La didattica digitale integrata fra DAD e PNSD

Si cambia solo nome?

Le linee sulla Didattica Digitale Integrata riprendono in gran parte le indicazioni sulla didattica a distanza della nota dipartimentale 17 marzo 2020, n. 388. Da questo punto di vista, quindi, non ci sono novità rilevanti se non nel cambiamento del nome da cui è importante partire. Le scuole il prossimo anno scolastico dovranno predisporre un piano di didattica non sostitutivo ma integrato al Ptof, che possa essere sfruttato in periodi di lockdown generali, di quarantena di un plesso o di un gruppo classe o in modo strutturato e complementare alle lezioni in presenza per le secondarie di secondo grado, come soluzione che garantisca le misure di contenimento e di prevenzione contro il covid19.

Perché didattica digitale integrata: metodologia o canale?

L’aggettivo “integrata” significa che occorre progettare e pianificare una didattica efficace anche a distanza, che non abbia cesure troppo evidenti tra il prima e il dopo e possa raggiungere tutti gli alunni rimuovendo ogni ostacolo di tipo economico, sociale e culturale[1]. Significa anche che ogni docente deve essere professionalmente attrezzato ad utilizzare anche gli strumenti digitali e gli ambienti di lavoro non solo e necessariamente in ottica di chiusura ma anche in classe nell’attività ordinaria, sfruttando tutte le potenzialità della rete e del digitale come una risorsa didattica ed educativa sempre a disposizione e complementare a tutte le altre risorse.

Questa prospettiva costringe le scuole a rendere finalmente operativa l’azione 6 del Piano Nazionale scuola digitale, quella sul Byod[2], permettendo agli alunni di lavorare anche a scuola con i propri dispositivi o con quelli lasciati in comodato d’uso. Il Ministero ha già redatto nel 2018 un decalogo[3] frutto del lavoro di una commissione di esperti che andrebbe rispolverato, alla luce dei principi di buon senso indicati e perfettamente applicabili al momento storico che stiamo vivendo.

Rispetto a quanto emerge dalle bozze ad oggi diffuse del documento si definisce la DDI una “metodologia innovativa di insegnamento-apprendimento”. Nella parte relativa alle metodologie e agli strumenti per la verifica si afferma che “la lezione in videoconferenza agevola il ricorso a metodologie didattiche più centrate sul protagonismo degli alunni”. Sgombrando subito il campo da ogni equivoco e facile trionfalismo, sarebbe più opportuno definire la didattica digitale integrata non come una metodologia ma come un canale, un media attraverso cui veicolare attività, contenuti, collaborazioni. La metodologia didattica non è innovativa quando utilizza degli strumenti digitali (può essere addirittura conservativa o restauratrice di pure modalità trasmissive) e non è vero che la videoconferenza favorisca metodologie in cui gli alunni siano più protagonisti. Sono affermazioni in sé contraddittorie che rimangono sospese nel documento, senza un effettivo sviluppo nelle indicazioni.

Attenzione alla forma o all’efficacia didattica?

La premura del ministero è quella di normare il più possibile il quadro orario di lezione sia per il docente, che deve assicurare le sue ore di lavoro, sia per l’alunno, che deve essere presente e frequentare le ore di lezione. Da qui la necessità di esplicitare il monte orario minimo di videoconferenza per i vari cicli di istruzione, le caratteristiche degli ambienti digitali da utilizzare, gli accorgimenti legati al GDPR (Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati) e l’indicazione di un aggiornamento del documento di corresponsabilità scuola-famiglia e dei regolamenti scolastici alla luce dell’estensione online degli ambienti e delle relazioni educative degli istituti. Ancora, si citano alcune metodologie, i criteri per la riprogettazione delle unità di apprendimento, quelli di verifica e quelli di valutazione. Le linee di indirizzo cercano di dare una ulteriore valenza giuridica e didattica alla DDI, tracciando dei confini dentro i quali ogni scuola può liberamente sviluppare la propria autonomia didattica.

Il punto debole di queste indicazioni è nel dare un forte peso all’attività sincrona e un peso minore a quella asincrona che sembra intendersi come una sorta di “compito a casa” aggiuntivo alle ore di lezione, secondo lo schema consueto del “ti spiego poi ti do da fare dei compiti”. Questa impostazione va contro l’essenza stretta della rete, del digitale e dell’e-learning (che favoriscono l’apprendimento in asincrono molto di più di quello sincrono) preservando l’impostazione canonica dell’organizzazione scolastica (favorendo, appunto la modalità sincrona con gli alunni tutti presenti, l’appello e la lezione del docente con firma sul registro di classe). Questo è un aspetto non marginale, perché incide fortemente sulla qualità e sull’efficacia della didattica digitale integrata in termini di motivazione e di apprendimenti. Se da un lato, quindi, le linee di indirizzo auspicano un mix fra fase sincrona e asincrona, dall’altro mettono tutto il peso “burocratico” sul sincrono, senza nessuna formalizzazione delle altre attività sia in termini di processo sia in termini di valutazione. Eppure la rete dà la possibilità di poter imparare guardando video, utilizzando documenti e file interattivi in tempi differenti e ripetuti, senza vincolare il discente ad un orario rigido e fisso. Chiaramente impone che l’alunno sviluppi una crescente autonomia organizzativa ma è questo un obiettivo trasversale fondamentale su cui far lavorare con assiduità il discente.

