguata. Sarebbe anche utile saperne di più sulla scarsa propensione delle famiglie del Sud a non reclamare servizi educativi per i più piccoli. Accanto ai nidi diventa utile sperimentare anche soluzioni più flessibili, come ad esempio offrire sezioni educative ad hoc per i bambini dai 24 mesi ai 36 mesi, aggregate alle scuole dell’infanzia (le cosiddette sezioni “primavera”, di cui la legge 0-6 propone la stabilizzazione e il potenziamento). In alcune realtà il tema si intreccia con il “polo infanzia”[7], immaginando un percorso ad esempio da 2 a 6 anni, in cui i “piccoli” possono essere accolti da un educatore (nido) e da un docente (infanzia) oltre che da un assistente: occorrono almeno tre figure per un gruppo di 20 bambini. E il docente potrebbe poi “scorrere” e accompagnare il bambino nella scuola dell’infanzia. Sappiamo anche che il calo demografico si farà sentire presto nella scuola dell’infanzia e si potrebbe chiedere ai docenti disponibili di impegnarsi in questi nuovi servizi sperimentali. Occorre uscire da certe rigidità, pensando anche ad una formazione iniziale ed in servizio con molti elementi comuni (sia al nido che all’infanzia occorre ormai la Laurea) e salvaguardando la qualità del progetto educativo, all’insegna dell’intreccio tra cura ed educazione, tra gioco e apprendimento, tra attenzione (al bambino) e intenzione (progetto dell’adulto), tra curricolo esplicito e curricolo implicito.

Dunque la domanda vera non potrà essere solo: quanto costano questi servizi! Ma, qual è l’ambiente educativo di qualità che può far crescere i nostri bambini prendendosi cura del loro benessere e del loro apprendimento nel migliore dei modi.

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[1] L’Istituto degli Innocenti di Firenze (2017) stima che il 21,5% dei bambini in età 0-3 anni frequenti un nido, il 2,1% servizi integrativi (per una copertura totale del 23,6%), mentre il 5,2% trovi accoglienza come “anticipatario” nella scuola dell’infanzia. La frequenza di una scuola dell’infanzia avviene al compimento del 3° anno di età entro il 31 dicembre dell’anno di riferimento, con la possibilità di ammissione per chi compie i 3 anni entro il mese di aprile dell’anno successivo (i c.d. anticipatari).
Istituto degli Innocenti, Monitoraggio del Piano di sviluppo dei servizi socio-educativi, per la prima infanzia, Firenze, 2016 (dai al 31.12.2016). https://www.minori.it/sites/default/files/allegati/Rapporto_servizi_educativi_al_31_12_16.pdf

[2] Save The Children, Il miglior inizio. Disuguaglianze e opportunità nei primi anni di vita, Save The Children Italia Onlus, settembre 2019.

[3] G. Cerini, C. Mion, G. Zunino, Scuola dell’infanzia e prospettiva zerosei, Homeless Book, Faenza, 2019.

[4] A. Lazzari, Un quadro europeo per la qualità dei servizi educativi e di cura per l’infanzia, ZeroseiUp, Bergamo, 2016.

[5] Senato della Repubblica, Ufficio Valutazione Impatto, Chiedo asilo. Perché in Italia mancano i nidi (e cosa si sta facendo per recuperare il ritardo), Luglio 2018.

[6] Fondazione Agnelli, Scuola. Orizzonte 2018. Evoluzione della popolazione scolastica in Italia e implicazioni per le politiche, FGA, aprile 2018.

[7] G.Cerini, Sistema integrato zerosei: AAA polo infanzia cercasi, in Scuola7.it, n. 140, 10 giugno 2019. (https://www.scuola7.it/2019/140/).