Il tutor come figura di supporto agli apprendimenti

Proprio in questa ottica le scuole possono individuare nei consigli di classe o negli staff dei docenti che svolgano la funzione di tutor degli apprendimenti sostenendo, supportando e affiancando gli alunni nelle fasi più caotiche legate al passaggio dall’aula allo schermo, con una cura particolare per quelli con bisogni educativi speciali che non andrebbero mai stigmatizzati rispetto al gruppo classe e sempre sostenuti con opportuni strumenti compensativi e dispensativi all’interno degli spazi anche digitali della loro classe. Anche da questo punto di vista il sincrono è molto più penalizzante dell’asincrono, normalmente meglio progettato e quindi più accessibile e inclusivo (per esempio nel ritornare indietro a riascoltare un passaggio video o audio tutte le volte che occorre).

Lavorare per unità di apprendimento e non per ore di lezione

Le scuole, nella loro autonomia di progettazione, rimanendo nei perimetri indicati dal ministero, possono poi impostare una didattica modulare per unità di apprendimento in cui prevedere (e documentare) fasi di sincrono (videolezione) e asincrono (video didattici, laboratori, lavori di gruppo a distanza, studio personale, peer to peer, project based learning..) con una verifica intermedia e finale degli apprendimenti, secondo i più elementari principi dell’elearning e della formazione a distanza

Questo potrebbe essere un semplice esempio:

Unità di apprendimento di 25 ore complessive
6 ore di videoconferenza (frontale sincrono o asincrono) in più appuntamenti10 ore di interazione online (attività laboratoriale anche collaborativa a distanza)6 ore di lavoro personale (Consegne intermedie di attività)3 ore di verifica a distanza

Una costruzione così modulare permetterebbe ai docenti e ai discenti di avere ben chiaro il percorso di apprendimento facilitando e favorendo l’integrazione con la didattica in presenza; offrirebbe anche alle famiglie una “leggibilità” delle proposte e garantirebbe una efficacia valutativa focalizzando l’attenzione su obiettivi ben definiti e circoscritti, quindi più efficacemente valutabili. Con una buona programmazione collegiale, si possono coinvolgere più docenti su attività e percorsi interdisciplinari, sempre nella logica di un menu didattico vario e motivante, non ancorato esclusivamente alla classica lezione frontale anche a distanza. Teoricamente la costruzione modulare di una unità di apprendimento non dovrebbe essere una novità per i nostri collegi docenti; la didattica digitale integrata dovrebbe assecondare questa prospettiva anche nella scuola secondaria di secondo grado, in cui l’ipotesi di lezioni a distanza complementari (con metà classe in aula e metà a distanza) non sarà proponibile nella maggior parte degli istituti italiani per la connettività messa a dura prova da streaming contemporanei su tutte le classi negli stessi momenti della giornata.

Meglio dunque lavorare su percorsi didattici replicabili e modulabili, per poter integrare davvero la didattica con il digitale al lavoro in classe.

In questa prospettiva il lavoro del docente è solo in piccola parte “fare lezione”, in massima parte costruire il percorso didattico mettendo a disposizione attività, materiali, stimoli e monitorando con puntualità le attività asincrone. Il ruolo diventa più assimilabile a quello di un coach, di un mentor che dispone e propone una unità di apprendimento mista ma compatta nelle sue parti.

La frammentazione degli ambienti digitali e la questione dei contenuti degli editori

Le piattaforme per la didattica, scelte nel rispetto delle normative del GDPR e delle indicazioni dell’AGID, l’uso sistematico del registro elettronico per formalizzare le presenze e l’attività didattica anche a distanza, l’utilizzo delle piattaforme proprietarie degli editori nelle espansioni digitali dei libri di testo costituiscono una frammentazione da non sottovalutare nel proporre la didattica digitale integrata, non negativa ma certamente da semplificare. Da un lato la concorrenza sta offrendo alle scuole ambienti digitali efficaci, performanti e immediati nell’utilizzo, accessibili sia economicamente che nella fruizione quotidiana. Dall’altro queste piattaforme sono da “riempire” e spesso sono i docenti stessi a costruire materiali didattici o ad utilizzare open educational resource presenti in rete, senza la possibilità di fare interagire le piattaforme degli editori con quelle delle scuole che pure utilizzano libri ed espansioni digitali. Occorre arrivare in fretta ad una reale multioperabilità fra le piattaforme, garantendo certamente i diritti editoriali ma permettendo nel contempo una veloce fruizione dei contenuti sugli ambienti digitali già in uso.

Ancora, siamo piuttosto lontani dal raggiungimento dell’azione 8 del PNSD, quella del single sign-on e del sistema di autenticazione unica, già raggiunto per i docenti con lo SPID in alcune piattaforme pubbliche, ma non ancora realizzato per gli alunni e i docenti stessi nell’utilizzo degli ambienti digitali per la didattica. Poter utilizzare un’unica password ed un unico username per tutti gli ambienti digitali andrebbe certamente nella direzione di una ulteriore semplificazione. Auspichiamo che il ministero metta in agenda questo punto per accelerare l’azione 8 già citata del Piano Nazionale Scuola Digitale.

Inclusione e accessibilità

Al tema sono dedicati due paragrafi specifici del documento che tentano di delineare soluzioni ad una delle principali criticità evidenziate dalla Didattica a Distanza.

Le linee indicate sono di buon senso e corrispondono a quanto in molte realtà scolastiche si è già fatto. Premettendo l’eterogeneità dei deficit, dei disturbi e dei bisogni educativi che caratterizza ogni gruppo classe, è importante non perdere di vista la natura fortemente inclusiva del digitale. Su questo specifico punto c’è sicuramente bisogno di maggiore formazione perchè non sempre il corpo docente è in possesso di queste specifiche competenze. Eppure, un semplice libro digitale, magari preso in digital lending dalla biblioteca della scuola, permette l’ingrandimento del testo, il cambio di carattere, la sintesi vocale automatica. Ancora, ci sono applicazioni gratuite che permettono processi fino a qualche anno fa ritenuti fantascientifici, come la dettatura vocale o la traduzione simultanea.

Sono solo due esempi che ci mostrano come l’inclusione passi certamente attraverso la relazione personale, ma usando strumenti compensativi che aiutino il discente a raggiungere una propria autonomia.

La formazione dei docenti e del personale scolastico

Rimane una priorità continuare a diffondere metodologie e strumenti fra i docenti attraverso corsi strutturati (l’offerta sui territori è indubbiamente vasta grazie agli USR, alle equipe formative, alle singole scuole e reti di scuole, alle associazioni e alle imprese private che si dedicano allo sviluppo delle competenze digitali). Certamente l’esperienza della didattica a distanza ha migliorato molto le competenze digitali iniziali e di base di molti docenti, ma rimane la necessità di ricostruire e indirizzare la professionalità docente al digicomp edu[4], come sta avvenendo nel resto dell’Unione Europea. L’auspicio è che la didattica digitale integrata sia un volano per riprendere in mano il PNSD e lavorare con determinazione verso la diffusione delle competenze digitali che non si limitano al saper effettuare una videochiamata o al saper assegnare dei materiali digitali in una piattaforma.

Nel documento di indirizzo sono poi indicate altre aree di urgenza formativa per i docenti, come quella sulle metodologie, sugli ambienti di apprendimento e sulle norme a tutela della privacy. Sono tematiche che già hanno avuto diffusione e approfondimenti in questi 5 anni di Piano Nazionale Scuola Digitale e che bisognerà riuscire a portare a tutti i docenti e non solo a quelli che decidono di loro iniziativa di aggiornarsi.

Un pensiero positivo per la didattica digitale

Insomma, non è il digitale in sé che fa innovativa la didattica ma come il digitale venga usato nella didattica; allo stesso modo, non è la videoconferenza che garantisce l’apprendimento dei nostri alunni ma come la videoconferenza si inserisca in un percorso di lavoro ben strutturato che lasci gli alunni liberi di sperimentarsi, di collaborare, di creare, di risolvere problemi, di progettare, di costruire in tempi differenziati e individualizzati.

Questo approccio, in tutta sincerità, nel documento si vede molto fra le righe, ma ogni scuola è in grado di promuoverlo e metterlo a sistema. Ci aspetta un grande lavoro: è il nostro lavoro di docenti

—–

[1] Il documento prevede un paragrafo dedicato all’analisi del fabbisogno, su cui il ministero, le scuole e gli enti locali stanno lavorando da mesi

[2] Qui un mio articolo del 2016 sul tema https://www.forumpa.it/temi-verticali/scuola-istruzione-ricerca/come-attuare-il-modello-bring-your-own-device-a-scuola/

[3] https://www.miur.gov.it/documents/20182/0/Decalogo+device/da47f30b-aa66-4ab4-ab35-4e01a3fdceed

[4] https://ec.europa.eu/jrc/en/digcompedu